Incroci possibili
    Che fare? Quali aperture
    di credito e di dialogo?

    (opzioni per una PG "sensibile")

     


    Alla conclusione di questo percorso è automatico attendersi delle linee di azioni per incrociare i giovani. In realtà ci si rende conto di aver proposto una gran quantità di stimoli per la pastorale, per la teologia pratica e per l’ecclesiologia, ognuno dei quali richiederebbe un più ampio approfondimento. Sono tutti temi di grande attualità nei dibattiti teologici odierni e che portano su di sé il peso di ciò che si gioca la Chiesa di questo tempo. Ci interessa, però, aver confrontato la parola dei giovani con la teologia pastorale e con l’ecclesiologia. È proprio del mondo dei giovani aprire strade nuove, cercare percorsi inediti e affrontarli con coraggio.
    È importante, quindi, far leva su due fondamentali passaggi: essere Chiesa che vive nella riforma e camminare «con» i giovani. «Essere Chiesa in riforma» è una questione di consapevolezza ormai indiscutibile e non coinvolge principalmente la struttura quanto l’agire di ogni membro di essa (ogni cristiano). Ciascuna realtà ecclesiale (comunità, parrocchia, diocesi) e ciascuno è chiamato a riflettere sul proprio essere e agire in un confronto aperto e sincero con i giovani e con le piste suggerite, chiedendosi quali passi necessari per una porzione di Chiesa che cammini concretamente con i giovani e che si metta in ascolto della loro profezia. Senza aspettarsi gesti eclatanti o cambiamenti radicali dall’oggi al domani, dal vertice o dal basso. In ciò con il desiderio di dar fiducia a un mondo giovanile verso cui spesso ci si pone con un aspetto di superiorità, evitando di trovare in loro solo i lati deboli, e riconoscendoli come interlocutori. Solo questo può portare ad una vera e propria sinodalità, una capacità, quindi, nell’ascolto e nel dialogo continuo di camminare verso il futuro della Chies, tutti insieme con» i giovani.
    A questo si aggiunge un altro cammino: l’andare verso i giovani, cercarli anziché «farli venire» nei propri confini. Si tratta di una impresa a cui non si è abituati, perché l’azione di annuncio è sempre stata fatta all’interno dei luoghi parrocchiali oppure tutto è sempre stato delegato alle strutture, a persone particolari, o esperienze di gruppi specifici[1]. Mettere in azione i carismi e la responsabilità di tutti, però, aprirebbe la Chiesa da un’azione prevalentemente ad intra ad una forma missionaria, più simile alla Chiesa apostolica. Un cambio di prospettiva, di paradigma, ma anche di forma della Chiesa:

    «in vari contesti vi sono gruppi di giovani, spesso espressione di associazioni e movimenti ecclesiali, che sono molto attivi nell’evangelizzazione dei loro coetanei grazie a una limpida testimonianza di vita, a un linguaggio accessibile e alla capacità di instaurare legami autentici di amicizia. Tale apostolato consente di portare il Vangelo a persone che difficilmente sarebbero raggiunte dalla pastorale giovanile ordinaria, e contribuisce a far maturare la stessa fede di coloro che vi si impegnano. Esso va dunque apprezzato, sostenuto, accompagnato con saggezza e integrato nella vita delle comunità»[2].

    Andare verso i giovani presuppone riflettere sui luoghi dove incontrarli. Nel Documento finale pre-sinodale i giovani suggerivano:

    «la Chiesa dovrebbe provare a sviluppare creativamente nuove modalità per incontrare le persone esattamente là dove si trovano a proprio agio e dove comunemente socializzano: bar, caffetterie, parchi, palestre, stadi e qualsiasi altro centro di aggregazione culturale o sociale. Andrebbero presi in considerazione anche spazi meno accessibili, quali gli ambienti militari, quelli di lavoro e le aree rurali. Ma è altrettanto importante che la luce della fede giunga in ambienti difficili come orfanotrofi, ospedali, periferie marginali, zone di guerra, prigioni, comunità di recupero e quartieri a luci rosse»[3].

    Sicuramente alcuni luoghi sono facilmente raggiungibili (scuole, università, ospedali…) altri meno (bar, palestre…), ma l’annuncio del Vangelo, in una situazione di missione, dovrebbe dirigersi «in tutti gli ambienti, in tutte le occasioni, senza indugio, senza disgusti, senza paura, in ogni modo possibile»[4].

    In tutto ciò sicuramente diventa importante la collaborazione dei giovani, che con la loro giovinezza e creatività possono individuare strade e modalità per raggiungere alcuni di questi luoghi. Anche se i giovani vengono spesso considerati inesperti e quindi bisognosi di formazione, ci si dovrebbe convincere che anche la missione diventa crescita formativa:

    «per molti anni la Chiesa ha pensato la diaconia come un’esperienza pratica che segue la formazione “teorica”, come un momento meramente applicativo di principi teologici e valori evangelici, sottovalutando la dimensione intrinsecamente formativa della prassi. La pratica della carità, invece, da un lato consente alla persona di uscire dalla dimensione cognitiva (nella quale solo parzialmente si riconosce) per agire con tutto se stessa (corpo incluso), dall'altro di fare esperienza pratica della fede, in cui si apprende quell'amore “in perdita” che si trova al centro del Vangelo e che e a fondamento di tutta la vita cristiana (DF 137). Pertanto, essere insieme nella missione non si riduce a un semplice servizio assistenziale a favore dei più bisognosi, ma è autentica esperienza d’incontro col Signore che vive negli ultimi, un'occasione in cui i giovani e la comunità hanno la possibilità di crescere insieme nella fede»[5].

    Perché si effettui un incontro tra giovani e Chiesa si presuppongono passi di convergenza da entrambi i lati: se è vero che alla Chiesa (nel suo insieme e come istituzione) spetta il lavoro più impegnativo di cambiamento, non si può nascondere che dall’altra parte si chiede comprensione per i limiti che si avvertono, fiducia in un percorso di cambiamento e collaborazione perché solo insieme si potrà dare forma alla Chiesa del futuro. Gli adulti della Chiesa di oggi hanno bisogno di dire ai giovani: «Abbiamo bisogno di voi, non lasciateci soli». Così si potranno aprire percorsi di cammino comune.

     
    NOTE

    [1] Pensiamo, ad esempio, ad alcune nuove comunità o associazioni che hanno come caratteristica l’evangelizzazione di strada come loro tipica azione di annuncio.
    [2] DF 56.
    [3] Sinodo dei vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento finale riunione pre-sinodale, Roma, 19-24 marzo 2018, http://secretariat.synod.va/content/synod2018/it/attualita/ documento-finale-pre-sinodale-dei-giovani--traduzione-non-uffici.html (28 agosto 2023).
    [4] G. Cavagnari, Andate e fate discepoli, 227.
    [5] M. Scarpa, «La pastorale giovanile non può che essere sinodale» (CV 206). Dal sinodo dei vescovi sui giovani ai processi sinodali con i giovani, «Salesianum» 83 (2021), 127.