Il viandante di Samaria
Appunti sulla fraternità /2
Cf. Il viandante di Samaria. Appunti sulla fraternità secondo la parabola del buon samaritano
La parabola come provocazione
Gesù amava molto il genere letterario delle parabole che ha certamente ereditato dalla tradizione ebraica del popolo di Israele [34]: «Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa» (Marco 4,33-34). Ne racconta molte, il maestro. Ne racconta ben 42. Una diversa dall’altra [35].
È la sua cifra narratologica: Gesù ha inteso offrire il cuore del suo messaggio (l’annuncio del regno dei cieli o di Dio) non con discorsi teologici ma attraverso semplici racconti attinti dalla vita quotidiana: nelle parabole si parla di semina e di campi, di lago e di pesca, di padri e di madri e, ovviamente, di fratelli… Nessuna accademia, solo vita vera, come si dice. Per esempio, la nostra parabola quasi certamente fa riferimento a un episodio accaduto per davvero. Un fatto di cronaca nera, per la precisione. Gesù ha fatto delle parabole il genere narrativo con cui ha voluto indirizzarsi alle persone semplici, comuni, annunciando loro che il regno di suo padre era come quello raccontato dalle parabole. È importante questo come. È soprattutto attraverso le parabole che Gesù ha «evangelizzato » Dio, cioè ha reso Dio «buona notizia» per l’uomo [36]. È stato il «narratore di Dio» [37].
Gesù non parla ex-cathedra, con un tono professorale, erudito, colto.
Il Maestro preferisce il genere discorsivo parabolico: parabola vuol dire «parlare accanto» (dal greco para-ballo), parlare vicino, parlare nella prossimità, «facendosi prossimi» alla comune umanità che ci affratella. Il genere letterario della parabola è già un modo concreto di farsi prossimi. Gesù lo è già a partire dal linguaggio, dalla parola. Gesù è l’uomo che con parole e azioni lascia intuire che Dio si fa prossimo a noi: «Farsi narratore è una forma del farsi prossimo, dell’avvicinarsi a chi si trova nel dolore e nella sofferenza» [38].
Ed è per questo che siamo invitati ad essere prossimi come Lui [39].
Appunto: «Va’ e anche tu fa’ così». Dio è prossimo dell’uomo come il samaritano è prossimo del malcapitato.
Le parabole non sono semplici allegorie [40]; sono racconti aperti [41], dove il finale è tutto da scrivere ma soprattutto è affidato all’interpretazione del lettore. Gesù non chiude mai le parabole svelando subito il senso/significato, perché il significato non è mai unico e univoco: dipende… Le affida a chi le ascolta: «Ridurre le parabole a un unico significato distrugge il loro potenziale estetico e morale» [42]. «Le parabole rimangono aperte perché l’interpretazione avverrà ad ogni lettura» [43]. Una volta raccontate le parabole dipendono dagli uditori.
Sono loro a decidere l’esito. La conclusione è sempre un invito a fare, ad essere, l’esito non è una conoscenza da mandare a memoria ma un atteggiamento da assumere. Una postura di vita: «Fa’ questo e vivrai». «Va’, e anche tu fa’ lo stesso». La parabola non porta alla conoscenza di cose, coinvolge la libertà in un’azione: fa’… Chi sostiene che Gesù raccontasse le parabole per farsi capire meglio dalla gente comune forse non è sulla strada giusta. Nemmeno credere di averle comprese ci mette sulla strada giusta. In realtà le parabole sono difficili, per nulla immediate. Nemmeno i suoi amici più vicini le comprendono sempre («Non capite questa parabola, e come potete comprendere tutte le parabole?» [Marco 4,13]). È un genere letterario particolare, complesso, a volte enigmatico: «Ciò che rende le parabole misteriose, o difficili, è il fatto che ci sfidano a esaminare gli aspetti nascosti dei nostri valori e delle nostre stesse vite. Esse portano in superficie domande inespresse e rivelano risposte che abbiamo sempre saputo, ma che abbiamo rifiutato di riconoscere. Di fronte alle parabole, la nostra reazione dovrebbe essere più di resistenza che di accettazione. Per noi sarebbe più comodo precluderci il significato anziché permettere alla parabola di aprirsi a interpretazioni molteplici. Probabilmente ci sentiamo più a nostro agio a professare un credo che a intraprendere un dialogo o rispondere a una chiamata» [44]. Le parabole sono sfidanti. Pensiamo alla nostra. Gesù alla domanda del dottore della Legge – «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» – risponde con una contro-domanda: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Poi, come se non bastasse, all’incalzare dell’uomo religioso – «E chi è mio prossimo?» – il maestro preferisce non rispondere scegliendo di raccontare una storia. Alla fine è ancora lui, Gesù, a fare l’ultima domanda: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» E, a questo punto, il dottore della Legge, più che al maestro, si vede quasi costretto a rispondere a se stesso. Gesù lo pone davanti a un’evidenza della vita dalla quale non può scappare.
L’interlocutore è all’angolo – e ci si è messo da solo; pensando di voler “incastrare” il maestro si è incastrato da solo – e non può che assentire all’evidenza dell’esito: «Va’ e anche tu fa lo stesso!». Fine.
Le parabole Gesù non le racconta per consolare ma per provocare la risposta: più che consolare chi è afflitto, affligge chi è consolato.
Stana dalla comfort zone. Le parabole smuovono chi si trova in una posizione troppo comoda o chi crede di voler insegnare. «Il fine delle parabole e di chi le raccontava era incitarli (gli ascoltatori, ndr) a guardare il mondo in maniera diversa, provocarli e talvolta accusarli» [45] (come forse accade nella nostra parabola?). «Forse faremmo meglio a pensare non tanto a quello che le parabole “significano”, quanto piuttosto a quello che possono “fare”: ricordare, provocare, affinare, confrontare, turbare…» [46]. Le parabole “confondono” [47].
Inutile, poi, cercare «principi morali universali da un genere (quello parabolico, ndr) che è fatto per sorprendere, provocare, scuotere» e se «cerchiamo un unico significato in una forma che prevede molteplici interpretazioni, stiamo necessariamente limitando le parabole e, di conseguenza, noi stessi» [48].
Le parabole di Gesù hanno un che di ironico e persino di assurdo, paradossale: il loro racconto è destinato a demitizzare i pregiudizi assunti, svuotarli dal di dentro, per costringere a intraprendere strade inedite. Relativizzare ciò che si ritiene religiosamente o socialmente assoluto e responsabilizzare chi vorrebbe limitarsi alla sola pratica rituale. Le parabole incoraggiano a vivere e a vedere la vita con occhi nuovi. Ci fanno fare un bel salto nel vuoto. Per questo vanno prese con le pinze e con il dovuto rispetto. Indubbiamente sono radicali e non concedono nulla ai luoghi comuni. Insomma, si è capito, le parabole sono un sovvertimento del pensiero, della maniera comune di vedere le cose e la vita. Le parabole non hanno nulla da spartire con un ricettario di buone regole morali o con chissà quale dottrina. Leggerle in questa prospettiva è fuorviante. Soprattutto se si pensa che Gesù raccontava storie per destabilizzare l’uditore che si riteneva orgogliosamente conforme all’abito religioso che indossava. Come se volesse tendergli una trappola. Un sottile geniale espediente dialogico.
Ci riusciva, eccome se ci riusciva. La nostra parabola è un esempio perfetto: l’interlocutore non si accorge che il Maestro l’ha condotto piano piano ad ammettere quello che lui non si sarebbe mai sognato di ammettere. E, cioè, che l’uomo religioso – sì, soprattutto lui – deve stare dove non vorrebbe o dove non sceglierebbe mai di stare: accanto all’altro per farsi suo prossimo.
A proposito: «Non è necessario credere in Gesù, Signore e Salvatore, per comprendere quante cose straordinarie avesse da dire. Se anch’io riesco a trovare tanta genialità nelle sue parabole, tanto più le persone che lo venerano dovrebbero essere in grado di ascoltarlo con orecchie più fini» [49].
Infine, le parabole sono soprattutto una «medicina narrativa», un esercizio, esse stesse, di autentica «com-passione»50.
NOTE
34 È emblematica quella degli alberi chiamati a eleggere il loro re tra dinieghi e l’accettazione inaspettata del rovo. La parabola è narrata nel libro dei Giudici (9,8-15): «Si misero in cammino gli alberi per ungere un re su di essi. Dissero all’ulivo: “Regna su di noi”. Rispose loro l’ulivo: “Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano dèi e uomini, e andrò a librarmi sugli alberi?”. Dissero gli alberi al fico: “Vieni tu, regna su di noi”. Rispose loro il fico: “Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, e andrò a librarmi sugli alberi?”. Dissero gli alberi alla vite: “Vieni tu, regna su di noi”. Rispose loro la vite: “Rinuncerò al mio mosto, che allieta dèi e uomini, e andrò a librarmi sugli alberi?”. Dissero tutti gli alberi al rovo: “Vieni tu, regna su di noi”. Rispose il rovo agli alberi: “Se davvero mi ungete re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano”».
35 Sono distribuite nei quattro vangeli e Luca è l’evangelista che ne riporta il maggior numero. «Non si è riflettuto a fondo, dibattuto, scritto su che cosa, detto diversamente, potesse significare il fatto che delle 42 parabole riportate complessivamente dai quattro vangeli canonici solo 5, il 12 per cento, una ogni 8-9 parabole, sono parabole comuni a tutti i vangeli (quella del seminatore, dei vignaioli omicidi, del granello di senape, della toppa sul vestito e del vino nuovo, dell’uomo forte). […] Non si è riflettuto abbastanza sul fatto che Gesù non voleva ripetersi. E non voleva perché sapeva di avere davanti a sé, specialmente dopo un po’ (qualche mese) che predicava e insegnava, gente che in buona parte era sempre la stessa» (R. Volpi, In quel tempo. Da Gesù a Paolo attraverso i numeri del Nuovo Testamento, ed. Solferino 2023, pp. 134-135).
36 La suggestiva espressione non va certo intesa nel senso che Dio debba essere evangelizzato; ciò che va evangelizzato è «la maniera con cui noi parliamo di lui e con cui utilizziamo il suo Nome». «Gesù è colui che arriva quando Dio parla senza ostacoli in un uomo» (R. Luneau, Jésus, l’homme qui évangélisa Dieu, ed. Albin Michel 2009, p. 21).
37 L. Manicardi, Gesù, narratore di Dio, ed. Messaggero Padova 2015 (pp. 21-54).
38 L. Manicardi, La passione per l’umano, VeP 2023 (p. 96).
39 «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Levitico 19,2), «voi siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Matteo 5,48), «siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Luca 6,36).
40 A.-J. Levine, Le parabole di Gesù. I racconti enigmatici di un rabbi controverso, ed. Effatà 2020 (p. 29): «Non c’è una corrispondenza diretta tra gli elementi di una parabola e quelli del mondo esterno. Talvolta (in una parabola, ndr) un pastore è semplicemente un pastore e non l’immagine di Dio; un re può essere anche solo un re; un proprietario terriero qualcuno in cerca di operai; e una pecora smarrita non è vista immediatamente come un peccatore, pentito o incallito. […] Gli uomini del I secolo che ascoltavano Gesù non avrebbero pensato, come hanno fatto alcuni interpreti cristiani successivi, che il buon samaritano che soccorre l’uomo ferito dai banditi è Gesù che ci salva dalla morte, o che il figliol prodigo è Gesù che lascia la sua casa per vivere in un mondo peccaminoso e poi torna da Dio Padre».
41 In obbedienza alla teoria letteraria dell’opera aperta di Umberto Eco.
42 A.-J. Levine, Le parabole di Gesù. I racconti enigmatici di un rabbi controverso, ed. Effatà 2020 (p. 9).
43 Ibid., p. 18.
44 Ibid., pp. 11-12.
45 Ibid., p. 12.
46 Ibid., p. 13.
47 Le parabole confondono come Dio volutamente confonde gli abitanti che stanno costruendo la Torre di Babele in cerca di un’unica lingua con l’obiettivo di non disperdersi (Genesi 11,1-9). Non ti aspetteresti un Dio che gioca a confondere.
Ma per l’uomo religioso della nostra parabola che pretende granitiche risposte, la sovversione evangelica è una benedizione. Per inciso: Babele si rivela una promessa. La fraternità è sempre accogliere le differenze, ospitare l’estraneo, l’incognito, lo straniero, l’inedito. L’altro (Altro). Dio confonde non per annoiato divertissement o per capriccio umorale, ma per rompere il presunto ordine della hybris umana. Umano sarebbe abitare la complessità non scioglierla in banali sogni di esclusione o fusione ancestrale. Nelle parabole Gesù si serve dello stesso dispositivo narrativo di Genesi per annunciare la promessa che non ti aspetteresti: la risposta è la prossimità, farsi prossimi.
48 Ibid., p. 12.
49 Ibid., p. 37.
50 È bellissimo il capitolo sulla narrazione di L. Manicardi, La passione per l’umano, VeP 2023 (in particolare pp. 80-110).
Intermezzo I.
Man(u)tenere la parola
Curiosamente Gesù non ha scritto nulla. Sì, d’accordo, si ricorda quando egli ha scarabocchiato qualcosa sulla sabbia mentre cercava la risposta giusta per difendere una donna condannata di adulterio («E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra» [Giovanni 8,8]). Ma si sa cosa può rimanere sulla sabbia. Basta un colpo di vento, un refolo.
Basta un nulla. E tutto scivola via. Eppure Gesù è stato un uomo molto attento alla parola. Lo sapevano i suoi discepoli. Altrimenti non avremmo nemmeno i vangeli. Voglio dire, gli evangelisti hanno compreso il valore delle parole del loro maestro a tal punto da trattenerle il più possibile e consegnarle alle comunità e a noi in forma di testo evangelico. È anche grazie alle parole che Gesù ha creato legami, costruito relazioni, dato forma a un progetto missionario: è riuscito a entrare nel cuore di tante persone del suo tempo e ad arrivare fino a noi. Lo hanno ascoltato anche per le sue parole, lo seguivano – quasi eroicamente – per la forza della sua predicazione.
Gli correvano appresso, lo assalivano, si dimenticavano la fame e la casa e la famiglia. Avevano sete delle sue parole: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!» (Giovanni 7,46). E lui aveva sete della gente che aveva sete di una parola che desse senso alla loro attesa di pienezza di vita (che è poi l’attesa del regno). Vorrà pur dire qualcosa? Certo, Gesù è stato l’uomo della operatività: ha guarito, ha toccato, ha camminato, ma ha anche o soprattutto parlato. Ha fatto della parola il suo ministero. Il medium dell’incontro con l’altro. E la sua parola non è mai stata “ciacola” da bar. La sua parola era autorevole (rendeva l’altro autore della propria vita). Dedicava all’altro tutto il tempo necessario perché si aprisse; si metteva in ascolto, senza giudicare né umiliare, valorizzando la sua ricerca o se necessario smascherando le sue ipocrisie. La sua era una parola ospitale [51].
Prima di affrontare la parabola nei suoi dettagli linguistici e semantici merita che ci si soffermi sulla centralità della parola. Ha un suo primato [52]. Nel cristianesimo la parola ha sempre a che fare con il farsi carne, diventare uomo (come recita il bellissimo Prologo di Giovanni 1,1-18). Con il vangelo le cose stanno così: la parola si fa carne e la carne (la biografia dell’uomo di Nazareth) diventa la parola per il mondo.
All’inizio della creazione la parola è un fare che crea, mette ordine o si pone come un argine al caos. Dio dice e le cose prendono forma e vengono alla vita [53]. È, quindi, avvincente l’idea di Gesù che racconta, narra, affinché la parola custodisca e governi l’ordine del mondo. La prima maniera, infatti, per custodire il giardino delle origini è dare nome alle cose. Questo è almeno il compito primo che Dio assegna ad Adamo nell’eden. Dare un nome non significa applicare etichette ai prodotti sugli scaffali del supermercato ma creare un legame, entrare in una relazione. Poi lo sappiamo: ad Adamo occorrerà una “parola” fatta carne che gli corrisponda per davvero e lo generi come un vero essere umano [54].
La parola è conditio sine qua non dei legami umani e di elaborazione del Senso, della possibilità di abitare il mondo. Non c’è possibilità di costruire l’umano (generare all’umano) senza la parola come insegna la relazione originaria madre/padre e figlio e come insegnano i testi sacri che mettono in bocca a Gesù l’espressione «non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» per rispondere al grande tentatore (o, meglio, il “Grande Divisore”) che vorrebbe proporre un mondo semplificato fatto di sole prestazioni miracolistiche scavalcando il lavoro complesso della parola (Matteo 4,4 “mette in bocca” a Gesù una parola di Deuteronomio 8,3) [55].
Nello stesso tempo la parola è anche un appello all’uomo. La sua cura e la sua “terapia”. Già il filosofo tedesco Martin Heidegger aveva manifestato le sue perplessità rispetto alla “chiacchiera”. Viene naturale pensare al cantautore Gianmaria Testa che invitava a «non bestemmiare le parole» [56]. Ecco, prima di capire cosa ci dice questa parola-parabola del buon samaritano rimaniamo ancora un attimo sulla centralità della parola come “atto”, come azione che fa essere, capace di “mettere al mondo il mondo” [57]. Dovremmo aver maggior cura della parola. Quella che Gesù rivolgerà al suo interlocutore avrà il compito di metterlo al mondo, come autentico uomo di religione, in un modo che non s’aspetta. Inedito e sorprendente. Quello del farsi prossimo.
Noi oggi abbiamo perduto la familiarità con la parola o meglio la parola è diventata chiacchiera social, recriminazione e rivendicazione personale. L’attuale moltiplicazione dei dispositivi tecnologici non aiuta a dare il giusto peso alle parole. Non lasciamo le praterie digitali agli hater seriali da tastiera (come non ricordare la parodia di Maurizio Crozza in veste di Napalm 51?).
Siamo una civiltà dell’immagine, siamo ciò che gli altri vedono di noi o soprattutto quello che facciamo vedere di noi. Aspettando ansiosi un like che ci confermi di essere qualcuno. L’immagine vale molto più della parola. La parola o è urlata (credendo di farsi ascoltare) o è derubricata (a favore dell’impatto emotivo generato dall’immagine) [58]. Comunque, vedere non è proprio lo stesso di ascoltare. Vista versus udito, occhio versus orecchio, cultura greca (eidon-idea) versus cultura ebraica (Shemà Israel, ascolta Israele [59]). Due impostazioni culturali diametralmente opposte, anche se non si escludono necessariamente.
Eppure basterebbe far riferimento all’esperienza dei cuccioli d’uomo che non vengono mai alla luce senza che qualcuno gli parli e, parlandogli, non solo li rassicuri ma li indirizzi nella vita, plasmando il senso del mondo, l’ordine delle cose che devono essere giuste per far essere quel mondo vivibile e ospitale. Un cucciolo nasce soltanto se è guardato e se gli si parla. I vangeli restituiscono non poco di questa fine pedagogia divina incarnata dall’umanità di Gesù di Nazareth.
La folla che Gesù incontrava – dicono i vangeli – era «come pecore che non hanno pastore» (Matteo 9,35). Non cercava un capopopolo, ma una voce affidabile che sapesse mostrare quanto la vita valesse la pena, incoraggiando a vivere con fiducia [60].
A proposito della centralità della parola, torno alle osservazioni dello psicanalista Francesco Stoppa: «In effetti non possiamo che correre al capezzale della parola. Di certo non siamo i soli, oggi, a sentire il bisogno di farlo. A ritenere che la salvezza del mondo passi anche per un ritrovato rispetto di quello che è lo strumento primo della nostra umanizzazione, per una presa di responsabilità linguistica capace di fare opposizione all’utilizzo sempre più scriteriato – manipolatorio, sciatto o violento – della parola. Una parola umiliata e declassata, ostaggio di una comunicazione unidirezionale, sacrificata alle esigenze del consumo, alla ricerca del consenso. Ridotta, come in tanti talk show, a sproloquio, turpiloquio, scarica motoria. A esibizione muscolare del proprio Io».
«In realtà l’uomo non si limita mai a un mero e meccanico sfruttamento delle risorse della lingua: nell’oscura considerazione che le parole siano gli scrigni che custodiscono il mistero della condizione umana, ciascuno di noi ne fa una fonte di costante interrogazione su di sé e sul proprio destino. Funziona così fin dai nostri esordi: i primissimi approcci del bambino ancora infans davanti al mistero della lingua hanno qualcosa di sottilmente eccitante al pari della promessa di una nuova avventura. Si tratta di un sentimento di meraviglia che, una volta adulto, porterà con sé insieme alla gratitudine nei confronti di chi lo ha iniziato – nessuno saprebbe dire come – a quella magia. Il dono di coloro che ci hanno messi al mondo non è infatti la vita biologica, è una vita parlata, un’esistenza in forma di parole».
«Chi ha un cane che gironzola per casa non può non aver colto nel suo sguardo un sentimento di stupore misto a invidia mentre osserva i suoi padroni dialogare tra loro. Cosa saranno mai quei suoni speciali che hanno il potere di animarli e vincolarli gli uni agli altri? Come tutti gli animali, i cani comunicano, non parlano, ma la fedeltà di cui sono l’emblema vivente rappresenta in realtà una delle grandi virtù della Parola. Dare e mantenere la parola data: impossibile non pensare, per antifrasi, alla disinvoltura etica che caratterizza l’individualismo oggi imperante grazie al quale il soggetto assolve se stesso dal dovere di rispondere della coerenza dei propri atti. Si tratta di una postura che ha i suoi campioni in molti e illustri personaggi della politica i quali, in teoria, dovrebbero rappresentare un esempio di coerenza civile e morale. Mentre è invece evidente che qui si spalanca un mare non solo tra dire e fare, ma perfino tra il dire del mattino e quello della sera (il kalashnikov a colazione e il rosario prima di dormire…). Il tutto – e questa è la cosa più disdicevole – senza alcun segno di ravvedimento, senza traccia di quel nobile ma ormai desueto sentimento che è la vergogna».
«Per quanto nessuna di esse possa afferrarne l’essenza, le parole sono il veicolo e al contempo il presupposto dell’amore e dell’amicizia, sono il pane quotidiano che nutre i percorsi educativi e di cura, esperienze nelle quali la lingua, questo medium che curiosamente ci separa e ci avvicina l’uno all’altro, è investita di eros, impregnata di attese e passioni. Ma al di là del tipo di relazione e della cornice in cui ha luogo, il modo con cui parliamo agli altri e il modo con cui li ascoltiamo sono la rivelazione di cosa essi siano per noi. La misura del nostro dire e il fatto di maturare il gusto dell’ascolto e del confronto assumono infatti il valore di un vero e proprio esercizio di umanità. Atti quotidiani che creano, ogni volta, ponti invisibili».
«È così che le isole arrivano a scoprirsi arcipelago. La parola poi, da sempre, è l’unico antidoto all’indifferenza e in particolare alla violenza, cioè all’impossibilità di concepire la condizione di alterità dei propri simili, di tollerarne la libertà, i differenti stili di vita. Attenzione, però: ciò che è logos, legame, contempla sempre in sé anche polemos (da cui polis e “politica”). Per evitare di cadere gradualmente in uno stato di necrosi, ogni relazione umana necessita infatti di momenti di confronto dialettico e di conflitto. Passione amorosa e passione civile, una non va senza l’altra. La parola non è necessariamente animata da uno spirito di pace. Tuttavia, anche quando esprime dissenso o frustrazione, per sua natura riconosce il diritto all’esistenza dell’altro. Se ne nutre. Lo tiene in gioco riconoscendo in lui il tassello insostituibile della cifra umana di ogni soggetto. Al contrario, la violenza è l’effetto di una caduta del legame sociale, dello sfilacciamento della relazione tessuta con l’altro. Pensiamo alla guerra, questione tornata drammaticamente reale anche per noi occidentali: con essa l’uomo coltiva l’utopia paranoica di una parola che non scommette più sull’alterità ma ne ha solamente orrore. Ora la parola non cerca più quella dell’altro, fa eco a se stessa nel disperato tentativo di rigettare un male che minaccia di dilagare e intaccare la presunta purezza della propria identità. L’isola non si riconosce in un arcipelago, gli abitanti delle isole vicine sono respinti, restituiti al mare. Ma è la presenza stessa dell’altro, la sua stessa vita, a rappresentare un oltraggio, un atto di lesa maestà teso a compromettere la sovranità del proprio Io. Lo si può constatare in questi giorni di guerra: nell’annessione di nuovi territori il tiranno di turno è mosso da un irrefrenabile anelito a svuotare di vita la carta geografica del mondo. Missione che compie facendo non a caso tabula rasa delle città e dei suoi abitanti (come confessa il Caligola di Camus: “Io non sto bene che in mezzo ai miei morti”). D’altronde il nostro è il tempo di tanti piccoli potenziali tiranni indifferenti all’esistenza degli altri e sempre più impauriti davanti al tratto non addomesticabile e incalcolabile della vita. La crisi dei legami di comunità, l’assuefazione all’uso di partner inanimati o incorporei (beni di consumo, scambi online) e la sparizione di ogni idea di trascendenza dall’orizzonte di un mondo tarato esclusivamente sui parametri delle evidenze scientifiche, tutto questo produce in noi una disaffezione all’ascolto della nostra e dell’altrui umanità. In cosa sperare, allora, se non in quella resistenza dell’umano che passa anche per il quotidiano buon uso della lingua, di ciò che fa ponte tra le nostre solitudini? A noi decidere se essere isole imprigionate in se stesse o parti di un arcipelago di differenze che non smettono di parlarsi».
NOTE
51 È attraverso la categoria teologica della santità ospitale che Christoph Theobald intende rileggere la vicenda di Gesù di Nazareth. Santità ospitale come stile, postura, qualità della vita, attorno alla quale tutto è coerente. Vedi in particolare l’Ouverture in C. Theobald, Il cristianesimo come stile, vol. 1, Edb 2009.
Vedi anche C. Theobald, Trasmettere un vangelo di libertà, Edb 2010. A proposito di stile, commenta lo psicanalista Francesco Stoppa: «È molto ardita e affascinante questa idea del vangelo come stile stilus era la verghetta acuminata che serviva per scrivere, e questo fa del messaggio sovversivo del vangelo qualcosa di pungente, capace di risvegliarci alla vita ma grazie al quale l’umano trova modo di lasciare segni di sé, trasmettersi. In fondo quello che tratteniamo dei nostri maestri non è tanto un sapere quanto appunto uno stile, un certo modo di indossare l’umano». Le osservazioni, che Stoppa ha voluto gentilmente indirizzarci in uno prezioso confronto via mail, di tanto in tanto punteggeranno il nostro racconto.
52 L’umano si svela nella parola, l’uomo è essere-della-parola (parla la parola e la parola gli parla), la parola caratterizza l’umano secondo il neologismo formulato da Lacan parlêtre (parlessere). Vedi l’approfondimento di L. Manicardi nel suo ultimo saggio La passione dell’umano (VeP 2023, pp. 15-58).
53 «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Isaia 55,10-11). Abbiamo trasformato questi versetti profetici in un bellissimo canto liturgico.
54 Rinvio volentieri al bellissimo saggio di F. Stoppa: La costola perduta. Le risorse del femminile e le risorse dell’umano, ed. VeP 2017. Di Stoppa andrebbero segnalati altri importanti lavori: La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni, ed. Feltrinelli 2011; Istituire la vita. Come riconsegnare le istituzioni alla comunità, VeP 2014; L’età del desiderio. Adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza, ed. Feltrinelli 2021.
55 Ricordiamo la Leggenda del Grande Inquisitore che Fëdor Dostoevskij inserisce nel suo maestoso romanzo I fratelli Karamazov (nella grande letteratura il tema della fraternità è centrale). In quella Leggenda lo scrittore russo rimette in scena l’incontro tra Gesù, tornato sulla terra nella Spagna dell’inquisizione (la Siviglia del XVI secolo), e l’inquisitore, appunto, che veste i panni di un anziano cardinale che rimprovera a Gesù proprio di non aver assecondato l’appetitoso invito che il Tentatore gli aveva servito su un piatto d’argento: trasformare pietre in pane per soddisfare i bisogni degli uomini i quali di fronte a tanto prodigio si sarebbero inginocchiati ad adorarlo senza tentennamenti e dubbi. Lui, il Signore, finalmente avrebbe governato il mondo e il cuore degli uomini così inclini a svendere l’anima pur di avere la pancia piena.
56 Povero tempo nostro di Gianmaria Testa fa parte dell’album Prezioso (2019): «Lascia che torni il vento / E dentro al vento, la stagione / Di quando tutto appassirà / Per chi bestemmia le parole…».
57 È il titolo di un’opera dell’artista Alighiero Boetti del 1972-1973.
58 L’uomo con il tempo ha subito differenti trasformazioni (quasi delle mutazioni genetiche): da semplice sapiens è diventato homo videns (G. Sartori, Homo videns, ed. Laterza 2007), e poi technologicus (G. O. Longo, Homo technologicus, Booklet Milano 2005). Oggi il nostro sapiens è sempre più consumens (Z. Bauman, Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, ed. Erickson 2007).
59 Il credo dell’ebreo religioso è un inno all’ascolto. Vedi Deuteronomio 6.
60 «La tua fede ti ha salvato» è l’espressione singolare con cui Gesù riconosce come la volontà di vita degli uomini sia già una sorta di confessione di fede: nella vita come promessa, in Dio come padre della creazione (vedi, per esempio, l’incontro con Bartimeo [Marco 10,46-52], o con i lebbrosi [Luca 17,12-19] o, ancora, con il cieco di Gerico [Luca 18,35-43]).

