Le ragioni (pratiche-teologiche)
di una tesi
Patrizia Cazzaro
Per chi ama Cristo e la Chiesa non può fare a meno di riflettere, e di preoccuparsi, dell’attuale situazione ecclesiale, soprattutto della poca o addirittura della mancata presenza di giovani nei suoi ambiti. Da questa preoccupazione e dalla passione per il mondo giovanile con cui desidero condividere la «gioia in abbondanza» del Vangelo prende spunto questa ricerca.
L’atteggiamento degli operatori pastorali verso il mondo giovanile sono spesso lo sconforto o la critica. A fronte di queste reazioni già il card. M. Martini nel 2008 così si esprimeva:
«Nella gioventù ho trovato la più valida conferma di tale principio pastorale, sempre che di questo si tratti. Nella Chiesa nessuno è nostro oggetto, un caso o un paziente da curare, tanto meno i giovani. Perciò non ha senso sedere a tavolino e riflettere su come conquistarli o su come creare fiducia: deve essere un dono. Sono soggetti che stanno di fronte a noi con cui cerchiamo una collaborazione e uno scambio. I giovani hanno qualcosa da dirci. Essi sono Chiesa, a prescindere dal fatto che concordino o meno con il nostro pensiero e le nostre idee o con i precetti ecclesiastici. Questo dialogo alla pari, e non da superiore a inferiore o viceversa, garantisce dinamismo alla Chiesa. In tal modo l'affannosa ricerca di risposte ai problemi dell'uomo moderno si svolge nel cuore della Chiesa[1]».
Da queste affermazioni e da questo sguardo illuminante e positivo verso i giovani è partita la presente ricerca che ha come focus il rapporto con la Chiesa.
Ecco alcuni interrogativi di partenza:
- Sono i giovani “fuori dal recinto”[2] o la Chiesa fuori dalla loro portata?
- Sono i giovani che devono entrare nella Chiesa o è la Chiesa che deve farsi prossima alle nuove generazioni per dare loro «vita in abbondanza»?
- È la Chiesa che non dice più niente ai giovani perché non è riuscita a rimanere al passo con i cambiamenti e con le nuove sfide, e non dando la dovuta attenzione e il dovuto ascolto ai giovani?
- Quale richiamo viene alla Chiesa dal pensiero e dalla voce dei giovani?
- Quale forma di Chiesa sarebbe significativa per i giovani?
- L’urgenza di una riforma della Chiesa, in che modo può coinvolgere il mondo giovanile e la pastorale a esso rivolta?
- E in che modo interpella la Chiesa, il suo essere e il suo agire?
Una riflessione con questi contenuti presuppone uno sguardo che sappia considerare i giovani non destinatari e oggetti di indagine, ma soggetti a tutti gli effetti.
Con gli adulti che si considerano sempre eternamente giovani abbiamo perso la consuetudine che la tradizione monastica ci ha tramandato[3] per cui i giovani sono diventati attualmente fuori dall’interesse del mondo degli adulti[4]:
«la società occidentale nel suo insieme vive paradossalmente una certa invidia del mondo giovanile, tanto che sembra trasformarsi sempre di più in una società di “diversamente giovani”, che non offre spazio né speranza alle giovani generazioni, cercando di sostituirsi a loro in tutto e per tutto»[5].
Il presente lavoro di ricerca è una riflessione sul rapporto tra i giovani e la Chiesa ed entra nell’ambito della teologia-pastorale. Assume, quindi, la sequenza tipica della teologia pastorale: un primo momento di analisi di una prassi, un secondo momento di riflessione e confronto teologico nell’ambito richiesto dal tipo di prassi e una terza fase, chiamata kairologica o strategica, di ritorno alla prassi in cui la prassi viene analizzata in un costante confronto tra la teoria presente nella prassi e quella offerta dall’approfondimento teologico per individuare un possibile miglioramento della prassi stessa.
La prima parte di questo lavoro di ricerca ha avuto come partenza l’ascolto dei giovani focalizzato sul rapporto con la Chiesa (a differenza di altre interviste qualitative che si centrano su vari aspetti dei giovani o in particolare sulla fede), partendo dal presupposto che è proprio il rapporto con la Chiesa il punto più dolente per cui i giovani non frequentano le nostre attività parrocchiali o alla Messa. Sono dunque stati ascoltati una serie di giovani: distinti in interni, intermedi ed esterni (a seconda del loro impegno/rapporto con la Chiesa) e degli operatori pastorali impegnati nella pastorale con i giovani.
L’ascolto della prassi non è stato effettuato con interviste quantitative che generano una serie di numeri alle varie risposte, ma con interviste qualitative che cercano di cogliere il punto di vista delle persone, generare idee, risposte ricche e approfondite, frutto anche dell’interazione delle persone[6] (per le interviste qualitative sono state utilizzate sia interviste singole che focus group - gruppi di persone intervistate insieme); è meno strutturata rispetto alle interviste quantitative, ma «orientata a cogliere il punto di vista dell’intervistato attraverso la ricerca di risposte ricche e approfondite»[7]. L’intervista qualitativa è particolarmente utile quando si vuole
«analizzare il significato che gli individui attribuiscono al mondo esterno e alla propria partecipazione ad esso […], permette di ricostruire processi sociali […], si può avere accesso a visioni, immagini, speranze, aspettative, critiche del presente e proiezioni nel futuro[8].
Essa è più adatta a generare idee che a testarle ed è indirizzata alla comprensione piuttosto che alla predizione[9]. Si può dire che la ricerca qualitativa è più orientata a vedere attraverso gli occhi del soggetto ad assumere la sua prospettiva, e a comprendere le azioni e i significati nei loro contesti sociali[10].
Un atteggiamento ha segnato tutta la ricerca: uno sguardo positivo verso i giovani, non tanto un pregiudizio negativo, come dice uno degli autori presi in considerazione le nuove generazioni «dobbiamo osservarle da un altro punto di vista, cambiare sia il modo di guardarle che lo stile con cui relazionarci con loro, altrimenti priviamo i ragazzi della loro forza simbolica, mentre dovremmo, al contrario risvegliarla»[11].
NOTE
[1] C.M. Martini - G. Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, Mondadori, Milano 2008
[2] Cf. Castegnaro (con Dal Piaz e Biemmi), Fuori dal recinto. Giovani, fede, Chiesa: uno sguardo diverso, Ancora, Milano 2013
[3] San Benedetto, nella sua regola, raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore». San Carlo Borromeo ha ricevuto i più alti incarichi mentre era giovanissimo: a 22 anni pienamente impegnato nella gestione dei possedimenti del papa, creato cardinale diacono, amministratore di Milano, legato pontificio a Bologna; i tempi sono certamente diversi, ma forse abbiamo perso il coraggio di ascoltare seriamente i giovani, dar loro spazio e responsabilità.
[4] I giovani non si sentono parte di una «categoria che conta» nella società poiché non arriva mai il tempo della loro realizzazione. Questo li porta a sentirsi frustrati, vuoti, privi di emozioni. Cf. Moral, Giovani senza fede, 104-105; Zonato, Identità (giovanile) e vocazione, 58-71; Id., Giovani e progetto di vita, 310-318.
[5] Sala R. (con A. Bozzolo, R. Carelli, P. Zini), Evangelizzazione e educazione dei giovani. Un percorso teorico-pratico. Pastorale Giovanile 1, Libreria Ateneo Salesiano, Roma 2017, 374.
[6] D. Della Porta, L’intervista qualitativa, Laterza, Bari 2010, 3-4.
[7] Ivi, 16.
[8] Ivi, 16-17; «consente di generare nuove ipotesi e chiarirne altre, […] anche se comporta un maggior affidamento sulla capacità di interpretazione e sulla riflessività del ricercatore».
[9] Cf. ivi, 23.
[10] Cf. ivi, 28-29.
[11] Moral, Pastorale giovanile, 17.

