Il tempo e lo spazio della vita a sedici anni
Anna Peroncini

Erano le sei e mezza di un lunedì mattina, una fra le tante giornate grigie di ottobre, di quelle che ti colgono impreparato dopo lunghe settimane ancora calde e soleggiate. “Spegni quella sveglia!” sentii borbottare sopra di me una voce impastata dal sonno e, a tentoni, mi affrettai ad alzarmi dal letto, incespicando nella stanza buia e provocando altri sbuffi da parte di mia sorella. La casa era silenziosa, immersa nell’incantesimo notturno che si spezza con le prime, rosate luci dell’alba. Seduta al tavolo della cucina, tra un sorso di caffelatte e un biscotto, fissavo un punto indefinito nel muro davanti a me, cullata dal lento ronzio del frigorifero. La mente, a differenza del corpo ancora intorpidito dal sonno, era già in fermento e, senza volerlo, aveva stilato la lista degli impegni giornalieri, provocandomi una leggera ansia per l’imminente versione di Greco e stanchezza al pensiero della lunga giornata. Cercai di allontanare quella grigia prospettiva dai miei pensieri, ma no, sembrava incastonata e assolutamente restia dal lasciarmi; così, abbandonando a malincuore la tranquillità del pasto, mi preparai a lanciarmi nella mia solita routine mattutina: bagno, stanza da letto, di nuovo il bagno e, infine, la corsa sfrenata verso il tram per arrivare puntuale a scuola. Azioni veloci, a ritmo serrato, ormai ben memorizzate dal mio corpo che si muoveva quasi da solo tra le stanze della casa. Non appena uscii dal portone del palazzo, una folata di vento gelida si insinuò tra i vestiti fin troppo leggeri per la stagione e, poco dopo, la calda umidità tipica dei mezzi pubblici mi investì mentre ero schiacciata tra uomini in completo, signore con la borsa della spesa e studenti come me, tutti con la stessa espressione rassegnata sul volto; il dizionario mi gravava sulle braccia come un peso sulla coscienza, fin troppo grande per potersene liberare. Ero talmente immersa nei miei pensieri che per poco non persi la fermata alla quale sarei dovuta scendere, davanti all’immensa Porta Nuova che già alle sette e mezza del mattino brulicava di ogni sorta di individuo. Finalmente libera dalla confusione del tram, mi infilai le cuffiette nelle orecchie per ascoltare un paio di canzoni, epiche colonne sonore di film che spesso mi aiutavano a iniziare la giornata nel modo giusto oppure a tranquillizzarmi prima di un compito in classe. La melodia non fece neanche in tempo a finire che mi ritrovai come catapultata davanti alla scuola e, in fretta, infilai in tasca le cuffiette, spegnendo il telefono: non volevo che mi vedessero ascoltare della musica, mi avrebbero chiesto che generi ascoltassi e, alla mia risposta, avrebbero riso per la stranezza dei miei gusti, una cosa che non avrei potuto sopportare, non quella mattina. Fingendo che non fosse successo nulla, mi stampai un bel sorriso in faccia e svoltai l’angolo, pronta a trovarmi in mezzo a un gruppo di altri ragazzi impegnati a commentare la giornata, le persone, i professori, tutto. Trascorsi i successivi dieci minuti a chiacchierare con le mie amiche, sentendomi sempre più oppressa dal programma della giornata ma, nonostante il compito in classe, mi sentivo entusiasta e curiosa verso il resto delle materie. “Non dovremmo sentirci sempre così? Non abbiamo scelto noi questa scuola?” mi chiedevo, mentre arrancavo su per le scale, verso la mia classe; ma non avrei potuto ribattere; “secchiona”, “fissata”, mi avrebbero chiamata così le mie amiche, scherzosamente, ma quegli appellativi mi sarebbero rimasti impressi nella mente a lungo, sbucando nei miei pensieri nei momenti meno opportuni. Affacciata alla finestra della classe, in attesa che il professore entrasse, inspiravo la frizzante aria autunnale, osservando le nuvole danzare nel cielo. Per un attimo smisi di pensare alla versione, alle lezioni, ai miei compagni e a ciò che avrebbero potuto pensare di me se quella sottile bolla – che sentivo mi separasse e, in qualche modo, proteggesse, dal mondo esterno – fosse scoppiata. Sospirai, mentre la fresca brezza mattutina si insinuava tra i miei capelli e, allo stesso tempo, trascinava via le incertezze, le ansie, le paure: in fondo, avevo solo sedici anni. E la vita era bella. Era bella?
Spesso si pensa che a sedici anni i problemi maggiori siano pensare a un amore non ricambiato, organizzarsi per uscire con le amiche e riuscire a stare al passo con lo studio; proprio per questo, vivere al meglio la propria adolescenza dovrebbe essere il pensiero più importante per i ragazzi. Io invece, ripercorrendo con la memoria e, talvolta, vivendo ancora momenti come quello appena descritto, vi ho trovato un senso di inadeguatezza, smarrimento e giudizio che non sarei stata capace di riconoscere altrove. La tranquillità e la calma che ritrovo nella pace mattutina e nelle piccole cose che riempiono il silenzio si scontrano inevitabilmente con la frenesia dei programmi, degli schemi e con una costante e inevitabile corsa contro il tempo. Per questo motivo i dettagli che riesco a cogliere durante i momenti più inaspettati – il ronzio del frigorifero, la brezza mattutina, il rumore dei miei passi nella casa silenziosa – mi aiutano a stendere un velo ovattato sui pensieri che, instancabili, mettono a dura prova la mia mente, dal torpore mattutino fino alla stanchezza serale. Anche la musica mi aiuta a creare una barriera dal mondo esterno, anche se, talvolta, finisco per evitarla, per non sollevare domande o critiche. Sotto questa prospettiva, il rapporto con i miei coetanei e, in particolare, con i miei amici si fa strano, quasi “anomalo”: molti di essi sono persone che non hanno delicatezza nell’esprimere la propria opinione e, a volte, non sembrano accettare i diversi punti di vista delle persone. Per questo motivo ho la tendenza a evitare di raccontare dettagli della mia vita quotidiana che so che li farebbero stupire di me e dei particolari delle mie giornate: emozioni, gusti musicali, passioni, tutti delicatamente omessi, non per paura delle critiche, ma per timore di essere vista sotto una lente di ingrandimento, come se una parte di me, quella più nascosta, preziosa, venisse messa improvvisamente a nudo e alla portata di tutti. Sono questi momenti che mi provocano uno sgradevole senso di smarrimento e di continua ricerca di qualcuno che, a discapito di chi sono veramente, possa apprezzare con onestà le mie idee e le mie caratteristiche. Tra i miei compagni, tutti studenti di una scuola che hanno scelto liberamente, senza alcun obbligo, sembra che apprezzare le lezioni, lo studio e l’impegno sia automaticamente sinonimo di stranezza: li compatisco, perché non hanno ancora scoperto la bellezza del sapere, ma allo stesso tempo è inevitabile sentirsi inadeguati, circondati da persone che non condividono le tue stesse idee. In una società in cui è sempre più difficile sovrastare la superficialità e cogliere le vere passioni degli adolescenti, non poterlo fare in uno dei pochi luoghi in cui si sceglie di essere uniti ad altri ragazzi che dovrebbero condividere interessi è frustrante e, a volte, mi chiedo se questo mai cambierà. I commenti, anche scherzosi, che finiscono per etichettare, rimangono impressi per settimane, fanno capolino nella mente per farti sentire appositamente diversa e sembra che non esista un modo per disfarsene.
Tutte queste emozioni, sensazioni, pensieri, incidono notevolmente sul senso di identità che una ragazza di sedici anni fatica ancora a comprendere: i dubbi e i desideri per un futuro incerto si uniscono inevitabilmente alle incertezze sulla propria persona, sul modo di essere e di pensare. Durante questi anni trascorsi al Liceo mi sono resa conto che la scelta del futuro di noi adolescenti – specialmente quella dell’università – è condizionata non solo dalle passioni, le materie preferite, le attività che amiamo svolgere, ma anche dalle persone di cui ci circondiamo, che ci cambiano, influenzano e mettono in discussione le nostre idee. Tutto ciò è importantissimo per la formazione dell’identità di una ragazza che, come prima cosa, vede negli amici una parte fondamentale della sua vita. Purtroppo, nella vita di alcuni adolescenti, gli amici non giocano un ruolo così importante come si potrebbe credere: forse non si sono ancora trovati quelli giusti oppure non si permette neanche ai più fidati di scoprire tutti se stessi, mantenendo sempre segreta una parte di sé. In queste circostanze, quando non si ha la piena fiducia e comprensione anche da parte dei compagni più stretti, si tende a ritrovare il confronto in altre forme d’appoggio: letture, attività extrascolastiche o di volontariato, scout; personalmente mi ritrovo spesso a cercare tracce di me stessa nei libri, nelle storie di ragazzi e adulti che, inventati o meno, sembrano portare con loro segni di personalità particolari e, forse, non sempre del tutto accettate. Sono anche queste le esperienze che sento mi stiano aiutando a costruire, pezzo dopo pezzo, la mia identità, la consapevolezza di chi sono e delle mie idee.
Riuscire ad accettarsi per come si è, estraniandosi dal giudizio altrui, è un traguardo fondamentale per ogni adolescente: una volta raggiunto, si aprono le porte per una strada luminosa, senza dubbi o gravosi pesi e paure causate dalla difficoltà nello scoprire se stessi. In queste circostanze, il confronto con i compagni può essere fondamentale o pressoché inesistente, a seconda del rapporto di amicizia e di fiducia; molti, tuttavia, non sembrano preoccuparsi ancora delle domande sul futuro e sull’identità, dando per scontato ciò che per altri rappresenta un aspetto fondamentale della propria vita. La disparità allora non si percepisce solo negli interessi differenti, ma anche nelle diverse visioni del mondo: quando, però, arrivano quei pochi ma preziosi momenti di confronto, poterli sfruttare al meglio è un’opportunità preziosa e difficilmente ripetibile. Il dialogo con i propri coetanei è ben diverso da quello con gli adulti, persone immerse in una vita troppo lontana da quella degli adolescenti, con idee e soluzioni che spesso non combaciano con quelle dei ragazzi. Per questo motivo poche persone adulte, soprattutto insegnanti, mi sono rimaste particolarmente impresse nella mente, perché sono riusciti a mettere le loro opinioni in discussione con quelle di qualcuno più piccolo e inesperto, hanno saputo ascoltare e aiutare senza l’ombra del giudizio che spesso accompagna i discorsi degli adulti.
Troppo spesso noi adolescenti ci sentiamo ripetere frasi cariche di ipocrisia, spesso pronunciate dai “grandi” con il solo scopo di approfittare del grande divario tra il mondo dei ragazzi e quello degli adulti; ma quando arriva un momento confidenziale, durante il quale i ragazzi scelgono di dare fiducia a genitori o figure di riferimento, spesso si tramuta in una predica da parte dell’adulto verso il giovane, a seguito di un’interpretazione errata delle sue intenzioni.
Credo che sia importante che il mondo degli adulti faccia un passo indietro e provi a immedesimarsi nelle nuove generazioni; è fondamentale che l’abisso tra il mondo dei giovani e quello degli adulti si colmi con l’ascolto, la pazienza, il tentativo di aiuto reciproco da entrambe le parti; in questo modo, non solo i ragazzi potrebbero contare su figure di riferimento fidate, ma genitori, insegnanti ed educatori troverebbero individui propensi a vederli come modelli e persone da imitare.
La vita di una ragazza (ma anche di un ragazzo) di sedici anni, dunque, non è semplice: le difficoltà, spesso, superano i problemi materiali e si intersecano con le relazioni, i dubbi per il presente e per il futuro. Tuttavia, le giornate di noi adolescenti sono anche ricche di soddisfazioni, gioie e svaghi che contribuiscono, ognuno in modo diverso, a rendere unica e speciale la vita di ogni ragazzo. Penso quindi che sia importante vedere con occhi diversi le persone che esternamente sembrano differenti e molto distanti da noi; comprendere e saper riconoscere che dietro a ogni individuo si nasconde una personalità originale, ricca di interessi e passioni, ma anche paure verso se stesso e gli altri; penso che il primo passo per capire ed essere capiti sia accettare la diversità che è in noi.
Ero seduta di nuovo al tavolo della cucina, ma questa volta circondata da voci e discorsi, sfrigolio di fornelli e racconti: la melodia della famiglia. Mentre mia sorella descriveva nel dettaglio un’interrogazione e mia madre infornava la cena, fissai di nuovo lo stesso punto indefinito del muro in cui mi ero persa quella mattina stessa. La giornata, che inizialmente mi era apparsa come uno scoglio da superare, era trascorsa più in fretta di quanto mi aspettassi e io, come altre volte, ero riuscita a cavalcare l’onda imperturbabile del tempo senza che mi travolgesse. Quella mattina la bolla che mi proteggeva dal resto del mondo non si era rotta: avevamo danzato insieme tra le difficoltà e le gioie della giornata; lei mi proteggeva, io, lentamente, provavo a mostrarmi allo scoperto e, giorno per giorno, ad abbandonare un sicuro riparo per lasciarmi scalfire dalle prove della vita di adolescente. Osservando i miei genitori mi chiesi se anche gli adulti, alla mia età, portassero con sé una bolla simile, e se qualcuno avesse mai chiesto loro di rivelare cosa ci fosse dentro, prima che imparassero a nasconderla così bene. E fu proprio in quel momento, mentre il mio corpo era ancora circondato dalla frenesia, che un fugace pensiero si fermò nella mia mente stanca, riuscendo finalmente a colmare i dubbi che quella domanda, sorta osservando le nuvole dalla finestra della classe, aveva sollevato: È bella la vita a sedici anni? Non lo sapevo, probabilmente ancora per molto tempo, ma ero certa che dentro quella bolla un pezzetto di bellezza continuasse a resistere, e forse era proprio lì che valeva la pena cercarla.

