Tempo di Avvento
Anno C
Tomáš Špidlík

I domenica di Avvento – Lc 21,25-28.34-36
Vegliate e pregate
"Cosa fa quando si annoia?", chiese una parrocchiana al suo parroco. "Non mi annoio, non ho tempo per un lusso del genere". "Non ci credo. Ogni uomo ha momenti nei quali non ha voglia di far niente, quando non lo attira niente...". Il parroco rispose: "Cercherò di ricordarmi. Ha ragione. Era durante la guerra, stavamo in mezzo ai due eserciti nemici per parecchi giorni, non si poteva uscire di casa... c'erano momenti del genere. Non si sapeva che cosa prendere in mano e neanche cosa aspettare. Erano momenti brutti...". Ciò dimostra che l'attesa di quello che deve arrivare appartiene alla vita. L'intera esistenza è nel segno di quello che, in modo liturgico, chiamiamo "avvento", tempo d'attesa di ciò che deve avvenire. Ma ci sono, evidentemente, diversi tipi di attesa.
In primo luogo, ognuno aspetta qualcosa da se stesso: quando crescerò..., quando finirò le scuole..., quando mi sposerò..., ecc. Come abbiamo detto, senza tali attese, la vita è impensabile. Scrive un autore spirituale: "Se domani il sole non dovesse più sorgere, sarebbe una notizia terribile, ma non come se non dovesse esserci nessun domani". Eppure l'attesa ci fa spesso scontenti, qualche volta anche troppo. La gente perde la pazienza, s'innervosisce, ad esempio se siede troppo a lungo in qualche sala d'attesa. San Gregorio è ironico con questi innervositi: "Ogni animaletto, quando ha mangiato, si mette a giacere tranquillamente e tu ti agiti invano!".
Nel monastero russo di Valaam, l'unico rimasto aperto dopo la grande Rivoluzione, dal momento che si trovava in territorio finlandese, viveva un famoso starets che diede ad un giovane monaco questo ammonimento: "Non sarai mai un religioso vero fino a quando non cambierai il tuo atteggiamento inquieto. Quando è inverno, desideri che venga la primavera. Sospiri nella Quaresima: che venga la Pasqua! A Pasqua pensi all'estate. Nell'estate immagini la raccolta dei frutti autunnali e poi il riposo invernale. Il presente che Dio ti dà per te non esiste, vivi solo nelle incerte fantasie del domani...". Possiamo trovare la soluzione per uno che ha problemi del genere? Non possiamo spronarlo a fare il contrario, cioè a non aspettare niente. Ma è anche evidente che non possiamo fidarci di noi stessi dicendo: "Quando sarò...". Questa "proiezione" non può darci la piena pace.
Un'altra specie di attesa è l'aspettativa delle cose esterne, degli avvenimenti: "Quando mi daranno i soldi..., quando arriverà la risposta positiva alla mia domanda per il trasferimento..., quando cambierà la situazione politica...". Ed è relativamente pacifica anche l'attesa delle cose che consideriamo scontate: quando verrà il treno secondo l'orario..., quando sarà il mio turno dal dentista... Attendere, in questi casi, è sempre una perdita di tempo, ma in una misura normale è tollerabile. Peggio è quando dobbiamo attendere cose del tutto incerte: in una grande alluvione, temiamo che l'acqua ci penetri in casa. In un tempo di crisi economica, si teme di perdere il posto di lavoro. Contro tali eventualità, si cercano assicurazioni e leggi sociali nella società. Va da sé che non ci possiamo assicurare per tutto. E, d'altra parte, sentiamo che la vita di colui che è assicurato diventa completamente monotona, noiosa. I giovani sono romantici e spesso incredibilmente ottimisti. Credono che la loro escursione all'estero riuscirà anche con pochissimi sol-di. È sempre problematico conciliare i due opposti: la speranza assicurata e un romanticismo troppo ottimistico. Ma esiste ancora un terzo modo di aspettare: l'attesa di una persona, di un nuovo incontro. Quanta tensione si sente negli uffici quando si aspetta un nuovo capo sconosciuto, un nuovo governo, un nuovo papa... Il futuro sembra incalcolabile. In tali situazioni, la gente cerca di avere un contratto scritto che il nuovo capo non potrà cambiare e che dovrà accettare. Allora, come si può vedere, tutte le attese hanno il loro lato debole. Se quindi diciamo che tutta la vita cristiana ha l'aspetto dell'avvento, chiediamoci come superare le incertezze che questo comporta.
Tutto l'Antico Testamento è nel segno dell'attesa del Messia promesso. È quindi attesa di una persona, e di una persona tale che certamente non deluderà. Inoltre è attesa assicurata con la promessa di Dio, che sempre mantiene la sua parola. Abbiamo visto inoltre che le sue promesse si sono già avverate, anche se solo parzialmente. Noi aspettiamo ancora la venuta di Cristo, la seconda, nella gloria.
Quando diciamo a qualcuno che stiamo aspettando il giudizio finale, l'uomo comune si spaventa. Dal medioevo fino ad oggi, gli ultimi giorni della storia umana vengono quasi esclusivamente presentati come giorni di catastrofe universale. I predicatori utilizzano questo motivo per suscitare un salutare timore come mezzo per convertirsi dal peccato. Ma è una presentazione parziale. I primi cristiani pensavano più all'aspetto complementare: quello della gioia dell'incontro con il Salvatore. Perciò pregavano così come leggiamo nelle ultime pagine della Bibbia, nell'Apocalisse: "Maranà tha, vieni, Signore Gesù". E colui al quale è rivolta questa invocazione dice: "Sì, verrò presto!" (Ap 22,20). Come riuscirono le profezie di calamità, annunciate nello stesso vangelo , a trasformarsi in un'attesa gioiosa? Si tratta, in primo luogo, dell'attesa della persona di Gesù Cristo. È un'attesa condizionata dalla fiducia che abbiamo in lui. Le cose, gli avvenimenti futuri possono essere pieni di terrore, ma tutti sono in potere di colui che è il loro Signore. San Claudio de la Colombière, primo propagatore del culto del Sacro Cuore, compose per se stesso una bella preghiera nella quale confessa che ha paura di tutto, soprattutto della sua debolezza e possibilità di commettere gravi peccati. Ma su una cosa non vuol avere alcun dubbio: sull'immensa bontà di Cristo. Questa fiducia lo salverà anche se crollasse tutto il resto. È l'aspetto che dobbiamo accentuare sempre più . L'avvento cristiano è l'attesa della Persona che introdurrà grandi cambiamenti. Con Cristo verrà il regno dei cieli, il cambiamento radicale che supererà tutte le rivoluzioni nate dalla storia del mondo. Ma un cambiamento nel bene assoluto. Va da sé che tutti si chiedono quando questo si deve realizzare. Anche gli apostoli posero tale domanda a Gesù. Ma lui rispose in un modo enigmatico. Di tempo in tempo appaiono profeti autoproclamatisi tali che fissano una data stabilita per la fine del mondo. In Alto Adige viveva un sacerdote assai originale che raccoglieva tutte le profezie possibili e impossibili sulla fine del mondo e una domenica, in una sua predica, dichiarò che questo giorno tanto atteso sarebbe arrivato il giovedì successivo. Tuttavia non dimenticò, con la solita precisione di sempre, di dare gli annunci per la domenica dopo. È chiaro che i buoni montanari non riuscirono a mettere insieme le due cose.
Gli autori spirituali greci vedevano il problema da un'altra prospettiva. Nel Credo recitiamo: "che verrà a giudicare i vivi e i morti". Ma nella lingua originale greca si dice piùttosto: "che sta venendo a giudicare i vivi e i morti", cioè che sta progressivamente arrivando e che noi progressivamente accettiamo fino a quando questo incontro sarà definitivo, fino a quando insieme a lui diremo a Dio: "Padre nostro". Ma non lo diciamo forse già oggi? La nostra attesa dei giorni ultimi non somiglia a quella di una sala d'aspetto in una stazione ferroviaria, piùttosto a quella in un treno in corsa sul quale chiediamo: "Saremo presto là dove tutti ci aspettano?". A chi vede questo ultimo evento in una luce cristiana non è difficile ripetere la preghiera della Bibbia e dei primi cristiani "Vieni Signore Gesù, Maranà tha!".
II domenica di Avvento – Lc 3,1-6
Voce che grida nel deserto
Perché san Giovanni Battista è andato nel deserto? Per questo motivo, la tradizione orientale lo considera il patrono dei monaci. Aveva quindi molti che lo imitavano. Ma perché si recavano proprio nel deserto? Per digiunare, per non vedere niente e cosí poter pregare indisturbati. Gli scettici dubitano dell'utilità di questa scelta. È umano? Una volta chiesero ad un cristiano comune: "Non si allontana anche lei dal rumore del mondo?". Sorridendo, questi rispose: "Amo andare fra gli uomini e mangiare ciò che mi danno". Non è l'unico a pensarla cosí. Sembra quindi che la gente di oggi abbia perso il senso del digiunare. Si giustifica anche con l'argomento che i digiuni, come una volta li prescriveva la Chiesa, non corrispondono più alla vita sociale di oggi.
Non vogliamo discutere di queste particolarità. Ma, da uomini prudenti, tutti devono essere d'accordo sul principio che il mangiare deve essere proporzionato a ciò a cui serve e che il digiuno è un medicamento contro l'abuso. Il modo concreto si adatta alle circostanze concrete. Per questo motivo i documenti ecclesiali recenti, quando parlano di digiuno, notano che l'astinenza non si riferisce al solo mangiare, ma al dominarsi in tante altre cose, ad esempio nel fumare, nell'uso degli alcolici, ecc.
Ma soffermiamoci oggi su un tipo di astinenza alla quale non si pensa troppo spesso. Ai pittori delle icone si raccomandava caldamente il "digiuno degli occhi". Sembra strano, perché proprio il pittore è colui che deve essere capace di osservare bene la realtà del mondo e dipingerla fedelmente sul quadro. Ma il pittore è come un creatore. Deve dire ciò che è necessario e niente di più, evitando le parole inutili. L'iconografo deve, ad esempio, dipingere la nascita di Gesù a Betlemme. C'erano i pastori che custodivano il gregge. Quanti pastori deve raffigurare sul quadro? Bastano due, e anche solo due pecore. Cantavano gli angeli. Anche di loro ne bastano due soli. Si pratica quindi un digiuno nelle forme e nei colori. Devono essere raffigurati tanti motivi quanti servono ad esprimere l'idea e niente di più, perché l'abbondanza delle belle forme distrarrebbe dall'idea centrale: fissare l'attenzione sulla Madre di Dio e sul Salvatore che è nato.
A questo principio dovrebbero essere legati tutti i pittori. Il suo valore mi fu mostrato da un critico d'arte su di un quadro che, a prima vista, mi piaceva molto. Rappresentava un eremita con un libro spirituale in mano presso la sua grotta nel bosco. Accanto a lui correva un piccolo fiume d'acqua azzurra, nello sfondo si vedeva sulla montagna una chiesetta con le finestre illuminate. Ma proprio in questa chiesa il critico vedeva il difetto principale. Mi disse: "Guardi il quadro all'improvviso. Dove le cade l'occhio? La chiesa illuminata, poi il piccolo fiume, quindi gli alberi del bosco. E l'eremita? Solo alla fine, come un motivo secondario". I teorici delle icone chiamavano questo modo di dipingere "golosità degli occhi". Lo sguardo si sazia delle cose secondarie e dimentica il tema principale. Gli impressionisti del XIX secolo amavano riprodurre il quadro di Maria Maddalena che, secondo la tradizione, fini la sua vita come eremita nel bosco per fare penitenza. Nei quadri non osserviamo niente di questo. C'è rappresentata una bella donna in un bosco incantevole. Il tema della penitenza è sparito.
Cerchiamo ora di trasferire questa esperienza dalla pittura alla vita quotidiana. Immaginiamo la scena domestica della sera. La mamma prepara la cena. Il padre sta telefonando e i bambini guardano la televisione. La madre vuole dir loro qualcosa, ma nessuno sente. Sono tutti presi dal programma televisivo. La mamma capitola. Voleva dir loro una cosa importante, ma cosí come si fa? Almeno mi lasciano in pace! Il marito lascia il telefono e grida veloce: "Devo andar via, conservami la minestra calda". È una scena familiare? Sí, ma con quante difficoltà! L'unione fra i membri è cosí difficile. Le conseguenze si scopriranno più tardi. La mamma si lamenterà: "Non posso dire niente ai miei figli, non mi ascoltano". Non c'è da meravigliarsi, non lo facevano già prima. Era stata sostituita dalla televisione. Immaginiamo ora un'altra scena. Uno studente domani deve sostenere un esame all'università. Davanti a lui, sul tavolo, c'è un libro aperto. Ma alla televisione c'è un programma interessantissimo, una partita di calcio. I suoi occhi saltano dal libro allo schermo televisivo e da là al libro. Ci meravigliamo che le sue conoscenze per l'esame siano scarse e che gli faccia male la testa? Quanta gente si lamenta che ha i nervi rovinati. Dicono che questo proviene dal troppo lavorare. Ma, in genere, non è il lavoro ad indebolirci, piùttosto le continue distrazioni.
Abbiamo detto all'inizio che lo scopo del digiuno è limitare ciò di cui facciamo abuso. Può darsi che, in un tempo di diete, non siano numerosi quelli che abusano del cibo. Ma è certo che l'uomo di oggi abusa enormemente delle distrazioni. Ammiriamo quelli dei quali si dice che hanno del talento, del genio. Non è sbagliata la definizione pronunciata da un pensatore tedesco: "Il talento non è altro che la capacità di sapersi ben concentrare". I talenti sono diversi. Chi si concentra sulla musica sarà musicista, chi sulla matematica, sarà matematico. Ma ci sono anche quelli che si concentrano sulla vita spirituale e diventano santi. Non tutti sono chiamati a divenire santi canonizzati, venerati sugli altari. Ma tutti i cristiani sono chiamati a diventare perfetti. Devono quindi imparare a sapersi concentrare sul lavoro, sulle buone relazioni in famiglia e nel loro ambiente, e anche sulla preghiera perché essa appartiene alla vita quotidiana dei figli di Dio. Tali concentrazioni esigono il "digiuno degli occhi", la fuga nel deserto in senso metafisico, cioè il continuo dominarsi nelle distrazioni, nelle curiosità, la dimenticanza di preoccupazioni e di interessi inutili. Solo cosí raggiungeremo la tranquillità, la pace con Dio e con gli uomini.
III domenica di Avvento – Lc 3,10-18
San Giovanni Battista
Nel suo libro La donna e la salvezza del mondo, Pavel Evdokimov affianca i due principali santi cristiani: la Madre di Dio, come pienezza della santità femminile, e san Giovanni Battista come ideale maschile. Nello stesso tempo si lamenta che la venerazione del Precursore del Signore ora diminuisca, che sia sostituito da san Giuseppe, mentre sulle immagini antiche vediamo accanto a Cristo questa dualità inseparabile: la Deipara e il Battista.
È certo che fra i cristiani la stima di san Giovanni si diffuse presto, dopo la testimonianza datagli da Gesù stesso: "In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista" (Mt 11,11). Da un papiro egiziano del IV secolo apprendiamo che la sua festa era fissata al 5 gennaio. Nel rito bizantino è ancora, fra altri giorni a lui dedicati, il 7 gennaio, mentre i nestoriani gli dedicano il primo venerdí dopo l'Epifania e gli armeni la prima giornata libera dopo l'ottavario dell'Epifania. La festa del 24 giugno venne stabilita probabilmente in occidente. L'occasione fu forse la lettura di Luca (1,36): "Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei". Fissarono quindi la nascita di Battista sei mesi prima della nascita di Gesù. Sant'Agostino attribuisce a questa data anche un significato simbolico. Da quel giorno la durata della luce diminuisce, e Giovanni infatti aveva detto di sé che doveva diminuire (cf Gv 3,30). Sulle icone orientali, il Battista è spesso rappresentato con le ali. Si tratta di un'illustrazione alle parole del profeta Malachia (3,1) citate nel vangelo: "Ecco io mando davanti a te il mio angelo" (Mt 11,10). simbolismo iconografico non si accontenta di questo e aggiunge la sua considerazione. La vita angelica si chiama, nella terminologia orientale, vita monastica, perché anche i monaci stanno presso il trono di Dio e contemplano il suo volto (cf Mt 18,10). A causa della sua vita ascetica nel deserto, san Giovanni fu considerato l'iniziatore dei monaci.
Esiste un'icona russa sulla quale si vede un'alta figura maschile con le ali dorate circondata dai boschi russi, con le figure dei principali fondatori dei monasteri che qui si trovavano. Quando però dovevano descrivere il tipico significato della spiritualità di Giovanni, gli autori ricorrevano fin dal tempo di Origene al testo di Isaia, ugualmente citato da Luca: "Voce di uno che grida nel deserto" (Lc 3,4). A noi oggi queste riflessioni dicono poco, perché suppongono un gioco di parole in greco e la conoscenza delle antiche teorie linguistiche. Ma, se cerchiamo di avvicinarci a questa meditazione in una forma più semplice, scopriamo che vi si rivela un bell'aspetto della vita cristiana spesso dimenticato. In greco, come del resto in altre lingue, si distinguono due termini: "voce" (phoné) e "parola" (lógos). La "parola" è l'idea che portiamo nel cuore, la "voce" è il segno esterno di come la comunichiamo. Sappiamo che cosa è un cavallo, eppure nelle diverse lingue lo esprimiamo con diverse voci: i latini dicevano equus, i francesi cheval, e altri diversamente, ma si tratta pur sempre dello stesso animale.
Ed ora, quale applicazione ne fecero gli autori spirituali? Il senso ultimo di tutto ciò che esiste è Cristo: egli è la Parola, il Logos. E di sé san Giovanni Battista disse che è soltanto la "voce", cioè tutto ciò che dice e fa deve avere un solo senso: condurre gli uomini a comprendere Cristo.
I predicatori cristiani lo vogliono imitare. Pronunciano nella chiesa molte parole. Qualche volta i loro discorsi sono belli, ammirati. Ma nel cuore devono pregare: "Signore, che non ascoltino me, ma te che parli attraverso le mie labbra. Ti offro la mia lingua, affinché tu ti riveli agli altri". Ma tali devono essere anche gli scrittori spirituali, gli educatori in scuola e i genitori a casa. Sono come una voce attraverso la quale parla il Salvatore. Il loro valore deve sempre andare a decrescere e, quando hanno detto tutto ciò che dovevano dire, muoiono. Ma il contenuto del loro insegnamento resta eterno. Uno scrittore bizantino scrive di sua madre: "Era buona, la amavo molto, ma sono stato con lei per un breve tempo. Tuttavia attraverso di lei ho imparato che ho in cielo per sempre una madre eterna, la Madre Maria". Una cosa simile la disse un religioso del suo maestro dei novizi: "Di ciò che ci diceva ricordo poco, ma fino ad oggi ho davanti ai miei occhi interni la sua persona e mi dico: Penso che cosí parlava e agiva Gesù".
E noi? Se abbiamo nel cuore l'ideale del bene e del bello, lo teniamo vivo, perché abbiamo incontrato persone che ce l'hanno comunicato con la loro vita. Il migliore dono ce l'ha dato colui che con il suo esempio ci ha mostrato come agiva Gesù e quale era il suo volto spirituale. Tali persone sono state per noi come san Giovanni Battista, "voce" che annunciava la Parola-Cristo. Il Battista è chiamato anche "ultimo profeta" dell'Antico Testamento. Il senso dell'antica Legge era di preparare l'umanità alla venuta di Gesù. In tal senso l'antica Legge è passata, ma il suo senso è rimasto. Cosí era quella madre che mori presto ma che divenne per suo figlio testimone viva della Madre celeste.
Se guardiamo tutte le persone che incontriamo nella vita in questa prospettiva, tutte passano, ma il ricordo della loro testimonianza cristiana rimane e possiede un valore eterno. Cosí deve essere infine anche la nostra stessa vita: solo una voce che grida. Ma, se il suo significato è Cristo, diminuendo cresce nell'eternità.
IV domenica di Avvento – Lc 1,39-48
Ave Maria
"Ci sono molte preghiere, ma preghiamo poco". Questo avvertimento critico fu pronunciato da un signore che osservava come le vecchiette in chiesa dicono un rosario dopo l'altro. E, per confermare il suo giudizio critico, aggiunse una metafora: "Mi sembra come se uno girasse di continuo l'interruttore senza ottenere la luce perché manca la corrente. Se la preghiera non è nel cuore, a che serve ripeterla con la bocca!". Certamente, con questo giudizio, faceva torto alle devote vecchiette, ma teoricamente il giudizio è giusto. Ma come far passare la preghiera dalle labbra al cuore? È la domanda che si pongono spesso gli autori spirituali.
Rispondono: il primo metodo è meditare, pensare seriamente a ciò che diciamo. Proviamo, quindi, a farlo con una preghiera che ripetiamo migliaia e migliaia di volte: l'Ave Maria.
Un'anima mistica medievale, santa Matilde, scrive nelle sue rivelazioni che una volta pregava in chiesa la Madre di Dio. Le venne da dire queste parole: "Regina del cielo, vorrei salutarti con qualche parola cosí bella che ancora nessun uomo ha mai pronunciato". Si dice che le sia apparsa la Vergine Maria che portava sul petto un'iscrizione d'oro: "Ave Maria". Poi la Madonna avrebbe detto a Matilde: "Vedi, ancora nessun uomo ha escogitato un saluto migliore e ancora nessuno mi ha salutato con una invocazione più bella".
Quali autori collaborarono per comporre questa preghiera? Le prime parole non provengono dall'uomo. Furono pronunciate dall'angelo al momento dell'annunciazione: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te" (Lc 1,28). Sono seguite dalle parole di sant'Elisabetta quando fu visitata da Maria in un villaggio di montagna: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!" (Lc 1,42), Gesù–aggiungiamo noi come spiegazione. E la Chiesa, attraverso i secoli aggiunge la sua domanda: "Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell'ora della nostra morte. Amen." Nel brevissimo testo di questa preghiera sono quindi raccolti i più importanti titoli della Vergine Maria. La teologia non può far altro che riflettere su di essi.
L'angelo entrò nella casetta di Nazaret salutando: "Ave, salve!". Cosí diciamo noi salutando gli altri. Nel vangelo greco e paleoslavo si legge piùttosto: "Rallegrati Maria! ", il che corrisponde bene alla situazione. L'angelo porta infatti un gioioso annuncio. Quando salutiamo un personaggio importante aggiungiamo anche il titolo, ad esempio, "Buon giorno, signor Sindaco, signor Presidente!". L'angelo dà a Maria un titolo molto più alto: "Piena di grazia, il Signore è con te!". Nei paesi arabi, fin dai tempi antichi si saluta: "Salem aleikum, la pace sia con te!". Il popolo ebraico era consapevole di aver bisogno dell'intervento divino, affinché quest'augurio si realizzi. Sapevano che Dio deve essere dalla loro parte. È ciò che esprime la parola "grazia". In Maria questo si realizza in un modo eccezionale. Essa è piena di grazia, cioè Dio è con lei in tutto ciò che fa, pensa e cerca di fare. Questa situazione esclude ogni allontanamento da Dio, ogni peccato. La tradizione ecclesiale lo esprime con l'espressione "Immacolata". È interessante tornare di nuovo al testo greco del vangelo. Qui la grazia, charis, significa originariamente bellezza. La pienezza della grazia, quindi, esprime il rinnovamento della natura umana, il ritorno al momento in cui il primo uomo usci dalle mani del Creatore. Non è casuale che gli autori bizantini chiamino Maria Paradiso, giardino immacolato nel quale Dio collocò il secondo Adamo, Gesù.
Quando Dio creò all'inizio il primo Adamo, gli diede come compagna la prima donna, Eva. Disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra" (Gen 1,28). Il Dio della Bibbia è il Dio vivo, a differenza degli idoli pagani, morti. Egli, quindi, donò agli uomini creati a sua immagine la vita eterna. Questo è esplicitato dall'espressione ebraica di benedizione. Dio benedisse Adamo ed Eva. Allora Elisabetta, ispirata dallo Spirito, applica questo termine alla nuova Eva, Maria: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo". Gesù definisce più tardi se stesso come verità e vita (cf Gv 14,6), a differenza di una verità morta, frutto di considerazioni astratte. Maria gli dà la vita terrena, cioè fa sí che la vita divina, eterna, nasca su questa terra. Essa è quindi fra tutte le donne la più benedetta.
La Chiesa aggiunge alla preghiera l'invocazione "Santa Maria". Santo può essere detto l'uomo solo quando il Dio santo è con lui. "Il Signore è con te" e "Santa Maria" sono quindi titoli che vogliono esprimere la stessa realtà. Ma c'è una sfumatura diversa. Noi siamo soliti collocare le persone sante in cielo dopo la loro morte. Crediamo che siano attive nella preghiera, e perciò chiediamo il loro aiuto: "Prega per noi!". La forza della loro preghiera dipende dal grado in cui Dio li fa partecipi della sua santità. Maria è piena di grazia, perciò la tradizione cristiana afferma di lei che è onnipotente nella sua intercessione.
Mons. Dupanloup, noto vescovo di Orléans, racconta che venne un giorno per preparare alla morte una giovane ragazza molto sofferente, che sembrava non sentisse più. Ma quando le parlò della morte, essa rise ad alta voce. Il vescovo cercò quindi di spiegarle che la situazione era critica, grave. Allora, ad un certo punto, la ragazza disse sorridendo: "Lo so bene che il mio stato è grave. Ma io, nella mia vita, ho pregato mille e mille volte: Prega per me adesso e nell'ora della mia morte. Devo ancora aver paura?".
Possiamo concludere con ciò che scrive Tommaso da Kempen: "Sto in ginocchio davanti a te, santissima Vergine, e recito l'Ave Maria. È una preghiera di poche parole, ma la sua potenza va lontano. È più preziosa dell'oro, più dolce del miele. Merita che la nostra meditazione vi si soffermi e che la meditiamo nel cuore, riprendendola continuamente con le labbra. Da quelle poche parole che la compongono escono fiumi di consolazioni. Come dobbiamo compatire quelli, non devoti e pigri, che si sono abituati a pregare con la mente distratta, che non meditano le parole e non possono quindi sentire la dolcezza che da esse proviene. Dolcissima Vergine, non permettere che io sia colpevole di una tale negligenza e pigrizia, della quale sono stato colpevole nel passato. Per il futuro, prometto di pregare l'Ave con più devozione e attenzione. Amen".
((Il vangelo delle feste, Lipa 2003, pp. 9-22)

