Eucaristia e bene comune
per la città
Mariano Crociata
Desidero innanzitutto esprimere l’apprezzamento per questa iniziativa, che, oltre a segnalare l’impegno costante di Retinopera nella riflessione e nella formazione per un giudizio illuminato e un responsabile orientamento all’azione nel campo sociale e politico, manifesta profonda sintonia con il cammino della Chiesa in Italia, come ben evidenzia la scelta del tema e della sede del seminario di studio che ora prende avvio.
Quale rapporto tra Eucaristia e vita sociale
L’insegnamento sociale della Chiesa da lungo tempo ci ha educato a valutare le implicazioni non solo etiche, ma anche sociali e politiche, della fede cristiana e della sua pratica ecclesiale, fino a farle recepire come dimensione costitutiva della coscienza credente. Nondimeno rimane difficile cancellare del tutto il senso, se non di distanza, almeno di alterità che gli aspetti più specifici dell’esperienza cristiana suscitano a confronto con le strutture e le dinamiche della vita sociale. L’Eucaristia costituisce senza dubbio uno di tali aspetti specifici, se non il più intimo dell’esperienza cristiana. In essa la Chiesa riconosce e professa la «fonte» e il «culmine», la «sorgente» e il «fine» [1], il punto di partenza e di pienezza del vissuto cristiano.
Proprio questo carattere comprensivo dell’Eucaristia, che plasma integralmente l’esistenza cristiana e condensa una dimensione costitutiva della fede nella sua pretesa e nella sua capacità di assumere e trasformare tutto l’umano, dichiara che non può esserci affatto distanza tra il luogo più intimo dell’esistenza credente e le regioni, anche remote, della nostra vita e della nostra storia. Non è un caso che Henri de Lubac, già negli anni trenta del secolo scorso, intitolava una delle sue opere più significative Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma [2] e in essa sviluppava quegli aspetti in riferimento all’Eucaristia a partire dalla sua qualifica di «sacramentum unitatis» [3]; è molto significativo, poi, che Benedetto XVI, nella Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis [4] scriva: «L’unione con Cristo che si realizza nel Sacramento ci abilita anche ad una novità di rapporti sociali» [5], e prosegua citando la sua prima enciclica: «la “mistica” del Sacramento ha un carattere sociale, perché nella comunione sacramentale io vengo unito al Signore come tutti gli altri comunicanti» [6].
Non sembri ozioso premettere una osservazione di metodo ad alcune considerazioni sul tema così autorevolmente enunciato. È decisivo, infatti, per la rilevanza e l’efficacia delle riflessioni di questo seminario, articolare i diversi temi e approcci a partire dall’Eucaristia, alla quale deve essere riconosciuto un rilievo originario. Bisognerà certo trattare del bene comune per la città nell’ottica ora della dottrina sociale, ora dell’etica, delle compatibilità economiche, degli effetti sociali, delle mediazioni politiche, dei riflessi internazionalistici e così via. E, tuttavia, se l’Eucaristia deve far parte della trattazione, non può esserlo come un tema tra altri, accanto ad altri. Perché non è semplicemente omogeneo ad essi, anche se strettamente relazionato, ma si colloca nell’ordine del plesso generatore della realtà, sul piano del modello originario e della causa originante del bene comune e della vita della città. Essa ci dice di quale figura umana e sociale stiamo parlando, di quale visione dell’umano e del sociale. Per questi motivi sarà legittimo sviluppare le varie dimensioni del bene comune e della vita della città, lasciando sullo sfondo o riservando ad un confronto successivo il legame con l’Eucaristia, ma solo se questa è stata compresa a partire da ciò che essa è nella sua propria identità sacramentale alla luce della fede. Così dicendo non si esclude che la riflessione sull’Eucaristia debba essere guidata, fin dall’inizio, dall’intendimento di comprendere e attuare il bene comune per la città.
L’originalità sociale dell’Eucaristia
Il nucleo portante dell’Eucaristia è in relazione con la morte e la risurrezione di Gesù. Essa ripresenta e attualizza la morte e la risurrezione di Gesù. Non lo fa nel senso di un ritorno al passato o nel senso di una ossessiva ripetizione di esso. L’Eucaristia rende presente in maniera efficace sul piano esistenziale e sul piano storico la morte e la risurrezione di Gesù come evento che ha condensato la sua esistenza umana e ha trasfigurato la sua umanità rendendola partecipe della gloria del Padre. «L’avvenimento storico della Pasqua del Signore, collocato nelle coordinate dello spazio e del tempo, diventa Eucaristia, cioè arriva a noi, qui ed ora; qui ed ora Gesù si consegna a noi, ci dona se stesso. Perciò non si deve mai guardare l’Eucaristia sganciandola dalla morte e risurrezione di Cristo: essa è dentro l’avve-nimento della Pasqua, il quale “passa” fino a noi» [7]. Il passaggio della Pasqua fino a noi attraverso l’Eucaristia genera la Chiesa, la quale «non ripete Gesù Cristo, ma lo rivive». La Pasqua di Gesù, celebrata nella liturgia eucaristica, passa «in un’esistenza che ne prende la forma, ne ridice le linee di struttura e il senso» [8].
La dinamica di questo ‘passaggio’ lo illustra magistralmente Benedetto XVI quando scrive:
Gesù ci ha così lasciato il compito di entrare nella sua «ora»: «L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione». Egli «ci attira dentro di sé». La conversione sostanziale del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue pone dentro la creazione il principio di un cambiamento radicale, come una sorta di «fissione nucleare» […] portata nel più intimo dell’essere, un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà, il cui termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero, fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti [9].
Il rilievo di questa citazione è duplice, poiché non solo ribadisce l’effetto trasformante della partecipazione all’Eucaristia, ma soprattutto ne sottolinea la portata come di una forza che modifica la struttura stessa della realtà intera immettendovi una energia di vita divina.
La prima conseguenza di questo nuovo stato di cose è che esso non è acquisito una volta per tutte; il passare della Pasqua nella Chiesa e in ogni credente non è solo stato compiuto una volta per sempre, ma ha bisogno di essere rinnovato assiduamente; l’“una volta per sempre” del mistero pasquale che il sacramento attualizza ha bisogno di essere celebrato incessantemente per essere ricevuto. L’Eucaristia ci chiede di entrare sempre di nuovo nell’«ora» di Gesù, nel suo atto oblativo, per fare anche noi della nostra vita una ripresentazione dell’«ora» di Gesù, un riflesso del suo atto oblativo di amore incondizionato.
Cogliamo così la seconda conseguenza, e cioè il carattere espressivo, e non aggiuntivo o applicativo, di un’esistenza eucaristica. I cui effetti non possono essere il risultato di una separata esecuzione di compiti fatti derivare dall’Eucaristia, ma piuttosto la manifestazione dell’efficacia del Sacramento e della Pasqua di Gesù nella vita del credente e nel tessuto di relazioni che ne vengono create. Prima che una morale o un progetto sociale, l’Eucaristia genera una identità, un nuovo essere, un modo di pensare e di vivere, uno stile. Solo in questa forma essa può stabilire una relazione con il bene comune e con la città dell’uomo.
E infatti il frutto della celebrazione è la Chiesa, e cioè la comunità di quelli che ricevono lo stesso Corpo del Signore. Qui sta il dato decisivo dell’Eucaristia, nel suo potere di suscitare una comunità in comunione. La partecipazione di tanti, così diversi tra loro, all’unico pane, crea una unità più che umana attorno a Colui che si è donato e unito con ciascuno.
È il dinamismo pasquale che si attiva nella celebrazione eucaristica: chi vi partecipa, mentre riceve il Corpo del Signore è chiamato e reso capace di uscire da sé per ritrovare se stesso nella comunione con Lui. E solo se accoglie il dono eucaristico il credente può uscire da sé per andare verso il Signore; ed egli non può dire di averlo veramente ricevuto fino a quando la sua persona intera e la sua esistenza non sono entrate nel movimento oblativo del Signore morto e risorto. Gesù che si dona nell’Eucaristia è veramente il bene per tutti e per ciascuno, Colui nel quale ciascuno e tutti possono trovare il proprio bene, in questo senso l’ultima consistenza del “bene comune”.
Gesù eucaristico è il bene di tutti e di ciascuno perché inserisce nel movimento oblativo, di donazione, che ha caratterizzato la sua vita e, nella sua, la vita stessa di Dio, lo stile di Dio. Così, in questo inaudito compimento-superamento della creazione, la struttura dell’essere personale, la connotazione creaturale originaria appare nella sua verità: per appropriarsi bisogna espropriarsi, per diventare se stessi e ritrovarsi bisogna donarsi. Come del resto proclama il Vangelo: «Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva» (Lc 17,33) [10].
Diventa possibile, e anzi necessaria, così, una lettura dell’antropologia capace di cogliere la ragionevolezza, l’intima convenienza con l’umano di tale logica peculiarmente cristologica: dalla nascita alla morte, dalla generazione all’educazione, dal lavoro alla ricerca, tutto nell’esistenza umana parla il linguaggio dell’impegno, della dedizione, del mettersi in gioco e del donare se stessi, dell’apertura all’altro e alla realtà fino al sacrificio, come condizione di autenticità umana e di realizzazione.
In tal modo appare che la struttura “eucaristica” dell’essere umano e della realtà intera ruota attorno a due poli: l’unità del bene di cui tutti siamo chiamati a partecipare e l’apertura ad esso fino al sacrificio di sé. E tutto ciò non come risultato di uno sforzo umano e di una conquista, ma come risposta ad un dono che è frutto dell’abbassamento di Dio. «La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui» [11]. In questa prospettiva il comandamento dell’amore non è un dovere derivato o un principio dedotto, ma una spontanea interiore costitutiva fioritura dell’evento pasquale che si rinnova nell’Eucaristia.
Diventiamo «un solo corpo», – scrive Benedetto XVI – fusi insieme in un’unica esistenza. Amore per Dio e amore per il prossimo sono ora veramente uniti: il Dio incarnato ci attrae tutti a sé. Da ciò si comprende come agape sia ora diventata anche un nome dell’Eu-caristia: in essa l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi [12].
Non si tratta di un precetto o di una morale, ma della fede attualizzata nel sacramento dell’Eucaristia.
Fede, culto ed ethos si compenetrano a vicenda come un’unica realtà che si configura nell’incontro con l’agape di Dio. La consueta contrapposizione di culto ed etica qui semplicemente cade. Nel «culto» stesso, nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata. Reciprocamente […] il «comandamento» dell’amore diventa possibile solo perché non è soltanto esigenza: l’amore può essere «comandato» perché prima è donato [13].
Per una qualità eucaristica della vita sociale
Tra Eucaristia e bene comune per la città sussiste uno stretto rapporto. Ma c’è innanzitutto reciprocità tra bene comune e città. Questa infatti non è un qualunque tipo di agglomerato, ma quell’insieme di forme sociali che istituiscono le condizioni favorevoli alla realizzazione delle persone. Proprio tali condizioni favorevoli possono essere identificate come bene comune, oggetto di uno sforzo costante che trasforma la vita sociale in città, come insegna Benedetto XVI:
Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città [14].
Questa non è mai già perfetta, ma rimane il luogo di una dedizione costante, appunto di un’opera di continua trasformazione. Nella prospettiva biblica, essa si colloca tra la prima città costruita da Caino (cf. Gn 4,17) e la città santa, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, che scende dal cielo, da Dio (cf. Ap 21,1-22,5); e perciò vive nel ‘secolo’, cioè nel periodo di tempo che va dalla risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo al suo ritorno glorioso.
Il discernimento cristiano è chiamato a cogliere i gradi di qualità raggiunti da una città rispetto ad un’altra al fine di orientare presenza e azione. Distingue, infatti, tra realtà personale e realtà sociale, cioè riconosce l’eccedenza della persona umana, la sua trascendenza rispetto ad ogni altro esistente; nella gerarchia etica la persona precede il sociale, senza per questo pretendere di poter fare a meno del sociale. Inoltre il discernimento cristiano riconosce il valore e la necessità delle relazioni tra le persone. E infine apprezza le diverse forme sociali che si dispongono in rete attorno alla persona e alle sue relazioni, dalla dimensione familiare a quella politica, economica, religiosa, scientifica e altro ancora. Questo non solo autorizza una distinzione che salvaguardi la loro relativa autonomia, ma impone anche una limitazione, per esempio nel caso della sfera politica, la quale serve il bene comune ma non dovrebbe esercitare alcuna egemonia nella vita della città; similmente si può dire per altre sfere, come quelle economica e tecnico-scientifica, per le quali l’istanza appare più evidente.
La città dell’uomo oggi si presenta plurale e complessa, e in essa anche le figure di bene comune da perseguire, sebbene la struttura urbanistica e architettonica dei nostri abitati, piccoli e grandi, con la chiesa al centro del borgo o incastonata nel tessuto urbano, continui a trasmettere plasticamente una esperienza della realtà sociale centrata attorno alla dimensione religiosa, si dovrebbe dire eucaristica, dal momento che il campanile sovrasta un edificio sacro nel cui spazio si svolge soprattutto la celebrazione liturgica. Il richiamo vale indubbiamente a dire la persistenza di un cristianesimo di popolo e, in ogni caso, il senso di una visione cristiana della vita personale e sociale che vede al suo centro l’Eucaristia posta e accolta come presenza e come fermento.
Tale configurazione rispecchia sempre meno un dato sociale uniforme. Essa dovrebbe nondimeno esercitare non solo una funzione simbolica ancora in grado di supportare un quadro culturale di riferimento collettivo, ma soprattutto richiamare costantemente i credenti alla coscienza della loro responsabilità storica. Una responsabilità rivolta allo stesso tempo verso il dono dell’Eucaristia da cui scaturisce la presenza ecclesiale e verso il bene comune della città a cui essa pure simultaneamente chiama. Proprio gli spazi urbani dei nostri territori dicono che è nella natura della fede animare dal di dentro il vissuto collettivo. Mentre si rende necessario ribadire la rivendicazione di uno spazio pubblico alla parola e alla visione della fede, noi credenti siamo tenuti a dare corpo a una presenza “eucaristica” che testimoni coerentemente la forza trasformante della fede per la vita personale e per i rapporti sociali. La qualità eucaristica dell’esistenza cristiana si mostra nella sua capacità di superare tutte le forme di spiritualismo disincarnato e di dissociazione tra privato e pubblico, tra coscienza (per noi: credente) e storia, per far crescere, invece, credenti responsabili, comunità vive, assidua formazione e cordiale collaborazione, spirito di dedizione e di sacrificio nella fraternità e nella solidarietà. Corrispondentemente, l’autentico impegno sociale nasce dalla maturazione di una comunità eucaristica, che ha assimilato il senso cristiano della vita affidato al Sacramento e da esso passato a coloro che si comunicano. Il primo apporto della comunità eucaristica alla vita sociale è l’esperienza di relazioni autentiche, modellate sull’esempio e sulla presenza del Signore.
A partire da questa dimensione strettamente ecclesiale, l’Eucaristia mostra tutta la sua efficacia sociale non solo per l’incidenza che esercita nel tessuto delle relazioni sociali, ma anche per un obiettivo rilievo pubblico che assume almeno a due livelli.
Innanzitutto al livello di quella che il Papa chiama «coerenza eucaristica» [15]. Il culto cristiano non è un mero atto privato, ma possiede un carattere pubblico che impegna le relazioni sociali, la testimonianza di fronte a tutti, a maggior ragione quando a renderla è chiamato un credente con responsabilità sociali e politiche, al quale è chiesto un impegno anche istituzionale per «la promozione del bene comune in tutte le sue forme» a cominciare dai valori non negoziabili [16].
Ma c’è una risonanza più vasta che l’Eucaristia deve conseguire a partire da quella «cultura eucaristica» [17] che genera un nuovo modo di pensare e di vivere percepibile anche al di là dei confini espressamente ecclesiali. Il Sacramento costituisce infatti un segnale oltre ogni frontiera che l’individualismo non paga più, se mai ha pagato; che c’è bisogno di una visione d’insieme, oltre il particolare e il locale, se vogliamo salvarci non solo attraverso la crisi presente, ma anche dall’assedio delle minacce all’umano come tale che lampeggiano sinistre in questo tempo. Ci accorgiamo che sguardo sul futuro e visione d’insieme, ragioni di speranza e volontà di fraternità e di amore procedono insieme, senza dimenticare che «l’amore e la speranza che orientano la visione e sostengono l’esercizio della responsabilità per il bene comune sono da noi continuamente ravvivate nell’Eucaristia, sacramento della Chiesa» [18].
[1] Concilio ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 10.
[2] Jaca Book, Milano 1978 (or. fr. Cerf, Parigi 1938).
[3] Ib., 56-73.
[4] Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, 22 febbraio 2007.
[5] Ib., n. 89.
[6] Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est (25 dicembre 2005), n. 14.
[7] G. Moioli, Il mistero dell’Eucaristia, Glossa, Milano 2002, 15.
[8] Ib., 17.
[9] Sacramentum caritatis, n. 11 (dove viene citata Deus caritas est, n. 13).
[10] Cf. anche Lc 9,24; Mc 8,35; Mt 10,39; 16,25-26.
[11] Deus caritas est, n. 13.
[12] Ib., n. 14.
[13] Ib.
[14] Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), n. 7.
[15] Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 83
[16] Ib.
[17] Ib., n. 77.
[18] Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese. Documento preparatorio per la 46° Settimana Sociale, n. 34.

