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    Introduzione a: Pastorale giovanile e azione missionaria



    (NPG 1975-07/08-2)

    «Dio ci liberi dalla pretesa di giudicare il passato con la sensibilità dell'oggi. Dio ci liberi dal dimenticare sforzi validi, sacrifici eroici, solo per il fatto che essi erano uniti ad inevitabili debolezze umane.
    Quando si parlava, nei tempi passati, del secolo d'oro delle missioni, l'espressione era valida, perché si teneva in conto il grande numero di Missionari e Missionarie che i paesi cattolici, specialmente l'Europa, hanno inviato al mondo intero. La definizione di secolo d'oro è giusta, giustissima, se consideriamo il distacco dalla famiglia, dalla patria, dalla lingua materna; se consideriamo l'entusiasmo dei Missionari, la loro totale disponibilità, i loro sacrifici senza numero, coronati a volte dallo stesso martirio.
    Se ricordiamo i principali difetti che infirmarono tanto lavoro e tanta dedizione, non è per il gusto di lasciare in penombra lo sforzo della Chiesa. Lo facciamo, invece, per invitare ad una profonda azione di grazie, ora che lo Spirito di Dio ci porta a vivere un'idea di missione ancora più ampia, più profonda, suscitatrice di sacrifici per nulla inferiori a quelli di ieri. Oggi scopriamo che soprattutto tre difetti pregiudicarono molto lo sforzo ammirevole dei Missionari, durante il cosiddetto secolo d'oro delle missioni. Se si vuole, si tratta di un solo difetto, alimentato da tre cause.
    Non c'erano in generale le condizioni per rispettare convenientemente le culture locali. Esse sembravano così povere, così primitive, o, in alcuni casi, così sublimi ma distanti dal pensiero cristiano, che non si riusciva a vedere come recuperare gli elementi positivi tra i tanti senza valore.
    Questo dato di fondo fu aggravato dal fatto che i missionari, non raramente, agivano in paesi nei quali i colonizzatori aiutavano a confondere il cristianesimo con la religione dei bianchi, degli europei, degli oppressori.
    A questa prima difficoltà si aggiungeva la tentazione di voler applicare, nei paesi di missione, i modelli pastorali che avevano avuto successo nei paesi d'origine dei Missionari.
    Una terza difficoltà aggravava la mancanza di comprensione e di rispetto per le umili culture indigene, che tuttavia contenevano non raramente profonde ricchezze umane: la rigidità delle norme imposte dalla Chiesa che si rifletteva soprattutto nella liturgia e nella totale impossibilità di qualunque dialogo ecumenico».
    (dall'omelia tenuta da Dom Helder Camara, nella basilica di Maria Ausiliatrice in Torino, nella giornata missionaria mondiale)

    L'IMPEGNO MISSIONARIO

    Il messaggio accorato di Mons. Camara provoca e mette sotto giudizio ogni operatore della pastorale giovanile. Le sue parole ripetono un'ansia missionaria vivissima mentre sottolineano alcune condizioni di validità.
    Prima di tutto il preciso invito a viverla nel nostro quotidiano storico: «Stiamo sempre più scoprendo che accanto al lavoro indispensabile di coloro che partono, c'è il lavoro missionario nel proprio paese. È lo Spirito Santo che ci fa conoscere che l'Europa ha necessità di essere campo di missione, tanto e anche più della più lontana isola del Pacifico o della più abbandonata area dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina».
    E, poi, un impegno missionario qualificato da un metodo di intervento pastorale che corrisponda alla linea dell'Incarnazione: «Il Cristo, nella sua Incarnazione, assunse tutti i problemi umani, eccetto il peccato.
    I Missionari arrivano sapendo che non vanno solo a lavorare per il popolo, ma con il popolo e che, se hanno da insegnare, hanno ancor più da apprendere» (passim, dall'omelia citata sopra).
    In questa prospettiva intende situarsi la nostra monografia. Parliamo di «missioni» con l'attenzione soprattutto alla nostra pastorale giovanile: crediamo che la dimensione missionaria sia un criterio di verifica e di giudizio di ogni compito di esperienza e di educazione alla fede. La dimensione missionaria interessa la pastorale giovanile secondo due prospettive complementari:

    – La dimensione missionaria è qualificante per la pastorale giovanile.
    Non si può scoprire il dono meraviglioso di essere figli di Dio, salvati dal suo amore nel Cristo, se non in una immediata apertura a testimoniare ad altri l'esperienza che ci ha sedotti. Essere cristiani significa essere «missionari». Dunque ogni pastorale giovanile è vera, impegnata e non riduttiva, solo se «apre» realisticamente ad una precisa ansia missionaria.

    – La dimensione missionaria è caratterizzante per la pastorale giovanile.
    L'impegno missionario chiama in questione il «che fare» e il «come farlo». Descrive cioè una prassi di vita ecclesiale, uno stile di annuncio e di esperienza di fede. I problemi con cui si confronta sono spesso radicali, non accettano sfumature e compromessi: ogni scelta esprime uno stile di fondo e si richiama a chiare prospettive teologiche.
    Le parole di Mons. Camara lo ricordano senza mezze misure.
    Si può annunciare la fede da «colonizzatori» o da «liberatori», distruggendo le culture del luogo o incarnandosi in esse. Nel quotidiano esercizio del nostro impegno pastorale potrebbe invece risultare più facile confondere scelte e stili, provocati da problemi meno urgenti e meno discriminanti. Il metodo dell'Incarnazione con cui il Missionario vive il suo servizio apostolico «giudica» il nostro normale procedere pastorale.

    La nostra attenzione è puntata su questi obiettivi. Non vogliamo fare un discorso esplicito e diretto sulle «missioni»; soprattutto non vogliamo concludere con proposte concrete di impegni tipicamente missionari. Il lettore non troverà, in queste pagine, suggerimenti operativi in questa direzione. Lasciamo l'uno e gli altri agli strumenti competenti. Vogliamo invece scoprire assieme quelle modalità che ogni corretto processo di pastorale giovanile deve assumere, per essere «cristiano»: lo spirito, la sensibilità, l'«animazione» missionaria come si dice oggi, con una espressione interessante, che richiama il pugno di lievito, immesso nella farina, perché tutta ne sia fermentata. Siamo consapevoli che la definizione di missione non è ancora pacifica, soprattutto non unificata, con sufficiente armonia, nelle molte percezioni che oggi la contraddistinguono. Per questo dobbiamo «scegliere» tra i molti stili di servizio missionario, quello in cui collocarsi e su cui impostare l'animazione alla nostra pastorale giovanile. La monografia offre una sua definizione di missione, ritagliata su molti interventi. Le pagine conclusive, poi, sono uno sforzo di sintesi, aperto e pluralista finché si vuole, ma sufficientemente organico da costringere ogni lettore a prendere posizione.
    Da questo modo corretto (secondo noi) di progettare la dimensione missionaria, nasce la proposta di «pastorale giovanile aperta all'impegno missionario» su cui convogliamo il confronto dei nostri lettori.
    Con queste battute, potremmo concludere. Ciascuno è in grado di ricucire in una sua sintesi gli stimoli che svilupperanno le affermazioni fatte. Ci pare utile, però, offrire almeno alcune chiavi di lettura con cui leggere le pagine che seguono. Il lettore attento ritroverà, in queste note, un indice ragionato della monografia. Colui che è preso dalla fretta dei molti impegni pastorali che gli affollano il tavolo di lavoro, ha invece la possibilità di cogliere, con un colpo d'occhio, le molte cose su cui riflettere con calma, in interventi ad ondate successive.

    PERCHÉ LA DIMENSIONE MISSIONARIA NELLA PASTORALE GIOVANILE

    Perché la dimensione missionaria nella pastorale giovanile? Perché non ci può essere una seria e impegnata pastorale giovanile senza una precisa e ampia apertura missionaria? O, se si preferisce, capovolgendo il problema, quali istanze emergono dall'esperienza missionaria, così importanti da diventare criterio di verifica della pastorale giovanile?
    Non sono domande oziose. Se la premessa da cui esse muovono è corretta, diventano il termine di confronto per ogni operatore pastorale, impegnato a vivere un servizio pastorale «veramente» ecclesiale nel Cristo Salvatore.
    Offriamo qualche accenno di risposta. Scorrendo le pagine della monografia, ci si accorge presto dello sviluppo più organico di cui queste poche battute sono fatte oggetto.

    1. La dimensione missionaria ricorda l'interesse all'uomo totale. Essere missionari significa annunciare e testimoniare la «salvezza» di Cristo risorto. È una salvezza che investe tutto l'uomo, superando i falsi dualismi (promozione umana o evangelizzazione) e i pericolosi riduzionismi (una dimensione «contro» l'altra: l'educazione umanizzante senza educazione alla fede e viceversa).

    2. La dimensione missionaria sottolinea la specificità della pastorale giovanile.
    L'interesse dell'uomo nella sua totalità è una scelta di fondo. In questa luce i metodi possono variare, purché siano veramente rispettosi dei ritmi di crescita dei destinatari concreti. Per questo motivo la «promozione umana» è spesso il luogo privilegiato dell'evangelizzazione. Essere missionari significa però testimoniare la forza sconvolgente dell'amore di Cristo, morto e risorto per la liberazione dell'uomo. In questo «annuncio» sta il senso radicale e definitivo del servizio missionario. L'esclusione di una esplicita evangelizzazione svuota e vanifica ogni impegno.

    3. La dimensione missionaria aiuta a superare la tentazione di ridurre l'esperienza ecclesiale al piccolo, confortevole «ghetto» del proprio gruppo.
    Missione significa apertura al vasto mondo, allargamento a tutti. Per una pressione interiore che spinge ad «andare»: superando i confini della patria, lingua, cultura, amicizie. La chiesa è missionaria costitutivamente. L'esperienza ecclesiale, nella pastorale giovanile, è forza che dirompe ogni cerchio angusto e riduttivo.

    4. La dimensione missionaria fa sentire «parte» della chiesa. Colui che è in prima linea (sia vicino: la missione «qui»; che lontano: la missione «là») fa parte della stessa grande famiglia a cui ci sentiamo tutti compartecipanti.
    L'esperienza ecclesiale coinvolge il vasto mondo. L'appartenenza, così, non passa più attraverso i soli legami della simpatia, della condivisione delle stesse attività, del contatto e della vicinanza. Ci si sente chiesa in un respiro «cattolico», universale.

    5. La dimensione missionaria fa scoprire che la chiesa è per il mondo. Essere missionari significa non lavorare per fare adepti, per allargare il proprio «giro» attraverso il proselitismo e l'indottrinamento. Il missionario è uno che serve: che aiuta a crescere. È la chiesa al servizio del mondo: per il mondo e per la sua liberazione. La dimensione missionaria dà alla pastorale giovanile la spinta ad essere «chiesa-per». Due cose importanti: essere «chiesa», per non svuotare la propria identità cristiana; ma chiesa «per», lanciata al servizio, impegnata nelle trincee della storia e non raggomitolata in problemi di autoconservazione.

    6. La dimensione missionaria costringe a diventare annunciatori di Cristo. II missionario è uno che il Cristo ha sedotto. Nel suo nome ha lasciato tutto. Per il suo nome si fa «servo» di tutti. La radice ultima e definitiva del suo esistere è il Cristo. La pastorale giovanile moltiplica oggi impegni e progetta esperienze, alla ricerca dell'ultimo ponte nel contatto con i giovani, nella forza di quale «nome»? Qualche volta sembra proprio che le cose vadano in una logica poco «cristiana». Ci si dimentica il perno di tutto: annunciare Cristo come colui che ci ha cambiato la vita e dalla cui scoperta ed esperienza nasce la spinta ad un nuovo modo di essere con e per i giovani. La dimensione missionaria, in altre parole, costringe a verificare se l'anima del servizio pastorale è Cristo o i suoi surrogati. Se l'itinerario metodologico per cui si opta mistifica la radicalità dell'annuncio o invece prepara il terreno, dispone ad un'accoglienza più piena e personale, favorisce una reale integrazione con la vita quotidiana.

    LO STILE MISSIONARIO VERIFICA LA PASTORALE GIOVANILE

    Abbiamo già ricordato che lo stile con cui si caratterizza l'impegno missionario serve da verifica del nostro quotidiano stile pastorale. Abbiamo optato per un servizio missionario d'Incarnazione. Il farsi umano di Dio» per promuovere l'uomo a scoprirsi figlio suo, costringe ad un preciso modo di «essere» e di «agire». Le linee metodologiche con cui abbiamo definito il servizio missionario possono tracciare, con poche sfumature, un quadro di scelte su cui misurare la nostra pastorale giovanile. Sottolineiamo alcuni temi: li troveremo sviluppati, a fondo e con competenza, nello scorrere delle pagine di questa monografia.

    1. Per annunciare la salvezza dobbiamo incarnarci nella concreta cultura dei destinatari. È un tema, che ritorna con insistenza anche dalle pagine di questa rivista. Ogni proposta di fede è rivestita di un apparato culturale che purtroppo invecchia presto, soprattutto in un'epoca di rapidi mutamenti come è la nostra. All'operatore pastorale si chiede la continua fatica di reinterpretare la fede, senza svuotarla, in perfetta sintonia con la reale cultura dei destinatari. II tema è molto vasto. Richiama subito la verifica degli strumenti che vengono utilizzati nel servizio pastorale: non sono «neutrali», ma corrispondono alla cultura del tempo in cui sono stati elaborati.
    Richiama la necessità di un ampio e intelligente pluralismo, come risposta all'attuale disomogeneità culturale. Ricorda la necessità di non identificare la fede con i contenuti storici in cui essa viene vissuta, per evitare di creare discriminazioni e giudizi su aspetti invece mutevoli e facoltativi.
    Sottolinea, infine, che una fede allo stato puro, non incarnata nella provvisorietà di una determinata cultura, è un'astrazione pericolosa, che smarrisce per via la storicità del nostro esistere umano.

    2. L'impegno pastorale raccoglie con gioia i contributi che giungono da ogni esperienza umana. Il cristiano non ha risolto tutti i problemi, pronunciando il suo sì al dono della fede. Egli è, con tutti gli altri fratelli in umanità, alla ricerca faticosa di significati concreti per il suo esistere. Sente perciò gratitudine nei confronti di tutti, perché da tutti assume contributi di comprensione e di esperienza: la pastorale non sopporta monopoli e chiusure.

    3. L'annuncio è prima di tutto un «parlare con la vita». II dono della salvezza investe la vita quotidiana: è salvezza nella vita e per la vita. Per questo non passa attraverso i manuali scritti. L'annuncio si rende credibile e comprensibile attraverso la testimonianza dí vita: da persona a persona, nella comunità.

    4. Cristo si è incarnato per far passare da morte a vita l'umanità e la storia. La pastorale giovanile sceglie la strada dell'Incarnazione: assume e fa propria l'umanità dei giovani concreti con cui dialoga. Ma in vista della «salvezza»: per far passare da morte a vita ogni respiro di umanità.
    L'autenticità umana, piena e definitiva, è per dono: nella pasqua di Cristo. L'Incarnazione è un gesto di pieno ottimismo nei valori dell'uomo, ma, appella continuamente al superamento, al salto di qualità: alla rottura nella morte di Cristo, per la pienezza di vita che irrompe dalla sua resurrezione.
    Quando la pastorale giovanile termina il suo impegno nell'assunzione incondizionata dell'umanizzazione senza una apertura reale alla «redenzione», tradisce se stessa e vanifica il suo servizio.

    TUTTI, «TERRA DI MISSIONE»

    Come si vede, si tratta di alcune sottolineature che possono facilmente tradursi in lunghi discorsi concreti. Non li facciamo; perché ogni operatore pastorale è chiamato alla personale disponibile verifica.
    In questo contesto ci preme ricordare il contributo di autentificazione che una corretta dimensione missionaria può portare al nostro quotidiano essere educatori della fede.
    Nel primo studio, con cui si apre la monografia, ci siamo chiesti che cosa pensino i giovani delle missioni. Il quadro che ne risulta è consolante e sconcertante ad un tempo. Anche perché il giudizio sulle missioni diventa, nelle risposte dei giovani, immediatamente giudizio sulla loro esperienza cristiana ed ecclesiale.
    Si tratta di battute che fanno pensare. Ci si accorge, presto, che moltissime riflessioni intonate al tema missionario rimbalzano immediatamente al nostro stile di fare pastorale giovanile. I nostri giovani e noi, chiamati per dono a testimoniare il Cristo risorto, siamo, assieme, «terra di missione». Il nostro stile pastorale diventa sempre più aperto ad una animazione missionaria che ci faccia davvero «cristiani», testimoni credibili del Cristo risorto.
    «Se la parola "missione" è diventata oggi un termine che suscita in molti più riserve che entusiasmi, non è perché si dubiti che la Chiesa abbia oggi nel mondo una missione da compiere. II motivo è piuttosto che la parola "missione" fa pensare soprattutto, e quasi esclusivamente, agli enormi sforzi che la cristianità occidentale aveva compiuto nel corso dei secoli per impiantare la Chiesa fuori dall'Europa. È questo tipo di azione missionaria che ha raggiunto la sua fase critica in questa seconda metà del secolo XX. In questa fase la Chiesa è chiamata a riflettere profondamente sopra i suoi punti di partenza, i suoi scopi, i suoi metodi, e nel medesimo tempo sopra un modo nuovo di trasmissione. Questi compiti contengono una sfida che non deve intimorire la comunità cristiana. Tuttavia per molti si è creato un clima di indecisioni e di incertezze, in cui l'entusiasmo di una volta per le "missioni" non sfocia facilmente in un impegno nuovo».

    PRIMA PARTE
    RISERVE SULLA «MISSIONE»:
    QUALI E PERCHÉ

    I giovani sono il punto di coagulo di molte tensioni. In essi i problemi generali rimbalzano con una vibrazione tutta particolare.
    Indicatori come l'attuale relativismo culturale e il crescente clima di secolarizzazione si coniugano con quel livello alto di sensibilità antropologica, politica ed ecclesiale, che mette in guardia contro modi di fare meno rispettosi della crescita autonoma di ogni popolo. Questo quadro complesso di percezioni influenza innegabilmente l'immagine di «missione I giovani ne avvertono subito le risonanze.
    Tocca all'educatore misurare questa mentalità ricorrente, per inserire al suo interno gli stimoli di maturità di cui è testimone. Per correggere le distorsioni, sceverare gli aspetti equivoci, innovare e autenticare le percezioni profetiche. A queste condizioni si può parlare di giudizio della fede sulla realtà e di verifica della prassi pastorale al tavolo della realtà.
    Le pagine che seguono offrono un panorama di affermazioni giovanili, articolato ed organizzato. Rappresentano il punto di partenza induttivo della nostra monografia. E, nei termini in cui corrispondono alla propria situazione pastorale, un'immagine di quella realtà da cui ogni operatore deve muovere i suoi passi, se vuole camminare in avanti, lui e i suoi giovani.

    SECONDA PARTE
    LA TEOLOGIA DELL'INCARNAZIONE
    PER CAPIRE LE MISSIONI

    Quale risposta agli interrogativi lanciati dall'attuale sensibilità giovanile?
    Non basta affermare l'irrinunciabilità della dimensione missionaria nell'esperienza ecclesiale, né richiamare la priorità dovuta all'evangelizzazione. Sono aspetti veri, d'accordo. Ma, ripresi senza un'accurata consapevolezza della complessità dei problemi, servono solo a rimuovere gli ostacoli, invece di superarli. Possono quindi ottenere un effetto opposto a quello progettato. Anche perché c'è il rischio di parlare delle missioni in uno stile teologico e antropologico statico e superato.
    Abbiamo tentato un discorso più articolato, rannodando i fili di molti temi in una sintesi teologica che si rifà all'incarnazione, come termine di confronto per ogni impegno pastorale e missionario:

    – il primo intervento ricorda che la promozione totale dell'uomo comporta l'annuncio dell'amore salvatore del Padre nel Cristo;
    – il secondo analizza il cruciale problema del rapporto tra culture, con cui si scontra l'esperienza cristiana (e missionaria) per farsi storica;
    – il terzo unifica in una compaginazione dinamica i due termini dell'impegno missionario: servizio e testimonianza;
    – il quarto allarga il concetto di missione ad uno «scambio» tra chiese locali;
    – il quinto, ricordando che la fede si trasmette da persona a persona, riassume l'esigenza teologica di «partire in missione».
    Come si nota, si tratta di contributi di peso e di taglio culturale diversi. Tessere di un unico discorso globale. Da ricomporre nella sensibilità del lettore, in vista di una mentalità missionaria rinnovata.

    TERZA PARTE
    DUNQUE, QUALE MISSIONE?

    Abbiamo ritagliato una definizione rinnovata di «missione», offrendo al lettore molti e diversi stimoli.
    In apertura abbiamo sottolineato l'obiettivo di questa monografia: la necessità di aprire ogni pastorale giovanile ad un'ampia, condivisa, approfondita dimensione missionaria, La formula significa per noi due esigenze contemporanee:
    – dare ad ogni servizio pastorale quel tono di ecclesialità reale che gli deriva dalle caratteristiche teologiche e antropologiche della «missione»;
    – e proporre una istanza missionaria esplicita, in termini rispettosi dell'attuale sensibilità ecclesiale.
    Come si vede, si tratta di due motivi che invitano a cogliere con precisione che cosa è «missione».
    In questo senso la preoccupazione che emerge da queste pagine è largamente educativa e pastorale. Perché con questo taglio definiamo i concetti teologici relativi alla missione, verso una mentalità pastorale «missionaria».
    Ma non basta. L'educatore ha bisogno, spesso, di materiale già pronto all'uso. La fretta del servizio quotidiano chiede perciò di ritradurre gli stimoli teorici in opzioni più pratiche. La monografia vuole situarsi anche in questa reale esigenza. Lo facciamo in forma induttiva, raccontando di esperienze concrete: la storia di gente che ha vissuto e che propone così un progetto operativo di «pastorale giovanile aperta all'animazione missionaria».
    (Per ragioni di spazio rimandiamo la presentazione di gruppi giovanili di servizio missionario, ai prossimi numeri della rivista).

     


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