Oltre la cattedra
Educare è accompagnare la vita
Michele Montanaro
Ci sono momenti in cui si comprende il significato più profondo del proprio lavoro grazie a parole che non ci aspettavamo, a un gesto inatteso, alla gratitudine di un ragazzo o di una famiglia. Sono momenti che ci invitano a fermarci e a domandarci che cosa rimanga davvero di ciò che facciamo per gli altri.
Sono un insegnante di Religione cattolica in un liceo e considero l'insegnamento molto più di una professione. Per me è una vocazione e una missione educativa: un modo concreto di stare accanto ai giovani, di incontrarli nella loro realtà, di ascoltare le loro domande e di accompagnarli nel cammino verso l'età adulta.
Ogni giorno, entrando in classe, incontro ragazzi e ragazze che non stanno soltanto imparando delle discipline, ma stanno cercando di capire chi sono. Si interrogano sul proprio futuro, sulle relazioni, sull'amore, sulla felicità, sul valore delle proprie capacità e sulla possibilità di essere accolti per quello che sono. Non sempre esprimono apertamente queste domande. Talvolta le nascondono dietro una battuta, un atteggiamento provocatorio, un silenzio o un'apparente indifferenza.
Eppure, credo che proprio qui si trovi una delle responsabilità più importanti di ogni educatore: imparare a guardare oltre ciò che appare, senza pretendere di conoscere immediatamente la storia dell'altro.
Educare significa accostarsi a una persona, conoscerla, comprenderla e accompagnarla. Non significa decidere al suo posto chi dovrà diventare, ma aiutarla a riconoscere le proprie risorse, ad affrontare le proprie fragilità e a scoprire gradualmente la propria identità e vocazione.
È un compito che riguarda gli insegnanti, ma anche i genitori, i catechisti, gli animatori e tutti coloro che scelgono di dedicare tempo ed energie alla crescita delle nuove generazioni.
Una missione dentro le fatiche quotidiane
Chi vive la scuola conosce le sue contraddizioni. Ci sono le difficoltà organizzative, gli adempimenti burocratici, la pressione dei programmi e le tante responsabilità che rischiano di lasciare poco spazio alla relazione. Anche gli educatori, nelle parrocchie e nelle comunità, sperimentano talvolta la fatica di coinvolgere i ragazzi, di raggiungerli nelle loro domande e di trovare linguaggi capaci di parlare alla loro esperienza.
Non sempre disponiamo del tempo e degli strumenti che vorremmo. Non sempre vediamo i risultati del nostro impegno. A volte ci sembra di ripetere parole che non arrivano, di proporre attività che non suscitano interesse o di incontrare ragazzi che sembrano distanti da tutto ciò che desideriamo trasmettere.
In queste situazioni, la tentazione può essere quella di scoraggiarsi o di attribuire le difficoltà soprattutto ai giovani, alle famiglie o alla società. Ma credo che la domanda più importante sia un'altra: come possiamo continuare a essere adulti capaci di educare, anche quando le condizioni non sono ideali?
Per me, la risposta comincia dal ritornare alla ragione per cui abbiamo scelto di accompagnare i ragazzi. Il nostro compito non si esaurisce nel programma svolto, nell'attività proposta o nella verifica di un risultato. Tutto questo è importante, ma acquista un significato più profondo quando contribuisce alla crescita della persona.
Non significa rinunciare alle regole, alle responsabilità o agli obiettivi. Al contrario, i giovani hanno bisogno di adulti capaci di essere autorevoli, di porre limiti e di indicare con chiarezza ciò che conta. Ma hanno anche bisogno di sapere che un errore non li definisce per sempre, che possono essere richiamati senza essere umiliati e che, anche dopo una difficoltà, esiste la possibilità di ricominciare.
L'educazione richiede insieme fermezza e accoglienza, pazienza e responsabilità, capacità di indicare una direzione e rispetto della libertà dell'altro.
Il primo gesto educativo è ascoltare
Si parla spesso dei giovani di oggi attraverso le loro difficoltà: il rapporto con i social network, la fragilità delle relazioni, la fatica di concentrarsi, la ricerca di approvazione e il disorientamento davanti al futuro. Sono questioni che non possiamo ignorare, ma sarebbe riduttivo pensare di comprendere gli adolescenti soltanto attraverso queste categorie.
I giovani non sono semplicemente un problema da risolvere. Sono persone che stanno crescendo, che cercano punti di riferimento e che hanno bisogno di trovare adulti capaci di prenderle sul serio.
I ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati. E ascoltarli è una delle dimensioni dell'educazione che amo maggiormente.
Mi piace fermarmi a parlare con loro, lasciarmi sorprendere dalle loro domande, cercare di comprendere che cosa si nasconda dietro le parole e, qualche volta, dietro i silenzi. Amo quei momenti in cui una conversazione prende una direzione inattesa, quando uno studente trova il coraggio di esprimere un dubbio o quando una domanda apre uno spazio di riflessione che non avevamo programmato.
Non sempre accade durante una lezione. Talvolta basta una battuta, una domanda al termine dell'ora, un breve dialogo nato quasi per caso. Sono occasioni che richiedono attenzione e disponibilità, perché non sempre sappiamo quando un ragazzo sentirà il bisogno di parlare.
Ascoltare non significa avere sempre una soluzione pronta, né essere d'accordo con tutto ciò che viene detto. Significa anzitutto riconoscere che ciò che l'altro vive merita di essere accolto e compreso. A volte un giovane ha bisogno di un consiglio; altre volte ha bisogno di poter raccontare ciò che lo preoccupa senza sentirsi immediatamente giudicato o corretto.
Questo vale anche per i genitori e per i catechisti. Quante volte, mossi dal desiderio di aiutare, anticipiamo una risposta prima ancora di aver compreso la domanda? Quante volte interpretiamo il silenzio di un adolescente come disinteresse, senza domandarci che cosa stia vivendo? Quante volte vorremmo trasmettere un valore senza prima cercare di capire quale esperienza il ragazzo abbia di quel valore?
Non si tratta di rinunciare al nostro ruolo educativo, ma di viverlo con maggiore consapevolezza. L'ascolto non sostituisce la guida dell'adulto: la rende più attenta, concreta e credibile.
In una società in cui siamo continuamente raggiungibili, ma non sempre davvero presenti gli uni agli altri, dedicare tempo a un ragazzo è già una forma di cura. Non occorre contrapporre il mondo digitale alle relazioni reali, né attribuire ai social network ogni difficoltà degli adolescenti. Occorre piuttosto aiutarli a usare questi strumenti con consapevolezza e, nello stesso tempo, offrire loro esperienze di relazione nelle quali possano sentirsi accolti, riconosciuti e liberi di essere sé stessi.
Forse dovremmo chiederci meno spesso perché i giovani non ascoltano gli adulti e più spesso se noi adulti siamo ancora disposti ad ascoltare loro.
Una studentessa, un libro e una domanda
Nel corso degli anni ho incontrato tanti ragazzi e ragazze che mi hanno sorpreso con le loro domande, con i loro cambiamenti e con gesti di gratitudine che non avrei immaginato. Tra queste esperienze, ce n'è una che desidero condividere.
Dopo alcuni anni trascorsi in una scuola, sono stato trasferito in un altro liceo. Nel momento dei saluti, una studentessa mi ha scritto un messaggio che mi ha profondamente commosso. Ricordava gli anni trascorsi insieme come un tempo importante per la propria crescita e mi definiva un «maestro di vita». Mi ringraziava per la presenza, la sincerità, il modo scherzoso di stare in classe e la disponibilità a mantenere un rapporto con ciascuno degli studenti. Mi esprimeva il desiderio di non perdere i contatti e mi diceva che le sarei mancato molto.
Mi aveva anche regalato un libro, Nel cuore degli altri, accompagnandolo con una dedica: «A Lei che con le sue parole e i suoi valori riesce a entrare nel cuore degli altri».
Anche diversi genitori, in quella circostanza e nel corso degli anni, mi hanno manifestato affetto, gratitudine e vicinanza. Le loro parole mi hanno fatto comprendere quanto il rapporto educativo possa coinvolgere anche le famiglie e quanto gli incontri vissuti a scuola possano lasciare una traccia nella vita di una comunità.
Non racconto questa esperienza perché sia eccezionale. È una fra le tante che hanno dato significato al mio percorso e non vuole essere un elogio personale. La condivido perché mi sembra che contenga una domanda importante per chiunque svolga un compito educativo: che cosa rimane di noi nella vita dei ragazzi che incontriamo?
Non sempre lo sappiamo. Spesso siamo concentrati su ciò che dobbiamo fare, sulle spiegazioni da preparare, sulle attività da organizzare e sulle difficoltà da affrontare. Non ci accorgiamo che, accanto a tutto questo, si costruiscono relazioni che possono assumere un significato inatteso per chi ci sta davanti.
La studentessa mi ha definito un maestro di vita. Ho accolto queste parole con gratitudine, ma anche con la consapevolezza che nessun educatore dovrebbe mettersi al centro del cammino di un giovane. Il nostro compito non è diventare indispensabili, ma aiutare i ragazzi a crescere, a riconoscere il proprio valore e a trovare progressivamente la propria strada.
Forse, in quella dedica, ho ritrovato qualcosa che cerco di vivere ogni giorno: la convinzione che le parole e i valori acquistino significato quando diventano presenza, attenzione e disponibilità a incontrare l'altro.
E ho compreso ancora una volta che non possiamo sapere in anticipo quale gesto rimarrà nella memoria di un ragazzo. Possiamo soltanto scegliere di vivere con autenticità la relazione che ci è affidata.
Accompagnare la scoperta di sé
L'adolescenza è una stagione nella quale si costruisce gradualmente la propria identità. I ragazzi si confrontano con le aspettative della famiglia, il giudizio dei coetanei, i modelli proposti dalla società e le possibilità, spesso difficili da decifrare, del futuro.
Hanno bisogno di essere incoraggiati, ma anche di essere aiutati a riconoscere i propri limiti. Hanno bisogno di libertà e, nello stesso tempo, di punti di riferimento. Desiderano essere considerati grandi, ma possono avere ancora bisogno di un adulto che li accompagni nelle decisioni più importanti.
Il compito educativo consiste proprio nel tenere insieme queste esigenze, senza pretendere di eliminare ogni incertezza.
Come insegnante di Religione cattolica, sento particolarmente importante offrire ai ragazzi occasioni per affrontare le domande fondamentali dell'esistenza: il senso della vita, la felicità, l'amore, la sofferenza, la giustizia, il rapporto con gli altri e con Dio. Non come questioni lontane dalla loro esperienza, ma come domande che riguardano concretamente le loro relazioni, le loro scelte e il modo in cui immaginano il proprio futuro.
Lo stesso vale per la catechesi e per ogni percorso educativo che voglia parlare davvero ai giovani. La trasmissione dei contenuti è fondamentale, ma non può prescindere dalla vita di chi li riceve. Occorre creare occasioni nelle quali i ragazzi possano interrogarsi, esprimere dubbi, confrontarsi e scoprire che la fede, i valori e le grandi domande dell'esistenza possono entrare in dialogo con la loro esperienza concreta.
Accompagnare un giovane nella scoperta della propria identità e vocazione non significa dirgli chi deve essere o quale strada deve percorrere. Significa aiutarlo a riconoscere i propri talenti, a interrogarsi sui propri desideri, a comprendere le conseguenze delle proprie scelte e a scoprire che la libertà non è semplicemente fare ciò che si vuole, ma imparare a scegliere responsabilmente ciò che contribuisce al bene proprio e degli altri.
Questo percorso non può essere imposto dall'esterno. Richiede fiducia, tempo e la disponibilità a camminare accanto ai ragazzi anche quando le loro domande ci mettono in difficoltà o le loro scelte non corrispondono alle nostre aspettative.
L'educatore non è colui che possiede tutte le risposte, ma colui che sa indicare una direzione senza sostituirsi alla libertà dell'altro. Non è colui che evita ai giovani ogni errore, ma colui che li aiuta a comprenderlo e a ripartire.
Una responsabilità condivisa
L'educazione non appartiene soltanto alla scuola. Riguarda la famiglia, la comunità cristiana, le associazioni e tutti gli ambienti nei quali i giovani crescono e costruiscono le proprie relazioni.
Nessun insegnante può sostituire un genitore, così come nessun genitore può delegare interamente alla scuola la crescita dei propri figli. Anche i catechisti e gli educatori parrocchiali svolgono un compito prezioso, perché possono offrire ai ragazzi luoghi di appartenenza, occasioni di servizio e relazioni nelle quali sperimentare concretamente il valore della comunità.
È importante, perciò, che gli adulti imparino a collaborare, senza trasformare le difficoltà dei ragazzi in un'occasione per attribuirsi reciprocamente le colpe. Quando la scuola, la famiglia e la comunità educativa riescono a dialogare, mettendo al centro il bene del giovane, diventa più facile costruire un percorso coerente e riconoscere tempestivamente le situazioni che richiedono maggiore attenzione.
Tutto questo richiede anche agli adulti la disponibilità a mettersi in discussione. Ci preoccupiamo del futuro dei giovani, ma sappiamo ascoltarli mentre cercano di immaginarlo? Chiediamo loro di essere responsabili, ma offriamo occasioni concrete per esercitare la responsabilità? Desideriamo che si fidino di noi, ma siamo capaci di essere persone affidabili?
I ragazzi non hanno bisogno di adulti perfetti. Hanno bisogno di adulti credibili, capaci di riconoscere i propri errori, di mantenere la parola data e di testimoniare con la propria vita i valori che propongono.
Hanno bisogno di persone che sappiano guardare oltre le difficoltà del presente e continuino a credere nelle loro possibilità, senza per questo rinunciare alla verità, alle regole e alla responsabilità.
Continuare a credere nell'educazione
Non tutte le esperienze educative ricevono un riconoscimento. Molti gesti rimangono silenziosi, molti tentativi sembrano non produrre risultati, molte parole vengono comprese soltanto a distanza di tempo. Se il valore del nostro lavoro dipendesse esclusivamente dalla gratitudine che riceviamo, rischieremmo di scoraggiarci presto.
Le parole della studentessa e di diversi genitori mi hanno incoraggiato, ma non sono ciò che fonda il senso della mia professione. Sono piuttosto un richiamo a continuare a interrogarmi sul modo in cui vivo la responsabilità educativa, anche nelle giornate più difficili, quando i risultati non sono evidenti e la fatica sembra prevalere sulla speranza.
Credo che questo riguardi tutti coloro che accompagnano i giovani: insegnanti, genitori, catechisti, educatori. Non possiamo sapere in anticipo quali frutti porterà il nostro impegno. Possiamo però scegliere ogni giorno come stare accanto ai ragazzi, quanto tempo dedicare loro, con quale rispetto ascoltare le loro domande e con quale coerenza testimoniare ciò in cui crediamo.
Quando ripenso al libro che ho ricevuto e alla dedica che lo accompagnava, torno a una domanda semplice: siamo disposti a incontrare davvero i giovani che ci sono affidati, anche quando non corrispondono alle nostre aspettative?
Forse è proprio qui che si trova una parte essenziale della nostra missione: non decidere al posto dei giovani chi dovranno diventare, ma accompagnarli affinché possano scoprire chi sono, riconoscere la propria vocazione e trovare il coraggio di diventare adulti liberi e responsabili.
Educare non significa trattenere qualcuno accanto a sé per sempre. Significa prepararlo a camminare con le proprie gambe, sapendo che una relazione educativa autentica non crea dipendenza, ma apre alla libertà; non impone un destino, ma aiuta a riconoscere possibilità; non pretende di avere tutte le risposte, ma insegna a cercarle con responsabilità.
E se un giorno, nel momento dei saluti, un ragazzo ci dirà che qualcosa del cammino condiviso è rimasto con lui, potremo accogliere quelle parole con gratitudine. Non come la prova di aver compiuto qualcosa di straordinario, ma come un incoraggiamento a continuare a credere nella forza discreta e paziente dell'educazione.
Perché ogni giovane ha bisogno di incontrare adulti che non si limitino a dirgli che cosa dovrebbe diventare, ma sappiano camminare al suo fianco mentre scopre, con libertà e responsabilità, la persona che è chiamato a essere.
* Docente e autore

