Dialogo sui giovani,

    la musica e la politica

    Massimo Cacciari / Jovanotti 

    Massimo Cacciari: Vorrei che tu mi aiutassi a capire un po' di cose. Prendiamo subito il toro per le corna - questa cosiddetta disaffezione dei giovani per la politica. Ritengo che derivi da un processo che si è andato sviluppando in questi ultimi 20 o 25 anni, dalla «catastrofe» degli anni Settanta: è mancata completamente, da parte del cosiddetto ceto politico, la capacità di avvertire come il senso della politica andasse dislocandosi, dovesse essere completamente ripensato. Non più come professione specifica (secondo una tradizione che è stata grande, sia chiaro), ma riconoscendo un'esigenza storica, culturale, nel senso antropologico del termine: la valenza politica a tutti i livelli, in tutti i sensi, di una serie di attività e di espressioni che con la tradizionale forma politica non avevano niente a che fare. Non dunque un abbandono della politica tout court. Già negli anni Sessanta e Settanta maturava invece un'istanza di far valere a pieno titolo come attività politica, come espressione anche di volontà politica, molteplici forme di impegno e attività nella società civile. Questa era la richiesta. A questa richiesta non è stato corrisposto in nessun modo. Anzi, è stato corrisposto con un movimento letteralmente reazionario che in questi giorni probabilmente sta venendo a compimento sotto i nostri occhi...

    Jovanotti: In realtà, quella esigenza è stata perfino accolta, ma in modo opposto al senso autentico della domanda: ciò che non aveva valenza politica e ha cominciato ad averla fino ad impadronirsi della politica è stata la televisione. Il punto in cui ci troviamo è il frutto di questa mutazione, perché secondo me la televisione è stato il più grande progetto politico effettivamente realizzato, con la volontà precisa di allontanare l'interesse dei ragazzi dalla politica. Io ho sempre pensato - da anni lo penso, da sempre - che ci sia stato un progetto preciso di allontanare, di far disaffezionare i giovani dalla politica. Hanno visto che quel progetto funzionava negli Stati Uniti, funzionava nelle grandi democrazie moderne e quindi perché non farlo funzionare anche qui? lo penso che quando si dice che Berlusconi è stato aiutato dalla politica a fare quello che ha fatto, bisognerebbe aggiungere che, più in profondità, Berlusconi ha «aiutato» la politica portandola a modellarsi sulla televisione.
    Poi ci sono stati tutti gli errori della sinistra, colpevole di aver rifiutato la televisione e i nuovi strumenti di comunicazione, di essersi chiamata fuori categoricamente. quindi di non aver neppure provato a trasformarli in strumenti positivi. Parlo infatti della televisione ma anche della musica, della costruzione di un intero nuovo ambiente culturale: e non ho in mente solo i centri sociali, che pure sono stati tenuti a distanza, ma dei grandi nomi dei cantautori italiani, degli esponenti di quella ve, , un'Ira di sinistra cui dobbiamo le cose di qualità alle quali riferirsi w he oggi musicalmente e cinematograficamente. Le cose di qualità .0 vivano da lì, si fa fatica a pensare che arrivino dall'altra parte, e lo riconosco io che sono nato dentro le tv di Berlusconi, facevo il disk jockey ‘ mi hanno preso a fare un programma in televisione, però io mi sento ancora più in diritto di parlarne proprio per questo motivo, perché conosco l'argomento e la situazione un po' meglio di chi invece da sempre ne è rimasto fuori, ha voluto per forza di cose rimanerne fuori.

    Cacciari: Sì, le responsabilità sono queste. Da un lato non c'è stata alcuna attenzione da parte della cultura di sinistra a queste nuove forme di organizzazione del consenso, ma soprattutto non c'è stata assolutamente la capacità di valorizzare i possibili nuovi luoghi della politica, che quindi sono rimasti luoghi non politici tout court. Facciamo un esempio, la scuola: che è stato fatto? Il primo che è ha combinato qualcosa per la scuola è stato il povero Berlinguer, ma in termini assolutamente non partecipati, senza riuscire a coinvolgere uno studente, un docente. In termini di investimenti per fare della scuola un luogo effettivo di cultura e di socializzazione, cosa è stato fatto? Zero. I centri sociali sono rimasti totalmente ai margini, non sono state consentite risorse a livello di enti locali. Il volontariato finora è rimasto privato, appena adesso – nell'ambito del concetto di sussidiarietà orizzontale – si comincia, con i recenti tentativi di riforma federalista, a dargli un senso.

    Jovanotti: Io i centri sociali non li ho vissuti, sono sempre stato un solista, nel senso che nella mia vita non ho mai fatto gruppo, non ho mai frequentato un gruppo, non ho mai frequentato un bar, la mia vita è stata così, io la giudico la mia fortuna, ma naturalmente comporta anche dei lati negativi. Ecco perché non ho mai frequentato i centri sociali, vengo da un altro ambiente, vengo dalle discoteche, che però sono almeno altrettanto importanti. Ho sempre vissuto la discoteca in maniera molto, molto positiva e sono cresciuto negli anni in cui la discoteca cresceva, in cui la discoteca diventava un'impresa importante, in cui la discoteca riuniva dentro di sé professionalità ma anche forme creative, nasceva un tipo di musica che si è imposto ovunque, che si ascolta e che funziona...

    Cacciari: È importantissimo quello che stai dicendo, lontano anni luce dall'approccio che continuamente ci viene propinato dai giornali: la discoteca come luogo della perdizione, della dannazione, dove i giovani vanno a drogarsi. Come vuoi che questa cultura di centro-sinistra potesse attrarre il giovane, se trattava del suo luogo di cui adesso stiamo discutendo nei termini, appunto, di una riserva indiana che sarebbe bene chiudere al più presto?

    Jovanotti: Tutta la musica da discoteca era considerata, nell'epoca dell'impegno politico, una musica assolutamente da evitare ed era la musica...

    Cacciari: ... quando uscì La febbre del sabato sera...

    Jovanotti: Si diceva che era un film da «figli di papà», in realtà rappresentava una voglia di riscatto di tutta una parte emarginata, popolare e operaia, che in quel momento non trovava collocazione nell'impegno politico. Oggi, quella musica lì, è la musica dei centri sociali. Ad un certo punto, tutti gli artisti dei centri sociali hanno recuperato il suono della musica da discoteca degli anni Settanta. Questo ti fa capire che in realtà nella discoteca si faceva cultura già allora: quando la discoteca veniva considerato il luogo da evitare, proprio lì si stavano introducendo nuovi linguaggi e nuove professioni. Oggi, non a caso, i più grandi musicisti del mondo si fanno produrre dai disk jockey.

    Cacciari: Il mondo che ruota attorno alle discoteche significa anche, in termini produttivi, centinaia di migliaia di giovani che lavorano part-time, spesso precari più o meno pagati, con professioni completamente inedite: sono ormai più degli operai dell'industria manifatturiera in tutto il distretto che va da Lignano a Rimini.

    Jovanotti: Ed è un mondo dove c'è anche un grosso giro di teste, di intelligenze innovative. Bisogna ricordare, però, che la discoteca è un luogo assolutamente non ideologico, è l'opposto del luogo ideologico, è fondamentalmente un luogo del corpo ed è nata proprio da un'esigenza di espressione del corpo che probabilmente era stata cancellata, repressa. Io faccio parte di quella generazione che ha sentito a un certo punto la necessità di esprimersi attraverso il rumore, attraverso la musica senza parole, o perlomeno con parole che fossero più delle formule che l'espressione di un vero significato. Dobbiamo perciò capire sia perché è nato il fenomeno, sia perché tante persone intelligenti hanno pensato che si trattasse solo di una degradazione, tipo la vitalità animale al posto dei valori. E in questi fenomeni che si nascondono molte delle risposte che stiamo cercando: perché la politica (almeno fatta in un certo modo) non interessa più ad una generazione cresciuta in un «territorio» non ideologico e che ha la sensazione che la vita si svolga da un'altra parte rispetto a dove si svolge la politica. Perché uno se ne frega della politica? Per un motivo semplice, perché non la vede nelle cose e nei giorni che vive.

    Cacciari: Questo non vedere i luoghi dell'innovazione linguistica è, appunto, la tragedia anche di molti nostri colleghi intellettuali, professori eccetera. Io mi ricordo di Luigi Nono, invece – che certamente non era un musicista poco colto – che ascoltava questa musica, l'ascoltava persino più della musica di certi suoi colleghi, perché le più importanti innovazioni tecnologiche che sono state apportate anche nella musica colta, negli ultimi vent'anni, nascono da queste esperienze.

    Jovanotti: Pensa al concetto di frequenza: nella musica fino a una certa epoca si considera solo l'armonia, la melodia, il ritmo. Con la musica da discoteca entra in gioco le frequenza, le frequenze alte e le frequenze basse, la frequenza intesa proprio come fatto fisico, come stimolo fisico, i bassi che ti muovono la pancia...

    Cacciari: E la politica di centro-sinistra non è stata assolutamente in grado di accogliere, recepire, interloquire con questi processi innovativi.
    Perché i giovani al 60 per cento se vanno a votare, vanno a votare destra? Perché avvertono che dall'altra parte perlomeno c'è il nuovo linguaggio della televisione. L'innovazione viene assunta in modo del tutto distorto, senza alcun discorso critico sul mezzo, ma non viene ignorata. Certo, la destra usa l'innovazione proprio per non valorizzare quello che sedimenterà veramente delle straordinarie rivoluzioni che ci sono state in queste ultime due generazioni, cioè il bisogno di libertà e di autonomia. Perché alla fine questa è l'onda lunga dentro cui si collocano la svolta antropologica degli anni Sessanta, i nuovi movimenti giovanili, il «popolo di Seattle» nei suoi aspetti più positivi eccetera.

    Jovanotti: La destra fa presa sui giovani non per i contenuti e i valori, ma per il linguaggio che usa, che è anche un linguaggio semplificatore della realtà, il linguaggio dell'Auditel, che appiattisce verso il basso, che è in fondo il linguaggio della pubblicità. Naturalmente anche nella pubblicità ci sono infiniti modi e mondi di comunicazione.

    Cacciari: Il punto è che la destra certamente usa il linguaggio di questi mezzi, in modo assolutamente acritico e non partecipativo, piegandolo anzi ad istanze manipolatorie di non libertà, ma glí altri usano un linguaggio reazionario. Parlano magari di autonomia e di libertà ma con il linguaggio di mio nonno.

    Jovanotti: Comunque, non credo che i ragazzi si riconoscano in questa destra, non penso che la situazione sia così drammatica. Se la comunicazione più efficace è quella lì, non è un fatto di riconoscersi, è un fatto semplicemente di maggior offerta di comunicazione e di messaggi rispetto a quella, zoppicante, frammentata, che arriva dall'altra parte. Inoltre, c'è il problema delle situazioni irreali. Il movimento di Seattle, ancora oggi è in un certo senso una situazione irreale, che non è vicina per niente alla maggior parte dei ragazzi. Ho amici che fanno parte di quelle storie, che vanno a fare le barricate in giro, ma in realtà ci sono 100 manifestanti e 400 fotografi, queste cose poi si avvertono, si avverte che nella realtà di tutti i giorni quel tipo di problema riguarda soprattutto magari una minoranza, i ragazzi fortunati, che hanno le famiglie alle spalle.
    Al liceo Mamiani hanno contestato la Nike. Se prendi questo come modello di bravo ragazzo compi un'operazione pericolosa. Sia chiaro, sono solidale con quella contestazione, però bisogna riuscire a comunicare con i tantissimi che invece hanno voglia di mettersi quelle scarpe, hanno voglia di mettersele perché costano 400 mila lire anche se sono state prodotte pagandole a chi le ha fatte settemila lire. Bisogna riuscire a comunicare con i tanti che hanno voglia di partecipare a un mondo dove l'unico mezzo di comunicazione è il mercato, il consumo. Ripeto: credo che sia giusto sollevare la questione dei diritti dei lavoratori nel mondo, assolutamente giusto, sono il primo a volerlo fare. Ma bisogna saper comunicare anche con i ragazzi «consumisti», senza considerarli dei poveracci o dei bambini che non sanno ragionare, perché l'atteggiamento paternalistico è davvero insopportabile.

    Cacciari: Malgrado tutti questi limiti, e malgrado io sia molto restio ad accoglierne tanti aspetti fondamentalistici che li rendono incapaci di comunicazione con le masse giovanili, questi movimenti ecologistici sono però movimenti politici consapevoli delle necessarie novità da introdurre nel linguaggio: non fanno il convegno con le dieci relazioni sull'ecologia concluse dal segretario del partito! Anche perché sollevano un problema colossale, enorme e che è all'ordine del giorno non per i tu o% menti dei centri sociali, è all'ordine del giorno per l'intera Europa. diventando una delle grandi contraddizioni su cui si costruiranno i illi^D vi equilibri planetari, con gli Stati Uniti, con la Cina...

    Jovanotti: Questi nuovi movimenti che fanno capo alla definizione di «popolo di Seattle» vanno considerati con grande attenzione ed entusiasmo, e solo la sinistra può avere veramente a cuore questo tipo di problemi

    Cacciari: Certo non Bush, e nemmeno i suoi alleati italiani...

    Jovanotti: ... e nella difesa dei diritti delle popolazioni più povere. o delle popolazioni future, credo che la sinistra debba fare un grandissimo sforzo. Sono i temi cruciali di oggi: i diritti umani, compresa la libertà tecnologica, cioè l'accesso tecnologico per più gente possibile, perché la tecnologia sta fondando un'aristocrazia moderna, l'aristocrazia della comunicazione, e la sinistra deve lottare perché non diventi questa una nuova discriminazione.

    Cacciari: Contro il «popolo di Seattle» e i centri sociali spesso si leva l'accusa di estremismo. Ma i centri sociali hanno subito in Italia evoluzioni completamente diverse a seconda degli interlocutori che si sono trovati di fronte. È chiaro che se l'interlocutore o gli interlocutori si comportano pregiudizialmente come se avessero a che fare con il grembo ancora fecondo del terrorismo, provocheranno quel «confronto» globale che finisce come è finito a Milano qualche anno fa. Se invece l'interlocutore, a prescindere dal colore politico – perché Albertini e Scalpelli a Milano si sono comportati esattamente come mi sono comportato io – riconosce che in quei centri si produce cultura, i giovani si aggregano, si realizza un effettivo pluralismo anche di espressioni culturali, e avvia con loro un dialogo per fare del centro sociale una funzione essenziale della vita della tua comunità, le cose si risolvono facilmente, brillantemente e senza nessun tipo di turbativa dell'ordine pubblico. Il contrario nasce quando c'è un rifiuto istituzionale aprioristico, su questo non c'è alcun dubbio. In città dove le amministrazioni pubbliche noti fanno nulla per costituire dei centri di aggregazione dove i giovani possano incontrarsi autonomamente, fare la loro musica, discutere, fare il loro cinema, insomma «fare» liberamente e creativamente... è evidente che in una città inospitale nei loro confronti si creano tensioni e contraddizioni che poi alla lunga...

    Jovanotti: Che i centri sociali possano predisporre alla violenza e al terrorismo non è solo una leggenda (le leggende nascono da una specie di inconscio collettivo, infatti) ma è una menzogna costruita ad hoc per combatterli. Perché i centri sociali sfuggono al controllo, perché nei centri sociali non si fabbricano dei consumatori, nei centri sociali si fabbricano magari degli artisti, si fabbricano dei volontari, si fabbricano dei cittadini con la testa libera e quindi c'è una parte del potere politico che certamente li vede malissimo. Purtroppo in Italia le forze politiche che hanno una visione del mondo di destra non la hanno neppure da destra tradizionale, storica, europea. Quella italiana è una «destra» che considera lo Stato una sua azienda e i cittadini dei semplici consumatori o dei commessi di quest'azienda. E in una tale visione del mondo il centro sociale non ci può stare, ma non ci può stare neanche la scuola pubblica, in quella visione del mondo. Non ci può stare neanche una televisione come vero servizio pubblico, una televisione che magari per sbaglio faccia dei programmi che ti capita di guardare e impari anche qualcosa. A me succede, magari di notte: io sono una persona ignorante, nel senso che ho la maturità scientifica per il rotto della cuffia, però sono curioso, questa è la grande fortuna che ho, e questa curiosità mi viene a volte soddisfatta dal servizio pubblico, a ore stravaganti, per caso, io stesso mi stupisco. Senza un servizio pubblico non avrei niente, assolutamente. Questa destra invece non può produrre, apprezzare, accettare e tollerare nulla che si muova in direzione di un mondo non colonizzato, fatto di equilibri fra diversità.
    Vedi, io credo che la visione del mondo di questa destra sia assolutamente pericolosa, pericolosa per l'ottimismo verso il futuro, per la possibilità di risolvere i grandi problemi. Guardiamo oltre l'Italia e l'Europa, visto che si parla tanto di globalizzazione: c'è una parte del mondo che soffre veramente. Io sono un viaggiatore appassionato di paesi dove di solito non si va, e vedo cose davvero terribili. Semplificare la comunicazione a slogan può attrarre voti, ma quel modo di vedere il mondo non considererà neppure l'idea di inserire fra le priorità politiche il rapporto dei governi ricchi con i paesi poveri...

    Cacciari: ... la loro povertà è stata prodotta totalmente dal nostro sviluppo ...

    Jovanotti: Insomma, secondo me Berlusconi non è la destra, Berlusconi è la televisione, è un'altra storia. Mio padre è un uomo di destra, un anticomunista di quelli che urlano in famiglia, che dicono battute tipo «piuttosto che votare comunista vota Buttiglione» (noi lo prendiamo in giro perché una volta ha veramente votato Buttiglione), ma la sua è una visione di destra che all'interno di una democrazia è sacrosanta, con la quale io posso non essere d'accordo ma con la quale ho un dialogo, si rifà ad una cultura e ad una storia liberale. Però non è quella la destra che si presenta alle elezioni, la destra che si presenta alle elezioni è solo televisione, è solo pubblicità. E la pubblicità funziona, purtroppo, funziona su di me, funziona su tutti.

    Cacciari: L'essersi accaparrati il nome «libertà» è stato geniale...

    Jovanotti: Dall'altra parte però ci sono grossi problemi di comunicazione, non può essere la satira il modo per fare comunicazione politica. Quando vedo Sabina Guzzanti che fa l'imitazione di Berlusconi, mi vengono i brividi, perché penso alla mia famiglia, penso a mia madre... non le interessa affatto quello che dice un comico. Temo che raccolga intorno a sé solamente quelli che ridono di Berlusconi perché sono già convinti e non lo voterebbero mai. Penso che oggi non sia la satira che può stimolare una riflessione.
    Ha stimolato la riflessione su Berlusconi molto di più Montanelli, perché è un uomo che ha una storia, un uomo che non parla per battute, perché dice le cose come stanno, perché è un uomo di destra, un anticomunista, di quel tipo di destra necessaria alla democrazia e al bipolarismo, come in ogni paese d'Europa.
    Ma la realtà, cioè l'assurdità della situazione italiana, è che Montanelli risponde alle lettere sul Corriere e con una intervista settimanale di pochi minuti su TeleMontecarlo. Montanelli è diventato Montanelli in anni in cui sí poteva diventare Montanelli, oggi anche un uomo come Montanelli farebbe fatica a diventare Montanelli.
    Che a parlare a proposito di Berlusconi, di manganello, squadrismo, fascismo sia solo Montanelli e mai la sinistra fa comunque un certo effetto. Mi viene perfino da pensare che oggi, probabilmente, una persona che ha una visione del mondo forte prova ad aprire un'azienda di commercio ecosolidale, piuttosto che mettersi a fare la politica.

    Cacciari: La sinistra avrebbe dovuto capire dopo gli anni Sessanta e Settanta che la politica doveva essere il luogo dove si federano quello che fa il commercio ecosolidale, quello che fa i centri sociali, quello che fa imprenditoria in rete, quello che si impegna in ecologia... La nuova politica doveva essere questa rete, e mandarla al parlamento, mandarla al governo. Con la caduta del Muro, con la «Cosa», speravamo questo, abbiamo cercato di realizzare questo. E invece nel Pds c'è stata una reazione (come già avvenuto, tutto sommato, nel Pci degli anni Settanta rispetto al vero Sessantotto, non quello che poi è diventato dissolvendosi, anche per colpa della reazione parlamentaristica e politicistica del Pci). La seconda controrivoluzione italiana. Perché la sinistra non può dire nemmeno quello che dice Montanelli? Perché ha una coda di paglia pazzesca, perché in questi sette o otto anni ha risparmiato sistematicamente il Cavaliere, ha cercato di fare consociativismo con il Cavaliere, da quando hanno perso il biglietto della lotteria, il duo Segni-Occhetto, per finire dopo la vittoria dell'Ulivo con il D'Alema della Bicamerale.

    Jovanotti: Questa destra che parla dello Stato come un'azienda, confondendo le due cose, non ha senso dello Stato. Il bilancio di un'azienda si può risanare quando c'è alle spalle uno Stato che funziona e magari ti aiuta. Se lo Stato è l'azienda, non lo risani più. Se l'azienda dice «ti licenzio» esistono (ancora, almeno) degli ammortizzatori sociali, ma se lo Stato è azienda, i licenziamenti che cosa significano? Mandare la gente fuori dallo Stato? Li licenzi da cittadini? E poi, l'azienda non è lo strumento attraverso cui le persone organizzano la reciproca convivenza, ma un modo di organizzare le persone secondo gli interessi dell'azienda, non i loro. Uno Stato/azienda diventa una forma di neototalitarismo, di un totalitarismo che forse non avverti, anzi, che probabilmente nella breve durata ti può anche gratificare, ti può far sognare e credere cose che non esistono, ma è molto pericoloso. Prima ancora che da un punto di vista democratico, è molto pericoloso da un punto di vista semplicemente umano.

    Cacciari: Lo Stato deve essere la garanzia della rete delle autonomie, se lo Stato si identifica con una di queste autonomie, l'azienda, cessa di essere Stato, è evidente.

    Jovanotti: Del resto, credo che ci sia un grosso lavoro da fare di ripensamento del concetto di Stato all'interno di un mondo in cui le multinazionali sono più potenti degli Stati, la Nestlè conta spesso molto più di molti governi. Se in Italia vince la destra si allontana ancora di più l'idea di poter fare perlomeno questo tipo di lavoro. E non aggiungo che ci allontaneremmo dall'Europa, solo perché non ho un concetto chiaro di cosa sia oggi politicamente l'Europa. Io la sento da giovane uomo che vive in Italia e che si sente europeo in quanto comunque sento di far parte di una storia, di avere infiniti punti in comune con un ragazzo belga o uno inglese o francese, ho l'impressione che l'Europa sia ancora più che altro una faccenda dei mercati, senza una volontà politica autentica.

    Cacciari: Magari fosse almeno dei mercati, è ancora piena di divisioni anche da questo punto di vista.

    Jovanotti: Esiste comunque una tendenza dal basso, un'idea di Europa dei cittadini, l'Europa delle idee e della cultura. È un concetto molto stimolante quello dell'Europa, perché si presenta a noi la possibilità di creare qualcosa di assolutamente inedito. L'Europa non sarà gli Stati Uniti, è un continente che parla lingue diverse, che ha storie diverse, confessioni religiose diverse, per cui costruire l'Europa sarà ancora più interessante

    Cacciari: Certo, gli Stati Uniti non potranno essere un modello per la costruzione politica dell'Europa, gli Stati Uniti d'Europa sono una stupidaggine.

    Jovanotti: Tornando ai ragazzi, ai giovani. Secondo me è una gran cazzata questa di contrapporre i giovani del volontariato e i giovani delle discoteche, i giovani dei centri sociali e i giovani del consumismo, e via etichettando. Non possiamo neanche più pensare a fare l'identikit di un giovane-tipo e creare intorno a quell'identikit il disegno di una generazione. Non è così. Non è assolutamente così. Oggi i ragazzi ascoltano tutti i tipi di musica, sí vogliono divertire, hanno tempo per il volontariato, non possono essere divisi in quattro generi, non è una torta che si divide in quelli buoni, quelli che vanno nelle ambulanze, quelli che vanno in discoteca, quelli che si drogano e quelli che vivono a casa fino a 40 anni.
    Ogni giovane è una combinazione di tanti frammenti, e il volontariato
    stesso ha poco a che fare con la politica intesa come divisioni destra/sinistra, perché c'è tantissimo volontariato cattolico tradizionale. Del resto, credo che ormai si faccia fatica, anche di fronte a queste elezioni imminenti, a ragionare in termini di destra e di sinistra. Bisogna cercare di abituarsi a pensare davvero che la cosiddetta Casa delle libertà non è un'idea politica. Non è neanche un'idea secondo me. E semplicemente un progetto di marketing, spudorato e pericoloso. Anche se può attrarre delle passioni sincere – riuscire nella vita, fare i soldi –che in quanto tali sono anche passioni sane, ci mancherebbe altro. Quand'ero ragazzino volevo fare i soldi, volevo diventare famoso, non mi sento uno stupido per questo, volevo vivere da solo, avere un bell'appartamento, non vengo da una famiglia ricca, per cui volevo quello, volevo l'indipendenza, volevo che la mia autonomia fosse riconosciuta. Ci sono un sacco di persone che hanno questo tipo di sentimenti, ma se non votano la sinistra non è perché votano la destra, non votano la sinistra semplicemente perché non la trovano, non la vedono presente nelle situazioni reali. È anche un problema di persone, sicuramente, perché se ci fosse Nelson Mandela in Italia prenderebbe un sacco più di voti, un uomo la cui credibilità nasce da tutta la sua storia, da come ha pagato di persona. Oppure: non abbiamo Marcos. Non abbiamo i punti di riferimento che ci vorrebbero, perché la politica è fatta anche di questo, di persone che pagano con la propria vita, non nel senso della morte, ma delle cose che in una vita hannno fatto.
    Prima o poi, a sinistra, una soluzione credo che verrà fuori. Perché non vorrei dover passare attraverso l'esperienza che Montanelli suggerisce paradossalmente, il governo di questa destra.

    Cacciari: Questo tema del volontariato va inserito in un discorso più generale. Noi parliamo del volontariato sempre come di una cosa marginale. Mentre oggi fa parte di tutta la problematica del terzo settore, che è ormai quello fondamentale. Fondamentale per trovare lavoro autonomo per questi giovani, per dar loro prospettive diverse da quelle del tradizionale lavoro dipendente (il «posto»), per incentivarli all'autoformazione. Tutto questo fa parte del terzo settore, solo se visto come ambito di attività economica in senso pieno, però. Ma allora occorrono politiche di sostegno da parte del governo, che non ci sono state o sono state insufficienti.
    D'altra parte questo problema, nell'ottica berlusconiana dell'aziendalizzazione universale, neppure esiste, visto che il discorso che fanno nei confronti del terzo settore o del mondo cooperativo è un discorso di rnarginalizzazione definitiva. Ma in un altro senso – sono perfettamente d'accordo con te – il volontariato non è né di destra né di sinistra, perché il terzo settore non è né di destra né di sinistra, sono settori destinati a crescere nel mondo contemporaneo, destinati a fornire lavori, risposte soddisfacenti, un lavoro di qualità a tanti giovani che ormai sono appunto culturalmente del tutto estranei ad ogni prospettiva di posto fisso vita natural durante. Allora è importantissimo che chi opera in questi settori sappia che da parte della sinistra finora è stato tutto poco o pochissimo, ma che comunque certe idee in questa direzione ci sono, e c'è una tradizione di impegno sui valori di solidarietà, mentre dall'altra parte c'è un programma esplicitamente contrario agli interessi del inondo cooperativo, del mondo del volontariato, del mondo del terzo settore, a cui sanno dire solo « non rompere le palle, diventa un'azienda, fai il tuo profitto, arrangiati».
    L'unica cosa che gli dicono, ma che dicono a tutti, è: «Non ti faremo pagare le tasse», il loro carro armato, la promessa delle promesse, su cui stanno già facendo marcia indietro precipitosamente, e addirittura denunciano il governo di centro-sinistra per aver ridotto troppo le tasse con questa finanziaria. Comunque qualcuno ci crede ancora, perché Berlusconi è bravo a vendere un prodotto, è bravo a fare comunicazione.

    Jovanotti: È bravo solo perché la sinistra non è riuscita a costruire un controaltare culturale abbastanza forte, altrimenti si vedrebbe perlomeno che il suo messaggio è un messaggio assolutamente egoista...

    Cacciari: Ma con una sinistra che ci sapeva fare Berlusconi neanche ci sarebbe...

    Jovanotti: O perlomeno, farebbe solo la televisione ...

    Cacciari: Avrebbe chiuso anche quella, perché aveva migliaia di miliardi di debito nel '96... Comunque, lasciamo stare...

    Jovanotti: Insomma, credo veramente che bisogna ripensare la politica, ma l'unica cosa che non si può pensare è di farla finita con la politica, e loro stanno puntando esattamente a questo...

    Cacciari: Vorrei però farti una domanda: nel mondo dei giovani cresce anche un senso di inquietudine che la nostra generazione non aveva, pur vivendo situazioni drammatiche di tensioni e di contraddizioni anche più esplosive di quelle di questa generazione. Un senso di inquietudine, di paura, di ansia. Lo si tocca fisicamente, quando il sabato giri per queste regioni: vedi come uno sciamare, come un fluire proprio attraverso un sistema venoso, arterioso. Tutto confluisce verso dei cuori, dei centri – wooommm, wooommm, woommm – proprio come un movimento sistole/diastole, dalle abitazioni alle discoteche e poi viceversa. Non c'è in questo anche un po' di coazione, non è anche un movimento di fuga (e non di liberazione), come se avessero bisogno di questi luoghi in funzione di rassicurazione? Quello è il mio territorio, la mia riserva, dove ogni settimana, ogni tot giorni, ritorno e mi ritrovo? Perché mi sembrano anche luoghi di solitudini, non è la città, non è la piazza, non è il luogo di lavoro dove crei delle effettive solidarietà, delle amicizie forti: parti e ritorni, parti e ritorni, sistole/diastole, tutto questo è molto ansiogeno.
    Proprio questo mi fa ritenere – come dicevi – che tutto possiamo pensare fuorché di far a meno della politica. Di fronte alle grandi trasformazioni culturali e psicologiche di questi anni, è sempre più drammaticamente urgente che la politica ripensi il suo rapporto con la vita. Perché se non crea un sistema nel quale il giovane, impegnato in un lavoro più o meno precario e part-time, impegnato a crearsi nuove professionalità perché quelle vecchie non gli servono più, con una scuola assolutamente inadeguata, in città che non sono più città, se non affronta queste questioni, la società che finisce per delinearsi è una società spaventosa di solitari coatti, altro che la folla solitaria di 40 anni fa, perché bene o male lì, sì, c'era la folla solitaria, ma poi c'era identità di classe, identità ideologica, e tutte quelle forme di identità che abbiamo conosciuto quando avevamo venti o trent'anni e che sono catastroficamente finite nel giro di una generazione.

    Jovanotti: Non sono affatto convinto che l'incontrarsi in discoteca non sia un incontrarsi vero. È un incontro fisico, certamente, ma anche quello è un modo di comunicare. Non è un incontro verbale, non è un'assemblea di istituto, è un altro tipo di incontro, altrettanto importante però. È l'incontro con un «tempio» all'interno del quale possono succedere delle cose, può succedere che incontri qualcuno, che ti innamori ...

    Cacciari: È difficile capirlo questo: tu ritieni che sia possibile una piena amicizia, una vera comunicazione, marginalizzando completamente la dimensione verbale?

    Jovanotti: È un'altra forma di comunicazione, ma di vera comunicazione, non funziona in assoluto, funziona nel momento in cui ne hai bisogno ...

    Cacciari: Ma nella tua esperienza tu hai avuto vere amicizie, durature, attraverso queste forme di comunicazione, veri amori? A prescindere dalla dimensione della comunicazione verbale, cioè della conoscenza anche attraverso lo strumento del discorrere, che in discoteca è impossibile ? Io sono andato più volte in discoteca perché anche a me interessa... Però in discoteca non puoi parlare ...

    Jovanotti: No, è fatta apposta per non parlare, anzi non puoi neanche vedere, per come sono organizzate le luci. stroboscopiche. Però risponde perfettamente ad un bisogno. Non posso fare una classifica di qualità rispetto alla comunicazione verbale, comunque viviamo in un'epoca in cui oggi l'immagine vale più della parola, la comunicazione dell'immagine è più forte della comunicazione della parola, e si cerca di comunicare il sé attraverso l'immagine. Può anche darsi che sia una degradazione della formula di comunicazione, o invece nasconde delle sorprese al suo interno, magari nasconde una volontà di maggiore verità, perché comunque la parola nasconde, il corpo nasconde molto meno di quanto nasconda la parola...

    Cacciari: Guarda che quello del linguaggio del corpo è un tema che mi è molto caro, anche filosoficamente. Questa forma di comunicazione non logocentrica è un fatto importantissimo, denso di carica anche rivoluzionaria. Quello che mi chiedo è cosa avviene se questa forma di comunicazione rimane rimane esclusiva In quel caso, sono convinto che ogni istanza critica diventa impotente.

    Jovanotti: Secondo me la discoteca è una conquista... Ma certamente se c'è solo la discoteca...

    Cacciari: ... e quando escono dalla discoteca e vanno nella città dove non c'è il centro culturale, dove non c'è la scuola... Perché se rimane solo la discoteca, è quello che volevo dire, siamo impotenti nei confronti di Berlusconi... siamo impotenti nei confronti di quella destra. Bisogna mettere la discoteca all'interno di un contesto ricco, socialmente e culturalmente eccetera eccetera, di cui la discoteca fa parte... Mentre in queste regioni, quando vai in discoteca il sabato sera, hai la sensazione di una fuga, che parte un esodo, ma questo si interrompe lì... Perché scappano da queste famiglie, scappano da queste città assolutamente inospitali, scappano... scappano dai discorsi della televisione, scappano...

    Jovanotti: Quando mi metto nei panni di un ragazzino più giovane di me, devo ammettere che non è facile oggi essere un adolescente. È comunque difficile avere a che fare con un paese che non hai fatto tu, che ti sei trovato già fatto e ben definito, così pieno di benessere anche. Perché se non ci sono degli spazi di costruzione, degli spazi di sogno, degli spazi di intervento, un margine di azione sulla realtà, allora vado dove c'è uno spazio mio, vado in discoteca, dove mi sento quasi parte di un organismo. La discoteca è un organismo, quello che non sono più le nostre città. Il bosco è un organismo, e quando sei dentro a un bosco ti senti all'interno di un organismo vivente. Dentro una discoteca avverti quel tipo di sensazione lì, dentro una città fai fatica oggi ad avvertirlo. Nelle nostre città, nelle nostre periferie, nelle nostre province, fai fatica ad avvertirla questa cosa e secondo me questo è il guaio più grosso.
    Senti di non avere più una possibilità di azione nella tua realtà, e questo è un dolore esistenziale, un problema esistenziale, prodotto da una società che forse oggi non è neanche più in grado di mettere in discussione veramente se stessa, ma non sul piano della comunicazione e basta, bensì proprio sul piano dei valori e del senso. Lo spazio per poter intervenire sulle cose, questa è la politica. Se non è più questo, allora finiscono per votare Berlusconi, colui che rappresenta una «politica» che ti toglie ogni spazio di intervento, la non politica.

    (La primavera di MicroMega, 5, 2001)