(NPG 1969-02-86)
♦ M. Cinguetti
Diario di classe
Edizioni Presenza, Roma 1968,
pp. 220, L. 2.000
Romanzo di scuola: l'autore infatti definisce il suo libro: Storia della mia classe.
Ne è risultato invece una stupenda storia di educazione, che leggeranno soprattutto volentieri non i «cattedranti», (così la fascetta pubblicitaria chiama quei «professori, convinti che basti fare scuola per collocare gli allievi nella dimensione educativa»), ma quanti, come il Cinguetti, desiderano che la scuola non sia solo istruzione, ma formazione, adatta e completa, che renda l'alunno preparato alla vita. Ci sfilano così davanti, trentaquattro giovani, che sui banchi della classe potevano anche sembrare tutti eguali, ma che non lo possono essere per l'educatore, il quale deve anzitutto comprendere, che ha davanti trentaquattro personalità in via di formazione, da plasmare il più compiutamente possibile.
Anche per l'A., la suggestione di mettersi in cattedra e di là sbandierare quanto di più profondo e pieno c'è nella sua intelligenza appreso dalla cultura (certamente ampia e assimilata, come dimostra la facilità di raziocinio, di espressione e di stile, offertaci nelle più che duecento pagine del libro); ma per l'educatore, che sia per di più sacerdote, il fatto educativo non ha ragione di esistere se non diviene dialogo personale con l'educando, se non mira ad ottenere la più aperta collaborazione, col metodo di arrivare a «far fare» all'allievo, quanto, per non pochi insegnanti, è più semplice fare da sé.
Così si profila avanti al lettore la storia di questi ragazzi con la loro lenta maturazione, con l'acquisto sempre più spiccato della propria personalità, già presente, ma purtroppo nascosta negli anni della fanciullezza, quando il gioco e lo svago erano le uniche preoccupazioni.
Adesso per questi ragazzi, che han varcato la scuola dell'obbligo e sono nell'età di lavoro, che devono presto cercare per le condizioni sociali di provenienza, la preoccupazione prima è quella di avere una preparazione professionale più qualificata possibile.
Ma è l'educatore che deve far loro capire che nella vita non basta il lavoro, è soprattutto necessario possedere tutti quei valori, con i quali bisognerà inserirsi nella società, se non si vuole da essa rimanere fagocitati o respinti.
È questo lo sforzo pedagogico (offerto dal libro), a cui è protesa tutta la «équipe» educativa della comunità (il centro salesiano di addestramento dell'Isola San Giorgio di Venezia) degli insegnanti e, per riflesso, di tutto il gruppo dei giovani, che non possono «ruggire a questa forza di attrazione, che promana dall'ambiente, perché sollecitata dall'amore, il cardine della pedagogia di don Bosco.
Ma l'arco educativo non si esaurisce nel-centro e nella scuola; nel libro è magistralmente indicato che non ci può essere vera opera di educazione, se questa non arriva a tutti i margini della vita quotidiana del giovane (la sua casa, il suo paese, il suo divertimento, le sue amicizie, ecc.), non solo nel tempo sempre troppo breve del ciclo di Istruzione, ma anche oltre, quando i giovani si maturano sempre più nelle esperienze della, vita.
Lettura quindi benefica, per educatori e genitori, che vi potranno attingere metodi vivi di pedagogia attuale.
Nella ben descritta storia, forse c'è solo un largo fiotto di ottimismo, per cui si ha l'impressione che la visione d'insieme, che si ricava al termine del libro, sia piuttosto quella di un poetico sogno, anziché realtà: quella di oggi, purtroppo, contro cui si infrangono le illusioni di ogni educatore.
Ma appunto di fronte a tanto pessimismo nella letteratura romanzata sulla scuola di oggi, un po' più di ottimismo non guasta.
(Ivo Paltrinieri)
♦ R. Vignato
Stampa veicolo di idee
Roma, Cooperatori Salesiani, 1967,
pp. 383, L. 950
Oggi la gente legge e dalle stampe h ae il criterio di pensare sentire vivere giudicare. Tutto ciò, per una semplicissima ragione: nessun uomo è un'isola» (p. 18): questa, ci sembra, la motivazione più profonda che ha convinto l'A. – esperto e studioso di problemi della stampa – a scrivere queste pagine come «un tentativo, inteso a informare, senza pretese, gli uomini di buona volontà, affinché dalla considerazione dell'argomento attingano più profonde convinzioni e nuove energie, così da lanciarsi con crescente entusiasmo e invitta costanza, al sano, provvidenziale sviluppo di un'opera meravigliosa» ... (p. 14), l'apostolato della stampa.
Il volumetto presenta, in tre parti, gli orientamenti ideali, la varietà delle formule e le iniziative pratiche interessanti il mondo della stampa; alcuni sottotitoli delle tre parti potranno far apprezzare meglio «l'aggiornata informazione tecnico-industriale e sociologico-morale» voluta dall'A.: il fascino della stampa e la necessità di quella cattolica; pensieri scelti degli ultimi Papi e introduzione al decreto «Inter mirifica»; attività di don Bosco e dei suoi Successori e quadri di diffusione dei più importanti periodici in Italia e nel mondo. Illuminati orientamenti per scelte di coscienza e di valore introducono le segnalazioni delle varie formule di stampa: dal linguaggio dei rotocalchi all'evoluzione della stampa femminile; dalle «riviste giovani» al giornalismo per ragazzi; dall'informazione nei Paesi in via di sviluppo alla narrativa dell'uomo futuro. Ed infine, alcune linee d'azione perché «aiutino molti a intonarsi alle direttive del Concilio nel servizio della Chiesa per la formazione culturale e morale della gioventù e del popolo» (p. 14) nei riguardi della stampa.
Mentre per una successiva edizione vorremmo suggerire una ridistribuzione più organica dell'abbondante materiale, facciamo nostro l'augurio del presentatore (R. Manzini), «che il libro abbia larga penetrazione tra i lettori per la sua capacità di guida teoretica e pratica di istruzione dottrinale e professionale, di valido sussidio nei principi e nelle notizie, a chiunque ami conoscere il mondo del giornalismo e soprattutto comprenda il dovere di impegnarsi all'affermazione ed alla diffusione di una stampa cristianamente ispirata».
(a.m.b.)
NON SERVE CHIAMARE RIBELLI COLORO CHE CONTESTANO
«Il mondo è in fermento, è tremendamente inquieto. La contestazione si dilata e si esaspera. Non serve chiudere gli occhi, non serve considerare ribelli e dissennati coloro che contestano, col rischio di essere superbi e ingiusti verso i nostri fratelli. Perché dovremmo meravigliarci di queste inquietudini, di questa contestazione? Il Concilio ci ha ammonito: la nostra è un'epoca di gravi e profondi mutamenti, che incidono in ogni settore della vita, anche nella vita religiosa. È lecito adagiarci pigramente in una situazione gravida di sperequazione, di miserie disumane che affliggono la maggior parte dei nostri fratelli, di ingiustizie, che gridano vendetta al cospetto di Dio e dell'umanità? Sarebbe ingenuo pensare che le ragioni siano tutte da una parte, che i temi della contestazione siano tutti da approvare. Ma bisogna pur tener conto dei motivi profondi che sottostanno a questi fermenti, mentre, d'altra parte, è evidente che bisogna mettere in conto lo slancio non sempre controllato e l'intemperanza della gioventù. È giusto che ricordiamo che Colui che per primo è venuto a contestare la ingiustizia ed il peccato del mondo, nostro Signore Gesù Cristo, ha testimoniato ed ha pagato anzitutto con il suo esempio, con la sua dedizione e con il suo sacrificio. Ma sarebbe da ciechi negare che questa situazione nella quale viviamo e che è motivo di giuste preoccupazioni abbia radici profonde in una mentalità e in un comportamento che devono essere decisamente cambiati».
(Card. Michele Pellegrino, 1 dicembre 1968)

