Il giorno della luce

    Imparare a vedere

    il giorno della luce web

     

    Siamo circondati da immagini, ma questo significa davvero che sappiamo guardare?
    Ogni giorno scorriamo fotografie, video, storie, volti. Guardiamo continuamente, eppure spesso passiamo oltre senza accorgerci di ciò che abbiamo davanti. Forse proprio per questo il racconto della creazione comincia dalla luce: «E Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» (Gen 1,3).
    La luce rende possibile riconoscere il mondo. Ci permette di distinguere, incontrare, meravigliarci. Prima ancora di chiederci che cosa possiamo fare per custodire il creato, forse dobbiamo imparare a fermarci e a riconoscerne la bellezza. La custodia nasce da uno sguardo capace di accorgersi del valore delle cose, delle persone, della realtà che ci circonda.
    Viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente sollecitati a guardare, ma non sempre a fermarci. Una notifica, un video, una fotografia catturano per pochi secondi la nostra attenzione e subito qualcosa di nuovo prende il loro posto. Siamo informati su moltissime cose, ma rischiamo di perdere il contatto con quelle che abbiamo realmente davanti. Guardare non significa soltanto vedere: significa prestare attenzione, lasciare che ciò che incontriamo ci raggiunga.
    È anche da qui che possiamo comprendere la questione ecologica. Prendersi cura del creato non significa soltanto adottare comportamenti corretti o ridurre il nostro impatto sull’ambiente. Significa anzitutto riconoscere che il mondo non è semplicemente qualcosa da utilizzare, ma una realtà che ci è affidata. E questo vale anche per l’uomo: la cura dell’ambiente non può essere separata dalla cura della persona, della sua dignità, delle sue relazioni, del suo futuro.
    Benedetto XVI ha insistito molto su questo legame. La sua riflessione sull’ecologia parte da una convinzione precisa: per custodire ciò che ci circonda dobbiamo prima riscoprire chi siamo e quale posto occupiamo nel mondo. L’ecologia, prima di essere una questione tecnica, è anche una questione umana. Se perdiamo il senso del limite, della responsabilità e del valore della realtà, rischiamo di trasformare tutto – la natura, le relazioni, perfino noi stessi – in qualcosa da possedere, consumare o utilizzare.
    Forse allora la prima parola da riscoprire è proprio questa: attenzione. A un paesaggio, a un volto, a una persona che ci parla, a un albero che abbiamo sempre avuto davanti senza mai fermarci davvero a considerarlo. Ma anche a noi stessi, a ciò che proviamo, alle domande che ci abitano. Perché imparare a custodire il mondo significa anche imparare ad abitarlo.
    Prima di chiederci che cosa possiamo fare per cambiare le cose, possiamo partire da una domanda più semplice: che cosa siamo ancora capaci di riconoscere come prezioso?
    Forse è questo il primo insegnamento della luce. Non ci chiede semplicemente di illuminare ciò che abbiamo davanti, ma di lasciarci raggiungere dalla realtà. Perché non possiamo custodire ciò che non sappiamo riconoscere e non possiamo prenderci cura di ciò a cui non prestiamo attenzione.

    PROVIAMO A FARLO

    Con un gruppo di adolescenti si può proporre un semplice esercizio di attenzione. Per qualche minuto si esce dall’aula e si cerca un luogo all’aperto: il cortile della scuola, un giardino, una piazza, un parco. Non serve un luogo speciale; anzi, può essere interessante scegliere uno spazio che i ragazzi conoscono già. Per qualche minuto niente telefono, fotografie o musica nelle cuffie: solo silenzio e attenzione.
    L’obiettivo non è cercare qualcosa di straordinario, ma accorgersi di ciò che normalmente passa inosservato: una foglia, un rumore, una forma, una luce, un insetto, il movimento dell’aria, una persona che passa, un dettaglio di un edificio.
    Dopo qualche minuto, ciascuno racconta ciò che ha notato e, soprattutto, ciò che non aveva mai notato prima. Si può concludere con una domanda: che cosa è cambiato quando ho smesso semplicemente di passare e ho iniziato a fermarmi?
    Non si tratta soltanto di prestare maggiore attenzione alla natura, ma di allenare un atteggiamento di meraviglia, rispetto e cura. Perché ciò che impariamo a riconoscere come prezioso diventa più difficile da trattare con indifferenza.

    UNA DOMANDA DA PORTARE CON SÉ

    Che cosa ho visto oggi che ieri non ero capace di vedere?
    Forse da qui può cominciare un’educazione ecologica diversa: non dalla paura, non dal senso di colpa, non dall’elenco delle cose che non dobbiamo fare, ma dalla riscoperta di ciò che vale. Quando qualcosa torna a essere bello ai nostri occhi, diventa anche più difficile trattarlo con indifferenza. E questo vale per un bosco come per una persona, per un paesaggio come per un volto.
    Il primo giorno del nostro cammino può allora essere davvero il giorno della luce: il giorno in cui impariamo a vedere.