Una liturgia viva

    per una Chiesa viva

    Celebrare i sacramenti per vivere la fede

    Bruno Forte


    Arcivescovo di Chieti-Vasto


    L
    a riflessione che segue intende rispondere a tre domande: in che cosa consiste una liturgia viva? Come una tale liturgia ci rende partecipi della vita divina trinitaria? Come questa partecipazione, attuata attraverso gli eventi sacramentali, è fonte e culmine di una Chiesa viva nella fede? Dalle risposte date potrà delinearsi il modo in cui la celebrazione dei sacramenti si offre quale sorgente sempre nuova ed efficace di vita cristiana piena e vivificante. Articolo la riflessione in nove brevi tappe, tante quante sono le luci del candelabro di “ḥănukkāh”, la festa ebraica dell'inaugurazione del tempio, celebrazione del sempre nuovo inizio che la fede nel Dio dell’alleanza consente di vivere, festa della luce che viene a diradare le tenebre. Questo simbolismo - anche se puramente formale - vuole essere un richiamo alla radicazione della liturgia cristiana in quella del popolo eletto fra i popoli, pur nell’assoluta novità rappresentata dall’incarnazione del Verbo. Lo stesso Signore Gesù, peraltro, nei giorni della Sua carne celebrò fedelmente le festività liturgiche d’Israele e anche nell’istituzione dell’Ultima Cena volle offrire il dono dell’eucaristia, culmine e fonte della vita del Suo popolo, nel contesto della liturgia pasquale ebraica [1].

    1. Prima luce: per una liturgia viva

    L’incontro del tempo e dell’Eterno, compiutosi nella storia della salvezza, viene ad attualizzarsi in modo sempre nuovo nella liturgia della Chiesa: in essa la Trinità mette le sue tende nel tempo e il tempo si riconosce accolto nell’amore trasfigurante della Trinità. Nella liturgia il credente non sta davanti all’Eterno come uno straniero davanti all’irraggiungibile trascendenza, ma entra nelle profondità di Dio, lasciandosi avvolgere dal mistero delle relazioni divine nella comunione della Chiesa, “icona della Trinità”. Lo specifico della preghiera liturgica è di essere - nel senso più ricco e profondo dell’espressione - preghiera trinitaria: nello Spirito per il Figlio la comunità che celebra va al Padre, ed è dal Padre che per il Figlio ogni dono perfetto le viene nella grazia del Consolatore. Perciò, le orazioni liturgiche si concludono con la formula trinitaria, che muove verso Dio Padre per Cristo nello Spirito o accoglie dal Padre il dono dello Spirito per mezzo del Figlio. La celebrazione eucaristica, culmine e fonte della liturgia e dell’intera vita ecclesiale, consiste precisamente in questo movimento dalla Trinità alla Trinità, vissuto nel seno della Trinità: in essa la Chiesa benedice il “Padre veramente santo”, invocandolo perché invii il dono dello Spirito e perché questo dono renda il Cristo presente per coloro che fanno memoria della sua passione e della sua resurrezione. Invocato mediante l’azione di grazie al Padre e reso presente attraverso l’epiclesi dello Spirito e il memoriale del Figlio, il dono dall’alto fa sì che i credenti vadano al Padre per Cristo nello Spirito, partecipando al pane e al vino trasformati dal Paraclitlo nel corpo e nel sangue del Signore Gesù, affinché tutto si offra a Dio Padre per Cristo, con Lui ed in Lui, nell’unità dello Spirito Santo, a lode della Sua gloria [2].
    L’essenza della liturgia consiste dunque nel pregare Dio nello stesso mistero di Dio, in unione al Cristo, che si rende presente nella pienezza del suo mistero pasquale per l’azione dello Spirito Santo. Gesù stesso, peraltro, ha introdotto i suoi nel mistero trinitario quando ha insegnato loro a pregare: “Voi dunque pregate così: Padre nostro...” (Mt 6,9; cf. Lc 11,2). Nella preghiera liturgica il cristiano sperimenta il mistero della filiazione divina: egli non sta davanti a Dio come dinanzi a una divinità indifferente, adorabile e terribile, ma dimora in Lui nello Spirito, per il Figlio, come figlio nel mistero del Padre. “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo, che grida: Abba - Padre!” (Gal 4,6; cf. Rm 8,15). Perciò la liturgia è terreno d’avvento, luogo della venuta sempre nuova della Trinità nella storia, mistero d’alleanza fra la storia eterna di Dio e la storia dell’umanità: in essa la storia viene accolta nel grembo della Trinità e la Trinità viene ad abitare nel cuore dell’uomo e della storia. È in essa che si compie in pienezza la santificazione del tempo. Si potrebbe affermare che il mistero dell’incontro fra l’eternità e il tempo - attuato nella liturgia - consiste nell’ingresso della comunità celebrante nella Trinità Santa: pregare, per il cristiano, non è pregare un Dio, ma pregare in Dio! Nello Spirito per il Figlio la liturgia si rivolge a Dio Padre, da cui per Cristo e nello Spirito viene a noi ogni dono.

    2. Seconda luce: dall’Origine alla Patria, dal Padre al Padre

    La liturgia pone la comunità e ciascuno dei battezzati anzitutto dinanzi al Padre. Il rapporto con il Padre vive di una duplice relazione: dal Padre agli uomini e dagli uomini al Padre. Dio Padre è la sorgente di ogni dono perfetto (cf. Gc 1,17), Colui che prende l’iniziativa dell’amore ed invia il Figlio e lo Spirito Santo. Il Padre è la gratuità irradiante dell’amore, l’Amante eterno, che ama da sempre e amerà per sempre, né sarà mai stanco di amare. La liturgia è il luogo in cui il singolo e la Chiesa riconoscono questa venuta dell’amore, fedele e sempre nuova. In quanto tutto viene dal Padre, la preghiera liturgica è accoglienza, avvento del mistero di Dio nel cuore della storia: pregare è lasciarsi amare da Dio, stare davanti alla gratuità sorgiva del Padre, affinché il cuore e la vita vengano inondati dalla Sua generosità traboccante. Pregare liturgicamente è allora anzitutto ricevere, attendere il dono dall’alto nella perseveranza dell’ascolto e del silenzio pieno di meraviglia e di stupore e nell’invocazione e nella lode dell’amore. È Dio ad agire nella liturgia e l’uomo è chiamato a stare davanti al mistero santo in umiltà per lasciarsi amare dall’Eterno. In questo senso, lo spirito della liturgia è esperienza notturna di Dio, silenzio in cui ci si lascia inondare dal mistero della presenza divina: è precisamente così che si può cogliere l’importanza dei tempi di silenzio nella celebrazione e l’urgenza che ogni parola pronunciata sia il più possibile sobria ed essenziale!
    In questa luce, lo spirito liturgico appare in primo luogo nella sua natura di passività, “passio” che prepara l’“actio”, accoglienza da cui nasce il dono. Se tutto viene dal Padre, tutto ritorna a Lui: la liturgia, luogo dell’avvento, è insieme movimento di risposta, sacramento dell’esodo umano, atto del riportare tutto a Dio. La preghiera liturgica diventa così il veicolo della nostalgia di Dio che è nel cuore dell’uomo e nel cuore della storia, e in quanto tale è sacrificio di lode, azione di grazie, intercessione, in cui il mondo intero è assunto per ritrovare se stesso nella sua vera origine. In questo dinamismo della liturgia si radica la vita morale del cristiano, il suo impegno di fede e di carità, la sua azione a favore della giustizia e della pace, la sua solidarietà con i poveri. È pregando nella liturgia e a partire da essa che il cristiano impara a vedere tutte le cose nella luce di Dio e, di conseguenza, a denunciare l’ingiustizia e a proclamare la giustizia del Regno che viene. Pregando, egli orienta la sua vicenda personale, quella degli uomini e della Chiesa verso la Patria, intravista ma non ancora posseduta, del mistero eterno di Dio. In quest’ottica, la liturgia educa a farsi voce dei senza voce, perché tutto sia ricondotto al cuore del Padre, e forma in chi la vive il senso delle cose di Dio, per cui l’impegno per la liberazione dell’uomo si unisca alla fame di un’altra giustizia e di un’altra liberazione, proprie soltanto del Regno di Dio che deve venire.

    3. Terza luce: per Cristo, il Figlio venuto fra noi

    La liturgia si compie quindi per il Figlio, in unione al Cristo sommo ed eterno Sacerdote della nuova alleanza, nel farsi presente del suo mistero pasquale. Se il Padre è la sorgente pura della vita e dell’amore, il Figlio è colui che accoglie eternamente l’amore, l’eterno Amato, che si lascia inviare nel mondo e consegnare alla morte di croce, per essere colmato di Spirito Santo nel giorno della resurrezione. Pregare per il Figlio significa, allora, entrare nel mistero della sua accoglienza e, in questo accogliere grato davanti a Dio, divenire accoglienti verso la Chiesa e il mondo. Sono i due aspetti che la preghiera liturgica in relazione al Cristo fa rifulgere nell’esistenza redenta: l’imitazione di Cristo e la compagnia della fede e della vita. La liturgia - rendendo presente l’infinita carità del Figlio, fatto uomo per noi - suscita l’imitazione di Cristo (imitatio Christi) non come copia di un modello lontano, che ci si debba sforzare di riprodurre, ma come presenza in noi del divino Amato. Secondo la grande tradizione spirituale “imitazione” significa “ripresentazione”: ethos liturgico vuol dire ripresentare il Cristo in noi, per la grazia della sua ripresentazione sacramentale, fino al punto da poter dire come Paolo “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). Imitare il Cristo significa aprirsi così profondamente all’ascolto della Parola di Dio e alla venuta del Signore risorto nell’evento sacramentale, che sia lui stesso ad abitare in noi. La preghiera per il Figlio è allora il luogo in cui il Cristo viene a dimorare nei nostri cuori (cf. Ef 3,14). La liturgia è l’evento in cui il Figlio mette la sua tenda nella storia, nella carne e nella vita degli uomini. E poiché egli è in unità inscindibile il Crocefisso Risorto, l’ethos liturgico, in quanto “imitazione di Cristo”, sarà esperienza della Sua croce e della Sua resurrezione.
    Imitare il Crocefisso vorrà dire perciò anche conoscere l’aridità nell’esperienza spirituale, che non è solo frutto della resistenza umana, motivata dal peccato o dalla fatica della sensibilità a lasciarsi far prigioniera dell’invisibile, ma anche e profondamente è “notte oscura” (la noche oscura di San Giovanni della Croce), tempo che fa entrare il credente nel mistero della Croce del Signore. L’ethos liturgico conduce parimenti a imitare il Cristo glorificato: qui la liturgia si offre come sorgente di pace, partecipazione viva alla potenza di Colui che ha vinto la morte. La vita morale del cristiano non è altro che “conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10s). La gioia dei risorti è esperienza della vittoria di Pasqua, in cui tutto l’uomo e ogni uomo è accolto con Cristo in Dio. Ed è proprio attraverso questo lasciarsi accogliere nell’accoglienza del Figlio che la liturgia educa all’accoglienza degli altri in Lui. Così la liturgia genera la compagnia della fede e della vita: in essa i molti diventano l’unico Corpo del Signore, vivente nel tempo. Il senso della Chiesa si nutre perciò alle sorgenti dell’esperienza del mistero, che è la liturgia, ingresso dell’eternità nel tempo: chi vive la liturgia ama la Chiesa, e chi ama la Chiesa vive veramente la liturgia! Oltre la compagnia della fede, però, anche la compagnia della vita si radica nella realtà dell’essere accolti nel Cristo (cf. il racconto della lavanda dei piedi in Gv 13, che corrisponde nel quarto vangelo alla “liturgia” dell’ultima cena). La compagnia della vita è pane condiviso (da cum e panis), solidarietà dell’“essere con”, prima che dell’“essere per”: in questo senso dalla liturgia nasce la solidarietà; in essa s’impara a portare gli uni i pesi degli altri.

    4. Quarta luce: nella forza del Paraclito

    La liturgia si compie infine nello Spirito Santo: nel seno della Trinità la teologia occidentale pensa lo Spirito come il legame dell’amore eterno. Fra l’Amante e l’Amato, lo Spirito è l’Amore, il “vinculum caritatis aeternae” (Sant’Agostino), la comunione divina, che suscita la comunione e la pace nel cuore degli uomini. Accanto a questa tradizione, intensamente pasquale, la teologia orientale considera piuttosto lo Spirito nell’evento della Croce del Signore. Per essa il Paraclito è Colui, grazie al quale Gesù è entrato nella solidarietà dei peccatori, dei senza Dio, e perciò è l’“estasi di Dio”, il dono, grazie al quale Dio esce da se stesso e si fa presente in noi. Lo Spirito è Colui che suscita il nuovo, che apre al futuro: egli è libertà nell’amore. La liturgia insegna a pregare “in unitate Spiritus Sancti”: in quanto lo Spirito è fonte d’unità, la preghiera nello Spirito fa fare esperienza dell’unità del mistero. L’ethos che ne consegue è quello del dialogo e della comunione, che induce a riconoscere l’altro come dono, che non fa concorrenza o suscita timore.
    In quanto, poi, lo Spirito è apertura e libertà, l’ethos che nasce dalla liturgia apre alla fantasia dell’Eterno, rende docili e sensibili alla profezia, disposti al “nuovo” di Dio nell’“antico” degli uomini. Chi prega nello Spirito non potrà non essere aperto alla speranza, perché lo Spirito è sempre vivo e operante nella storia. Nella liturgia celebrata come invocazione e accoglienza del Paraclito fedeltà e novità, lungi dall’opporsi, si offrono come aspetti della medesima esperienza, in cui il futuro di Dio viene a mettere la sua tenda nel presente degli uomini. La liturgia è dunque il luogo in cui la Trinità - eterno evento dell’Amore - entra nelle umili e quotidiane storie dell’esodo umano, e queste a loro volta entrano sempre più profondamente nel mistero delle relazioni divine. Nella liturgia l’antropologia dell’identità prigioniera di sé è superata grazie all’accoglienza del dono divino, mentre l’antropologia nichilista dell’incomunicabilità è vinta nell’esperienza dell’Alterità trascendente e salvifica. L’ethos liturgico è perciò quello della vita corrispondente alla buona novella, dove l’uomo ha tempo per Dio, perché Dio ha avuto tempo per l’uomo, e il tempo entra nell’eternità, perché l’eternità è entrata nel tempo. È l’ethos di coloro che, resi nuovi dal dono che viene dall’alto, cantano con la vita il cantico nuovo dell’amore: “Novi novum canamus canticum!” [3].

    5. Quinta luce: la comunione ai santi doni

    La partecipazione alla vita del Dio tre volte Santo (“communio Sancti”) - rende la Chiesa al tempo stesso ontologicamente santa, santificata da Lui e in Lui, ed esistenzialmente pellegrina verso il pieno compimento del dono di santità in essa riposto. “Divenire ciò che è” sarà il compito della Chiesa nel tempo, in cammino verso la Patria. In modo particolare, la santificazione, che lo Spirito produce nel cuore dei fedeli e nella comunione ecclesiale, va compiendosi nella storia attraverso gli eventi, fatti di parole e di gesti, in cui Egli comunica la sua grazia secondo la promessa del Signore: queste sorgenti della santità della Chiesa, questi luoghi dell’incontro con Dio nel tempo, sono i sacramenti. Nella celebrazione sacramentale l’invocazione dello Spirito Santo sui doni da santificare (epiclesi) li trasforma, rendendoli santi e santificanti nella potenza di Colui che li pervade [4]: “L’epiclesi è una confessione liturgica, l’applicazione orante della teologia dello Spirito Santo... essa si colloca alla soglia di ogni comunione con Dio perché, secondo i Padri, non v’è accesso al Padre se non mediante il Figlio e non vi è accesso al Figlio, se non mediante lo Spirito Santo” [5]. Perciò, la “communio sanctorum” è, in senso proprio e originario, “communio sacramentorum”, comunione ai mezzi della salvezza offerta da Dio in Cristo, attualizzata in essi dallo Spirito Santo. Nei sacramenti lo Spirito raduna la Chiesa nella concretezza delle diverse situazioni storiche e fonda la vita nuova della comunità redenta: ripresentando in essi il mistero pasquale di Cristo, unica, vera sorgente di riconciliazione per gli uomini, il Paraclito suscita esistenze riconciliate e raccoglie il popolo dei credenti nell’unità e nella pace donate dal Signore.
    La santità della Chiesa trova, perciò, la sua fonte e il suo culmine nella celebrazione liturgica dei sacramenti: “La Chiesa è una e attinge la sua santità dai sacramenti” [6]. La liturgia è “la grande pedagogia in cui impariamo ad acconsentire alla presenza della mancanza di Dio che ci chiede di dargli un corpo in questo mondo, compiendo così il sacramento in ‘liturgia del prossimo’, e la memoria rituale di Gesù Cristo in memoria esistenziale” [7]. Alle sorgenti della liturgia il cristiano attinge la grazia della sequela Christi, per la quale dimora nella Trinità e ne esprime la vita di comunione, edificandosi in comunione con gli altri credenti come popolo di Dio nella storia, segno e strumento dell’unità dell’intero genere umano. Ed è ancora nell’evento liturgico che si manifesta il carattere intrinsecamente escatologico dei sacramenti, in quanto in essi la grazia si fa presente nel tempo come anticipo e caparra di eternità. In tal senso la liturgia, nella tensione fra il dono già ricevuto e sperimentato e la promessa non ancora compiuta, rivela in maniera pregnante come la santità nella Chiesa non sia altro che un anticipo della gloria nel tempo del pellegrinaggio e la gloria nient’altro che la santità nel compimento della patria: “Grace is glory in exile, and glory is grace at home” (John Henry Newman). “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11,26; cf. Lc 22,18).

    6. Sesta luce: l’“ethos” sacramentale

    Il dono dall’alto conferito attraverso i sacramenti si esprime in un ethos, in quanto la grazia è al tempo stesso “dimora” (“ethos” con “eta” iniziale; “demoratio” in latino) dell’uomo nuovo, nascosto con Cristo in Dio (cf. Col 3,3), e forza di un nuovo “costume” (“ethos” con “èpsilon” iniziale; in latino “mos, moris”), in cui il comportamento è motivato, sostenuto e caratterizzato dall’alleanza con Dio e dalla presenza del suo Spirito, effuso nei nostri cuori: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rm 8,14). Poiché però il dono di grazia è sempre storicizzato e raggiunge concretamente l’essere personale negli eventi sacramentali della Chiesa, si può dire che l’ethos cristiano - come dimora della persona nel Dio vivente e comportamento da Lui vivificato - è l’ethos della grazia sacramentale. I sacramenti - attuazione del sacramento ecclesiale, che rimanda a sua volta al sacramento originario, Cristo - sono la sorgente, la forma e la via dell’agire morale dell’esistenza redenta. L’economia sacramentale - in cui la grazia prende “volto” e si fa evento e vita del concreto soggetto storico - è al tempo stesso il fondamento, lo statuto e la legge di sviluppo del dover essere del cristiano.
    La convinzione che attraverso i sacramenti la grazia della riconciliazione operata da Cristo raggiunga nello Spirito Santo l’intera esistenza del credente e la trasformi dall’interno è espressa già nel loro numero settenario: indicativo di pienezza nella simbologia biblica, il numero sette evoca l’azione della grazia nell’intero sviluppo della vita personale. In realtà, il settenario sacramentale ha un precipuo impianto storico-dinamico, attraverso il quale la storia di Dio “prende corpo” nella concretezza e nella verità della storia degli uomini: in tal senso, esso corrisponde alla sacramentalità generale della storia della salvezza, testimoniata nella rivelazione, per la quale non si dà frammento di tempo o luogo dello spazio che non sia raggiunto dalla vicinanza salvifica del Dio dell’alleanza. “Il sacramento non è la redenzione e basta, ma l’atto di redenzione in quanto rivolto ad un particolare bisogno di redenzione, umano ed ecclesiale, differenziato secondo i sette sacramenti” [8]. L’evento sacramentale è così il segno vivo del “farsi prossimo” di Cristo nello Spirito a una persona determinata, in una situazione e in un bisogno preciso della sua esistenza, attraverso la sacramentalità della Chiesa: prospettiva, questa, che indirizza verso un ethos radicato nel sacramento, tale da investire l’interiorità della persona nella verità della sua storia ed irradiarsi nello sfolgorio dell’esteriorità.

    7. Settima luce: “communio sacramentorum”

    La celebrazione dei sacramenti tocca perciò tutti i momenti importanti della vita del cristiano, secondo una certa analogia tra le tappe dell’esistenza naturale e quelle della vita spirituale: grazie all’economia sacramentale la vita di fede nasce e cresce, riceve di volta in volta la guarigione di cui ha bisogno e si apre alla missione. Così, i sacramenti dell’iniziazione cristiana conferiscono il fondamento della vita in Cristo e nella Chiesa, e cioè la partecipazione alla comunione trinitaria, resa possibile dal battesimo, corroborata dalla confermazione e nutrita sempre di nuovo dall’eucaristia. In particolare, è nell’eucaristia che il Corpo di Cristo ci fa Corpo di Cristo: “L’eucaristia è il sacramento della Chiesa, che è il sacramento di Cristo, che è il sacramento di Dio: nell’evento eucaristico si condensa tutta l'economia della salvezza e si attua nella forma più piena la comunione umano-divina operata in Cristo” [9]. Perciò l’antichità cristiana designava con la stessa espressione “Corpus Christi” il corpo storico, il corpo eucaristico e il corpo ecclesiale di Cristo, mostrando così le profonde connessioni del mistero dell’unità salvifica in tutti i suoi aspetti. I sacramenti al servizio della comunione e della missione sono l’ordine e il matrimonio, finalizzati all’edificazione del popolo di Dio, mentre i sacramenti della guarigione sono la penitenza e l’unzione degli infermi, attraverso i quali Gesù Cristo, “medico delle nostre anime e dei nostri corpi”, continua nella Chiesa “la sua opera di guarigione e di salvezza” [10]. Da questo rapido sguardo si evince come i sacramenti nutrano e accompagnino l’intera vita cristiana: la liturgia della loro celebrazione si offre perciò come una sorgente feconda, alla quale riferirsi costantemente, per aiutare il cammino dell’esistenza redenta a realizzarsi secondo il disegno del Signore, con la forza che da Lui proviene.
    Si comprende, allora, perché la liturgia di ogni sacramento risponda in realtà alla domanda posta nel Vangelo secondo Giovanni dai discepoli del Battista: “Maestro, dove abiti?” Ad essi Gesù replica: “Venite e vedrete!”. Il racconto prosegue: “Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,38-39). Analogamente, a chi voglia aprire il proprio cuore al Dio vivente la Chiesa propone il cammino sacramentale, che porta all’incontro con Cristo per poi “fermarsi presso di Lui” e fare esperienza della vita nuova in Lui. Questo cammino ha il potere di trasformare il tempo pesante dei nostri affanni (il “chrónos” dei Greci) nel tempo lieve, indimenticabile, quale può essere soltanto quello di un incontro d’amore di cui, a distanza di anni, si ricorda perfino l’ora precisa in cui avvenne (“erano circa le quattro del pomeriggio”: il “kairós” neotestamentario). Così, attraverso il rapporto vivo e diretto fra chi trasmette la fede e celebra i sacramenti e chi si apre ad accoglierne il dono, chi desidera accogliere il Signore Gesù nel proprio cuore può farlo in maniera piena ed efficace attraverso la celebrazione dei sacramenti: essi sono il luogo dell’incontro con Cristo [11], gli eventi in cui lo Spirito del Risorto raggiunge con la Sua potenza l’esistenza umana aperta al Suo soffio e ne fa una vita nuova nella grazia e nella libertà dei figli di Dio resi tali nel Figlio venuto fra noi.

    8. Ottava luce: “communio Sancti - communio sanctorum”

    La convinzione che il popolo di Dio attinga ai sacramenti l’unione con Cristo, che lo costituisce come comunità viva, santificata nello Spirito, è stata espressa dai Padri con l’immagine della nascita della Chiesa dal costato trafitto di Cristo in Croce (cf. Gv 19,34) [12]: nel sangue e nell’acqua che ne escono sono visti i sacramenti del battesimo e dell’eucaristia, che generano e nutrono la Chiesa. Questo sgorgare ricorda, però, anche l’altro, promesso dal Cristo giovanneo, dell’acqua viva che viene da Lui nel cuore dei credenti, a loro volta resi sorgente per gli altri: quest’acqua è lo Spirito. “Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,39). Alla luce dell’interpretazione patristica di questi testi, si può dire allora che “Cristo si manifesta come datore dello Spirito, e lo Spirito è la sintesi di tutti i beni della redenzione messianica, che scaturiscono dal corpo di Cristo, ossia dalla sua ‘glorificazione’, dalla morte in croce” [13]. E poiché questa “glorificazione” è ripresentata dal Paraclito nei sacramenti, sono questi la sorgente concreta dell’acqua viva, il sangue e l’acqua in cui è possibile nascere dall’alto e di nuovo alla santità, a cui i discepoli sono chiamati. Nello stesso tempo, i sacramenti rendono i credenti sorgente di grazia e di vita per gli altri, “santi” contagiosi di “santità”: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv 7,38).
    La certezza, che attraverso la comunione ai sacramenti la Chiesa generi essa stessa figli per Dio, divenendo sorgente di vita e di santità nello Spirito, è testimoniata nella teologia dei Padri dalla bellissima immagine della “Mater Ecclesia” [14]: essa esprime l’idea di una Chiesa che si realizza continuamente nel dono di sé, nello scambio e nella comunicazione dello Spirito dall’uno all’altro dei credenti, ambiente generatore di fede e di santità. “La Chiesa-Madre nella concezione protopatristica è il concetto centrale di tutto l’anelito cristiano” [15]: e la generazione alla vita santa, che lo Spirito compie nella celebrazione ecclesiale dei sacramenti, è quella che rivela la Chiesa come “mater semper in partu”. La mediazione ecclesiale della salvezza è vista nella figura della Donna, che accoglie il seme divino e genera, nutre e alleva i suoi figli; la forma di questa mediazione è colta nel coinvolgimento di tutti i credenti, perché tutti i figli della Chiesa diventano a loro volta Chiesa Madre verso coloro che nascono alla salvezza. In particolare, nell’ambito della comunità si situa il ministero che, agendo come ripresentazione di Cristo Capo ed espressione della paternità di Dio, assume i tratti dell’“elemento paterno, che rende possibile la maternità di tutti i credenti” [16]. L’esperienza della generosità materna della comunità spiega anche l’amore, che a loro volta i credenti nutrono per chi li ha generati alla vita dello Spirito: “I grandi della storia della Chiesa vivono nell’amore per la Madre Chiesa” [17]: essi la cantano come Madre dei viventi, Chiesa del dolore e Regina eterna.

    9. Nona luce: “communio viatorum”

    La Chiesa è Madre dei viventi perché, come Eva dal primo Adamo, nasce dal costato del nuovo Adamo, morente in Croce: “Nel mistero della sua provenienza dal sangue del cuore di Dio si fonda la fecondità materna della Chiesa” [18]. Nello stesso sangue, reso presente nei sacramenti, la Chiesa è genitrice di vita nuova e piena nello Spirito. Essa è la Chiesa dei dolori, non solo a causa delle persecuzioni esterne, ma soprattutto per i tradimenti, i fallimenti, i ritardi e le contaminazioni dei suoi figli: “Essa rimane Chiesa del dolore, perché la ‘sicura libertà’ per cui essa prega non si raggiunge mai sulla terra, e perché la storia con i suoi disinganni la riconduce continuamente alla Croce, quando essa diventa troppo entusiasta della terra” [19]. Nel dolore, confortato dalla grazia dei sacramenti e dalla consolazione dello Spirito in essi diffusa, la Chiesa sostiene i suoi figli sofferenti, avanzando pellegrina verso la patria promessa in cui Dio sarà tutto in tutti. La Madre dei dolori è così anche la Regina eterna, non solo perché attende la gloria, ma perché questa è già presente incoativamente nella “porta” della vita, che è il battesimo, nel “farmaco d’immortalità”, che è l’eucaristia, nella pienezza dello Spirito, che è effusa in tutte le realtà sacramentali.
    Di qui viene anche alla Chiesa il senso cattolico della sua elezione e della sua “santità”: anche se “casta meretrix”, essa è e resta “luce che intercetta la luce del sole futuro e già ora la trasmette nella nostra oscurità” [20]. Perciò, a questa Chiesa i figli rimangono tenacemente attaccati, perché hanno bisogno di lei per essere generati ancora alla vita nei suoi sacramenti, camminare verso il Regno e realizzare così la santità, che è stata loro donata, attraverso l’impegno della loro esistenza di pellegrini nel tempo: “La Chiesa, l’amata, noi tutti la vogliamo amare. Noi rimaniamo incrollabilmente fedeli ad essa come a una madre, che è così amorevole, così premurosa e benigna. Affinché con lei e per mezzo suo possiamo meritare di essere di casa presso Dio, Padre nostro” [21]. Ed è proprio l’amore alla Chiesa, umile serva nel tempo che prepara la gloria, a spingere i suoi figli a cantarne e attenderne la nascita trasfigurante nell’eternità divina: “Intoniamo il canto di lode per la morte della Chiesa, morte che ci riconduce alla sorgente della vita santa in Cristo… La sua morte… è un andare là, dove noi conseguiremo il diritto di cittadinanza e la vita in Cristo; la sua morte è la svolta per una trasformazione in ciò che vi è di meglio in tutto il creato” [22].
    Conclusione: di luce in luce. Accese simbolicamente nove luci, tante quante quelle della festa di “ḥănukkāh”, concludo queste riflessioni sulla liturgia, generatrice di vita nuova in Cristo, in forma di preghiera, per invocare per tutti i battezzati il dono di riconoscere nei sacramenti la presenza salvifica del Signore Gesù, vera luce del mondo, celebrandoli come porte della vita, che ci introducono di luce in luce nel mistero della Trinità divina, facendocene pregustare la bellezza e la forza vittoriosa sul male e sulla morte: Padre, Tu che per amore ci hai creato e per amore hai inviato Tuo Figlio, Tu che ci visiti ancora sui sentieri della vita e della storia con i segni sacramentali della Tua presenza, fa’ che in questi eventi, che la Tua Chiesa celebra in obbedienza al mandato ricevuto dal Tuo Figlio, sappiamo riconoscere il luogo dell’incontro con Te, dove lo Spirito ci fa partecipi delle profondità del Tuo Amore nella fragilità delle opere e dei giorni della nostra vita e il Signore Gesù ci dà di seguirLo sulla via del servizio, incamminati verso l’eterna liturgia del cielo. Questi segni, saturi d’Eterno, siano celebrazione sempre rinnovata della nostra alleanza con Te, grazie alla quale Tu salvi e conforti il Tuo popolo pellegrino nel tempo. Donaci di lasciarci raggiungere e trasformanre dalla Tua Grazia nei sacramenti della Chiesa, per camminare con Cristo, Tuo Figlio, nella forza dello Spirito, verso l’ora finale, quando il pegno dei segni sacramentali, tanto necessari nel pellegrinaggio del tempo, cederà il posto allo splendore gioioso del Regno che non avrà fine. Amen!

    NOTE

    1 Cf. la bella riflessione di Rina Geftman, ebrea russa divenuta cattolica in Francia, che da Parigi e da discepola del Cristo volle fare la “aliah” e vivere il resto dei Suoi giorni a Gerusalemme: L’offrande du soir, Cerf, Paris 1994 (traduzione italiana: L’offerta della sera. Meditazioni di un’ebrea cristiana, Piemme, Genova 1994).
    2 Cf. su questa struttura trinitaria della liturgia l’opera che ha preparato immediatamente, nei suoi fondamenti biblici, patristici e teologici, la riforma liturgica del Vaticano II: C. Vagaggini, Il senso teologico della liturgia, Edizioni Paoline, Roma 19654 (nuova edizione: San Paolo, Cinisello Balsamo 1999).
    3 Inno delle Ferie di Quaresima, ultima strofa: “Te rerum univérsitas, / clemens, adóret, Trínitas, / Et nos novi per gratiam / Novum canamus canticum”. Cf. Te decet hymnus. L’Innario della Liturgia Horarum, a cura di A. Lentini, Typis Polyglottis Vaticanis 1984, 97. L’idea è agostiniana : cf. ad esempio S. Agostino, Sermo 22 A, 1: PL 38: “Novus cantet, si novum cantat. Quid est, novus cantet? Desiderio novae vitae innovetur, aliud concupiscat, propter aliud Deo suspiret, sit amator regni caelorum. Brevius dicam: sit amator Dei, Deum, amet, gratis amet”.
    4 Sull’azione dello Spirito nei sacramenti cf. Y. Congar, Credo nello Spirito Santo. III. Teologia dello Spirito Santo, Queriniana, Brescia 1983, 223-284.
    5 P. Evdokimov, Lo Spirito Santo pensato dai Padri e vissuto nella liturgia, in Lo Spirito Santo e la Chiesa, a cura di E. Lanne, AVE, Roma 1970, 259s: cf. tutto lo studio, 239-264.
    6 «Ecclesia una est, cuius sanctitas de sacramentis colligitur»: Ottato di Milevi, Contra Parmenianum Donatistam, II,1: PL 11,941.
    7 L.-M. Chauvet, Simbolo e sacramento. Una rilettura sacramentale dell’esistenza cristiana, LDC, Torino-Leumann 1990, 183.
    8 E. Schillebeeckx, Cristo sacramento dell’incontro con Dio, Paoline, Roma 1966, 123.
    9 B. Forte, La Chiesa nell'eucaristia. Per un'ecclesiologia eucaristica alla luce del Vaticano II, D’Auria, Napoli 1975, 202.
    10 Catechismo della Chiesa Cattolica, 1421.
    11 Cf. il testo classico di E. Schillebeeckx, I sacramenti, punti d'incontro con Dio, Queriniana, Brescia 1983.
    12 Cf. S. Tromp, De nativitate Ecclesiae ex Corde Jesu in Cruce, in Gregorianum 13(1932) 489-527. Cf. pure H. Rahner, L’ecclesiologia dei Padri, Paoline, Roma 1971, 289-394 («Flumina de ventre Christi»).
    13 H. Rahner, L’ecclesiologia dei Padri, o.c., 294.
    14 Cf. K. Delahaye, La Comunità, Madre dei credenti, Ecumenica Editrice, Cassano M. (Bari) 1974, e H. Rahner, Mater Ecclesia. Inni di lode alla Chiesa tratti dal primo millennio della letteratura cristiana, Jaca Book, Milano 1972.
    15 K. Delahaye, La Comunità, Madre dei credenti, o.c., 110.
    16 Ib., 218.
    17 H. Rahner, Mater Ecclesia, o.c., 12.
    18 Ib., 18.
    19 Ib., 30.
    20 Ib., 34.21 Quodvultdeus di Cartagine, Predica Sulla professione di fede per gli aspiranti al battesimo, III,12. 13: PL 16,1200.
    22 Cirillo d’Alessandria, Glaphyrorum in Genesim 6: PG 69,329 e 224.

    (FONTE: SETTIMANA LITURGICA NAZIONALE Roma, 21-24 agosto 2017)