Il multiculturalismo è finito?
Le esperienze europee di integrazione degli immigrati
Maurizio Ambrosini
Nell’ottobre 2010 la cancelliera tedesca Angela Merkel prende posizione sul multi- culturalismo, affermando che l’approccio multiculturale del «viviamo fianco a fianco e ne siamo felici è fallito, completamente fallito». E se è vero che la Germania ha bisogno degli immigrati per sostenere il sistema produttivo, questi «si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi».[1]
Il pronunciamento della cancelliera tedesca segue peraltro quelli di diversi altri leader politici ed è ripreso qualche mese dopo dal nuovo premier inglese Cameron: più o meno tutti, in Europa, hanno preso le distanze dall’approccio multiculturalista che per un periodo abbastanza lungo, tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, aveva rappresentato una sorta di ortodossia nel discorso pubblico e intellettuale intorno al trattamento delle minoranze immigrate nelle società occidentali. Si può affermare che il nuovo secolo, dopo gli attentati terroristici e la crescente reattività del corpo elettorale rispetto alla questione delle migrazioni, ha riportato in auge istanze assimilazionistiche. La maggior parte dei leader politici oggi sostengono, pur con diverse sfumature, che gli immigrati devono dimostrare di volersi integrare nella società di cui sono entrati a far parte.
Obiettivo di questo articolo è anzitutto quello di fare il punto sullo stato del multiculturalismo nell’Europa contemporanea, distinguendo politiche dichiarate e politiche praticate, livello nazionale e livello locale. Nella seconda parte, prenderemo invece in considerazione il concetto di «integrazione», solitamente contrapposto al multiculturalismo, e vedremo che nei fatti le due istanze non sono alternative, ma si mescolano e si richiamano vicendevolmente.
1. Modelli multiculturali e assimilativi
Non molti anni fa un influente sociologo americano come Nathan Glazer poteva proclamare, nel titolo di un suo libro, «We are all multiculturalists now»[2] (Ora siamo tutti multiculturalisti). Va precisato però che il multiculturalismo non ha mai costituito un fenomeno organico e unitario: al suo interno è possibile distinguere approcci più radicali e altri più moderati, come pure una dimensione analitica (l’osservazione dell’insediamento sul territorio di gruppi con riferimenti culturali diversi da quelli della popolazione nativa) e una componente normativa (le proposte volte a istituzionalizzare e tutelare i gruppi culturalmente minoritari).
Le molteplici accezioni assunte dal concetto di multiculturalismo hanno fatto sì che sotto la sua etichetta potesse essere collocato ogni sorta di intervento a favore degli immigrati come pure, negli ultimi anni, che ad esso venissero attribuite le più gravi responsabilità rispetto al deficit di integrazione delle popolazioni straniere, a partire dalla segregazione urbana e sociale delle minoranze, alla formazione di comunità parallele, alla volontà di introdurre nei sistemi normativi occidentali istituti giuridici lesivi dei diritti individuali, come la poligamia o il diritto familiare islamico, o altri principi che configurino uno statuto di inferiorità per le donne: di qui il famoso libro della filosofa politica e femminista americana Susan Moller Okin, che nel 1999 divenne quasi uno slogan: Il multiculturalismo fa male alle donne?[3]
Senza addentrarci in un’analisi compiuta dei diversi approcci e interventi multiculturali, richiamiamo la classificazione proposta da due studiosi di scienza politica canadesi, Keith Banting e Will Kymlicka,[4] che hanno individuato otto tipi di politiche multiculturali: 1) l’affermazione del multiculturalismo a livello di assemblee legislative; 2) la sua adozione nelle politiche scolastiche; 3) l’inclusione di rappresentanze o di sensibilità alla differenza etnica nel mandato dei mass media di emanazione pubblica; 4) le esenzioni dai codici di abbigliamento laddove previsti (negli ospedali, nei corpi di polizia, ecc.) o dalla chiusura domenicale degli esercizi; 5) la concessione della doppia cittadinanza; 6) il finanziamento delle attività culturali delle organizzazioni legate ai gruppi etnici; 7) il finanziamento dell’educazione bilinguistica o nella lingua madre; 8) le azioni positive (sistemi delle quote e simili) a tutela delle minoranze etniche.[5]
a) Il superamento dei modelli nazionali
Gli approcci multiculturalisti sono dunque stati recepiti in modo diverso dai sistemi politici e dalle politiche europee nei confronti di immigrati e minoranze etniche. Malgrado il primato occupato nel dibattito per buona parte del periodo considerato, la loro concreta attuazione ha dovuto fare i conti con retaggi storici, tradizioni e strutture giuridiche, visioni ideologiche della nazione e della cittadinanza, convenienze politiche ed elettorali, e anche nei casi più avanzati si è trattato di un primato relativo, limitato ad alcune materie e mescolato con norme e pratiche operative che riflettono istanze di altra natura.
Con il volgere del XXI secolo sono riemerse altre preoccupazioni, in realtà sempre presenti nel trattamento di minoranze immigrate che si insediano entro i confini di uno Stato nazionale. La paura dell’immigrazione come minaccia per la sicurezza e il benessere delle società occidentali ha posto sotto accusa gli approcci multiculturalisti, accusati di produrre separatezza e frammentazione sociale, attraverso l’istituzionalizzazione di comunità autoreferenziali. Ad esempio, un Paese-guida delle politiche multiculturali in Europa come l’Olanda è stato il primo a introdurre corsi di lingua e integrazione culturale rivolti ai nuovi arrivati, rapidamente seguito da altri Governi europei, in forme più o meno vincolanti. Proprio il caso olandese mostra però che, se l’epoca di maggior fulgore degli approcci multiculturalisti non ha prodotto grandi effetti sul piano delle realizzazioni, la attuale perdita di consenso del multiculturalismo non si traduce in profondi cambiamenti delle politiche in uso, salvo l’introduzione di alcune innovazioni simbolicamente esemplari. In questo senso si può affermare che si assiste al ritorno, specialmente in Europa, di un neoassimilazionismo più o meno leggero, attraverso l’introduzione di requisiti di conoscenza linguistica al momento della concessione del permesso di soggiorno o dell’accesso ad altri diritti di residenza, oppure tramite l’innalzamento del livello di competenza richiesto, l’introduzione correlata di verifiche di conoscenza della storia, della cultura e delle leggi nazionali fondamentali, l’assunzione di impegni pubblici o giuramenti, riproposti in forme più solenni e cerimoniali che nel passato, soprattutto al momento della concessione della cittadinanza, in cui i nuovi cittadini si impegnano a rispettare la Costituzione e le norme fondamentali del Paese che li accoglie.[6]
Un altro aspetto problematico del dibattito attuale consiste nella tendenza a ricondurre i problemi strutturali di discriminazione degli immigrati o delle minoranze etniche a problemi di diversità culturale, cosicché gli immigrati stessi diventano responsabili della loro concentrazione in aree urbane degradate. In realtà, la discriminazione strutturale e una duratura emarginazione urbana favoriscono il recupero reattivo delle diversità culturali; i due fattori, combinandosi, tendono a produrre le comunità separate, arroccate nella loro identità e diffidenti verso una società ricevente percepita come prevenuta e ostile. È stato relativamente facile addossare alle politiche multiculturali, in Gran Bretagna o in Olanda, la responsabilità del fallimento del progetto di costruzione di una società più accogliente e reciprocamente tollerante. Bisognerebbe però mettere in conto il fatto che le componenti più deboli delle popolazioni immigrate si ripiegano su stesse e si oppongono all’integrazione soprattutto quando restano confinate ai margini della società: allora può manifestarsi la tendenza a razionalizzare l’esclusione in termini di scelta oppositiva e di affermazione identitaria polemica e non negoziabile.
b) Politiche di immigrazione e processi di integrazione
Non vanno confuse, in altri termini, le politiche di trattamento dell’immigrazione (e specificamente delle diversità culturali) con i processi effettivi di integrazione degli immigrati, tributari degli andamenti economici, del funzionamento dei mercati del lavoro, della ricezione dell’immigrazione da parte delle società riceventi, di politiche più complessive come quelle di welfare.[7] In certi casi, come quello tedesco, l’integrazione degli immigrati è stata favorita da politiche e dispositivi diversi, che riguardavano la popolazione in generale, come il robusto e universalistico sistema di welfare, divaricandosi dagli intenti perseguiti dalle politiche migratorie. In altri, l’enfasi su alcune misure od orientamenti multiculturalisti [8] non ha saputo contrastare la marginalità strutturale degli immigrati.
Questi riferimenti possono essere riepilogati in un assunto: se non si guarda al livello delle retoriche pubbliche, ma a quello delle politiche effettive, si può notare una tendenza verso l’attenuazione e il superamento, nei fatti, della canonica contrapposizione dei modelli nazionali di politiche migratorie, ossia dei modelli multiculturalisti (rappresentati da Paesi come Olanda o Gran Bretagna) rispetto ai modelli assimilazionisti (il cui esempio più citato è quello francese).
Prendiamo un altro esempio. Tanto lo Stato tedesco, a dispetto della recente presa di distanza dall’approccio multiculturalista, quanto lo Stato francese, campione della laicità, hanno iniziato da alcuni anni a finanziare con denaro pubblico la formazione dei leader religiosi musulmani sui rispettivi territori. Ci si può chiedere se si tratti di politiche assimilative, in quanto puntano a formare dei responsabili comunitari nella lingua e nella cultura del Paese ospitante, oppure di politiche multiculturaliste, giacché di fatto riconoscono e rafforzano il ruolo delle minoranze religiose organizzate come strutture intermediarie dell’integrazione degli immigrati.
Confrontando il caso francese con un caso apparentemente antitetico come quello britannico, si nota uno scarto tra le «filosofie nazionali» e le effettive risposte politiche alla presenza di immigrati e minoranze etniche.[9] Ogni Paese devia nei fatti dal modello di integrazione proclamato a livello ideologico, cosicché, analizzando il fenomeno in maniera empirica anziché normativa, l’idea stessa di un «modello» viene relativizzata.[10] Nei fatti si nota una convergenza tra Francia e Regno Unito perché simili sono le sfide da affrontare: dare una cittadinanza effettiva a minoranze spesso trattate come componenti sociali di seconda classe, mentre le preoccupazioni legate alla sicurezza tendono a individuare le diversità religiose e culturali come minacce nei confronti dei «valori condivisi» e dell’identità nazionale.
I modelli riescono sempre meno a cogliere l’insieme spesso farraginoso delle politiche e degli interventi concreti, stratificati nel tempo e legati a preoccupazioni e obiettivi diversi; i casi nazionali con il passare degli anni si sono evoluti, uscendo dalle coordinate dei modelli originari; differenti categorie di immigrati (come i rifugiati, i lavoratori stagionali, i discendenti di antichi emigranti, ecc.) ricevono trattamenti diversi da quelli previsti dal modello generale; le politiche locali si discostano sempre più da quelle previste dal modello nazionale.[11]
2. La dimensione locale delle politiche per gli immigrati
Quest’ultimo punto merita un approfondimento. Alla luce delle notevoli distanze tra retoriche nazionali e politiche locali, si può affermare che un territorio, con le sue istituzioni, le sue scelte politiche, il suo tessuto associativo, può esercitare un ruolo attivo nel configurare forme più avanzate (o al contrario, arretrate) di inclusione dei migranti nella comunità locale e nel promuovere rapporti pacifici e reciprocamente benefici tra vecchi e nuovi residenti. Si può quindi parlare di una dimensione locale dell’integrazione e della cittadinanza degli immigrati.
Se le stesse istanze relative alle differenze culturali, difficilmente accolte a livello di legislazioni nazionali, possono trovare a livello locale maggiori possibilità di ricezione, è vero anche il fenomeno opposto: in ambito locale sorgono anche movimenti di opposizione all’insediamento di strutture o servizi destinati a popolazioni immigrate, oppure — fatto ancora più interessante — di edifici che rivelano sul piano simbolico la trasformazione della società in senso multietnico e multireligioso,[12] a dispetto del diritto alla libertà di culto sancita dalle carte costituzionali. Il caso più tipico e frequente è ovviamente quello dei luoghi di culto delle minoranze islamiche.
Nel nostro Paese, i governi di varie località dell’Italia settentrionale si sono posti in evidenza per misure di politica municipale, spesso inefficaci o revocate per intervento di altre autorità, tendenti a marcare i confini, a distinguere cittadini e immigrati, a negare o limitare benefici, opportunità, diritti a loro favore. Anche quando si tratta di diritti sanciti da norme nazionali, dalle carte costituzionali o da dichiarazioni delle istituzioni internazionali sottoscritte dai Governi, la loro fruizione effettiva passa sovente attraverso la cruna dell’ago delle decisioni assunte in ambito locale, come nel caso del rilascio delle concessioni edilizie per l’edificazione di luoghi di culto o delle autorizzazioni necessarie per aprire scuole o centri culturali. Soprattutto a livello locale, si coglie l’influenza esercitata nei processi di governante [13] da diversi attori delle società civili, compresi i movimenti e le associazioni e promossi dagli immigrati o i comitati locali che si oppongono a determinati provvedimenti, come l’allestimento di servizi di accoglienza per rifugiati o minoranze rom e sinti: che siano favorevoli o contrari all’inclusione degli immigrati nella comunità locale, questi attori incidono sulle scelte delle istituzioni e sulla loro attuazione effettiva. È sempre a livello locale che ci si misura con le implicazioni e le istanze che scaturiscono dalla modificazione in senso multietnico della composizione della popolazione, con l’accresciuto pluralismo degli stili di vita e dei rapporti sociali che ne deriva.
Come abbiamo ricordato, le politiche locali si discostano sovente dai modelli nazionali (dichiarati), a volte cercando di compensarne carenze e contraddizioni.
Per esempio, in Germania diversi Land a guida socialdemocratica hanno istituito da tempo servizi per l’integrazione degli immigrati, in contrasto con il modello del lavoratore-ospite. In Francia, molte amministrazioni locali e regionali hanno introdotto interventi di mediazione e iniziative multiculturali, in contrasto con l’ideologia repubblicana di indifferenza verso le diversità etniche e culturali. In altri casi, sono invece le politiche nazionali a spingere amministrazioni locali riluttanti verso l’attuazione di misure di inclusione.
A livello locale l’attivazione delle istituzioni pubbliche e delle società civili mescola elementi assimilativi (come i corsi di lingua, le politiche per il lavoro o per l’alloggio) con elementi multiculturali (come il sostegno alle associazioni, alle domande relative al culto o alle produzioni culturali degli immigrati). Il vero spartiacque contrappone governi locali inerti, poco sensibili o programmaticamente ostili all’integrazione degli immigrati e governi locali disposti a investire risorse e a rischiare emorragie di consensi elettorali per sostenere misure volte all’accoglienza delle popolazioni straniere e alla promozione di società locali più integrate e inclusive; così come nella società civile si contrappongono costruttori di iniziative di integrazione (tanto assimilative quanto volte a promuovere le culture minoritarie) e mobilitazioni contro gli immigrati.
Una ricerca su alcune città italiane ha inoltre posto in luce la dipendenza delle politiche locali dal loro percorso politico precedente, che si traduce in uno scarto tra la dimensione delle politiche dichiarate, con il loro apparato retorico, e quella delle politiche in uso, che si riferisce ai comportamenti effettivi.[14] Può dunque accadere che a determinati pronunciamenti politici non seguano scelte congruenti, o che queste si limitino ad aspetti simbolici volti a impressionare l’opinione pubblica, anche attraverso le polemiche che suscitano (pensiamo al caso del velo); oppure che a cambiamenti di maggioranza al governo delle città, malgrado le dichiarazioni, non corrispondano cambiamenti profondi nelle politiche destinate agli immigrati, giacché la dimensione organizzativa e la dipendenza dai modelli di intervento ormai consolidati vincolano le politiche in uso. In altri termini, parecchie amministrazioni locali si comportano meglio di quanto lascerebbero pensare i discorsi dei loro amministratori.
Assume rilievo in proposito anche un altro aspetto importante quanto trascurato: governi e amministrazioni locali, come quelli nazionali, non sono blocchi monolitici, ma hanno al loro interno settori, uffici e funzionari che possono seguire visioni diverse del fenomeno migratorio. Il ruolo degli operatori pubblici, sindacali o del terzo settore, con gli intrecci di relazioni e scambi cooperativi costruiti nell’interazione, rappresenta uno dei fattori esplicativi sia della continuità delle politiche in uso, sia degli scostamenti rispetto alle politiche dichiarate.
Il dibattito richiamato aiuta infine a formulare una riflessione più ampia sulle politiche nei confronti degli immigrati. La questione dell’integrazione non può essere disgiunta dal dibattito sulla cittadinanza. L’insediamento stabile di popolazioni immigrate pone in rilievo, infatti, i limiti della classica concezione che collegava diritti politici (il voto) e diritti sociali (i servizi di welfare), avendo come presupposto l’appartenenza alla comunità nazionale. Si configura il rischio della scissione degli abitanti di un determinato territorio in due gruppi: i cittadini a pieno titolo, abilitati a concorrere alle decisioni pubbliche mediante il voto, e i nuovi meteci, lavoratori accolti in quanto utili, ma privi del diritto a concorrere alle scelte del territorio in cui risiedono.[15] Questa disuguaglianza erige una barriera che contrasta con le domande di integrazione a carico degli immigrati. La questione del trattamento dell’immigrazione rivela così la sua natura più profonda e autentica: si tratta in effetti di pensare l’integrazione della società nel suo complesso, in presenza di un crescente pluralismo etnico e culturale della popolazione.
3. L’integrazione, tema controverso
Le questioni poste richiamano inevitabilmente un altro tema controverso del dibattito sui rapporti tra immigrati e società riceventi: quello dell’integrazione dei nuovi arrivati nelle società in cui hanno scelto di stabilirsi. Vale la pena di richiamare il dibattito sull’argomento per cercare di pervenire a una precisazione sul modo di intendere il concetto e quindi di delineare politiche appropriate.
a) L’integrazione nel paradigma assimilazionista
Una prima visione, ampiamente circolante nell’opinione comune e nel discorso pubblico, è quella che riprende il paradigma assimilazionista del passato, in cui l’immigrazione è vista come un fattore di turbamento dell’ordine sociale. I migranti, per essere accettati, devono quindi conformarsi ai modi di vivere e alle pratiche sociali delle società in cui risiedono: devono lasciarsi assimilare, abbandonando o nascondendo il più possibile nella sfera privata i tratti culturali che li differenziano dalla maggioranza.
Sul piano delle politiche pubbliche, soprattutto dopo gli attentati del settembre 2001, queste preoccupazioni si sono tradotte, come già accennato, in un ritorno alla richiesta di adesione e conformità alla società ricevente e alle sue istituzioni, da verificare al momento dell’ingresso o in altri passaggi salienti, come la naturalizzazione: di qui la nuova importanza attribuita alla conoscenza della lingua, misurata mediante apposite prove, e i tentativi più controversi e per forza di cose limitati di valutare la lealtà politica dei nuovi arrivati, anche ricorrendo a corsi e appositi «contratti di integrazione».
Va osservato al riguardo che gli impedimenti che gli Stati democratici incontrano nel sondare atteggiamenti e convinzioni degli stranieri residenti si traducono in un’accentuazione degli sforzi di monitoraggio della sfera cognitiva: gli Stati riceventi tendono a chiedere di più ai nuovi arrivati, in termini di conoscenze linguistiche e normative, ricodificando la cittadinanza come una relazione contrattuale. Rispetto alla posizione liberale, che vede la cittadinanza come un veicolo di integrazione, si torna almeno parzialmente verso una concezione più conservatrice e restrittiva della cittadinanza come premio all’integrazione.
Una visione più ampia dell’integrazione consente invece di individuare almeno quattro aspetti-obiettivo delle politiche pubbliche in materia di integrazione degli immigrati.[16] Il primo consiste nel massimizzare l’utilità dell’immigrazione per il Paese di arrivo, contenendone gli effetti negativi. Ne discende la sorveglianza della mobilità attraverso le frontiere, la selettività nei confronti dei candidati all’ingresso, il ritorno a forme di immigrazione temporanea o, come oggi si preferisce dire, «circolare». Il secondo aspetto riguarda la tutela del benessere e dell’integrità delle persone e comunità immigrate, attraverso la concessione di diritti e l’erogazione di servizi correlati. Rientra in quest’ambito la tutela della dignità culturale dei gruppi minoritari, che richiede il contrasto di retoriche pubbliche offensive, che però non siano lesive del benessere dei nazionali, una potenziale tensione che ha dato luogo a conflitti di intensità accresciuta. Il terzo aspetto delle politiche di integrazione richiama questo problema, puntando a realizzare un’interazione positiva, o almeno a basso conflitto, tra minoranze immigrate e maggioranze e minoranze nazionali. Trova qui collocazione la promozione del dialogo interculturale, insieme allo scambio quotidiano tra persone e gruppi di origine diversa. Il quarto aspetto riguarda la capacità, se non di produrre benefici, almeno di evitare danni «transnazionali», ossia riferiti ai Paesi d’origine o a Paesi terzi. In questo caso, l’attenzione si focalizza sul brain drain (il drenaggio dei cervelli) e sull’emergente fenomeno del care drain (il drenaggio di risorse di cura), attraverso un’importazione di manodopera femminile che destabilizza famiglie e sistemi di accudimento nelle società di provenienza.
Le politiche di integrazione, che ponevano inizialmente l’accento sul primo aspetto-obiettivo (l’impatto positivo sulle società riceventi), si sono poi spostate verso il secondo (l’integrità delle comunità immigrate), passando negli ultimi anni a privilegiare il terzo (l’interazione a basso conflitto), recuperando nello stesso tempo anche il primo. Continua invece a restare trascurato il quarto, che sta a cuore soprattutto ai Paesi di provenienza.
Questo dibattito pone in rilievo il fatto che l’integrazione è un processo, che può essere attivamente promosso e perseguito da adeguate politiche. Gli Stati riceventi si attribuiscono oggi soprattutto un ruolo di verifica e sorveglianza dei risultati ottenuti, con un minor accento su una funzione promozionale. Lasciano trapelare un pessimismo maggiore del passato sulla spontaneità e il successo del processo, traducendo in norme una sensibilità indubbiamente diffusa nell’opinione pubblica, e tendono a imputare la principale responsabilità degli esiti ai migranti stessi, alla loro volontà e capacità di inserirsi nel nuovo contesto di vita.
L’approccio assimilazionista che ricalca l’impostazione del passato si discosta da una seconda posizione, che ha largo seguito nel dibattito d’oltreoceano, definibile come neoassimilazionista. Secondo questa corrente, l’assimilazione, una volta liberata dal sovraccarico ideologico del vecchio impianto etnocentrico da cui era scaturita, mantiene una fondamentale pertinenza: avviene sempre e comunque, se non nella prima, quanto meno nella seconda o nella terza generazione.[17] In questa linea di pensiero, vi è una visione dell’assimilazione come processo inevitabile: continua ad avvenire, indipendentemente dalla volontà dei soggetti coinvolti, e riguarda ambiti come l’apprendimento linguistico, il superamento nel tempo delle nicchie occupazionali connotate etnicamente, la crescita dei matrimoni misti. A lungo termine sul piano culturale le identità minoritarie tendono a scomparire o a ridursi ad elementi simbolici, assorbite dalla cultura maggioritaria [18].
b) «Integrazione» o «interazione»?
Il concetto di integrazione ha incontrato invece varie critiche da posizioni che rimandano alle suggestioni multiculturaliste. L’enfasi sulla pari dignità delle culture, sulla critica alla pretesa superiorità occidentale, sullo scambio e la comunicazione paritaria, conduce a porre al centro dell’attenzione l’idea di «interazione»: l’accettazione reciproca, lo scambio paritario e la comunicazione aperta sono aspetti decisivi dell’inclusione di minoranze etnico-culturali. Qualcosa di simile avviene quando si adotta il concetto di «convivenza».
Gli elementi di debolezza di questo approccio, quando tende a contrapporre convivenza e integrazione, riguardano anzitutto il concetto di interazione, che può evocare relazioni asimmetriche (di dominazione, discriminazione, ecc.) o conflittuali (di scontro, contrapposizione, ecc.), e va dunque qualificato per assumere significati positivi. L’interazione — la convivenza «buona» — presuppone poi un minimo di integrazione per poter cominciare, a partire dal possesso di codici linguistici comuni che consentano di comunicare. Prolungandosi e rafforzandosi nel tempo, produce conoscenza, frequentazione e amicizia, ossia, propriamente, integrazione sociale. Da ultimo, va rilevato che il concetto di integrazione tiene conto della dimensione strutturale, ossia del benessere e dell’integrità delle persone e delle comunità immigrate,[19] nonché del trattamento egualitario e delle opportunità di accesso a servizi, istituzioni, posizioni lavorative non solo marginali. Se si parla di interazione, o di convivenza, l’accento viene invece posto sulla dimensione comunicativa e culturale, trascurando gli aspetti strutturali. In altri termini, si può interagire o convivere anche in contesti di dura discriminazione razziale. Nei regimi coloniali o schiavisti, dominatori e dominati interagivano e convivevano, ma non in condizioni di equità e di opportunità di vita buona per tutti.
L’interazione rientra dunque nel concetto di integrazione come processo, certamente lo qualifica, ma non lo sostituisce né tanto meno vi si contrappone. Stimola a evitare, anche implicitamente, di proporre una gerarchia tra una cultura dominante, quella maggioritaria, e delle culture subalterne, quelle minoritarie. Spinge a porre in rilievo ambiti e occasioni di comunicazione paritaria. Malgrado le lodevoli intenzioni, non sembra tuttavia poter rappresentare un’alternativa soddisfacente al vecchio concetto.
c) I processi di identificazione
Uno sguardo in parte diverso proviene dal filone degli studi culturali, in cui il fuoco dell’analisi si sposta verso i processi di identificazione. Da questo versante proviene una critica all’idea delle «culture» come contenitori omogenei, compatti, tendenzialmente chiusi, e soprattutto da preservare nella loro presunta autenticità, verso cui si orienta una parte del variopinto fronte delle posizioni multiculturaliste. La visione di cultura proposta è molto più fluida e sfrangiata, continuamente reinterpretata e negoziata a seconda delle situazioni e dei contesti di interazione. Gli individui di volta in volta, consapevolmente o meno, adottano atteggiamenti, rappresentazioni, pratiche sociali, retoriche, che possono rimandare a tradizioni culturali più o meno autentiche, a modelli appresi nella società ricevente, a ibridazioni e rielaborazioni soggettive degli uni e degli altri. I giovani, più flessibili e capaci di apprendere, sono in prima linea in questa incessante ridefinizione dei profili identitari e delle logiche di azione.[20] I giovani «sempre più negoziano e definiscono spazi di riconoscimento, modelli di comunicazione e forme di identificazione, che sono dissociate dalla cittadinanza etnica e culturale», senza però assumere acriticamente i modelli delle società riceventi. Si tende quindi a vedere le seconde generazioni come «luoghi di formazione di nuovi codici, forme di azione e di identificazione che anticipano tendenze più generali verso l’elaborazione di nuove idee di cittadinanza».[21]
4. Ridefinire l’integrazione
Il concetto di integrazione, pur sollevando dubbi e critiche, resta difficilmente sostituibile nello studio dell’inserimento sociale dei giovani di origine immigrata. Certamente va interpretato in modo accurato; proponiamo pertanto alcuni elementi di caratterizzazione del concetto.
L’integrazione va concepita anzitutto come un processo che si distende nel tempo, dipende da una pluralità di fattori (il mercato del lavoro, l’accettazione degli immigrati, il sistema complessivo di welfare), non discende meccanicamente dalle politiche, anche se evidentemente è favorito da quelle più aperte nei confronti dell’inclusione paritaria degli immigrati nelle società riceventi.
L’integrazione è inoltre un percorso sfaccettato e multidimensionale, che può essere più avanzato in alcuni ambiti e meno in altri; può essere maggiormente richiesta e promossa in alcune aree, soprattutto quelle di rilevanza pubblica (ad es. la conoscenza della lingua della società ricevente), e lasciata invece alla libera determinazione dei soggetti in altre, attinenti alla sfera privata. L’aspetto più rilevante in proposito è la libertà religiosa.
Non comporta una progressione lineare di stampo evoluzionistico, da stili di vita «tradizionali» e determinati dall’appartenenza etnica a stili di vita «moderni», individualistici, secolarizzati, conformi alle pratiche sociali prevalenti nella società ricevente: può prevedere diverse articolazioni tra dimensione individuale e collettiva, tra appartenenze che rimandano a legami etnici o religiosi e comportamenti orientati alla fruizione delle opportunità offerte dalla società ricevente. Non contrappone il riferimento a elementi culturali ascrittivi all’acquisizione di competenze e abilità funzionali all’inserimento sociale.
Riveste un carattere locale e contestuale: l’integrazione avviene in luoghi specifici, in sistemi di relazioni situati nel tempo e nello spazio, non in un’astratta «società italiana». Privilegia di fatto la dimensione micro (i rapporti interpersonali) o meso (le attività associative o di gruppo), in cui si sperimentano occasioni di socialità e forme di apprendimento. Nello stesso tempo, comporta la consapevolezza che non tutte le frequentazioni e le pratiche apprese nella società ospitante sono vantaggiose ai fini dell’accettazione, dell’inserimento, della mobilità sociale. Del pari, la partecipazione a gruppi di coetnici può sia produrre una socialità ristretta e oppositiva, sia rafforzare l’adesione a sistemi normativi in grado di proteggere gli individui da derive anomiche, un aspetto di particolare importanza per le giovani generazioni.
Chiama in causa in vario modo la società ricevente e le sue istituzioni: nelle normative sulla cittadinanza, nel discorso pubblico sugli immigrati, nel clima di accettazione, pregiudizio o rifiuto di determinate categorie di residenti stranieri, nell’impostazione e attuazione di politiche educative e sociali che influenzano le condizioni di vita dei migranti e nelle risorse investite in esse, nelle possibilità concrete di incontro nella vita quotidiana.
Per concludere, non serve ed è anzi poco produttivo continuare a discutere di «modelli» di inclusione degli immigrati, contrapponendo integrazione e multiculturalismo. Ancora meno condivisibile è l’attuale processo a una versione fantasmatica del multiculturalismo, da cui si fa discendere o una chiusura di fatto nei confronti dell’accoglienza degli immigrati, o un ritorno al vecchio assimilazionismo, con le sue pretese di conformismo, omogeneità, invisibilità delle differenze culturali. Abbiamo invece bisogno di politiche pragmatiche, che accompagnino con saggezza una trasformazione della società in senso multietnico che sta già avvenendo ogni giorno, sotto i nostri occhi, spesso con la collaborazione di noi stessi. È il multiculturalismo quotidiano.[22] Assumere un’assistente domiciliare per curare i nostri anziani oppure mangiare un kebab o un piatto di sushi sono già azioni quotidiane che parlano di come stiamo agendo per la costruzione di una società più eterogenea e plurale di quella che abbiamo conosciuto nel passato e che forse vorremmo conservare.
(Aggiornamenti sociali 5/2011, pp. 343-354)
[1] Taino D., «La Merkel dichiara fallito il modello multiculturale», in Corriere della Sera, 17 ottobre 2010.
[2] Glazer N., We are all multiculturalists now, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1997.
[3] Cfr Moller Okin S., Is multiculturalism bad for women?, Princeton University Press, Princeton (NJ) 1999 (tr. it. Diritti delle donne e multiculturalismo, Raffaello Cortina, Milano 2007).
[4] Cfr Banting K. – Kymlicka W., «Do Multiculturalism Policies Erode The Welfare State?», in Cultural Diversity versus Economic Solidarity. Proceedings of the Seventh Francqui Colloquium. Brussels, 28 February-1 March 2003, De Boeck&Larcier, Bruxelles 2004, 227-290.
[5] Questi autori hanno classificato i Paesi dell’area OCSE su una scala che può raggiungere un punteggio massimo di 8 quando in un Paese sono adottate tutte le politiche elencate. In testa alla graduatoria figurano Canada e Australia, con sei punti, definiti Paesi con forti politiche multiculturali; segue un gruppo di Paesi con politiche modeste (punteggio di 5,5), in cui rientrano Belgio, Nuova Zelanda, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Svezia, Stati Uniti; infine, l’ultimo gruppo, con politiche deboli, comprende Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Irlanda, Italia, Norvegia, Spagna, Svizzera.
[6] Cfr Zincone G., «Introduzione. Il passaggio al primo piano», in Id. (ed.), Immigrazione: segnali di integrazione. Sanità, scuola e casa, il Mulino, Bologna 2009, 7-67.
[7] Cfr Ambrosini M., Un’altra globalizzazione. La sfida delle migrazioni transnazionali, il Mulino, Bologna 2008.
[8] In genere su aspetti leggeri, in termini di costi e di impatto sociale, come il sostegno ad attività culturali o formazioni associative delle minoranze etniche, o alcuni emendamenti di programmi di insegnamento e libri di testo.
[9] Cfr Bertossi C., French and British Models of Integration. Public Philosophies, Policies and State Institutions, ESRC Centre on Migration, Policy and Society, Working Paper N. 46, University of Oxford, Oxford 2007.
[10] Cfr Martiniello M., Le socetà multietniche, il Mulino, Bologna 2000.
[11] Cfr Zincone G., «Introduzione. Il passaggio al primo piano», cit.
[12] Si pensi al voto referendario svizzero contro l’erezione di minareti: non di per sé contro l’edificazione di luoghi di culto da parte delle minoranze musulmane, ma di segni architettonici visibili che alterino quello che potremmo definire il «paesaggio simbolico» delle città elvetiche.
[13] Ossia nei processi effettivi di costruzione e attuazione delle politiche pubbliche, in cui esercitano un’influenza spesso importante vari attori e forze, dagli apparati amministrativi, agli interessi economici, alle organizzazioni professionali e sindacali, ai soggetti della solidarietà organizzata.
[14] Cfr Campomori F., «Il ruolo di policy making svolto dagli operatori dei servizi per gli immigrati», in Mondi migranti, 3 (2007) 83-106; Id., Immigrazione e cittadinanza locale. La governance dell’integrazione in Italia, Carocci, Roma 2008.
[15] Cfr Walzer M., Sfere di giustizia, Feltrinelli, Milano 1987.
[16] Cfr Zincone G., «Introduzione. Il passaggio al primo piano», cit.
[17] Cfr Ambrosini M., «Figli dell’immigrazione. Difficoltà e risorse», in Aggiornamenti Sociali, 11 (2009) 662-673.
[18] Cfr Alba R. – Nee V., «Rethinking assimilation theory for a new era of immigration», in International Migration Review, 4 (1997) 826-874.
[19] Cfr Zincone G., «Introduzione. Il passaggio al primo piano», cit.
[20] Cfr Ambrosini M., Richiesti e respinti. L’immigrazione in Italia, come e perché, Il Saggiatore, Milano 2010.
[21] Cfr Colombo E. – Domaneschi L. – Marchetti C., Una nuova generazione di italiani. L’idea di cittadinanza tra i giovani figli di immigrati, FrancoAngeli, Milano 2009, 24-25.
[22] Cfr Colombo E. – Semi G. (edd.), Multiculturalismo quotidiano. Le pratiche della differenza, FrancoAngeli, Milano 2007.

