E se scoppiasse la pace?

    (A cura della comunità obiettori di coscienza Salesiani di Torino)

    Oggi tutti hanno consapevolezza che in una guerra è "la gente", il "popolo" che ha tutto da perderci. Manifestazioni pacifiste con partecipazione numerosa, presa di coscienza contro la guerra in Bosnia, aumento degli obiettori non violenti al servizio militare, aumento del volontariato... sono certo segni positivi. Ma la pace è solo assenza di guerra? o c’è qualcos’altro? L’intolleranza, il razzismo, la violenza negli stadi, l’indifferenza verso gli altri, il narcisistico ripiegamento su se stessi, il disinteresse verso il "pubblico", le violazioni degli altrui diritti, la cultura mafiosa, lo sfruttamento... non sono forse segni di una società immatura che seppur parla e anela alla pace ha ancora molto da fare?

    Il volto feriale della pace

    "La pace... non so cosa sia... Penso alla pace come lo star bene con se stessi, con gli altri, con la società... ma poi ti accorgi che gli altri ti usano, la società è mossa dai soldi e a crederci siamo rimasti in pochi... E come si fa a star bene?" Marco, 19 anni

    "Non c’è la pace! Ci sono guerre di religione, tra cristiani, mussulmani, ebrei. La pace la fanno i paesi industrializzati del primo mondo, l’Onu. Se la vogliono ce la danno". Leonida, 20 anni, albanese

    "Questi pacifisti, non violenti sono proprio sognatori... Si danno la zappa sui piedi... Se tutti ci disarmiamo, domani avremo la guerra totale... Mancheranno blocchi forti in grado di dare una certa stabilità e sicurezza". Giovanni, 38 anni

    "Quando ero piccolo avevo tanti fucili... volevo diventare importante e far carriera militare per poter organizzare battaglie, guerre, far giustizia ai deboli...Per insufficienza toracica non ho fatto nemmeno il militare, ma i fucili nell’armadio sono rimasti per tanto tempo... Da due settimane non ci sono più... da quando sono tornato da un campo profughi da Sarajevo ed ho visto che non sono i fucili a far giustizia ai poveri ed ai deboli. Ma al contrario...". Andrea, 32 anni

    "Da un anno lavoro con gli stranieri... preparo la pace attraverso l’integrazione, il dialogo, l’amicizia con giovani di culture molto diverse dalla mia... I poveri sognano la pace... ma la povertà talvolta, quando raggiunge forme di esasperazione molto forte, diventa fonte di conflitto: chi non ha casa, non ha lavoro, non ha soldi, non ha sicurezze è un elemento instabile che mina l’equilibrio di una pace in cui ogni uomo ha la possibilità di vivere da persona, e non da bestia!". Sergio, 26 anni

    "Qui di sera non si può più uscire: negri, spacciatori, prostitute, drogati... E’ uno schifo! E’ una guerra che si combatte ogni giorno... La paura di uscire ed essere derubata sulla strada e di lasciare la casa sola rendono la vita un inferno... E’ colpa del governo che non prende posizioni e si lava le mani nelle toilette dei ristoranti romani, bevendoci sopra". Luisa, 52 anni

    "Ho vissuto per 16 anni con due genitori che ogni giorno hanno giocato a farsi la guerra: urla, botte, infedeltà, ripicche... I mutilati di questa stupida guerra siamo io e mio fratello". Sara, 17 anni

    "Con tutte le guerre che sono in atto in questo momento nel mondo chiederci se esiste la pace mi sembra proprio inutile". Marta, 18 anni

    "In Europa c’è, in altri Paesi no. Pace è poter vivere per le persone, la speranza di poter restare qua, avere una nuova vita". Alain, 23 anni, zairese

    "Qualcuno dice che la pace è un’utopia, che la guerra prepara la pace e viceversa... Io credo che fino a quanto esisteranno fabbriche di morte prima o poi dovranno sparare... Ma io non mi arrendo e lotto per sradicare la violenza intorno a me... Se fossimo in tanti a crederci... forse...". Carmen, 21 anni

    L’anima della pace

    La pace è uno dei temi scottanti a livello politico, internazionale, economico, religioso, sociale e personale.

    La parola pace nell’uso comune ha avuto un grosso incremento: basta aprire i giornali e si sente parlare di pace, basta vedere alcune manifestazioni nelle nostre città per accorgerci che viene rivendicato un maggiore impegno e attenzione alla pace.

    Se ne parla nelle scuole, in chiesa, con gli amici, per le strade.

    Perché se ne parla?

    Forse si è stimolati dalle personalità, dalle associazioni, dai gruppi fioriti un po’ ovunque nel nostro secolo che hanno vissuto, hanno speso la loro vita, impegnandosi concretamente per la pace in servizi di solidarietà, attenzione alla dignità dell’uomo.

    O forse perché qua e là dove la pace sembra ormai essere una realtà acquisita, serpeggiano attentati alla pacifica convivenza, segni di intolleranza, semi di razzismo, decisioni xenofobe: violenza quotidiana che dal cuore dell’uomo si traduce in atti evidenti.

    Le generazioni più giovani oggi sembrano portare dentro di sé i segni evidenti di una contraddizione e confusione: aumenta la tendenza al volontariato ma, nello stesso tempo, diminuisce l’interesse verso il politico, il bene comune. Ci si commuove vedendo il film Philadelphia, mentre i gruppi di tendenza estremista danno la caccia al diverso: straniero, omosessuale, nomade.

    Le chiese si riuniscono in grandi convocazioni come Seoul, Basilea, Assisi per parlare di pace, giustizia, salvaguardia del creato, ma nello stesso tempo gruppi di intransigenza religiosa si combattono in diverse parti del mondo lasciando così intravedere un ecumenismo fraterno più teorico che reale.

    Amore, solidarietà, giustizia sono gli slogan che i nostri studenti ogni tanto sbandierano, e poi, scopri che proprio in quella scuola l’handicappato non ha amici.

    L’impegno dei Verdi sembra aver riportato alla luce un problema quanto mai grande: l’ecologia.

    Greenpeace trova sostenitori un po’ ovunque, ma basta una gita nel parco per vedere i rimasugli di una domenica dei nostri giovani. La società italiana, che può vantare di non vedere una guerra da ormai 50 anni, ha bisogno di maturare nella consapevolezza che la pace è un bene che va ricercato ogni giorno e che "l’impegno per la pace" deve diventare la sintesi di una formazione di un "impegno personale" che fa crescere e maturare la nostra società.

    Non violenza nei rapporti interpersonali

    La prospettiva psicologica, per vocazione, pone al centro del proprio spazio di analisi il soggetto: visto nelle sue relazioni con l’ambiente e nelle relazioni tra le sue "parti interne".

    Una delle prospettive che la psicologia usa per descrivere il soggetto intende la psiche umana come un campo di forze, le une opposte alle altre: il risultato dell’interazione e dello scontro di queste forze è, in ultima analisi, il comportamento del soggetto.

    Educare al conflitto

    Il conflitto interno, ma anche interpersonale, che diviene quindi un elemento costitutivo della psiche umana, è inevitabile perché direttamente vincolato all’esistenza della diversità e della molteplicità. Educare alla pace, in questa prospettiva, significa quindi educare alla gestione del conflitto: perché il conflitto, inevitabile, si può solamente risolvere, mentre la guerra, quella sì, si può anche evitare...

    Nel linguaggio parlato, noi usiamo spesso i termini guerra e conflitto come se fossero sinonimi, ma in realtà non lo sono.

    Le relazioni esistenti tra i partecipanti ad una guerra ed i partecipanti ad un conflitto sono profondamente diverse.

    In guerra si nega il punto di vista dell’altro, si negano le ragioni dell’altro, se ne nega la dignità, lo spazio; in ultima analisi se ne nega l’esistenza.

    Il termine conflitto invece presuppone l’esistenza di due parti che si riconoscono reciprocamente come interlocutori e che si fanno portatrici di necessità diverse, talvolta contrapposte. Il conflitto, quindi, si centra sull’argomento del contendere, non sulle persone che se ne fanno portavoce.

    Nella guerra invece la conflittualità si espande, dilaga tutti i piani ed investe la totalità dell’altro.

    L’obiettivo implicito in un conflitto è quindi la risoluzione dello stesso: entrambe le parti lavorano, più o meno in sintonia, per ottenere un tale risultato. In guerra, qualunque sia l’argomento del contendere, le parti hanno sempre lo scopo di eliminare l’altro dalla porzione di ambiente, fisico, sociale, culturale o politico che occupa.

    Modalità comunicative

    Si sono individuate tre differenti modalità comunicative che potrebbero tornare utili per comprendere meglio che cosa vuol dire assumere, anche a livello di relazione interpersonale, un atteggiamento non violento.

    1. La comunicazione può esprimere un accordo con il nostro interlocutore.

    2. La comunicazione può esprimere un disaccordo con le affermazioni del nostro interlocutore ed aprire quindi uno spazio di dibattito: questo è lo spazio del conflitto.

    In entrambi i casi citati la comunicazione esprime anche l’esistenza e l’accettazione di una relazione con l’altro.

    3. Infine la comunicazione può esprimere non tanto un accordo o disaccordo, ma può tentare di negare l’esistenza stessa della relazione tra gli interlocutori.

    Questa terza modalità comunicativa, che rende impossibile la relazione e non permette il contatto, impedisce l’apertura di uno spazio di conflitto e quindi apre le porte all’indifferenza o alla guerra. Quante volte assistiamo ai cosiddetti "dialoghi tra sordi", interminabili fiumi di parole che hanno il solo scopo di negare l’importanza dell’altro. E’ come se si dicessero continuamente: "Tu non esisti, tu non sei nulla, mi sei indifferente, non mi interessi, non voglio ascoltarti, non mi interessano le tue ragioni, non mi interessa sapere quello che pensi, quello che proponi, quello che desideri...".

    In conclusione, esistono numerose altre riflessioni che potremmo fare sulla non-violenza. In generale, comunque, possiamo dire, e la psicologia ce lo ricorda qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il pacifismo non è solo una questione di rapporti tra stati ed istituzioni: inizia proprio dalle relazioni interpersonali di tutti i giorni. L’educazione alla pace è l’educazione al riconoscimento della dignità e del valore dell’altro; è l’educazione all’incontro con la diversità e la molteplicità tramite l’apertura di uno spazio relazionale conflittuale non violento.

    Pace? Sì, ma quale?

    L’uomo per sua natura non tende a fare la guerra, a uccidere i propri simili e a rischiare di essere ucciso, ma se sulla sua formazione incidono fattori soggettivi o collettivi negativi, il suo "essere autentico, maturo e responsabile" può essere oscurato da comportamenti aggressivi che, se sostenuti, stimolati e malgestiti nel tempo, possono radicalizzarsi. Il problema della guerra, oggi, rende necessaria un’autentica cultura di pace.

    Una cultura che si identifica ovviamente con la negazione della guerra, ma non con quella dei conflitti, che appartengono al "divenire dell’uomo come essere limitato e imperfetto". Una pace allora che esiga la capacità di affrontare e superare i conflitti ai diversi livelli, in modo non violento.

    Dal punto di vista operativo non si tratta di applicare formule sociologiche o politiche, ma primariamente di far maturare la capacità di gestire gli eventi aggressivi e conflittuali con metodi capaci di contenere la violenza; di far maturare le condizioni materiali, personali e politiche, che sappiano prevenire l’esplosione di guerre e conflitti. Bisogna allora operare principalmente per un’educazione ai conflitti, perché i soggetti imparino a riconoscere e a gestire l’aggressività sul piano personale e sociale, garantendo la formazione di una personalità non violenta.

    Nella storia e nella cultura dell’umanità si sono andate delineando diverse idee di pace, che Galtung riassume in tre principali scuole di pensiero: pace negativa, pace positiva e nonviolenza.

    Pace negativa

    Per pace negativa si intende lo stato di non guerra o di assenza di guerra. Questa si realizza come pace armata, come tregua tra una guerra e l’altra.

    Chi sostiene questa idea di pace pensa che la miglior difesa della pace sia la dissuasione.

    In questa idea di pace viene condannata la violenza diretta (violenza fisica), ma viene giustificata la guerra come strumento di difesa dalle aggressioni e nulla viene detto sulla violenza strutturale (la struttura in cui l’individuo è inserito perpreta la violenza sull’individuo stesso privandolo del necessario per sopravvivere: omissione).

    Alla base dello stato moderno si trova l’idea di questo tipo di pace che assolutizza il valore della libertà e del benessere materiale.

    Pace positiva

    Questo tipo di pace mette in evidenza il valore della giustizia. Essa giustifica il ricorso alla violenza diretta, come strumento rivoluzionario, di liberazione.

    Coloro che sostengono la pace positiva propongono un sistema, ancora armato, ma realmente difensivo (non è concepita l’idea di condurre un’aggressione).

    Non violenza

    Questa idea di pace necessita di disponibilità all’ascolto, al dialogo, al sacrificio, alla ricerca della verità.

    La nonviolenza si oppone alla violenza strutturale e alla violenza diretta e rifiuta di farvi ricorso.

    La nonviolenza non mette solo in evidenza un unico valore (libertà e giustizia): non c’è libertà senza giustizia e non c’è giustizia senza libertà

    La pace sposa la vita

    Pace come bene fondamentale che comporta il rispetto e la promozione dei valori essenziali dell’uomo: il diritto alla vita in tutte le fasi del suo sviluppo; il diritto alla considerazione indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalle convinzioni religiose; il diritto ai beni materiali necessari alla vita; il diritto al lavoro e all’equa ripartizione dei suoi frutti per una convivenza ordinata e solidale.

    Come uomini, come cristiani dobbiamo sentirci impegnati a vivere questi valori di giustizia...

    La pace...

    Osa... (l’obbedienza non è più una virtù!)

    Ogni giovane maggiorenne deve compiere una scelta di fronte all’anno obbligatorio di servizio alla "patria"; aiutalo a scegliere:

    * obiezione di coscienza al servizio militare;

    * obiezione di coscienza alle spese militari;

    * obiezione di coscienza professionale.

    Fiorisce nel parco...

    Non viviamo chiusi tra quattro mura, ma in un mondo dove la natura è importante.

    Ma come possiamo farla amare ai nostri ragazzi se noi per primi non rispettiamo "frate cielo" e "sora madre terra"?

    Non ha età...

    L’attenzione al disagio giovanile è segno di un impegno per la pace. Il disagio giovanile ha delle manifestazioni come la tossicodipendenza, la violenza negli stadi, i suicidi, che non possono essere ignorate da un educatore. Per prevenire il disagio aiutiamo il giovane a lottare contro la passività, il conformismo, aiutiamolo ad essere protagonista e spingiamolo a cercare i valori veri perché così possa vivere pienamente la sua vita. Non dimentichiamo neanche chi vive nel disagio in un’età in cui si diventa fragili e deboli: sono i giovani di ieri che hanno bisogno dei giovani di oggi!

    Ha dei diritti...

    Ogni uomo ha dei diritti: è stato sancito nel 1948 con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo... ma siamo informati sulla realtà dei fatti?

    * pena di morte,

    * esecuzione extragiudiziali,

    * torture,

    * abusi giudiziali,

    * detenuti di coscienza?

    ... e dei confini!

    La povertà è fonte di conflitto, è una minaccia per la pace e la stabilità sociale. Uno spirito di povertà può essere fonte di pace:

    * moderazione e semplicità devono diventare i criteri del vivere quotidiano;

    * povertà evangelica non è povertà economica o sociale. Mentre questa ha caratteristiche impietose e spesso drammatiche, la povertà evangelica è liberamente scelta dalla persona che intende rispondere all’invito di Cristo.

    Pace e vangelo...

    La scelta dei poveri non è compatibile con l’accettazione della guerra: quando si scatena una guerra chi paga sono sempre i più poveri! La pace è uno dei temi fondamentali del messaggio di Gesù. Esiste uno stretto collegamento tra la testimonianza e l’impegno per la pace e la promozione della carità cristiana: il punto di contatto è la scelta preferenziale dei poveri che il Vangelo chiede alla Chiesa.

    C’è da combattere

    ITINERARI DI PACE

    Educazione di preadolescenti e adolescenti alla pace

    Non evitiamo i conflitti che i ragazzi vedono intorno a sé, ma aiutiamoli a capire come possono essere risolti senza violenza.

    * Educhiamoli nei rapporti:
    con se stessi (personalità, volontà, corpo),
    nel gruppo,
    nella società.

    * Educhiamoli al disarmo:
    analizzando la guerra; quali sono state le cause dei conflitti e chi ne ha pagato le conseguenze?
    analizzando l’operato di organizzazioni impegnate nella problematica della pace come la Società delle Nazioni e l’ONU;
    pensiamo ad altre forme per evitare la guerra.

    Cineforum

    * Vedere film sulla pace facendo seguire un dibattito: può essere un buon momento di scambio di idee.

    Documentario

    * Realizzare un documento, raccogliendo interviste, testimonianze di esperti e di gente comune.

    Questionario

    * Inchiesta sulle conoscenze dei giovani sul tema della pace attraverso un questionario.

    Informazione

    * Non dobbiamo mai fidarci di un’unica fonte:
    dobbiamo approfondire gli argomenti su libri e riviste;
    organizzare dibattiti, incontri, riflessioni per imparare a essere "critici";
    attirare i mass media su questioni che non fanno spettacolo.

    * Sostenere o dare la propria disponibilità per iniziative di educazione allo sviluppo, nella scuola, in oratorio, tramite i mass media.

    * Cercare di diffondere l’informazione alternativa alla dominante sui problemi della pace, giustizia, ecologia, diritti umani.

    Articoli

    * Produrre testi che analizzino articoli di giornali e riviste.

    GIOCHIAMO ALLA PACE

    Giochi di simulazione

    * Il gioco permette l’approccio alla sensibilizzazione alla pace senza preconcetti, e in più:
    crea nei giovani un maggior interesse e motivazione alla scoperta;

    tutti partecipano;

    l’errore non coincide col fallimento del gioco, anzi è elemento di informazione;
    non è necessario avere molte conoscenze precedenti.

    * Esistono ormai molti giochi di ruolo in commercio:

    * Terzomondopoli,
    * Il gioco della pace,
    * Giochi di simulazione (L. Ferracin, P. Gioda, S. Loos - LDC, Torino 1991)

    Concorsi

    * Organizzare nel proprio ambiente un piccolo concorso che può avere come titolo:

    * "DISEGNA LA PACE"
    * "INVENTA UNA STORIA SULLA PACE"
    * "SCRIVI UNA POESIA SULLA PACE".

    FESTEGGIAMO LA PACE

    Musica

    * Usare la musica come mezzo di comunicazione giovane e diretto. Si può organizzare un "Concerto per la Pace", oppure ci si può trovare per scoprire famose canzoni per la pace:

    * Auschwitz (Équipe 84)
    * Blowing in the wind (Bob Dylan)
    * Imagine (John Lennon).

    Festa

    * Organizzare una festa per la pace a cui partecipino anche gli stranieri e che quindi possa diventare un momento di interscambio, indispensabile per costruire una cultura di pace.

    VIVIAMO LA PACE

    Consumo equo e solidale

    Perché non facciamo i nostri acquisti attraverso la rete del commercio "equo e solidale" garantendo ai produttori dei Paesi in via di sviluppo un compenso equo per il loro lavoro?

    ODC

    * Obiezione al servizio militare.
    Impieghiamo un anno al servizio degli altri!

    * Obiezione fiscale alle spese militari
    Rifiutarsi di versare sul proprio modello 101 o 740 il 5,5% dell’IRPEF, che è valutato come la percentuale spesa dallo stato per obiettivi bellici, e dare l’equivalente per progetti di pace con un versamento sul ccp del Fondo Comune per la Pace.

    La ricevuta di tale versamento va allegata al Mod. 740.

    * Obiezione professionale e scientifica
    Rifiutarsi di collaborare a ricerche, progetti che mirano a distruggere la vita: per esempio, le industrie belliche.

    AVS

    * L’Anno di Volontariato Sociale è la proposta di donare un anno della propria vita:

    * al servizio dei poveri,
    * per la formazione propria e degli altri,
    * vivendo in comunità.

    L’esperienza AVS è ricca dei valori della pace, come promozione di una convivenza civile basata su uno stile cooperativo, che riconosca e valorizzi ogni diversità.

    Contro il razzismo

    * Creare spazi di incontro, di relazione, di convivenza dove italiani e non italiani lavorino, giochino, imparino insieme.

    * Imparare una "cultura" che sia non solo il contrario della violenza e dell’aggressività, ma anche dell’indifferenza.

    * Accogliere in casa qualche straniero di passaggio, usando cortesia e comprensione.

    * Imparare a non chiamare marocchino ogni straniero che gira per la nostra città vendendo merce e incoraggiare gli amici ad averne rispetto.

    ALCUNI TESTI...

    Ho dipinto la pace

    Avevo una scatola

    di colori brillanti

    decisi e vivi.

    Avevo una scatola

    di colori, alcuni caldi,

    altri molto freddi.

    Non avevo il rosso

    per il sangue dei feriti,

    non avevo il nero

    per il pianto degli orfani,

    non avevo il bianco

    per il volto dei morti,

    non avevo il giallo

    per le sabbie ardenti.

    Ma avevo l’arancio

    per la gioia della vita,

    e il verde

    per i germogli e i nidi,

    e il celeste

    per i chiari cieli spendenti,

    e il rosa

    per il sogno e il riposo.

    Mi sono seduta

    e ho dipinto la pace

    (Tali Sorex, bambina israeliana di 13 anni)

    La pace di Rodari

    O strillone

    che vendi il giornale

    cos’è successo

    di sensazionale?

    In ventiquattr’ore

    ne accadono tante

    su tutte le pagine

    dell’atlante...

    Qui si dan tutte

    le informazioni

    sui terremoti,

    sui tifoni, sulle tasse

    e l’altre sventure

    delle umane creature.

    Ma poi c’è un fatto

    sempre uguale

    il più importante

    di tutto il giornale.

    Accadde ieri

    succede adesso

    e domani sarà lo stesso.

    In poche parole

    si può raccontare:

    la pace i popoli

    la voglion salvare

    (Gianni Rodari)

    Cara Maestra

    Cara maestra,

    un giorni mi insegnavi

    che a questo mondo noi siamo tutti uguali.

    Ma quando entrava in classe il direttore

    tu ci facevi alzare tutti in piedi

    e quando entrava in classe il bidello

    ci permettevi di stare seduti.

    Mio buon curato,

    dicevi che la chiesa è la casa dei poveri,

    della povera gente.

    Però hai rivestito la tua chiesa

    di tende d’oro e marmi colorati,

    come può adesso un povero che entra

    sentirsi come a casa sua?

    Egregio sindaco,

    m’hanno detto che un giorno tu gridavi

    alla gente “vincere o morire”.

    Ora, vorrei sapere come mai vinto

    non hai eppure non sei morto

    e al posto tuo è morta tanta gente

    che non voleva né vincere né morire?

    (Luigi Tenco)