Il sacramento: "letture"
di oggi e di domani
Andrea Bozzolo
La teologia dei sacramenti ha conosciuto nel corso del Novecento un profondo processo di ripensamento, che ha consentito di illuminare in modo nuovo molti aspetti della celebrazione cristiana, con un vero beneficio per l'animazione pastorale delle comunità ecclesiali. Allo stesso tempo, l'apertura di nuove prospettive e l'introduzione di linguaggi non consueti ha prodotto talora un effetto di disorientamento, esponendo al rischio di sottolineature unilaterali e di proposte approssimative, che richiedono oggi di essere meglio precisate e approfondite.
Per presentare in modo sintetico e semplice le trasformazioni avvenute e suggerire qualche elemento di valutazione, possiamo prendere le mosse dalla definizione catechistica tradizionale del sacramento (`segno efficace della grazia'), così da registrare l'evoluzione che essa ha avuto, le integrazioni che le sono state apportate, le potenzialità che rimangono da esplorare. [1]
Dal segno...
Una prima ricca serie di considerazioni può essere fatta a proposito del segno. Questa categoria, che da sempre è centrale nella riflessione sui sacramenti, esprime con molta chiarezza la loro natura comunicativa. Dio assume delle realtà che fanno parte della nostra esperienza quotidiana per entrare in comunicazione con noi; anzi, più profondamente, per comunicare se stesso a noi. E ciò avviene in un accadimento che coinvolge tempi, luoghi, persone, che costituiscono l'orizzonte entro cui il singolo segno sacramentale risulta eloquente.
Nel corso dell'età moderna, però, si è gradualmente sviluppata la tendenza a considerare il segno in sé e per sé, quasi prescindendo dal contesto dinamico in cui è collocato (la celebrazione ecclesiale), per analizzarne le componenti costitutive (materia e forma). Operava sotto questo tipo di approccio la preoccupazione di determinare con sicurezza gli elementi del culto cristiano che rimandavano alla istituzione da parte di Gesù Cristo, e quindi potevano presentarsi effettivamente come segni sacri, ossia segni a cui Dio affida il compito di conferire efficacemente la grazia. Naturalmente il rischio che ne derivava, e che la teologia del Novecento ha cercato in vari modi di correggere, era quello di comprendere í sacramenti in una prospettiva statica e tendenzialmente reificante, come se fossero delle 'cose', sante e santificanti, offerte all'uomo come aiuto e come rimedio. In quest'ottica, infatti, il sacramento tendeva a presentarsi come una realtà in sé conclusa, quasi un apparato strumentale che risultava esterno tanto all'uomo, inteso come semplice destinatario, quanto a Dio, inteso come istitutore.
Per correggere questo pericolo, la teologia recente, a partire soprattutto dal Movimento liturgico, ha riportato in primo piano l'esigenza di intendere il valore del segno entro l'orizzonte relazionale in cui esso opera. Ciò ha permesso di mettere in risalto che il segno sacramentale, che ovviamente è costituito anche e necessariamente di realtà materiali, deve essere compreso prima di tutto come un'azione [2]. Questa correzione è di grande importanza, perché l'azione rimanda immediatamente ai soggetti che la compiono e vi sono implicati. Da un lato e in primis il Signore, che di questa azione è il protagonista assoluto, e dall'altro la chiesa, che in questa azione viene totalmente coinvolta. Il segno sacramentale, in questo modo, non appare più come una sorta di diaframma tra Dio e i credenti, ma piuttosto come il luogo in cui essi si incontrano, poiché consiste esattamente nell'azione con cui egli li coinvolge nel mistero pasquale di Gesù Cristo.
... al simbolo
Per esprimere questa prospettiva, la teologia si è servita soprattutto delle categorie di incontro e di simbolo. La prima mette in evidenza il fatto che nel sacramento si realizza l'apertura di una libertà a un'altra libertà, secondo una logica che pone la celebrazione cristiana al culmine delle diverse forme di esperienza relazionale che segnano momento per momento l'esistenza storica dell'uomo. La seconda pone bene in risalto il fatto che del sacramento non si può in alcun modo essere spettatori, perché esso non è una cosa da guardare, di cui si possa comprendere íl senso in maniera asettica e dall'esterno. Esso non ha semplicemente un significato intellettuale da cogliere, ma una dinamica esistenziale entro cui entrare con tutto se stessi: corpo, emozioni, desideri, cultura, storia.
L'orientamento fondamentale di queste acquisizioni è indubbiamente positivo, ma vi sono ancora molti aspetti che devono essere precisati con rigore, per non esporre il sacramento al rischio di essere frainteso come semplice occasione di un'esperienza religiosa appagante o come messa in scena, più o meno spettacolare, dei vissuti di una comunità.
Bisogna infatti tenere presente che il tema del, simbolo si presenta nella nostra cultura in modi molto diversi e per lo più con un significato piuttosto debole. Nel linguaggio comune, quando si parla di `simbolo' si intende normalmente un'immagine evocativa (la bilancia simbolo della giustizia, la bandiera simbolo della nazione) o un gesto rappresentativo (darsi la mano come simbolo di pace). E di fatto nella pratica pastorale capita talora di trovare all'interno di incontri di preghiera – e magari perfino nell'eucaristia – dei cosiddetti `gesti simbolici', che spesso però vogliono semplicemente rappresentare un'idea o esprimere un'intenzione. Non è evidentemente in questo senso debole che i sacramenti possono essere compresi come simboli. Rimane perciò per la teologia il compito aperto di mostrare come esista una dimensione del simbolo che riguarda il livello più radicale (ontologico) del reale. A questo livello si colloca, con tutta la sua originalità, il sacramento cristiano, consentendo al mistero vivente di Dio di plasmare le forme della nostra storia. Su questa strada si muovono oggi le indagini più interessanti della teologia sacramentaria, che sono quelle che non intendono semplicemente congedarsi dalla tradizione teologica del passato, ma ripensarla in modo attento e responsabile.
Dal mezzo alla mediazione
Occorre passare dal concetto di "amministrazione' del sacramento, che evocava l'idea dell'applicazione al soggetto del mezzo efficace, a quello della 'celebrazione', che orienta a pensare a un gesto gratuito di amore, cui il credente è chiamato ad aprirsi con stupore e responsabilità. Nel dibattito tecnico della teologia, lo spostamento è segnato dal passaggio dall'idea di 'mezzo' o di 'causa' (strumentale) a quello di 'mediazione'. Con quest'ultima espressione si intende porre in risalto il fatto che non è mai possibile attingere l'incontro di Dio scavalcando lo spessore dell'esperienza mondana. Il linguaggio, il corpo, la comunità, ecc. non sono realtà da rimuovere, per trovare Dio dietro di esse, ma sono invece i luoghi entro cui l'esperienza di Dio deve necessariamente realizzarsi.
Il mistero pasquale di Gesù che riempie di contenuto i sacramenti, infatti, non ha il significato di svuotare di consistenza la nostra esperienza storica, ma piuttosto quello di renderla pienamente possibile come luogo di salvezza e di benedizione. Il sacramento esiste per farci sperimentare che solo riconoscendo Cristo come il Signore della nostra vita, nelle sue articolazioni fondamentali, possiamo divenire autenticamente noi stessi: figli rinati alla fede, riconciliati dalla colpa, capaci di autentico amore nuziale, ecc.
Naturalmente anche questa prospettiva innovativa di ripensamento dell'efficacia deve giustificare con accuratezza e motivare con rigore le proprie proposte, per evitare che la correzione di una concezione un po' semplicistica della causalità sacramentale si trasformi nel difetto opposto, ossia in una comprensione aleatoria e soggettivistica di ciò che nel sacramento accade, così da non ritenerlo più momento necessario alla fede. Purtroppo non è solo un rischio teorico, vista l'inclinazione diffusa tra i credenti a considerare in modo assai debole il peso che l'accadimento liturgico ha nella propria esperienza di Dio.
Conclusione
Come si vede, le piste di lavoro per la sacramentaria di oggi e di domani sono molteplici e impegnative. Su queste piste si muovono diverse correnti teologiche (personalista, trascendentale, comunicativa, fenomenologica...), con approcci originali e complementari. Prima che le acquisizioni teologiche diventino però punto di riferimento della pastorale occorre la prudente decantazione del discernimento ecclesiale. La teologia ha tempi lunghi: ciò su cui lavora è troppo delicato per essere immediatamente disponibile per ricavarne indicazioni pastorali. Il domani della teologia sacramentaria può maturare soltanto attraverso una ricerca rigorosa e paziente, per accostarsi al mistero che nei sacramenti continuamente si dona.
NOTE
1 Per un primo approfondimento del tema cfr. I sacramenti come dirli oggi?, in Rivista Liturgica 94 (3/2007). Un bollettino bibliografico circa la recente letteratura italiana sul tema è offerto da A. Bozzolo, Teologia dei sacramenti, in Orientamenti bibliografici 30 (2007) 8-13.
2 Sul tema cfr. ASSOCIAZIONE TEOLOGICA ITALIANA, Sacramento e azione. Teologia dei sacramenti e liturgia, Glossa, Milano 2006.

