Le grandi domande
sui temi della fede
Carlo Molari
D. Mentre lei parlava mi è venuto in mente il passo del vangelo dove Gesù dice che lui raccoglie dove non ha seminato (Ma 25,26) Mi sembra di vedere un Gesù esigente, diverso quello che lei ci ha illustrato (Massimo).
R. La formula che hai citato: “raccolgo dove non ho seminato” è una formula di tipo semita, molto chiara. Gesù lo dice a proposito del talento consegnato al servo pigro che l’aveva nascosto. Gesù voleva dire: quello che la vita offre deve essere moltiplicato, deve essere sviluppato, non può essere nascosto. Il padrone raccoglie anche dove non semina perché nella vita c’è lo sviluppo. La ragione è molto semplice: non siamo noi a fare il bene. È il Bene, più grande di noi, a esprimersi in noi. Questo è un dato molto importante per chi ha fede in Dio. Avere fede in Dio, infatti, vuol dire ritenere che esiste un Bene immenso, totale, compiuto, una Verità senza errori, che in noi può esprimersi solo in piccoli frammenti, un Vita piena che fa fiorire in noi l’esistenza. Per cui non siamo noi ad amare, è il Bene che è in noi diventa amore. Ciò che fiorisce è più grande di ciò che noi seminiamo, perché non siamo noi la fonte della vita. Questo è un punto importante. Gesù era consapevole che la forza di vita da Lui espressa era più grande della sua realtà di creatura. Per questo Gesù rimprovera chi lo chiamava “buono” (Lc 18,18). Quando il giovane gli dice: Maestro buono, che debbo fare per avere la vita eterna? Gesù, prima di indicargli cosa doveva fare, osserva: perché mi dici “buono”? nessuno è buono se non Dio solo. Io non sono buono, non mi devi chiamare buono. Gesù voleva dire; se tu vedi bontà in me, loda Dio che è buono, io non sono buono, è la bontà di Dio che si rivela in me. Mettetevi in questa prospettiva: ciò che fiorisce in noi è più grande di ciò che noi abbiamo. Un insegnate, quando svolge bene il suo compito, trasmette messaggi più grandi di lui. Gli alunni, quando ascoltano, riescono a capire delle cose che l’insegnante non aveva detto, o cose che l’insegnante non pensava. Perché la verità è più grande di ciò che dice e pensa l’insegnate. Altrimenti l’umanità non andrebbe mai avanti.
L’umanità può evolvere in positivo perché la forza creatrice che alimenta la vita contiene ricchezze non ancora espresse, verità non ancora conosciute. Ciò che deve essere raccolto, deve essere più grande di ciò che noi seminiamo. Dobbiamo essere consapevoli che la forza di vita, in gioco nella nostra esistenza, è più grande di noi e può fiorire in novità, che noi non siamo in grado di programmare. Questo vuol dire aver fede in Dio.
D. La profonda unità che lei ha espresso tra l’eucarestia e il fluire della vita divina non sempre viene percepito nel nostro mondo. La chiesa viene apprezzata e anche i nostri gruppi per quello che facciamo come opera sociale verso le persone che hanno più necessità. Non siamo in grado di capire quanto passi dell’altro aspetto, di ciò che ci trascende e che in fondo il mondo più radicalmente reclama, cioè il senso della vita. La malattia moderna è la depressione, sta ai vertici dei malesseri attuali dell’uomo. Questo significato profondo che ci travalica non riusciamo a farlo passare (Ombretta).
R. Quello che ha detto Ombretta è verissimo. Lei dice: non siamo riconosciuti dagli altri, anzi neppure noi percepiamo la realtà che siamo e il valore di ciò che facciamo.
Guai se noi pretendiamo che gli altri riconoscano ciò che facciamo o che noi riusciamo a capire tutto ciò che avviene.
Se uno dice: io offro amore, ma nessuno lo accetta quindi io non amo più, sbaglia. Se Gesù avesse agito in questo modo, di fronte alla croce avrebbe detto: che vado a fare sulla croce, un condannato a morte a che serve? Ogni situazione che sollecita un amore più grande, ha un valore rivelativo e salvifico. L’azione della Vita in noi si esprime diventando la nostra azione, l’amore di Dio accolto si traduce in opere umane. Non dobbiamo però avere la pretesa di gestirlo noi e di vederne i risultati; saremmo noi il centro e quando noi pretendiamo di essere il centro blocchiamo i processi della vita che non fluisce più. Spesso nelle nostre attività, anche nel volontariato, questo male si insinua in molte forme: noi vogliamo essere riconosciuti e ci poniamo al centro. Molti fanno scelte di volontariato, perché cercano gratificazioni o hanno problemi da risolvere. Non possiamo pretendere che tutto sia chiaro fin dall’inizio, però è necessario che siamo certi dei limiti di ciò che facciamo. Anche se non li conosciamo subito con il tempo li scopriremo.
D. Due domande: Vorrei una spiegazione più approfondita sulla sua affermazione che non è una necessità divina la morte di Gesù Come affrontare il dolore, la sofferenza, le situazioni tragiche, qual è la parola, il conforto che possiamo dare a queste persone? Cosa possiamo dire di fronte a persone che non sono cristiane, provenienti da altri paesi? (Rosalba)
R. Rosalba propone due riflessioni molto importanti sulla morte di Gesù e sulla attuale sofferenza nel mondo.
Spesso si presenta la morte di Gesù come una necessità assoluta: Gesù sarebbe morto per decreto divino. Ci sono state molte spiegazioni lungo i secoli: ora non le posso richiamare che in modo molto sommario. Per esempio alcuni hanno parlato di un prezzo da pagare al demonio ingannandolo sul valore effettivo di redenzione che il versamento del sangue costituiva, come egli aveva ingannato Adamo a proposito del frutto dell’albero del Paradiso, altri hanno parlato di un prezzo da pagare a Dio per riparare le offese dei peccati umani. Questa ultima è un’espressione metaforica legittima, ma solo come metafora. Se una madre che ha messo al mondo un figlio con molta sofferenza per complicazioni e dicesse un giorno al figlio: sapessi a quale prezzo ti ho messo al mondo; il figlio non avrebbe ragione di pensare che è stato comprato al mercato. Quando Pietro (1Pt 1,185) o Paolo (1Cor 6,20) dicono: “Ricordate a quale prezzo siete stati salvati”, non vogliono dire che Gesù ha pagato un prezzo a qualcuno per salvarci, vuol dire che ha sofferto molto. Non dobbiamo attribuire la morte di Gesù a una legge o ad una necessità divina. La morte di Gesù è avvenuta per decisione di uomini, che non hanno accolto la sua proposta di rinnovamento. In questo senso la morte di Gesù è contraria al volere di Dio, ed è conseguenza di un rifiuto del suo progetto salvifico.
Ancora fino a qualche decennio fa era comune una spiegazione di questo tipo, che veniva riassunta con il termine giuridico latino: satisfactio in italiano soddisfazione. Una teoria che si era sviluppata fin dal XII-XIII secolo e aveva subito deformazioni nei secoli successivi. I predicatori dicevano che Dio stava aspettando irato una soddisfazione dalla morte di Gesù, richiedeva il suo sangue per essere pacificato con gli uomini. Ci sono pagine degli oratori del ‘600 e ‘700 che a leggerle oggi suonano come vere bestemmie contro Dio. Allora forse non potevano dire la verità se non bestemmiando! Non dobbiamo pensare che tutte le formule che hanno utilizzato i cristiani lungo i secoli siano buone. Molte forme, che noi utilizziamo, fra qualche secolo saranno considerate errate. Non dobbiamo preoccuparci di questo, è importante però che riflettiamo su come formulare l’esperienza di fede, per esprimere l’azione di Dio in noi in modo armonico con i modelli della cultura del nostro tempo.
C’è tanto dolore e tanta sofferenza nel mondo. Certamente ci sono delle situazioni in cui non possiamo dire o fare nulla, però certamente possiamo nel silenzio condividere e restare vicini a chi soffre. Non dobbiamo mai dire che Dio manda la sofferenza per il bene delle persone, questa è una bestemmia. Neppure dobbiamo dire che in questo modo noi paghiamo per i peccati che abbiamo commesso o per i peccati degli altri.
Non dobbiamo usare queste formule, Dio non manda la sofferenza, Dio non punisce i peccati degli uomini. Lo ha detto molto chiaro il profeta Geremia quando descrive le caratteristiche della nuova alleanza: “dimenticherò le loro iniquità, perdonerò i loro peccati” (Ger. 31, 34). E Paolo scriveva ai Romani: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente, per sua grazia” (Rom 3,23). Gesù non ha dato nulla a Dio per la salvezza degli uomini, ma ha dato agli uomini da parte di Dio la forza dello Spirito per uscire dal male. Quindi non dobbiamo pensare che la sofferenza sia voluta da Dio o che sia necessaria per pagare i propri peccati o riparare quelli del mondo.
Esiste certamente una forma di riparazione del male, ma non è di tipo giuridico bensì vitale.
Essa a volta implica anche sofferenza. Faccio un esempio: in una famiglia o in una comunità c’è una persona violenta, oppure c’è una persona che odia. Come possono gli altri vivere la situazione in modo salvifico? Esercitando amore, accogliendo la violenza e portandola. Se invece reagiscono violentemente, assumono lo stesso meccanismo e moltiplicano il male. È molto chiaro questo principio fondamentale del vangelo. Gesù l’ha detto in tanti modi. Per questo Giovanni il Battista indica Gesù come “l’agnello di Dio che porta il peccato del mondo”. Gesù ha portato il peccato del mondo perché ha esercitato amore dove c’era odio, ha esercitato mitezza dove c’era violenza, ha esercitato gratuità dove c’era egoismo per annullare la forza distruttrice del male. Anche noi siamo chiamati a portare il male del mondo.
La riparazione del peccato non consiste nell’offrire sofferenze a Dio, bensì nell’esercitare amore quando la violenza degli uomini o le malattie fanno soffrire; l’esercizio dell’amore, annulla le dinamiche violente che creano divisioni nella società e che diffondono dinamiche di morte. Quando, per esempio, alla televisione ascoltate notizie di un delitto che tipo di reazione avete? una reazione salvifica o una reazione amplificatrice del male? Se reagite dicendo: il violento deve essere ucciso, deve essere punito per il suo egoismo, deve essere maledetto, moltiplicate il male, aggiungete al male commesso la vostra avversione, il vostro odio. Quale deve essere la reazione salvifica? Ci metteremo insieme, eserciteremo gratuità fra di noi, condivideremo i nostri beni per annullare la forza distruttrice del suo egoismo.
Noi eviteremo ogni forma di aggressività, anche fra di noi quando qualcuno ci offende, ci umilia, esprimeremo mitezza, per annullare la forza negativa immessa dalle scelte egoiste.
Riparare il peccato non è offrire un sacrificio a Dio per renderlo contento ma è diffondere amore, mitezza, forza di vita. Questa è la dinamica salvifica che Gesù ci ha insegnato e ha vissuto. Di fronte a una persona che soffre, dovete dire: Dio è dalla tua parte per farti uscire da questa condizione, per crescere nella dinamica interiore, per diventare vivo attraverso questa esperienza, in modo da crescere come figlio suo. Questo è il dato fondamentale: nessuno ci può separare dal suo amore: non la malattia, non la violenza, non l’odio degli uomini; nessuno ci può separare dall’amore di Dio in Cristo Gesù (cfr. Rom 8,35). Noi cioè possiamo vivere tutte le situazioni come figli di Dio, sviluppando la sua dinamica di vita, diffondendo intorno a noi la salvezza. Questo vuol dire portare il male del mondo, questo vuol dire essere accanto a chi soffre. Esprimere la potenza della vita per camminare insieme e crescere come figli di Dio. Il traguardo che Gesù ci ha indicato è il nome scritto nei cieli Lc. 10,20).
D. Non è una critica, né una polemica, ma ha tralasciato di parlare dello Spirito Santo. In realtà lo Spirito santo è il motore, è tutto per noi, la spinta reale nasce da lì. Lo Spirito ci fa conoscere Gesù risorto, ci guida alla verità e ci mette nell’atteggiamento di abbandonarci al Signore e di andare verso il prossimo (Ignazio).
R. Lo Spirito Santo. Io ho parlato sempre in modo generale dell’azione di Dio, proprio perché non volevo scendere nei dettagli, però hai fatto bene a richiamare la terminologia trinitaria, perché di fatto la nostra fede in Dio è espressa secondo modulazione trinitaria. Noi non conosciamo Dio, non sappiamo chi è Dio e quali sono le dinamiche che lo costituiscono, però sappiamo che nella storia della salvezza l’azione di Dio assume modalità realmente diverse secondo le tre dimensioni del tempo e che esse corrispondono alla Realtà divina.
Però che cosa siano in Dio non lo sappiamo.
Cosa diciamo con il termine Spirito Santo? È una formula umana, con la quale non pretendiamo dire che cosa sia Dio in sé. Vogliamo indicare l’azione divina che irrompe come novità dal futuro e quindi suscita la speranza. Di fatti nel Nuovo Testamento Spirito Santo è sempre collegato con la speranza, proprio perché introduce novità nel credente. Mentre il termine Logos, (Dabar, Verbum, Parola) indica l’azione di Dio che è diventata evento e che ci è stata trasmessa attraverso il racconto, le tradizioni dei testimoni del passato esige e suscita la fede. La fede è appunto l’atteggiamento con cui noi accogliamo la parola e l’azione di Dio che, diventata evento del passato, ci viene trasmessa dai testimoni. Per questo la terminologia trinitaria è legata alle dimensioni del tempo: Dabar, Parola, Logos, Verbum (in rapporto al passato); Spirito Santo, Dono, Paraclito (in ordine al futuro), Fonte, Principio, Eterno, Padre, Madre (in ordine al presente, al qui ed ora dell’azione di Dio che in noi fiorisce e diventa dono per i fratelli). Si capisce perché la spiritualità cristiana, fin dall’inizio, nei primi documenti che abbiamo, già presenta questa triade: fede, speranza, agape, che esprime il rapporto con Dio vissuto nel tempo. I cristiani hanno questa caratteristica: vivono il rapporto con Dio immersi nel tempo. Ci sono altre spiritualità che cercano di liberare l’uomo dal tempo, di condurlo al di fuori delle dinamiche dell’apparenza e dell’esteriorità. Il cristiano invece è condotto da Gesù a immergersi nella storia, a vivere l’incontro con Dio nel tempo. Per questo le dinamiche di spiritualità cristiana sono concentrate nella fede, speranza, agape; la fede è l’abbandono fiducioso in Dio, per cui accogliamo la sua parola che ci viene dal passato, testimoniata dalle generazioni precedenti; con la speranza attendiamo l’azione dello Spirito, che irrompe come novità per il futuro. Tutto questo però nell’istante, in quel piccolo spazio del presente qui, ora nel quale l’Azione, la Fonte, il Principio, l’Eterno si affaccia al nostro presente e diventa per noi dono da consegnare ai fratelli. Questa è la carità, l’amore, l’amore teologale, quello che i cristiani greci chiamavano “agape”. Ora capite perché la modulazione trinitaria della spiritualità cristiana è essenziale. Io prima non ho affrontato questo aspetto, perché ci portava fuori del tema, però Ignazio ha fatto bene a richiamare il tema dello Spirito. Ogni attività cristiana, come tale, è necessariamente trinitaria, cioè fa riferimento ad una parola documentata attraverso i testimoni per attendere un dono di Dio che fluisce dal futuro e tutto questo nel piccolo istante del nostro presente, nel quale l’Eterno si affaccia e rende possibile un’offerta divina ai fratelli. Questa è la spiritualità cristiana. In questo senso il cristianesimo è realmente una spiritualità immersa nel tempo, e per questo oggi siamo in grado di introdurre novità anche nella spiritualità umana, perché questo aspetto è diventato fondamentale. Solo nella storia ci è dato incontrare Dio, accogliere il suo dono e diffonderlo intorno a noi.
D. Torniamo al tema della sofferenza. Ho esperienza di persone che sono credenti e quindi nella sofferenza offrono al Signore il loro dolore. Allora non serve a niente? (Giuseppe)
R. I credenti, che offrono la propria sofferenza al Signore, dice Giuseppe: non serve nulla? Certo che serve. Ma cosa vuol dire offrire le proprie sofferenze al Signore? Non significa che Dio si compiace della nostra sofferenza; o che in questo modo noi ripariamo i peccati degli altri. Offrire a Dio il proprio corpo come diceva Paolo (Rom 12,1) vuol dire offrire a Dio i corpi come luogo dove la sua azione diventa dono per i fratelli. Questa è l’offerta del proprio corpo. Allora offrire le proprie sofferenze vuol dire: ora mi trovo in una situazione in cui mi è difficile non chiudermi in me stesso, non ripiegarmi sulla mia sofferenza, amare, ma io so che aprendomi all’azione di Dio, dando fiducia a lui io posso offrire il mio corpo, perché diventi ostensorio, ambito della rivelazione del suo amore, della sua misericordia. E so che un amore esercitato nella sofferenza è esplosivo, ha una carica tale da stravolgere gli egoismi degli uomini. Gesù lo ha rivelato sulla croce. Dio si compiace della nostra sofferenza, che non serve a nulla se non è attraversata dall’amore. Paolo lo diceva con chiarezza: “Vi esorto fratelli, offrite i vostri i vostri corpi come sacrificio vivente, cioè ambito della rivelazione di Dio. Questo è il culto spirituale, così date valore alla vostra vita, anche se c’è la sofferenza.
Chi non incontra la sofferenza? Chi è di noi che non si verrà a trovare di fronte alla morte? Tutti ci troviamo nella sofferenza. In questo senso il Papa ha dato una testimonianza del saper vivere e avvicinarsi alla morte in un modo aperto, non ripiegato su se stesso. Alcuni hanno lamentato questa ostensione, ma non era la volontà di dimostrare la propria sofferenza, era la volontà di tradurre la forza della vita anche in questa situazione di sofferenza.
Serve offrire la propria sofferenza, per diventare strumento della misericordia di Dio nei confronti dei fratelli. Voi, qui nelle Marche, avete l’esempio di Rocchi Luigi è un esempio chiarissimo di come si può diventare strumenti di salvezza pur in una situazione di sofferenza estrema e continua.
D. In realtà questo modo di vedere le cose non è ancora molto diffuso. Nella chiesa predomina la spiritualità del sacrificio, che lei ha presentato capovolta, perché nel sacrificio è Dio che offre a noi qualche cosa, non siamo noi ad offrire a Lui la sofferenza. Diciamo che almeno c’è un po’ di confusione! Ancora domanda: Il male nostro come facciamo a portarlo? Sia la violenza che abbiamo dentro di noi, sia le nostre sofferenze fisiche. Ci vorrebbe una comunità, ma dove la trovi? (Fabio)
R. 1. La spiritualità della sofferenza l’abbiamo chiarita.
2. Il male nostro dobbiamo farlo portare agli altri? Noi non possiamo uscire dal male della nostra vita. Solo gli altri possono farci uscire. È un’illusione quella di pretendere che noi possiamo guarirci da soli. È l’amore degli altri, che avvolgendoci ci può guarire. Ma qual è la condizione? Che ci lasciamo investire dall’amore altrui, che siamo consapevoli che abbiamo bisogno degli altri. Invece pretendiamo di essere autosufficienti, di essere in grado di liberarci dal nostra male.
Riconoscere di aver bisogno degli altri è fondamentale. Lasciarci amare dagli altri non è una cosa semplice. Non mi riferisco tanto ai mali fisici, ma ai difetti. Se noi non riconosciamo i nostri difetti, li nascondiamo, pretendiamo di offrirci agli altri senza difetti, noi inganniamo noi e gli altri e non ne usciamo fuori. Se invece riconosciamo i nostri difetti e diciamo: sono così, aiutami tu, vivendo accanto a me. Questo vale nella coppia, vale tra gli amici, vale tra genitori e figli. Quando due genitori fanno crescere i figli non portano i loro difetti, le loro incapacità? Fino a condurli poi a essere in grado di diventare autonomi? In fondo perché viene la crisi dell’adolescenza? Perché a un certo momento il ragazzo sentendo il bisogno di allargare gli orizzonti dell’amore, pretende spesso di essere ormai autosufficiente e quindi non si lascia consigliare. È molto importante che ci sia la consapevolezza della necessità degli altri. Portando il male degli altri riconosciamo nello stesso tempo di aver bisogno di loro. Non siamo superiori agli altri, siamo reciprocamente utili gli uni agli altri, portando il male che attraversa la nostra vita.
D. Più che fare una domanda vorrei un consiglio. Sono ministro dell’eucarestia e mi sento incapace.
Mi trovo di fronte a certi casi di malattia orribili. C’è una famiglia in cui da 4, 5 anni soffrono sia la moglie che il marito. Il marito è ribelle e va contro la moglie e la moglie poveretta soffre più di lui e mi dice: Gesù l’ha portata per poco tempo la croce, ma io sono cinque anni che la porto! Non ho parole per rispondere. Che dire in questi casi? (Maria)
R. Maria giustamente dice Gesù ha portato per poco tempo la croce. In ogni modo Gesù ci ha indicato come portare il male. Gesù ha detto: farete cose più grandi di quelle che ho fatto io.
Ci sono delle sofferenze che per la lunga durata, possono essere molto più lunghe di quelle vissute da Gesù, che ha concentrato in poco tempo la sua vita pubblica e la sua passione.
Noi viviamo di più, lui ha vissuto 36-37 anni circa. Noi arriviamo più del doppio.
Certamente il nostro dolore può essere più lungo, ma Gesù ci ha insegnato come viverlo e redimerlo. Questo è un segreto importante. Se riusciamo a vivere i suoi atteggiamenti, scopriamo che il male diventa fecondo, salvifico, non perché è male, ma perché è alimentato da un amore e attraversato da una forza divina: noi possiamo diventarne strumento. Questo è il segreto che però pochi hanno scoperto. Se io domani mi ammalo, chissà se sono in grado di portare la malattia, non lo so proprio. Dobbiamo chiederlo con la preghiera.
D. Abbiamo detto Gesù è vero Dio, vero uomo. Lei mi pare che abbia detto che Gesù in questa sua avventura umana sia andato un po’ a tentoni non sapendo quello che gli sarebbe successo il giorno dopo. Questo mi sembra veramente strano: Gesù è vero Dio prima di tutto e che non capisse cosa gli sarebbe successo su questa terra non è possibile. Come Dio poteva benissimo dire: io come Dio mi voglio estraniare, voglio soffrire le sofferenze, i patimenti dell’uomo sulla terra. Questo sì che lo capisco. Arrivando all’estrema conseguenza lui ha sofferto come un uomo ed è morto, ma essendo in ogni momento vero Dio è risorto al terzo giorno. Gesù, che viene sulla terra e non sapesse cosa fare, lui Dio, non lo ritengo una cosa possibile.
Vorrei dire anche una parola sul male e sul bene. Hanno chiesto a Gesù che cosa fosse il male e lui non ha mai risposto, perché una risposta sul male non c’è. Se ci fosse una risposta ci sarebbe anche un rimedio. Secondo me il male esiste, perché esiste il bene, è una cosa contro, una cosa che va contro il bene e si combatte in una sola maniera, con l’amore (Antonio).
R. Sono due domanda importanti e ci vorrà un po’ di tempo a chiarire.
1. La formula “Gesù vero Dio e vero uomo” è una formula concentrata che contiene ambiguità, detta così. Vero Dio è il Verbo incarnato, non Gesù. Gesù è il nome della creatura, Gesù è il nome dato ad un bambino nato in un tempo e luogo determinato. Allora Gesù è vero uomo per identità, vero Dio per relazione. La copula “è” ha due significati distinti in tutte le lingue che utilizzano il verbo essere come copula. Indica identità oppure semplice relazione. (Giusto per avere un riferimento, Rahner, Corso fondamentale della fede ha un capitolo sull’uso del verbo “è” nelle forme cristologiche). Quando diciamo Gesù è uomo affermiamo l’identità, quando diciamo Gesù è Dio affermiamo la relazione non l’identità.
Quando invece diciamo il Verbo è Dio affermiamo l’identità. Quando diciamo il Verbo è uomo affermiamo la relazione, non l’identità. Questo avviene per esempio nell’uso delle metafore: quando io dico Pietro è uomo affermo l’identità, quando dico Pietro è un leone affermo la relazione, non l’identità, perché quando dico Pietro è un leone voglio dire che c’è un rapporto con il leone in quanto la sua forza, la sua fierezza mi richiama il leone.
Nell’ultimo esempio la relazione è di tipo estrinseco, quella di Gesù con il Verbo eterno è di tipo intrinseco, però l’uso del verbo essere è chiaro. Dicendo Gesù è vero Dio e vero uomo noi concentriamo in un’unica formula due affermazioni che sono ben chiaramente distinte, e che corrispondono alle due nature, divina e umana del Verbo incarnato.
Quando diciamo Gesù indichiamo immediatamente la realtà umana, che aveva dinamiche e perfezioni umane, esclusivamente umane. Questo dobbiamo affermarlo anche in virtù del dogma, cioè delle definizioni che ci sono state trasmesse. A Calcedonia nel 451, nel quarto concilio ecumenico, fu condannato Eutiche. Questi era archimandrita di un grande monastero di Costantinopoli, il quale affermava che se Gesù è unito a Dio, tutto in Gesù è divino. È come se mettete una goccia d’acqua dolce nel mare, diventa acqua del mare. Similmente diceva Eutiche la natura umana, unita a quella divina, è diventata divina. A Calcedonia invece hanno detto: no, assolutamente, perché l’unione, il rapporto tra natura umana e natura divina è avvenuto senza mutazione e senza confusione. Aggiunsero anche le due espressioni “senza divisione, senza separazione”, contro Nestorio che era stato già condannato ad Efeso venti anni prima. Volevano dire: Dio resta Dio, il Verbo eterno resta divino, Gesù resta uomo, senza mutazione e senza confusione. Anzi dobbiamo dire: la forza creatrice del Verbo alimenta in lui una perfezione umana così compiuta da essere più umano di noi, cioè interamente umano, capace di un amore a cui noi non siamo pervenuti ancora, capace di una compassione, di una dedizione umana per cui di fronte a Gesù noi siano infraumani. Gesù quindi nella sua natura umana non è divino. Ci ha salvato proprio perché è umano, ha rivelato Dio nella carne umana. Se non fosse stato nella carne umana, come poteva rivelarci Dio? Come potremmo diventare figli di Dio, in lui, se lui lo è diventato perché era divino? Deve essere chiaro che l’incarnazione avviene senza mutazione e senza confusione. Gesù nella carne umana era umano, sentiva come noi, viveva la fede, attendeva Dio, esercitava la speranza, si abbandonava con fiducia in Dio, ha gridato l’abbandono sulla croce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma ha amato al punto che è esplosa la vita nella risurrezione, lì è apparsa la promessa di Dio e la forza del suo amore.
La lettera agli Ebrei descrive il cammino di Gesù in questo modo “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb. 5, 7-9).
2. La domanda sul male. Non è vero che non c’è risposta. La domanda fondamentale sul male, che nel passato si poneva (già gli gnostici la formulavano nel secolo secondo secolo) era: da dove viene il male? Se Dio ha fatto tutte le cose bene, da dove viene fuori il male? Nell’orizzonte culturale del passato non trovavano la risposta, dicevano: è un mistero, oppure: c’è un Dio cattivo; altri dicevano: è stato il peccato dell’uomo, altri ancora: gli angeli malvagi. Oggi questa domanda si è dissolta, per il grande cambiamento culturale avvenuto, quello che il Concilio ha tradotto nella formula della Gaudium et Spes n. 5: “l’umanità sta passando da una concezione statica dell’ordine, della realtà, ad una concezione dinamica ed evolutiva”. Questo passaggio, diceva allora il Concilio, causerà “una congerie di problemi che richiederanno nuove analisi e nuove sintesi”. Tutte le formule di fede che noi utilizziamo sono sorte nell’orizzonte statico per questo oggi devono essere riespresse in altri termini.
Da qui la necessità di una nuova evangelizzazione, su cui il Papa ha insistito tanto. Per esempio, Il catechismo degli adulti della CEI non viene utilizzato. Si ricorre al catechismo della Chiesa cattolica, che era stato fatto per i vescovi perché lo utilizzassero per formulare i loro catechismi nazionali. La CEI ha fatto il catechismo per gli adulti e nessuno lo utilizza.
Questo cambiamento cosa ha prodotto? Il problema del male si è capovolto. La domanda non è più: da dove viene il male, perché viene dalla nostra insufficienza, dalla creazione ancora incompiuta, la creazione non è ancora finita, è ancora in processo. La creatura è tempo e non può accogliere tutto il dono di Dio in un solo istante. Noi non possiamo accogliere il dono di Dio tutto insieme. Abbiamo bisogno di un lungo tempo e di molte situazioni.
Ma ciò vuol dire che il cammino è accompagnato dal male cioè dall’insufficienza, perché non siamo ancora compiuti. Non è finita ancora la creazione, è in corso. Allora il male ci accompagna come l’ombra. La domanda non è: da dove è venuto il male? bensì: come venir fuori dal male? È il problema della salvezza. Gesù è venuto non per dirci da dove viene il male, Gesù è venuto per insegnarci come venir fuori dal male. Questo è il punto. Dio è dalla nostra parte per liberarci dal male: Dio ci solleva pian piano dal vuoto, dal nulla, dall’insufficienza, dal male originario, dal male che siamo da sempre, per condurci alla pienezza di vita. Là è il traguardo. Il Papa ce l’ha indicato tante volte ed è morto guardando l’orizzonte che deve venire, il traguardo verso cui tutti andiamo.
(La serie di domande-risposte l'abbiamo estrapolata da un incontro sul tema «EUCARESTIA E SERVIZIO. Dall’Eucaristia alla vita, dalla vita all’Eucaristia» che ha avuto luogo il 3 aprile 2005 a Capodarco, nell'ambito dell'incontro diocesano per la pastorale della salute)

