«Trent’anni di

    animazione culturale

    Un bilancio»

    Premessa al dossier-intervista 

    a Mario Pollo


    C
    orrevano gli anni Ottanta quando nei nostri convegni di pastorale giovanile appariva la parola «animazione». Quello che sorprendeva era appunto il suo collegamento con «pastorale giovanile», portando a una prima sintesi e proposizione organica quanto da qualche mese compariva sulla rivista NPG.

    Animazione, dunque, sola o con diverse aggettivazione (cristiana, e poi definitivamente culturale), in collegamento con varie realtà (i preadolescenti, la scuola, l’oratorio, le istituzioni educative in genere), fino a diventare un sostanzioso corpo di pensiero, un vero e proprio modello pedagogico particolarmente aperto e di possibile fecondo dialogo con quanto si veniva elaborando sui temi della fede e della sua educazione/educabilità soprattutto per il mondo giovanile.
    Il concetto era affascinante ma anche leggermente ambiguo, e in ogni caso doveva dichiararsi e chiarire i suoi fondamenti.
    Di certo non aiutava l’utilizzo dello stesso termine in ambiti e contesti di «ludicità», o laddove essa era intesa e utilizzata come una metodologia particolarmente vantaggiosa solo per i piccoli gruppi, mentre ad esempio per contesti più ampi (territoriali, istituzionali) veniva utilizzato un altro termine (animazione sociale).
    Un fatto è che il progetto di pastorale giovanile attorno alla rivista NPG (e al CSPG di quel tempo) entrò in stretto rapporto con l’animazione culturale, avvertendola come una possibile base filosofica-antropologica-metodologica – per il suo dichiarato intento di essere una filosofia e pedagogia dell’amore alla vita – per la proposta della fede soprattutto alle nuove generazioni.
    I processi educativi messi in atto erano facilmente (o non in maniera impossibile) componibili e «adattabili» ai processi e dinamismi della crescita e maturazione della fede, pur riconoscendone la diversa logica (la «grazia» e lo Spirito non sono frutto di educazione e di conquista personale o con processi di riuscita socializzazione, ma «dati» di dono). E comunque la risposta umana e l’atteggiamento di accoglienza erano questi sì «passibili» di educazione mediante processi di animazione…
    L’animazione culturale diventava inoltre riferimento obbligato per vari ambiti di lavoro nel sociale (prevenzione o gestione della devianza, riqualificazione del territorio, metodologia di azione politica…) e soprattutto come teoria-metodologia educativa particolarmente efficace (dicevamo) per i piccoli gruppi giovanili, appunto per l’anima che la sostiene e la definisce, l’amore alla vita, a cui i giovani sono particolarmente sensibili (e la fede ed esperienza cristiana pure).
    Per questa e altre ragioni sono fiorite e si sono diffuse su tutto il territorio nazionale (e anche spagnolo) scuole di animazione e per animatori che hanno piastrellato il cammino di tante generazioni di giovani che si sono cimentati nella loro crescita personale e spirituale e nel campo dell’educazione o prevenzione (anche con l’ausilio di dossier e rubriche su NPG: dizionario dell’animazione, animatori di gruppo, per una scuola di animatori, animatori «vita da cani», spiritualità dell’animatore, ecc…).
    E adesso?
    Certamente il passato è «glorioso» e il presente ancora significativo. Che dire del futuro?
    Intanto sussistono elementi di criticità. Sia come teoria-metodologia pedagogica (diciamo che a livello accademico non ha mai suscitato grandi entusiasmi… ma certamente non basta questo a definirla superata…), che come «supporto antropologico-metodologico» per la pastorale giovanile, dunque a livello teologico.
    È dunque il tempo di una disanima seria, approfondita, critica.
    È quanto abbiamo fatto – sulla scia di un’altra intervista a Riccardo Tonelli su quarant’anni a servizio della PG – con Mario Pollo, colui che storicamente ha elaborato tale proposta e nella rivista ha contribuito più di chiunque altro a farla conoscere, applicare, diffondere.
    Non abbiamo inteso essere «celebrativi».
    Abbiamo raccolto da vari ambiti una serie di domande di chiarimento, di esplicitazione, e le abbiamo poste con onestà… Non siamo in grado di prevedere se questo sia in vista di un rilancio… ma certamente per operare chiarificazioni e per ridire il nucleo e il cuore di essa: in effetti siamo soprattutto consapevoli di una sua non sempre piena comprensione e corretta utilizzazione. Mettiamo dunque le carte in tavola, e affrontiamo i nodi.
    Che sono di un duplice livello: anzitutto la comprensione dell’orizzonte «di pensiero e valoriale», della sua antropologia e della sua metodologia. Dunque la comprensione senza ambiguità della proposta pedagogica che offre l’animazione, che non è una metodologia educativa ma anzitutto un «corpo pedagogico», una filosofia-antropologia (non centrata per nulla sull’autosufficienza dell’umano o sull’autorealizzazione chiusa del soggetto, come a volte «accusata») prima che prassi pedagogica.
    E poi (ma qui forse compete di più alla teologia e alla teologia pastorale), il nodo fondamentale, su cui oggi persistono incomprensioni o rifiuti: se la PG si definisce come disciplina pratica per dire-proporre la fede oggi ai giovani, per la sua stessa natura e per i soggetti coinvolti essa ha una qualità educativa e necessita dunque di scegliere un modello di educazione, rispettando l’autonomia e accogliendo il valore di essa. Il problema (tutto dalla parte della teologia) sta nella implicita poca attenzione all’educazione nella sua autonomia (almeno relativa), e nella difficoltà di mettere a fuoco il rapporto tra educazione ed evangelizzazione.
    L’Autore – lo garantiamo – non si è sottratto a nessuna domanda, anche particolarmente «dura». L’impressione è che non ci è sembrato voler difendere una sua creatura intellettuale, a tutti i costi e in tutte le virgole, bensì chiarire, esplicitare, proporre senza arroccamenti.
    Il tutto – come risulta – per amore della vita «piena» dei giovani.
    Che è appunto quanto trova consonanza tra esperienza giovanile ed esperienza cristiana.
    E che dunque per noi risulta perlomeno una proposta seria con cui confrontarsi.
    Editorialmente, anche se forse risulterà faticoso per il lettore, abbiamo pensato di pubblicare in un unico numero tutte le 6 parti in cui abbiamo suddiviso la tematica e l’intervista. Sarà faticoso, ma di certo risulterà vantaggioso, e speriamo più i vantaggi che le fatiche…