Feste mariane

    Bruno Maggioni

     

    1 gennaio - Solennità di Maria santissima Madre di Dio

    Meditare e custodire

    Nm 6,22-27 • Gal 4,4-7 • Lc 2,16-21

    Nel giorno di Capodanno la liturgia celebra la solennità di Maria Madre di Dio. Semplicemente per porre l'anno nuovo sotto la sua protezione? Molto di più. La maternità divina di Maria è, infatti, la novità che si è inserita nel tempo degli uomini, trasformandolo.
    A Capodanno si fanno gli auguri e si finge di credere che l'anno nuovo sarà diverso da quello passato. Ma ciò che non è possibile allo sguardo privo di fede, diventa una realtà per la fede. Il tempo non è più uno scorrere senza capo né coda, quasi un girare in tondo senza nulla concludere. Nella pienezza dei tempi è venuto il Figlio di Dio, nato da una donna (come attesta l'apostolo Paolo nella sua lettera ai Galati) e con questa nascita il tempo si è trasformato: ha acquistato consistenza, direzione e novità. Nella monotonia del tempo e nel succedersi delle giornate è presente il Signore, la cui parola garantisce alla vita un futuro. Nello scorrere del tempo è presente il Signore che rende possibile agli uomini peccatori la speranza, il coraggio di amare, la fiducia in se stessi e negli altri. È questo il senso primo della maternità divina di Maria: Dio è qui con noi, un fratello tra molti fratelli, solidale con la nostra carne e il nostro sangue. Che sarebbe mai il tempo senza questo evento sorprendente?
    Il brano evangelico (il passo in cui Luca racconta che i pastori si recarono a Betlemme e trovarono il bambino e sua madre) non spiega il mistero della maternità di Maria, si limita, con molta discrezione, a farcelo intravedere, come da lontano: il Messia è nato da una donna, e chi lo incontra lo trova accanto alla madre. E questo è già significativo: il bambino e la madre non sono separabili. C'è però un punto che Luca sottolinea, ed è l'atteggiamento della madre nei confronti del figlio, il modo con cui Maria ha vissuto la sua maternità: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (v. 19). L'annotazione più importante è proprio quest'ultima che abbiamo riportato. Lo stupore di Maria si distingue dallo stupore generale. Anche Maria sente le parole («tutte queste parole») che spiegano l'evento che ella stessa vede e vive. Parole che custodisce nel cuore, dentro di sé. Le parole che in altri suscitano stupore, in lei si fanno ascolto consapevole, pensoso e intelligente: il cuore indica tutto questo. La funzione della madre è anzitutto di «custodire»: il figlio nato da lei, le parole che si dicono di lui, gli eventi che accadono attorno a lui, tutto questo non lo considera «suo», ma semplicemente affidato, da custodire con fedeltà.
    E poi «meditare»: il mistero di Gesù (come il mistero di Dio e il mistero della vita) è difficile da comprendere, e comunque lo si comprende a mano a mano che si svolge davanti agli occhi, a mano a mano che lo si vive con fiducia. La comprensione è frutto di un viaggio: un viaggio che si compie rendendosi disponibili, osservando e meditando, soprattutto «partecipando». Ed è appunto ciò che fa Maria sentendo, da una parte, le parole che proclamano la gloria del bambino (parole da lei stessa ascoltate e accolte dall'angelo nell'annunciazione) e, dall'altra, vedendo «il bambino adagiato in una mangiatoia» (v. 16). È la solita tensione fra grandezza e piccolezza, gloria e povertà che costituisce l'ossatura dell'evento cristiano. L'ascolto di Maria diventa dunque un'interpretazione vera e propria che fa luce sul mistero di Gesù: Maria non è solo la madre di Gesù, ne è anche la più profonda interprete.

     

    15 agosto - Assunzione della beata vergine Maria

    Rivelata la grandezza di una donna

    Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab • 1Cor 15,20-27a • Lc 1,39-56

    L'Apocalisse è senza dubbio uno dei libri della Bibbia più trascurati, probabilmente per due motivi: innanzitutto perché la misteriosità dei suoi simboli e la grandiosità delle sue immagini lo rendono di difficile comprensione; e in secondo luogo perché comunemente si pensa che si tratti di un libro che annuncia le sciagure della fine del mondo. Eppure non è così, è invece un libro che intende infondere speranza e coraggio nelle lotte e nelle contraddizioni della vita, un libro che offre un messaggio di consolazione, la certezza che tutte le forze del male sono sconfitte da Dio e che la storia dell'umanità ha uno sbocco positivo.
    Che sia così è dimostrato chiaramente anche dalla prima lettura della solennità dell'Assunzione, un passo centrale nel libro dell'Apocalisse e quasi riassuntivo di tutto il suo messaggio.
    L'assunzione di Maria, in anima e corpo, è infatti il segno anticipatore – come la risurrezione di Cristo – che le forze del male sono vinte, che la morte non è l'ultima parola della storia umana, che la via degli umili apparentemente sconfitta è in realtà vittoriosa. Tutto questo ci riguarda. L'Assunzione è la festa di Maria e dell'umanità: nell'assunzione di Maria l'umanità intera è messa in condizione di scorgere il proprio destino.
    Riportando l'attenzione direttamente sul testo scelto dalla liturgia (cf. Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab), colpisce la sequenza di immagini concentrate in pochi versetti: «un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole (v. 1); «allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso» (v. 3). Nel linguaggio di Giovanni il termine «segno» indica una realtà presente e attiva nella storia, persino visibile e sotto gli occhi di tutti, ma che solo la fede comprende ed è in grado di decifrare. Il primo segno è una donna che sta per partorire un figlio maschio. La descrizione richiama diversi passi anticotestamentari: l'inimicizia fra la donna e il serpente di cui parla Gen 3,15 («Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno»); la profezia di Is 7,14 («La vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele»); la nuova Gerusalemme che genera il popolo messianico di Is 66,7 («Prima di provare i dolori, ha partorito; prima che le venissero i dolori, ha dato alla luce un maschio»). Chi è allora questa donna «vestita di sole» e che «grida per le doglie, nel travaglio del parto?». Israele? La chiesa? Maria? Giovanni ama sovrapporre immagini e significati, includendoli l'uno nell'altro e alludendo a tutti contemporaneamente. La donna è l'antico popolo di Dio (Israele) che ha generato il Messia, «destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro» (v. 5). Ma la donna è anche il nuovo popolo di Dio, la chiesa, che continuamente genera i figli di Dio: una chiesa in balìa della persecuzione e tuttavia protetta («la donna fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio», v. 6). La donna è infine Maria, punto conclusivo dell'Antico Testamento e passaggio verso il Nuovo, Madre del Messia e immagine della chiesa. È quest'ultimo il significato più denso e riassuntivo, nel quale sono come inclusi anche gli altri due.
    Per quanto riguarda il secondo segno, il dragone, non c'è problema, lo stesso Giovanni lo identifica con il «serpente antico», chiamato «diavolo» o «Satana», «colui che seduce tutta la terra». Il dragone è il simbolo di tutte le forze del male.
    Tuttavia questa interpretazione dei due «segni» in se stessi, uno dopo l'altro, non basta a svelarci il significato centrale del passo, occorre considerare il contrasto che li oppone: un dragone spaventoso sta davanti a una donna in procinto di partorire, pronto a divorarle il bambino. Le apparenze sono tutte dalla parte del dragone. Da un lato una potenza impressionante, dall'altro una donna e un bambino indifesi, ma solo apparentemente, in realtà il dragone è impotente e sconfitto: il bambino gli sfugge e sale verso il cielo e la donna fugge nel deserto, al sicuro. A dispetto della sua arroganza il male è irrimediabilmente sconfitto.
    Naturalmente il messaggio dell'Apocalisse non è solo questo. Nello stesso passo ci sono anche tratti differenti che, ad esempio, ci richiamano alla vigilanza e all'impegno: il male è vinto in radice, tuttavia nella vita quotidiana e concreta l'uomo è ancora sotto la minaccia del peccato. La liturgia ha però preferito tralasciare oggi queste sottolineature, per concentrare l'attenzione sull'essenziale: la certezza della sconfitta del dragone e la gioia per il trionfo della donna, del bambino e dei loro seguaci.
    Dalla prospettiva celeste in cui è immersa la figura della donna nel libro dell'Apocalisse, il Vangelo (c£ Lc 1,39-56) ci riporta al contesto, semplice e spoglio, della vita terrena di Maria nella circostanza della sua visita a Elisabetta. Più in particolare, il Vangelo suggerisce di leggere il mistero di Maria alla luce della sua preghiera, il Magnificat. Stando a questo bellissimo inno, due sono le caratteristiche principali che guidano l'azione di Dio: l'amore gratuito («di generazione in generazione si estende la sua misericordia», v. 50) e la predilezione per gli umili e i poveri («ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili», v. 52). Maria è il frutto migliore di questa azione di Dio, il capolavoro del suo amore gratuito e della sua predilezione per gli umili («ha guardato l'umiltà della sua serva», v. 48). Un capolavoro che assurge a simbolo, quasi uno specchio nel quale l'intero popolo di Dio può scorgere – ingranditi e purificati – i suoi propri lineamenti: anche la chiesa è frutto dell'amore gratuito di Dio e della sua predilezione per gli umili.


    8 dicembre - Immacolata Concezione della beata vergine Maria

    Capolavoro dell'amore gratuito di Dio

    Gen 3,9-15.20 • Ef 1,3-6.11-12 • Lc 1,26-38

    Per cogliere il senso profondo del mistero dell'Immacolata Concezione iniziamo dal grande inno che l'apostolo Paolo premette alla sua lettera agli Efesini (cf. 1,3-6.11-12). Si tratta di una grande benedizione che celebra il progetto segreto (mysterion in greco) che Dio padre custodiva sull'umanità fin dall'eternità (cf. v. 9). L'itinerario di questo disegno del Padre è scandito nell'inno dalle diverse azioni salvifiche, tra le quali la lettura liturgica ricorda innanzitutto che Dio ci sceglie perché camminiamo santi e immacolati nell'amore (cf. v. 4), ci predestina a essere suoi figli (cf. vv. 5-6) e infine ci dona l'eredità eterna (cf. vv. 11-12). Sorprende e affascina che la tappa iniziale di questo meraviglioso progetto di Dio consista nella scelta dell'umanità chiamata a essere «santa e immacolata», una vocazione che trova nella figura di Maria il suo modello e la sua conferma unica particolare.
    Il progetto di Dio, tuttavia, non incontra la pronta e immediata adesione dell'uomo. La pagina del libro della Genesi, che narra la vicenda drammatica del rifiuto di Dio da parte dell'uomo (cf. 3,9-15.20), riflette l'esperienza umana concretamente segnata dal peccato e dalla contraddizione. Nell'uomo c'è il progetto di Dio e la possibilità della sua smentita. Il serpente suggerisce che Dio ha intenzioni di gelosia: il peccato consiste, appunto, nel pensare Dio invidioso (dà un ordine per salvare il suo dominio sull'uomo anziché liberare 1'uomo) e, di conseguenza, nel sottrarsi al suo progetto e farsi misura del bene e del male; decidere da sé, non in obbedienza. Ma è proprio questo «farsi Dio» che crea nell'uomo il disordine e la contraddizione. Allontanandosi da un progetto per il quale fu pensato e volendo fare da sé, l'uomo si aliena: «ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (v. 10). L'autore sacro sperimenta la radicalità del peccato e si accorge che il male corrode l'essere umano nelle sue più intime relazioni, come attestano le parole dell'uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato» (v. 12).
    Ma se l'umanità sembra caratterizzarsi per una ostinata volontà di peccato, e la storia degli uomini sembra un continuo rifiuto di Dio, tuttavia l'amore di Dio –ancora più ostinato del peccato degli uomini – è riuscito a costruire in seno all'umanità peccatrice un punto luminoso, completamente sottratto al peccato, che ha permesso al figlio di Dio di approdare sulla nostra terra. La Vergine immacolata può essere considerata come il capolavoro dell'amore gratuito di Dio e, nel contempo, come il frutto migliore che l'umanità ha saputo esprimere. Ce lo conferma il racconto dell'annunciazione (cf. Lc 1,26-38), che è come uno specchio nel quale si possono scorgere i tratti essenziali della chiamata di Dio e della risposta dell'uomo. Possiamo leggervi ciò che Dio fa per noi e come noi dobbiamo accogliere il suo dono.
    «L'angelo Gabriele fu mandato da Dio» (v. 26): Dio prende l'iniziativa, senza alcuna premessa, né merito, né invocazione. È lui che sceglie Maria fra tutte le fanciulle di Israele, è lui che le invia il suo messaggero. Ogni chiamata è sempre frutto dell'amore libero, gratuito e preveniente di Dio: così fu la chiamata di Abramo, di Mosè, di tutti i profeti; è una legge costante nell'agire di Dio. Alle volte abbiamo l'impressione di essere noi a porci in ricerca di Dio, ma non è mai così: è sempre Dio che fa il primo passo. Se noi lo cerchiamo è perché lui, per primo, suscita in noi il desiderio di incontrarlo.
    Di fronte a un Dio che si comporta così, che mantiene l'iniziativa nelle proprie mani, c'è posto soltanto per la disponibilità, l'accoglienza e il ringraziamento. L'angelo chiama Maria «piena di grazia», che si può tradurre più precisamente con «amata gratuitamente e per sempre da Dio». In primo piano risalta ancora una volta il primato di Dio, il suo amore gratuito e fin dall'inizio verso la donna chiamata a diventare la madre del Messia. Maria – preservata dal peccato e salvata fin dal primo istante del suo concepimento – è una lezione di grazia, è la dimostrazione più convincente che la salvezza è un puro dono dell'iniziativa divina. In questo senso, la Vergine immacolata è uno specchio nel quale cogliere una legge del comportamento di Dio che ci riguarda tutti: la salvezza è grazia, dono gratuito.
    Infine Maria risponde all'angelo che l'ha interpellata chiamando se stessa «serva» (v. 38). Piena di grazia e serva: in questi due nomi è racchiuso tutto il progetto di Dio, tutta l'esistenza cristiana, tutta l'identità di Maria. La chiamata di Dio è stata da Maria accolta e vissuta dentro questo schema semplicissimo: l'espressione «avvenga per me secondo la tua parola» (v. 38) contiene una sfumatura di gioia e di desiderio. È la gioia per il Signore e per il compimento del suo progetto di salvezza. Qui sta la nostra speranza e il senso della nostra festa.

    (Da: Voi, chi dite che io sia?, Messaggero 2014, pp. 30-31; 266-269; 283-285)