"Padre, grande uomo..."

    L'amore filiale: un legame indissolubile anche per i poeti

    Maria Gabriella Filippi


    Eroico e temprato, tenero e fonte di sicurezza, a volte incomprensibile e pronto al perdono è il padre che emerge dagli occhi di tanti poeti. Il rapporto quasi sacro tra padre e figlio è il centro del seguente componimento di Camillo Sbarbaro, tratto dalla raccolta Pianissimo (edizione 1914): il legame che affiora è talmente indissolubile da oltrepassare qualsiasi epoca della vita e da durare non solo oltre il tempo, ma anche oltre l’assurdo: “egualmente t’amerei”, sottolinea il poeta a conclusione del suo adunaton in apertura e in chiusura:


    Padre, se anche tu non fossi il mio

    Padre, se anche tu non fossi il mio
    padre, se anche fossi a me un estraneo,
    per te stesso, egualmente t'amerei.
    Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
    che la prima viola sull'opposto
    muro scopristi dalla tua finestra
    e ce ne desti la novella allegro.
    Poi la scala di legno tolta in spalla
    di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
    Noi piccoli stavamo alla finestra.
    E di quell'altra volta mi ricordo
    che la sorella, mia piccola ancora,
    per la casa inseguivi minacciando.
    (la caparbia avea fatto non so che)
    Ma raggiuntala che strillava forte
    dalla paura, ti mancava il cuore:
    chè avevi visto te inseguir la tua
    piccola figlia e, tutta spaventata,
    tu vacillante l'attiravi al petto
    e con carezze dentro le tue braccia
    avviluppavi come per difenderla
    da quel cattivo ch'era il tu di prima.
    Padre, se anche tu non fossi il mio
    padre, se anche fossi a me un estraneo,
    fra tutti quanti gli uomini già tanto
    pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

    ***

    L’ipotesi del ritorno del padre perduto viene ripetutamente invocata nella bella poesia di Loredana, che suggerisce con delicatezza la sacralità paterna adombrata dai versi di Sbarbaro.
    Qui il gioco anaforico “se un giorno tu mi venissi a cercare / se un giorno io ti venissi a cercare” lascia spazio all’evento che sempre si svolge nella memoria, la possibilità di non dimenticare ‘l’odore’, ‘il suono’, ‘il dolore’: è la natura stessa della relazione ad essere indissolubile e intramontabile:

    Se un giorno

    Se un giorno
    Tu mi venissi a cercare
    Dal crudele baratro del silenzio inaccessibile
    Io ti accoglierei
    E ti ascolterei,
    ti avvolgerei come un mare limpido e calmo
    come una brezza soave
    come un profumo di pane
    per non dimenticare più il tuo odore,
    il suono della tua voce,
    il tuo incompreso dolore.
    Se un giorno
    Io ti venissi a cercare
    Sfidando il baratro del silenzio inaccessibile
    Tu saresti ancora la radice che non si spezza
    L’ armonia dei rumori quotidiani,
    l’ equilibrio dei gesti e dei pensieri,
    l’ allegria e la simpatia,
    la dolcezza e l’ ironia,
    l’ abito della festa che vorresti non finisse mai,
    il silenzio più eloquente,
    lo sguardo scintillante,
    la vigna temprata dal sole..
    Come un tatuaggio
    Indelebile
    Uomo
    Come un pensiero
    Indimenticabile
    Padre.

    ***

    Il richiamo rivolto al padre con insistenza si tinge quasi dei toni della preghiera e della gratitudine nei versi di Marco Pellacani: è la consapevolezza della figliolanza che riesce a restituire in ogni vicissitudine il profumo della libertà quando “tu solo [Padre] / riesci a sorridere dei miei guai! E mi chiedi / ‘Come stai?”; è il contrario di quella condizione che papa Francesco chiama “orfananza”, una vera e propria amputazione di quelle radici familiari e naturali spesso responsabile di tanta solitudine e vuotezza.

    Padre

    Padre, grande uomo,
    che tutto già conosci.
    Forte e fiera è la tua mano,
    mia sicurezza,
    e mio desiderio
    per l’uomo che esser vorrei,
    quando tu solo,
    riesci a sorridere dei miei guai,
    e mi chiedi:
    “Come stai?”
    Padre,
    io mi ritrovo
    sempre bambino
    dinnanzi a te,
    fra le tue amorevoli braccia
    e mi sento sereno!
    Padre,
    il tuo sguardo rassicura il
    mio cammino,
    stammi vicino!

    ***

    Il dramma della perdita di fronte alla quale ci si sente oscillare tra lo strazio del vuoto e l’incomprensibilità della fine, viene inaspettatamente illuminato dallo sguardo sereno del padre stesso, che nei versi di Luciano Somma si considera spettatore di ‘un miracolo’: “il non dover portare sul calvario / la croce d’un’amara solitudine”. E’ questo sguardo che il padre mantiene di fronte alla morte, il suo ultimo lascito e il più prezioso: “l’eredità di vivere”, che permette al figlio di considerare “forse fu un bene padre”.

    Forse fu un bene padre
    Fermare la tua storia
    Col mandorlo fiorito
    Chiudere gli occhi
    Senza aspettare
    Il gelo dell’inverno
    Lasciando nei tuoi figli
    L’eredità di vivere.
    Avevi già provato a masticare
    Come un boccone il pane reso duro
    Dalle battaglie quotidiane
    Stanco.
    La sofferenza del tuo immenso vuoto
    Noi la sentiamo come un fuoco vivo
    Perché è diverso il sangue
    Quando sta uscendo dalle tue ferite
    Ha un altro suono l’urlo
    Quando è parte di te della tua carne
    Per te fu cielo terso
    Ed al tuo sguardo
    Ti sembrò un miracolo
    il non dover portare sul calvario
    La croce d’un amara solitudine.
    Forse fu un bene padre.

    (Zenit, 15 Marzo 2015)