Educare alla pace

    Franco Giulio Brambilla



    Dopo la ricca riflessione sulla guerra e la pace nella storia della coscienza cristiana, ecco alcune indicazioni per una possibile pedagogia della pace, la quale passa dalla promozione di una cultura della pace che può farsi vera e propria pragmatica della pace che ci aiuti a essere degli efficaci operatori di riconciliazione e di pace.


    Per una cultura della pace
    Oggi il compito più importante è educare alla pace. La pedagogia della pace riguarda almeno tre aspetti: l'educazione della coscienza alla pace, la promozione di buone pratiche di pace, il confronto civile e politico per formulare iniziative di pace. Offro un breve percorso in cinque tappe, aperto da una bella citazione di don Primo Mazzolari sull'operatore di pace: «[don Luigi Sturzo] meriterebbe il premio Nobel della pace, come merita la riconoscenza di tutti i cattolici per averci insegnato che oltre l'opera propriamente apostolica di mutare il lupo in agnello, c'è bisogno che qualcuno impari a governare e lupi e agnelli, non con la violenza, ma attraverso la convinzione che lupi e agnelli fanno parte della creazione e vivono quindi mescolati, al pari del loglio e del grano, e che la vera maturità politica non consiste nell'odiare gli uni e amare gli altri, bensì nell'amare gli uni e gli altri, onde alleggerire il male comune, che va poi a cadere soprattutto sulle spalle dei poveri. Se Ernesto Wiechert l'avesse conosciuto direbbe che don Luigi Sturzo è uno di quei pochi uomini di ogni tempo che hanno acquistato nel loro viso il breve spazio dove anche Dio potrebbe riposare qualora avesse i piedi stanchi. E i tempi son tali che anche i piedi di Dio possono stancarsi» (P. Mazzolari, su «Adesso», 1° dicembre 1951, pubblicato su «L'Osservatore Romano», 8 agosto 2019, p. 5, nel sessantesimo anniversario della morte).
    Soprattutto oggi, in presenza di una guerra nel cuore dell'Europa, è decisivo nutrire una coscienza della pace, che si alimenti al senso evangelico del dono divino della pace (shalom) che va accolto nella comunione con Dio e nel riconoscimento che la fratellanza umana è continuamente sostenuta dalla testimonianza concreta della fraternità da vivere nelle comunità cristiane. Questo nucleo incandescente della pace evangelica si innerva negli elementi che la rendono visibile: l'amicizia civile, la giustizia sociale, la distribuzione equa delle risorse, l'ospitalità per le immigrazioni interne ed esterne, la cura della natura, lo scambio tra i popoli, la conoscenza delle culture, la condivisione dei saperi, la reciprocità delle conoscenze sanitarie e tecnologiche, l'interconnessione digitale, una globalizzazione rispettosa delle identità locali, il governo democratico delle e tra le nazioni. Qui sorge la prima domanda decisiva: che rapporto c'è tra la dimensione teologale della pace come dono, attestata e vissuta nelle e tra le religioni, e il reticolo delle dimensioni antropologiche e sociali che le danno visibilità umana e consistenza politica?
    Il rapporto tra la pace come dono escatologico e la pace come responsabilità personale, familiare e socio-politica dischiude davanti a noi il grande compito di una pedagogia della pace. Una tale opera di formazione riguarda l'educazione: oggi è assolutamente necessaria un'opera di guarigione delle malattie della pace, che generano avversione, conflitto, aggressività, asservimento, schiavitù, uso della violenza, intervento terroristico, scontro armato, per risolvere le contese. In presenza della guerra nel fianco orientale dell'Europa, le malattie sono state segnalate in un recentissimo intervento di Edgar Morin (Di guerra in guerra. Dal 1940 all'Ucraina invasa, Raffaello Cortina, Milano 2023, p. 104): l'isteria di guerra; la menzogna come strumento di offesa; la "spionite"; la criminalizzazione del popolo nemico; la radicalizzazione del conflitto; la deformazione della realtà; l'illusione di poter controllare la violenza e la forza, ecc. Di qui la seconda domanda: quali sono le forme con cui favorire in positivo una cultura della pace, nella riflessione e nel dibattito coraggioso e propositivo, guarendo le malattie mediante il confronto culturale, immaginando e promuovendo una formazione alla pace?

    Divenire operatori di pace
    Il terzo passo, strettamente intrecciato con la formazione alla pace, consiste nel favorire una pragmatica della pace. È sorprendente come in presenza di un aspro confronto sul campo, il dibattito pubblico sia dominato dal discorso sulle armi, per sostenere la giusta difesa del popolo ucraino dall'invasore russo, e si noti «così poca coscienza e così poca volontà nell'immaginare e nel promuovere una politica di pace» (Morin, p. 99). I temi del cessate il fuoco, dei negoziati, del riconoscimento dell'indipendenza dell'Ucraina (neutralità o integrazione europea), e in particolare del ruolo specifico dell'Europa sono temi tabù. Ma più in generale siamo tutti in affanno nell'indicare le azioni di una pragmatica della pace, nella linea di interventi che favoriscano accoglienza degli esuli, corridoi per le risorse e le merci (si veda per i cereali), altre forme di intervento e di aiuto per il ripristino di funzioni vitali per la vita delle popolazioni. Una diplomazia della pace (non solo per l'Ucraina, ma anche per il Medio Oriente e per tutti i focolai attivi di conflitto) dovrebbe essere in grado di suggerire azioni e contatti, canali di intermediazione e personale esperto, per mettere in campo le azioni della pace. Qui la terza domanda è semplice: gli operatori di pace, e tra di essi i cristiani, sanno indicare gesti e percorsi per far decollare canali attivi che approdino a una mediazione, anche lunga e faticosa, che porti alla pace?
    Due capitoli sono ancora da esplorare: il primo è urgente non solo in rapporto all'attuale momento tragico della guerra, ma per costruire una ecologia della pace. La pace ha bisogno di una casa (oikos) dove si costruiscano i legami tra le persone, le famiglie e le nazioni. È necessario quindi che una pedagogia e una pragmatica della pace "trovino casa" in luoghi ben riconoscibili, spazi che correggano l'inclinazione perversa dell'homo homini lupus. Parafrasando e capovolgendo un antico detto si potrebbe dire: si non vis bellum, para pacem. È nel tempo di pace che va preparata la pace! Ecco la domanda provocatoria: quali sono i luoghi di prossimità (famiglia, scuola, comunità, città) e quali i luoghi di mediazione (convegni nazionali e internazionali, luoghi diplomatici, Parlamenti, Onu, ecc.) per "preparare la pace"?
    Il secondo capitolo, infine, riguarda le persone, che nel quadro di una pedagogia e una pragmatica della pace, scendano in campo come operatori di pace. Dopo oltre settant'anni di pace in Occidente, dobbiamo lasciarci provocare tutti dall'amaro risveglio che ci ha messo dinanzi al fatto che la guerra ha trafitto direttamente l'Europa (anche se nel frattempo abbiamo esportato il conflitto in altri teatri di guerra). Qui le domande possono diventare incalzanti: i pionieri e gli operatori della pace sono diventati silenziosi e inoperosi? Nei normali percorsi educativi e nelle pratiche della vita umana e cristiana il tema è presente? Cosa dire della partecipazione dei politici di ispirazione cristiana alle decisioni complesse e difficili del momento presente? Che ne è della responsabilità dei cristiani nel parare pacem?

    FEERIÀ. 2025/1 — n. 65 8-9