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    Un anno per assumere «nuovi punti di vista» su giovani, società


     

    Cinzia Mondatore

    (NPG 1984-09-14)


    Mi è stato chiesto di reagire alla «tavola rotonda» organizzata da Note di pastorale giovanile (e riportata nel numero di aprile di quest'anno), individuando alcune prospettive di fondo su cui muoversi e alcune iniziative concrete per dare «corpo» al prossimo «anno della gioventù».
    Lo faccio, come del resto era richiesto, a partire dalla mia esperienza giovanile nell'Azione cattolica di Brindisi.
    Comincio con alcune premesse e poi vengo alle iniziative.

    PREMESSE

    Per assumere nuovi punti di vista

    «Ecco, un anno dei giovani deve sollecitare a decentrarsi, ad assumere nuove informazioni e nuovi punti di vista sui giovani, la società, la chiesa» (Luciano Tavazza, in NPG aprile '84).
    Mi sembra questo il miglior punto di partenza per evitare un ennesimo «anno di...» puramente celebrativo, in cui chi sale sul palcoscenico in fondo ha poca importanza, perché tutt'intorno resta sempre uguale: ogni protagonista (anziani, handi-
    cappati, giovani, quest'anno), ogni «anno di ...» lascia il tempo che trova.
    Le iniziative delle istituzioni, a tutti i livelli, quasi certamente non mancheranno, anche perché, se è vero che i giovani si avviano a diventare minoranza, non dimentichiamo che nelle scorse elezioni la percentuale dei 18enni era la maggiore mai verificatasi (si affacciavano al voto i numerosi figli degli anni del boom economico): il loro peso politico numerico non è indifferente.
    Ma che iniziative saranno?

    Con i giovani del 1985

    È necessario poi riflettere sulla portata di un «anno dei giovani» proprio nel prossimo 1985:
    - l'immagine diffusa, e che i giovani stessi hanno di sé, non è quella, presente in altri periodi, di un soggetto abbastanza unitario e portatore e/o capace di spinte innovative;
    - l'atteggiamento della società nei confronti dei giovani è, d'altra parte, quanto mai caratterizzato da un sostanziale disinteresse: quasi un rifiuto, di certo una non-accoglienza (es., disoccupazione, realtà scolastica che sempre meno abilita a stare attivamente nella società, tossicodipendenze, strategia di normalizzazione e non di rimozione delle cause, ecc.);
    - nella realtà sociale, infine, prevalgono, a vari livelli, spinte verso vittorie individualistiche e corporative sulla crisi economica, verso consolidamenti autoritari o comunque dei poteri di vertice, verso la contrapposizione sistematica e l'incremento di dotazioni belliche anzichè progetti per un diverso ordine economico, per un ampliamento di partecipazione, per la cooperazione internazionale e il superamento di ingiustizie planetarie.
    Di questi dati (cf NPG aprile '84, nella «tavola rotonda» l'esigenza sottolineata da G. Milanesi di una maggiore attenzione ai fattori strutturali), anche se qui indicati in modo molto sommario e schematico, non si può non tenere conto, perché appunto nel 1985 e non in un anno qualsiasi, dovrà viversi l'anno internazionale dei giovani.

    Il ruolo della comunità ecclesiale in questo anno

    Penso che la comunità ecclesiale debba sottolineare, per sé e per tutti, l'iniziativa «laica», «civile» (dell'ONU) di tale proclamazione. È più importante che la preoccupazione di un anno dei giovani lasci il segno nella vasta comunità civile, di cui anche i credenti sono parte, che la esclusiva o centrale preoccupazione, pur meritevole, di vivere «bene» quest'anno come comunità ecclesiale.
    Con riferimento ai rischi di mere celebrazioni e di celebrazioni astoriche a cui si è fatto più su cenno, perciò, non è sufficiente, pur se è certo il primo ineludibile passo, che la comunità ecclesiale li metta al bando dalle proprie iniziative: occorre che essa si faccia presenza e voce profetica nei confronti della comunità civile e politica, perché ancora più grave e più ampiamente «devastante» (in termini di delusione, di riproduzione legittimata dell'esistente) è l'avverarsi di quei rischi nelle iniziative civili e politiche.
    Questo compito che ho detto profetico già chiede molto in termini di cambiamento e attività alla comunità ecclesiale: libertà dalle istituzioni, qualunque siano i partiti che le reggono, abbandono di qualsiasi rinascente desiderio di «cittadelle cristiane» (regimi aggiornati di cristianità), attenzione costante alla realtà e alle istanze di novità e giustizia che da essa vengono, capacità di essere nel «cuore delle culture, cioè fra la gente» (C.I.P.P. n. 17) e di usare un linguaggio coerente, coraggio e tenacia per pronunciamenti e collaborazioni che possono risultare scomodi e insoliti.

    INIZIATIVE CONCRETE

    Nell'indicare ora iniziative più precise che la comunità ecclesiale potrebbe promuovere, attribuisco almeno pari valore alla forma delle iniziative (assemblea, convegno, festa, ecc.) che al suo contenuto, se non di più a quest'ultimo.
    Due possibili iniziative che abbiamo in qualche modo positivamente sperimentato a Brindisi sono le seguenti: la festa dei giovani e la settimana di volontariato.

    La festa dei giovani

    Festa dei giovani (noi l'abbiamo chiamata Giò-Festa): giornata in cui i gruppi giovanili, ecclesiali e non, della città (Brindisi ha 100.000 abitanti circa) o del quartiere (per città più popolose) espongono «stands» realizzati con cartelloni, fotografie, sculture di vario materiale... e presentano spettacoli teatrali di vario tipo (mimi, recital, commedie inventate per l'occasione) su un tema preventivamente concordato dai vari gruppi.
    Nelle due edizioni che noi abbiamo realizzato i temi sono stati la partecipazione in generale e gli strumenti di partecipazione; li proporrei anche per realizzazioni di iniziative in altri luoghi, perché centrale per la realtà giovanile e perché più di altri coerente con il tipo di iniziative.
    Una ampia pubblicizzazione invitava tutti i giovani della città a intervenire, poiché la struttura degli stands e la previsione di momenti di dibattito escludevano il carattere di «mostra da visitare» in modo passivo alla piazza sede della festa.
    Una organizzazione più ricca e complessa, pur se in una festa ecclesiale, è stata realizzata a Novara (cf NPG aprile '81).

    La settimana di volontariato e confronto

    Settimana di volontariato e confronto: nella sperimentazione che ne abbiamo fatto si è trattato di un campo-scuola fatto nella stessa città di residenza dei partecipanti, per accentuare l'esigenza del nuovo della fede da vivere nel quotidiano (come ogni giorno, pur vivendo il campo, si tornava a casa per mangiare e dormire).
    Al mattino si lavorava materialmente, divisi in piccoli gruppi, in collaborazione con gruppi di volontariato, la Caritas e le strutture cittadine che si occupano dell'emarginazione, in particolare giovanile.
    Al pomeriggio si studiavano i vari aspetti della realtà cittadina (scuola, politica, assistenza sociale, realtà ecclesiale, ecc.) incontrando adulti e giovani che in essi erano coinvolti e discutendone con loro o da soli i problemi.
    L'iniziativa potrebbe utilmente essere estesa a giovani non aggregati e non credenti, soprattutto in periodi di vacanze o d'estate, come una occasione per vivere diversamente la propria città, facendone oggetto insieme di ricerca, conoscenza e intervento concreto (tanto spesso richiesto, magari in modo isolato da uno studio dei problemi, dai giovani) a partire da quelle realtà più povere che maggiormente ne denunciano i guasti.

    E la scuola?

    Istituzioni che molto potrebbero fare per rendere l'anno dei giovani una cosa «seria» sono poi le scuole, ma sono bloccate da un burocratismo dell'intera organizzazione (è improbabile una iniziativa ministeriale che incida sulla realtà scolastica ed esterna alla scuola e coinvolga gli studenti) e dei singoli istituti.
    L'educazione degli studenti è per lo più vista come un freddo procedimento amministrativo, in cui rilevano solo le sue tappe prefissate, e non come una realtà di dialogo, di interazione tra studenti, tra studenti e docenti, tra scuola e realtà sociale, come una riserva critica e di novità per il presente e il futuro.
    Anche il modo «cattolico» (passi l'imprecisa espressione, che spero renda l'idea) di occuparsi della scuola è così spesso insufficiente. Forse si dovrebbe inventare un sussidio o qualcosa di simile per introdurre un modo diverso di pensare la scuola a partire dall'anno dei giovani che i gruppi ecclesiali potrebbero introdurre «dal basso» nelle classi e negli istituti. (Segnalo a riguardo l'iniziativa della «Carta dei diritti dello studente» promossa dal Movimento Studenti di A.C.).

    E i vescovi italiani?

    I Vescovi italiani faranno un documento in occasione dell'anno dei giovani? Sogno spesso che essi promuovano (e non credo che sia d'ostacolo a ciò il convegno ecclesiale già fissato per il prossimo anno) un anno di ascolto dei giovani, raccogliendo da tutte le diocesi il pensiero dei giovani sulla realtà presente (accolgo e sottolineo l'intuizione di Monticone, a p. 13 della citata tavola rotonda) e alla fine dell'anno ne raccolgano e diffondano i risultati: una testimonianza di accoglienza e un servizio alle esigenze giovanili che parlerebbero e inciderebbero più di qualsiasi documento.

    ALTRE OSSERVAZIONI SPARSE

    Ne indico alcune:
    - incontri tra giovani e adulti o tra genitori e figli sono utili solo se c'è una preventiva ed esplicita (quanto difficile a verificarsi) accettazione da parte degli adulti/genitori di mettersi in discussione davanti e a a causa dei giovani; e viceversa, naturalmente, ma non sta qui il problema, perché tale disponibilità è comunque pretesa. Anche in queste occasioni è preferibile parlare della realtà presente, secondo i diversi punti di vista da valorizzare, pena il silenzio giovanile così frequente in questo tipo di incontri;
    - credo utili settimane di convivenza e scambio culturale tra giovani del Nord e giovani del Sud, per le differenti esperienze sociali e culturali che nel confronto si arricchiscono e aiutano a superare immobilismi e pregiudizi;
    - sul ruolo della comunità ecclesiale nei confronti delle iniziative che la comunità sociale potrebbe promuovere, ho già detto: mi sembra scontato che non spetta ad essa farsi elaboratrice e patrocinatrice di questo o quel progetto concreto: è un compito che spetta alla politica, che certamente interpella anche i singoli credenti. La comunità ecclesiale come tale, però, potrà utilmente ribadire le esigenze giovanili inevase dalla realtà politica, sollecitandone l'attivazione perché esse, quali che siano le scelte degli strumenti, siano soddisfatte e perché siano sempre più ampliati gli spazi e gli strumenti di partecipazione, con la costituzione, ad esempio, di Consulte Giovanili (cf esperienza torinese riportata in ASPE n. 10/84, p. 5 ss).


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