Il Terzo Settore

    tra passato, presente e futuro

    Giuliano Amato

     


    Buon compleanno, cari Amici del Terzo Settore.
    30 anni è una festa. Voi siete cresciuti così tanto in 30 anni che se continuate così e riuscite ad arrivare alla mia età (al mio prossimo saranno 87), l'Italia sarà assolutamente migliore. In effetti il vostro mondo è davvero cresciuto, in modo impressionante, e pochi forse si sono accorti del cambiamento attuale e potenziale che voi rappresentate. Un filosofo cinese del IV secolo avanti Cristo, poi imitato con frasi meno efficaci della sua, disse che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Poi ha subito molte variazioni, ma è bella così nell'originale: tante cose sono “cadute” in Italia in questi anni facendo molto rumore, e voi siete la foresta che è cresciuta, non ignorata, non nel silenzio totale (questo sarebbe privo di senso dirlo) ma certo facendo meno rumore di ciò che è caduto; e la dimensione a cui siete arrivati è una dimensione che quando viene enunciata stupisce. Chi può mettere in campo 5 milioni di persone legate tutte dalla vocazione e dall'esercizio del volontariato? I nostri Enti di non profit in via generale stanno per arrivare a 400.000. Il registro unico (mi ricordo quando è stato istituito sembrava una cosa che la transizione avrebbe portato ad un futuro indefinito) ha ormai oltre 126.000 entità associate con tutte le complicazioni che ci sono per arrivare a questo registro unico. Eppure quasi un terzo ormai degli organismi del Terzo Settore sono in quel registro con tutte le conseguenze che questo può portare con sé. C'è un milione di occupati che si aggiungono ai volontari.
    Ecco questa è una realtà che da sola (e ce ne rendiamo conto) sta mantenendo i fili di un tessuto coesivo che la nostra società è venuta perdendo progressivamente per tanti sfilacciamenti che ha subito. Chiunque parli del Terzo Settore non può che sottolineare (come indicano tutte le analisi che risalgono ormai nei decenni) una perdita di coesione segnata dall'individualismo selvaggio, dai consumi privati che hanno sostituito il rapporto con gli altri. Questo è ciò che colpisce: che mentre voi venivate allargando i vostri numeri, la vostra rete, cadeva praticamente la rete delle identità collettive delle coesioni, che era stata creata storicamente nella nostra società dai partiti. E non solo nella nostra. Storicamente erano stati i partiti dall'inizio del 900 quelli che avevano avuto la responsabilità di creare i legami tra i milioni e milioni che entravano nella vita democratica, evitando appunto che l'allargamento dei sistemi di governo che erano nati ed erano stati concepiti per le élite (in effetti, la democrazia parlamentare figlia dell'800 è una democrazia che si abitua a funzionare per poche migliaia di persone) escludesse di fatto tutti gli altri. Non dimenticate che le elezioni del secondo 800 del primo Regno d'Italia vedevano 280 000 elettori in tutto: per forza, erano solo i possidenti e i letterati; gli ignoranti poveri erano fuori. Quando la democrazia parlamentare affronta la sfida del governo dei milioni a cui si allarga necessariamente la sua platea, ha un problema gigantesco: come fare in modo che le aspettative, le domande, le ansie, le preoccupazioni di questi milioni di persone, ciascuna delle quali con le sue, possano essere fatte convergere verso aspettative, visioni, idealità comuni. Se non ci fosse stato qualcuno in grado di fare questo, la democrazia avrebbe fallito e sarebbe stata sostituita - laddove ha cominciato a prender piede - da regimi di altro genere. Ebbene chi ha assolto a questo compito storico - da noi e non solo da noi - sono stati i partiti politici. Al punto che una Costituzione come quella italiana, scritta nel 1946, quando tocca quello che è il suo pilastro fondante e fondamentale, che è la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche nazionali, dice (articolo 49) che questa partecipazione avviene attraverso i partiti politici.
    Il crollo che è avvenuto a pezzi nella tarda seconda metà del Novecento è il crollo non dei partiti come tali, ma dei partiti come reti operanti sul territorio, attraverso le quali i cittadini hanno modo di dialogare fra di loro e di dialogare con i loro rappresentanti politici sui temi di comune interesse, ad abituarsi a misurare il proprio interesse e la propria visione del mondo che li circonda con gli interessi e la visione degli altri, a convergere in visioni comuni, addirittura in identità collettive.
    La società ha già le sue identità collettive prevalentemente formate dall'economia e dalla religione: noi siamo un paese a larga maggioranza cattolica, e abbiamo altre minoranze; comunque l'identità religiosa è un'identità collettiva che ha un suo valore, una sua valenza. Poi c'è l'identità (una volta la chiamavamo alcuni di noi) di classe (anche Dahrendorf, un grande pensatore liberale ne prendeva atto), che conformava gli interessi. Ma con lo sviluppo della società accadono dei fenomeni che producono un effetto di per sé devastante: anzitutto l'individualizzazione delle vite: la grande famiglia che governa gli individui nelle campagne si assottiglia via via e genera nuclei familiari molto più esili che si collocano nelle città (l'urbanizzazione porta all'assottigliamento delle famiglie). In una prima fase non cancella i valori di solidarietà che la famiglia e il lavoro portano; ma col passare del tempo, con la progressiva diminuzione delle grandi fabbriche, dei grandi insediamenti, le vite diventano sempre più individuali; neanche il lavoro mi rende più eguali ad altre migliaia. Si vive più da soli, i consumi individuali sostituiscono il dialogo. Come scrisse tra i primi Pasolini in un famoso articolo del 75 sul Corriere sulla scomparsa delle lucciole, cioè dei valori che illuminavano gli insiemi, valori spesso conservatori, spesso addirittura reazionari (la famiglia era dominata allora non c'è dubbio dal patriarcato), ma era un tessuto: quello via via viene meno e la società dei consumi fornisce a ciascuno attrezzi vari per vivere da solo le ore che in altri tempi si vivevano stando insieme.
    Quando ero ragazzo, buona parte del weekend lo dedicavo alla politica. Andavamo nella sezione del nostro partito, discutevamo col nostro parlamentare dell'acquedotto, della linea tranviaria, del ruolo dell'Italia in Europa, della pace nel mondo, e ci formavamo così, e venivamo formati, e arrivavamo alla politica attraverso di questo. Un weekend così non lo passa più nessuno, il weekend si passa fruendo di servizi per sé e al massimo per la propria famiglia, usando le tecnologie.
    Che cosa viene accadendo dopo? Le tecnologie (la prima è la televisione) creano un rapporto diverso tra il cittadino e la politica. Io ho smesso di vedere i leaders del mio partito di persona, li ho cominciato a vedere sullo schermo televisivo. Loro hanno progressivamente perso il bisogno di venirmi a parlare perché tanto mi parlavano attraverso la televisione. Non ci siamo accorti che nel frattempo io cessavo di essere un cittadino che partecipa e diventavo un cittadino che fa il tifo: fa il tifo per lui contro di lei, e quindi fra l'altro la politica comincia ad acquistare le caratteristiche proprie dell'agonismo, in cui io non sono parte della squadra, ma tifo per una squadra, e quindi ce l'ho con quelli che tifano per l'altra squadra, magari non ci parliamo mai.
    Arrivano le nuove tecnologie, arriva la rete, arriva la possibilità di esprimersi direttamente e non soltanto di ascoltare in silenzio coloro che esercitano la videocrazia (aveva scritto Giovanni Sartori): queste tecnologie creano l'illusione di una nuova partecipazione. Ci sono anche alcuni partiti che cercano di organizzarsi attraverso la partecipazione a distanza. Lo fanno i primi Piraten tedeschi (non so se ve li ricordate), poi lo farà il Movimento 5 Stelle italiano: esperimenti che cercano di mimare la partecipazione, ma che non riescono ad andare oltre le poche migliaia di persone. Noi siamo milioni, gli altri, i milioni esprimono ciascuno la propria opinione sui social. Questa non è partecipazione politica, perché è partecipazione privata, perché è individuale, perché le opinioni che esprime non nascono dal confronto e dal dialogo, dal guardarsi negli occhi, che cambia tutto. No, io non guardo negli occhi nessuno e sputo attraverso la tecnologia addosso a qualcun altro, e questa partecipazione acquista la valenza di uno scontro sempre più violento, sempre più ostile al quale purtroppo la politica si adegua, ne prende atto, e addirittura a volte si mette ad aizzare. Gli stessi gestori della tecnologia capiscono che quanto più conflitto c'è sui loro social, tanto più c'è audience, e quindi ci si può infilare anche più pubblicità, e allora tutto questo concorso di circostanze porta ad una politica che da una parte poggia su frammenti di società, dall'altro lega questi frammenti non più con la condivisione ma con l'ostilità, non più “per” ma prevalentemente “contro”, e pian piano tutti vi si adeguano.
    E quindi noi abbiamo il duplice fenomeno al nostro tempo: di società che sono per un verso frammentate in chiave individuale, per l'altro fratturate, perché le aggregazioni si collocano ai lati di una frattura non sanabile, non suturabile. Lo scopo è non raggiungere mai l'accordo con l'avversario, anzi gli Italiani coniano una parola che squalifica l'accordo con l'avversario, lo chiama “inciucio” a priori, di qualunque cosa si tratti. Se il conte di Cavour non fosse stato un efficace fautore di questo, voi non sareste Italiani, perché l'Italia non sarebbe mai stata unita. Perché il compito del nostro tempo - questo deve essere chiaro dai più diversi punti di vista - non è separare ma unire, non è chiudersi nelle diversità ma metterle insieme.
    In un libro che abbiamo scritto con Vincenzo Paglia e l'ultima volta anche con Giancarlo Bosetti Il sogno di Cusano. Dialoghi post-secolari e la politica inaridita di oggi (Cusano era un cardinale filosofo del XVI secolo, che sognò che il Signore adunasse tutti i diversi - era subito dopo la presa di Costantinopoli da parte degli Ottomani - perché trovassero il modo di stare insieme), proponiamo una “Babele alla rovescia”. Il fatto che il Dio decidesse che non si parlasse più nella torre la stessa lingua ma che vi fossero lingue diverse, non fu una condanna ma una messa alla prova: ciascuno di voi deve avere la sua lingua, le vostre diversità sono giuste legittime, ma il vostro compito è riuscire a convivere, a collaborare.
    Pensate al mondo di oggi, che ha questioni comuni gigantesche come la questione climatica e quindi delle misure da adottare per consentire banalmente alla specie umana di poter sopravvivere su questo pianeta. Ma si può permettere una conflittualità così accesa, così continua, così segnata da guerre – a volte inutili – ma anche conflitti in tutti i sensi, con tutto il bisogno di cooperare?
    E a questo punto mi potete dire: che c'entra il terzo settore? Eh no, c'entra!
    Visto che la politica da sola non ce la fa da sola a uscire dal circolo vizioso delle ostilità reciproche (guardate la polemica politica in Italia, le due parti opposte sono preoccupate anzitutto di dimostrare che l’altro ha torto, per alimentare la conflittualità, più che lavorare insieme per il bene comune o riconoscerlo nell’altro), allora perché il Terzo Settore non se ne occupa? Direte: come? Con delle "trasfusioni di sangue"! Non c'è nulla di male che persone che hanno fatto attività all'interno del volontariato di questa attività passino alla politica e pratichino ciò che la loro cultura ormai formata insegna loro, in modo da insegnarla anche agli altri.
    Ma non c'è solo questo. Da quando quei provvidi articoli 55 e 56 della Legge Quadro hanno avuto (di questo ne ho anche un qualche orgoglio personale) il timbro della Corte Costituzionale - che ha detto che questa non è una deroga bensì un metodo diverso rispetto a quello delle gare, ed è un metodo che ha un fondamento costituzionale diverso - su quel fondamento ha tutte le ragioni di espandersi senza le strettoie della eccezione rispetto alla regola generale. Questo è entrato nella prassi e anche nella nuova legislazione costruita sulla vecchia legge, e allora voi avete nelle mani la partecipazione di cui quell'articolo 49 - rimasto orfano (perché una volta spariti i partiti la partecipazione del cittadino agli affari collettivi al di fuori del distorto canale dei social e in un canale che comporti dialogo, confronto con gli altri, progressivo avvicinamento dei punti di vista) - non aveva nulla. Il modo naturale con cui il Terzo Settore - non dirò necessariamente coprogramma, ma certo - coprogetta e poi può anche oggi gestire attività di interesse collettivo, è un modo che è destinato a coinvolgere i cittadini, a discutere con loro, a vedere con loro come orientare queste attività, evitando che si suscitino reazioni negative e costruendo ciò che i cittadini ritengono necessario col loro consenso per i modi in cui questo viene costruito. Questa è la partecipazione politica oggi; la partecipazione alla costruzione dell'interesse collettivo oggi ha questo canale. Curiosamente è un canale che sta nella stessa costituzione, il 118: la sussidiarietà è questo. E quindi ciò che doveva passare attraverso i partiti, passa attraverso la sussidiarietà, ma sono sempre canali che noi troviamo nel sistema. È naturale che la sussidiarietà sia questo, perché la sussidiarietà non è dei rappresentanti ma è dei rappresentati, è dei cittadini. E voi qui non dovete fare la parte dei rappresentanti che da soli decidono che cosa serve ai cittadini, ma dovete, insieme ai cittadini (siete sul territorio e lo potete fare) costruire il lavoro comune. E quindi mi spiace per quelli che hanno rifiutato l'idea della politica la prima volta che io l'ho avanzata, ma voi siete la nuova politica in larga parte del XXI secolo attraverso la sussidiarietà. Questa è una iniezione vitale per una democrazia la cui vera fragilità non è nella debolezza dei governi ma delle fondamenta su cui l'edificio si regge, la scarsa partecipazione: attraverso questi canali io sono certo si può provocare la partecipazione che non c'è alle elezioni, perché purtroppo chi non partecipa pensa che tanto la mia vita rimane brutta lo stesso chiunque vinca, quindi a me che me ne importa. E no, perché qua io ti sollecito ad occuparti di qualcosa che per un pezzo cambierà la tua vita, ma poi parleremo anche degli altri pezzi.
    Ecco permettetemi di concludere dicendo che questo è vitale per la nostra democrazia, e può diventare vitale per l'Europa. Da qualche tempo c'è un forte movimento che non ha ancora raggiunto gli organi politici, che tende a dare valore ai valori fondanti dell'Unione Europea, quelli scritti nell'articolo 2 del Trattato, il primo di Lisbona: i valori di solidarietà, di rispetto della legge, di costruzione di un'economia sociale di mercato. Leggevo in questi giorni autori che dicono quanto la messa in opera di questi principi sia una forza destinata a cambiare il profilo dell'Unione Europea, che per decenni è stato volto alla costruzione di un mercato e basta, e che ora deve mettere in campo gli ingredienti di una vera economia sociale di mercato, un'economia che rimane fedele al mercato come cornice (non passa ad una pianificazione centralizzata), ma che è caratterizzata dai suoi elementi di socialità.
    E il caso italiano diventa un caso esemplare, e se lo diventa lo deve al 90% a voi.
    Buon compleanno!

    (Trascritto e leggermente adattato dalla videoregistrazione)

    Convegno: 30 Anni di Terzo Settore: la solidarietà oggi è un lusso?
    Nell’anniversario della Manifestazione che diede vita al Terzo Settore italiano

    https://www.youtube.com/watch?v=1AUz5-JJNDI&t=4s