Il giorno dello spazio
Fare posto all’altro

Quanto spazio lasciamo davvero agli altri?
Abbiamo imparato a riempire ogni spazio. Le giornate sono piene di impegni, le stanze di oggetti, gli schermi di immagini e messaggi. Anche quando siamo insieme, spesso continuiamo a vivere dentro il nostro piccolo spazio personale, fatto di notifiche, pensieri, interessi e programmi. Eppure il racconto della creazione ci presenta un gesto decisivo: Dio separa, distingue, crea uno spazio. «Dio disse: “Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”» (Gen 1,6).
Creare significa anche fare spazio. Significa riconoscere che non tutto deve essere occupato, controllato o posseduto. Lo spazio permette alle cose di esistere nella loro diversità e di entrare in relazione. Senza spazio non c’è incontro, perché incontrare qualcuno significa anche accettare che davanti a noi ci sia una realtà che non siamo noi.
Vale per il creato, ma vale ancora di più per le persone. L’altro non è qualcuno che deve adattarsi completamente alle mie esigenze. È una presenza che porta con sé una storia, una sensibilità, un modo di pensare e di guardare il mondo che non coincidono necessariamente con i miei. Fare spazio all’altro significa allora imparare a non occupare tutto con noi stessi.
Anche la crisi ecologica può essere letta a partire da qui. Quando consideriamo il mondo soltanto come qualcosa da utilizzare, finiamo per non lasciargli più spazio. Consumiamo risorse, trasformiamo territori, sfruttiamo ciò che abbiamo davanti senza domandarci se stiamo rispettando l’equilibrio che permette alla vita di esistere. La custodia nasce invece dalla capacità di riconoscere un limite: non tutto ciò che posso fare è necessariamente ciò che devo fare.
È una delle intuizioni centrali dell’ecologia dell’uomo di Benedetto XVI: la questione ambientale non può essere separata dal modo in cui comprendiamo l’uomo. Quando perdiamo il senso del limite, rischiamo di pensare che tutto sia disponibile, compreso l’altro e persino noi stessi. Al contrario, riconoscere un ordine della realtà significa accettare che non siamo padroni assoluti del mondo, ma parte di una realtà che ci precede e che siamo chiamati a custodire.
Fare spazio, allora, non significa semplicemente lasciare un posto libero. Significa rinunciare per un momento a mettere noi stessi al centro. Significa ascoltare senza preparare subito una risposta, lasciare parlare qualcuno senza interromperlo, accettare una differenza senza trasformarla immediatamente in un problema. Significa anche saper stare nel silenzio, perché non ogni spazio deve essere riempito da una parola, da un'immagine o da un rumore.
Forse una delle forme più concrete di ecologia comincia proprio qui: imparare che il mondo non è fatto soltanto per me. Ci sono gli altri, ci sono le cose, c’è la natura, c’è uno spazio che non mi appartiene e che proprio per questo posso imparare a rispettare.
PROVIAMO A FARLO
A coppie, per qualche minuto, uno parla e l’altro ascolta senza interrompere e senza preparare la risposta. La domanda può essere semplice: “Che cosa ti fa sentire davvero accolto dagli altri?” Chi ascolta non deve commentare né consigliare: deve soltanto fare spazio alla parola dell’altro. Poi ci si scambia i ruoli.
Al termine, si può chiedere: che cosa è cambiato quando ho smesso di pensare a che cosa avrei voluto dire e ho iniziato semplicemente ad ascoltare?
Fare spazio all’altro è un piccolo gesto, ma può cambiare il modo in cui abitiamo le relazioni. E forse anche il mondo.
UNA DOMANDA DA PORTARE CON SÉ
Quale spazio sto facendo agli altri nella mia vita?
Forse custodire il creato significa anche questo: imparare che non tutto deve essere occupato, posseduto o controllato. C’è una bellezza che nasce quando lasciamo spazio alla realtà, agli altri e persino a ciò che non comprendiamo ancora.
Il secondo giorno del nostro cammino può allora diventare il giorno in cui impariamo che per incontrare l’altro bisogna prima fargli spazio.

