Risurrezione del figlio

    della vedova di Naim

     nain

    "Come fu presso la porta della città, ecco che trasportavano un morto, unico figlio di sua madre, e questa era vedova, e molta gente era con lei. Il Signore, vedendola, ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere». E avvicinatosi, toccò la bara" (Lc 7,12-13).

    Anche questo passo è ricco di un doppio insegnamento: ci fa comprendere come la divina misericordia venga toccata dal dolore di una madre vedova, addolorata per la perdita del suo figlio unico, di una vedova cui però la folla in lutto restituisce un certo modo i benefici della maternità; d`altra parte, questa vedova, circondata da una folla di popolo, ci sembra assai piú di una donna: essa con le sue lacrime ha meritato d`ottenere la risurrezione dell`adolescente, suo figlio unico, cosí come la santa Chiesa richiama alla vita, dal corteo funebre e dalle profondità del sepolcro, il popolo piú giovane, grazie alle sue lacrime, mentre viene proibito di piangere colui cui è riservata la risurrezione.

    Orbene, questo morto era portato alla tomba, nella bara, dai quattro elementi della materia; ma esso portava la speranza della risurrezione poiché veniva trasportato nel legno. Quel legno non giovò subito, è vero: ma non appena Gesú lo toccò, esso cominciò a comunicare la vita, perché era un chiaro simbolo della salvezza che doveva diffondersi su tutti, dal patibolo della croce.

    Appena udite le parole del Signore, i quattro lugubri portatori della bara si fermarono: essi trascinavano il corpo umano nella mortale vicenda della sua natura materiale. Che altro significa ciò se non che anche noi ci troviamo distesi senza vita in una bara, strumento dell`ultima sepoltura, allorquando il fuoco smisurato della cupidigia senza freni ci consuma, oppure l`amore freddo ci gela, o un certo abituale torpore del corpo smorza il vigore dell`anima, o il nostro spirito, privo della vera luce, s`annebbia nell`intelligenza? Questi sono infatti i portatori del nostro funerale.

    Ma, sebbene i supremi sintomi della morte facciano scomparire ogni speranza di vita, sebbene i corpi dei defunti giacciano vicini al sepolcro, purtuttavia, per la Parola di Dio, i cadaveri già in disfacimento si rialzano, ritorna la voce, ed ecco il figlio viene restituito alla madre, è richiamato dalla tomba, strappato al sepolcro.

    Che cosa rappresenta questa tomba se non i cattivi costumi? La tua tomba è la mancanza di fede, il tuo sepolcro è la gola -infatti "la loro gola è un sepolcro spalancato" (Sal 5,11) - che pronunzia parole di morte. Da questo sepolcro ti libera Cristo, e tu da questo sepolcro risorgerai se ascolterai la Parola di Dio.

    Anche se sei in grave peccato, un peccato che non puoi lavare con le lacrime del pentimento, ebbene, che pianga allora per te la madre Chiesa, che interviene per ciascuno dei suoi figli come interviene la madre vedova per il suo figlio unico; essa piange per una sofferenza spirituale che in lei è naturale quando vede i suoi figli spinti verso la morte dai vizi funesti. Noi siamo le viscere delle sue viscere: vi sono infatti anche viscere spirituali, quelle che Paolo mostrava di possedere quando diceva: "Sí, fratello, possa io trarre da te qualche utile per il Signore; acqueta le mie viscere in Cristo" (Fm 20). Noi siamo le viscere della Chiesa perché siamo membra del suo corpo, siamo fatti della sua carne e delle sue ossa.

    Che pianga dunque la tenera madre, e un popolo, un popolo numerosissimo partecipi al dolore della buona madre. Allora tu ti risolleverai dalla morte, allora sarai liberato dal sepolcro; i portatori della tua bara si arresteranno, e tu comincerai a dire parole di vita; tutti avranno timore. E per l`esempio di uno solo molti si metteranno sulla diritta via, e loderanno Dio per averci accordato tanti potenti rimedi per evitare la morte.

    (Ambrogio, In Luc., 5, 89-92)