«Piena di grazia»

    Maria e il mistero dell’incarnazione

    Lidia Maggi

    pienadigrazia

    L’incarnazione, una storia annunciata

    Ci prepariamo ad un nuovo natale: il rischio di schiacciare questo evento in una storia ciclica, tradizionale. Ma la nascita del Cristo, l’incarnazione è molto di più. Il Natale vuole essere prima di tutto una storia annunciata, ovvero una vicenda che non ha solo a che vedere con un momento, un periodo, per quanto ciclico e ripetuto negli anni, ma con l’intera parabola storica: il passato il presente, e il futuro.
    Una storia annunciata ci rimanda a un passato remoto, all’Antico Testamento, alle parole dei profeti, che i cristiani hanno letto come attesa e annuncio della venuta di Gesù, Salvatore a lungo atteso. Una storia annunciata che rimanda anche alla vicenda presente di Gesù che nasce, alla sua vita e alla sua morte. E, infine, apre al futuro, perché questa storia interpella anche noi che non abbiamo vissuto nella stessa epoca di Gesù.

    Maria, discepola della Parola

    La funzione di Maria, nei primi capitoli di Luca è quella di accompagnare il credente in un itinerario di ascolto della Parola che si apre con l’annuncio dell’angelo Gabriele e si conclude con le parole di Simeone rivolte alla madre del bambino: «... e a te stessa una spada trafiggerà l'anima affinché i pensieri di molti cuori siano svelati» (Luca 2,35). La parola di Dio è come una spada che penetra fino in fondo. Mettersi al seguito di questa parola significa lasciare che essa agisca, nel tempo, in profondità, fino a svelare ogni segno di contraddizione (si veda a tal proposito Ebrei 4,12-13).

    La chiamata di Maria

    La chiamata di Maria, come in una miniatura, anticipa il senso dell’incarnazione e ne preannuncia molti ingredienti. È il preambolo di una storia di salvezza e, come nell’esodo agiscono le donne...
    Maria era poco più che una bambina quando rimase incinta. Allora le ragazzine si sposavano presto. Una piccola donna che conosce bene la sofferenza del suo popolo sotto la dominazione del dittatore romano. Crescono in fretta i bambini nei conflitti. E Maria ascolta di continuo i lamenti della sua gente. Ma cosa può fare? È solo una ragazzina... Lei sa che un giorno verrà il Messia, l’unto di Dio, a liberare il suo popolo. Quello che, invece, ancora non sa è che Dio sta per agire proprio attraverso di lei. Lo Spirito del Signore ha bisogno di Maria per cambiare le sorti del suo popolo e del mondo. L’angelo del Signore va da lei, nel sesto mese di gravidanza di Elisabetta.
    Mi commuove questa genealogia non stesa in riferimento ai potenti e alle loro memorabili imprese, ma sui piccoli eventi. Un ventre che lievita, un bambino che nasce, segnano tappe indelebili nella storia di Dio. Il Dio di Gesù, anche in questi tratti, si rivela il Dio quotidiano, dei piccoli. C’è la storia ufficiale, fatta di date e genealogie legate alle stirpi regali; e c’è la storia di Dio, calcolata su eventi insignificanti, come le gravidanze delle donne. L’angelo saluta Maria con parole importanti che la turbano e la interpellano: Ti saluto Maria, il Signore è con te, egli ti ha colmato di grazia (Luca 1,28).
    È poco più che una bambina, Maria, ma la sua fede è tutt’altro che immatura.

    Una fede che si interroga

    «Si domandava cosa volesse dire un tale saluto» (Luca 1,29). Figlia della Scrittura,
    figlia di Sion, la sua non è una fede acritica, che accetta una situazione senza comprenderla fino in fondo. Maria vuole capire.
    Dio non si aspetta da noi l’ubbidienza incondizionata. Non l’ha pretesa da Mosè, né da
    Elia, tantomeno da Abramo, il padre della fede. Tutti i grandi personaggi biblici hanno discusso con Dio, a volte hanno addirittura litigato con lui; e Dio li ha ascoltati con grande interesse. Anche Maria discute sul progetto che Dio le propone. Vuole capire ciò che Dio le sta chiedendo. Si parla di annunciazione quando ci si riferisce all’incontro tra l’angelo e Maria. Sarebbe più corretto parlare di «chiamata» poiché non viene solo annunciata la nascita di un bambino speciale - come in altri casi nella Bibbia. A Maria è richiesto di essere protagonista nel progetto divino.
    E lei si confronta con Dio, lo interpella, si chiede anche come potrà essere in grado di portare avanti un progetto simile, con quali forze... Qui Maria si rende conto che Dio le sta chiedendo qualcosa di grande e, come i grandi prima di lei, oppone resistenza. È la resistenza di chi prende seriamente la chiamata e si sente inadeguato.
    Dio le risponde, si sente chiamato in causa e la rassicura: «lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo sarà la tua ombra». Maria non sarà sola in quest’avventura. Dio l’accompagnerà; come una nube, seguirà i suoi passi. La nuvola è uno dei segni della presenza del Signore. Il popolo di Israele nel deserto, dopo essere stato liberato dall’Egitto, camminava alla presenza di Dio che, come una nuvola, lo seguiva di giorno. Il Signore sarà per Maria come un’ombra. Maria non sarà da sola: è una promessa divina.
    Non occorre essere donne e uomini importanti per partecipare al progetto di Dio. La Bibbia, anzi, ci rivela che Dio, più spesso, si serve dei piccoli, come Maria, per compiere grandi cose. Ognuno di noi può offrire il proprio contributo al progetto divino. Non si è mai troppo fragili o troppo piccoli per il Signore! Si può, invece, correre il pericolo opposto: essere troppo grandi e famosi per aprirsi alle novità di Dio.

    Dio agisce attraverso i piccoli

    Parlare di un Dio che chiama, invece di un Dio che possiede super-poteri, interpella prima di tutto la nostra responsabilità. Ci rende protagonisti e responsabili della realtà che viviamo, ci restituisce la libertà. Aspettarsi passivamente che Dio agisca con la sua potenza può farci scivolare in quella cultura della delega che non ci fa mai sentire responsabili. È sempre colpa di qualcuno, se le cose non vanno: della famiglia, della scuola, della società... Il Dio biblico chiama, interpella l’essere umano. Questo dato non è affatto scontato. Che l’essere umano chiami Dio, lo invochi nell’ora del dolore per domandare aiuto, si rivolga a Lui nella gioia per esprimere gratitudine, è esperienza comune in ogni tempo e in tutti i luoghi del mondo.
    Meno comune l’esperienza dell’essere chiamati da Dio. Se poi la chiamata divina si configura in termini non momentanei, non strumentali - nel momento del capriccio divino - bensì come parola che dà forma a una vita, che ha un significato esistenziale, che sollecita la responsabilità umana, allora una tale esperienza risulta unica...
    E felicemente inattuale! Infatti, il divino ai nostri giorni funziona più come “magico”, come delega a colui che detiene poteri straordinari e che può compiere quanto non è in nostro potere... Un divino inteso in questi termini può essere evocato, invocato ma mai soggetto di una chiamata che interpella l’essere umano... Certo, affascina un Dio risolutore infallibile di problemi. La nostra società sarebbe pronta ad accoglierlo senza opporre resistenza. Ma Dio, il Dio che agisce in Maria, si muove diversamente, non agisce attraverso la magia, ma chiamando alla responsabilità: anche la cosa più piccola può fare la sua parte e spesso questa
    è la parte essenziale, sentirsi chiamati da Dio per un progetto di vita.

    La chiamata di Maria e le chiamate bibliche

    La narrazione evangelica della chiamata di Maria, la madre di Gesù (Lc 1,26-38), ci aiuta, dunque, a cogliere la posta in gioco nell’esperienza della vocazione che riguarda tutti.
    Gli studiosi della Scrittura parlano di un modello letterario che è tipico dei racconti di annunciazione/chiamata ed è composto di cinque elementi: l
    1. l’apparizione di un angelo del Signore (o del Signore stesso);
    2. la reazione di timore di colui/colei che riceve l’apparizione;
    3. il messaggio divino;
    4. l’obiezione;
    5. la concessione di un segno per rassicurare.
    Un tale schema - di per sé già significativo, in quanto indice del carattere dialogico dell’apparizione/vocazione divina – costituisce solo l’ossatura del nostro racconto. Varrà la pena di non fermarsi dietro le quinte ad analizzare le impalcature e la strumentazione predisposta per l’allestimento della scena, fissando piuttosto lo sguardo sul palcoscenico dove si svolge la rappresentazione. Il sipario si apre e lo scenario che appare è quello di una piccola cittadina della Galilea chiamata Nazaret. Più precisamente, in primo piano compare un ambiente familiare: l’abitazione di una ragazza del posto. Anche l’ambientazione temporale - così curata dall’evangelista Luca nel suo racconto affinché chi legge possa inquadrare la vicenda narrata nel contesto della grande storia, allora dominata da Roma – viene precisata nei termini di una micro-storia familiare: «Quando Elisabetta fu al sesto mese».
    Se lo scenario assomiglia a un album di famiglia, il primo personaggio a irrompere sulla scena risulta del tutto esorbitante i piccoli confini spazio-temporali: in un quotidiano al limite dell’insignificanza (come il nostro!), compare – quasi un’imboscata! – l’inviato di Dio.

    Dio entra nel quotidiano

    Il grande protagonista dei primi capitoli dell’evangelo di Luca è Dio. Il suo Spirito muove ogni cosa: rende fertile il ventre sterile, crea vita nel grembo di Maria, fa sobbalzare nel seno il bambino di Elisabetta, suscita la lode, conduce i pastori davanti a Gesù e mette sulle labbra di Simeone e Anna un canto. Più tardi lo stesso Spirito guiderà Gesù al fiume Giordano per poi condurlo nel deserto.
    Gli angeli - così facilmente assunti come protagonisti di un mondo fantasy, sono indice dell’irruzione di Dio nella vita degli esseri umani. Sono portatori di una parola che Dio rivolge all’interlocutore scelto. Una parola inattesa e spiazzante. Ciò che poteva attendersi Maria era che il fidanzamento con Giuseppe si concludesse col matrimonio come avevano fatto sua madre e le altre donne prima di lei.
    La parola divina: «il Signore è con te: egli ti ha colmata di grazia», sconvolge Maria. A noi lettori sembra una parola chiara e per nulla sconvolgente. Maria viene detta “piena di grazia”, prima ancora che venga esplicitata la chiamata: è tale perché la grazia di Dio è su di lei. Alla base della relazione c’è un atto unilaterale di Dio che non dipende dal merito. Maria non è chiamata «piena di grazia» perché ha risposto «sì», ma perché Dio per primo le ha detto «sì». Questo è l’evangelo! Nient’altro che il nucleo della fede ebraico-cristiana!
    Eppure Maria sperimenta sconvolgimento non solo per le circostanze in cui risuona inattesa la parola divina. L’ovvietà di certe parole, quando suonano generiche, viene del tutto meno una volta che le sentiamo indirizzate personalmente a noi.
    L’esperienza della chiamata fa delle grandi e solenni parole della fede, quelle che risuonano nel culto e nella predicazione, parole esistenziali, di cui si sperimenta nel proprio vissuto l’effettivo peso specifico.
    Lo sconvolgimento, il timore per una parola imprevista e imprevedibile, esprimono bene il fatto che la parola che Dio rivolge non è «secondo copione». Spesso si costringe Dio al gioco delle parti, nel quale tutto è già saputo fin dal principio: cosa può chiedermi Dio e come io devo rispondere. Lo schema “religioso” (Dio mi parla nel culto e io gli devo rispondere compiendo gesti religiosi...) rischia di ingabbiare una parola che, invece, si presenta libera e imprevedibile, rivolta alla vita nella sua totalità e non solo a quell’aspetto parziale dell’esistenza che cataloghiamo come “religione”. Prendere consapevolezza delle potenzialità senza confini della parola divina significa arrivare a temerla più che a padroneggiarla.

    Il timore di Maria

    Tale «timore» va, dunque, letto come reazione legata al prendere sul serio la parola divina. Come anche il fatto che «si domandava che significato poteva avere quel saluto». La parola che chiama si rivolge a interlocutori “intelligenti”, che vogliono capire, che non confondono il divino con l’irrazionale. La fatica di comprendere non è solo onestà intellettuale: è anche onestà teologica, consapevolezza che Dio ci tratta da figli “maggiorenni”, capaci di intendere e volere.
    Di fatto il divino prende sul serio le preoccupazioni di Maria con le quali interloquisce: «non temere, Maria! Tu hai trovato grazia presso Dio». Viene qui espresso il fondamento di ogni chiamata: la grazia, l’iniziativa gratuita di Dio che dona la forza di compiere quanto chiede, che crea in ciascuno le condizioni di possibilità per «fare la parola». L’esperienza del divino non è solo «sapienziale», indicatrice cioè della strada da percorrere. Ha la pretesa di essere esperienza di «nuova creazione», nella quale chi si fida della parola sperimenta una nuova forza, si ritrova ad avere le gambe in grado di percorrere i sentieri tracciati da Dio. Su questo fondamento si può costruire la novità della vita evangelica, qualunque sia la strada alla quale la parola divina chiama. Come quella singolare di Maria: «avrai un figlio, lo darai alla luce e gli metterai nome Gesù...».
    Che la solennità di questa parola - la quale annuncia la svolta decisiva della storia, cioè la nascita di un re che è Figlio di Dio, il cui regno è per sempre - si rivolga ad un’anonima ragazza dell’estrema periferia dell’Impero, è decisamente intrigante ai nostri orecchi. Difficilmente può passare inosservata l’assoluta mancanza di proporzione. Quella sproporzione tra fini e mezzi che noi sperimentiamo come constatazione di fondo in questo tempo di passioni tristi, di prevalenza del realismo rassegnato sul sogno di un altro mondo possibile. Eppure la Scrittura intera, quasi a rassicurare il suo lettore/uditore, sottolinea le strane scelte di un Dio che si avvale dei secondogeniti, dei balbuzienti, dei pecorai, dei ragazzi, di vedove straniere...: tutti improbabili protagonisti di una storia attraversata dalla speranza messianica.

    Una fede umile

    Maria, che vuole capire, non si fa catturare da un delirio di onnipotenza, saltando a piè pari la dura realtà e rivestendosi dei panni magici dell’eroe di turno. Continua la faticosa ricerca sul senso della parola divina a lei rivolta domandandosi: «com'è possibile questo, dal momento che io sono vergine?». L’obiezione non tradisce un’incredulità, come nel riso di Sara la quale, all’annuncio che avrà un figlio, esprime una reazione tra il sarcastico e l’isterico (Gen 18,1-15). Non è un caso che il Vangelo di Luca accosti l’incredulità di Zaccaria alla perplessità di Maria. Anche Zaccaria, come Maria, reagisce, ma nel suo caso lo fa con incredulità e per questo rimane muto fino alla nascita di suo figlio, Giovanni il Battista. La sua lingua si scioglierà in un canto quando il piccolo, nell’ottavo giorno di vita, verrà circonciso. Può sembrare ingiusto un Dio che punisce Zaccaria con il mutismo e lascia invece che Maria esprima liberamente le sue perplessità.
    Le cose sono più complesse: Zaccaria è un uomo del Tempio, un sacerdote. Egli dovrebbe vivere nella preghiera e nell’attesa. Invece, quando per lui giunge il tempo della risposta alle sue preghiere, fatica ad aprirsi alla novità di Dio. Ci sono diversi tipi di resistenza alla chiamata divina. Quella di un sacerdote e quella di una ragazzina non sono sullo stesso piano, sembra suggerire Luca che giudica la resistenza di Zaccaria come incredulità. Maria non è incredula: è sconcertata, perplessa, spaventata, ma non incredula. Maria comprende di ascoltare una parola che non si limita ad annunciare fatti futuri bensì chiama in causa la sua stessa vita e vuole arrivare ad aderire al progetto divino per rispondere infine con un sì per la vita. Ecco perché le ultime parole di questa solenne conversazione sono affidate proprio alla ragazza che risponde positivamente alla chiamata: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Luca 1,38).
    Serva del Signore: un titolo che esprime umiltà ma anche autorevolezza. Sono appellati servi del Signore tutti coloro che hanno ricevuto una chiamata. Un titolo messianico che sarà, in seguito, attribuito a Gesù stesso. Maria è la serva del Signore, protagonista di quella attesa di salvezza vissuta, prima di lei, da una lunga schiera di Testimoni. A lei è affidata la singolare responsabilità di accogliere e proteggere il Dio che si fa carne, di partecipare da protagonista all’ora del compimento del sogno di Dio, del suo progetto trasfigurante.
    «Dio faccia con me come tu hai detto», ovvero: che la parola di Dio si avveri, che quanto Dio sogna diventi realtà. Io ci sono e farò di tutto perché ciò succeda.

    Maria ed Elisabetta: una fede in relazione

    Maria, durante l’intensa conversazione con il messaggero divino, riceve la notizia che Elisabetta, una sua parente, è incinta. La vergine e la sterile si trovano a vivere sul proprio corpo i segni concreti di una storia gravida di salvezza. Il Signore non ha dimenticato le antiche promesse. Non è rimasto indifferente alla sofferenza della gente e ha visitato il suo popolo. «In quegli stessi giorni Maria si alzò e si mise in viaggio, in tutta fretta, nella regione montuosa verso una città di Giuda» (Luca 1,19). La giovane e determinata Maria, dopo aver discusso e cercato di capire la sua chiamata, si mette in viaggio per incontrare Elisabetta. In lei c’è l’urgenza dell’araldo, del testimone, del discepolo chiamato ad annunciare il tempo della salvezza. Altri viaggi dovrà compiere Maria, obbedendo a leggi umane, come quella del censimento; ma qui è lei, nella sua piena libertà, a decidere di andare. I discepoli, in seguito, lasceranno le reti sulla spiaggia; e la samaritana abbandonerà la brocca al pozzo. Con la stessa urgenza, Maria si alza e va per rispondere a una chiamata. Sa già cosa deve fare: visitare Elisabetta, proprio come l’angelo ha visitato lei. Attraverso la fatica e la fretta del viaggio di una ragazza gravida, vengono tracciati altri elementi dell’identità di Maria: l’autonomia, il coraggio, l’intraprendenza.

    Una fede aperta alla comunità

    La fede di Maria non è esperienza privata. Nella ricerca di confronto con Elisabetta c’è l’esigenza di un riconoscimento comunitario che, prima di passare attraverso il Tempio con le sue forme istituzionali, ricerca il confronto delle donne. Viaggia Maria tra le montagne. Viaggio di discernimento e di annuncio. Altri dicono, più semplicemente: viaggio di solidarietà tra donne unite dalla stessa esperienza. Ma non sarà certo Maria, troppo giovane e inesperta, a poter dare la giusta assistenza all’anziana parente!
    Insieme, le due donne vogliono piuttosto capire meglio quegli eventi straordinari per ascoltare nell’altra la voce di Dio. Cosa avrà pensato quella giovane donna durante il faticoso percorso che la separava da Elisabetta? Avrà avuto paura per il futuro? Avrà temuto la reazione della parente, proprio come Giacobbe prima di incontrare Esaù? E se fosse stato tutto un abbaglio? Se nel suo ventre non si fosse generata nessuna vita? O peggio, se non fosse stata creduta?
    Sono grata che la lingua di Elisabetta non sia rimasta muta come quella di Zaccaria; che il suo cuore non sia stato vinto dal pregiudizio e dall’incredulità, dubitando dello status della ragazza. Elisabetta accoglie Maria con parole forti, capaci di lenire ogni ferita, ogni preoccupazione. Parole che incoraggiano, benedicono, rafforzano e confermano nella vocazione: «Benedetta sei tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo seno. Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me» (Luca 1,43). Il volto tirato e preoccupato di
    Maria si apre al sorriso.

    Accogliere le nuove vocazioni

    Elisabetta accoglie Maria e dalla bocca della ragazza scaturisce il cantico... È solo a - questo punto che la lingua di Maria si scioglie intonando una lode. Maria canta anche perché adesso sa che non è più sola: e non solamente perché lo Spirito del Signore è su di lei, ma anche perché l’accompagnano la stima, l’affetto e la benedizione di un’amica. Donne di diverse generazioni si accolgono reciprocamente e mettono in comune la propria esperienza di fede. Elisabetta comunica a una giovane vocazione fiducia e accoglienza. Riconosce e conferma la sua chiamata.
    Se nelle nostre chiese le persone giovani faticano a trovare una propria collocazione, forse è dovuto anche al nostro eccessivo presenzialismo e alla nostra sfiducia nei loro confronti. Fatichiamo a riconoscere e ad incoraggiare nuove vocazioni.
    La giovane Maria ci è maestra con la sua fede libera e determinata. Accanto a lei c’è Elisabetta, che ci ricorda un ministero spesso sottovalutato: la capacità di saper accogliere giovani fedi, piccole o maestose che siano, per aiutarle a crescere e non farle abortire nella sfiducia e nel disprezzo. Maria, alla fine, intona una lode a Dio, come fece prima di lei, nell’esodo, l’altra Maria, col timpano ed il tamburello. Canta Maria perché sa di essere beata, come lo sono i poveri a cui Dio volge lo sguardo, i puri di cuore, gli assetati di giustizia. È beata perché ha udito la voce di Dio e non ha indurito il suo cuore. È beata perché ha saputo rispondere con serietà e profondità al Signore che l’ha chiamata e perché la sua chiamata ha trovato accoglienza in un’amica.
    Ha imparato che la storia non è abbandonata a se stessa. Dio agisce attraverso piccoli servitori proprio come lei.

    (Santa Maria della Croce, 9 novembre 2010)