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    Il filo del discorso: far credere, far sapere


     

    I circuiti del discorso /2

    Gian Paolo Caprettini

    (NPG 1987-10-34)


    Si pensa di solito - nella pratica le cose vanno un po' diversamente - che le parole siano dette o scritte prima di tutto per essere capite dalle persone alle quali sono rivolte. Da quest'idea si ricava l'eguaglianza «parole comprese = parole efficaci», e viceversa.
    Se questo requisito del discorso fosse tenuto presente rigorosamente in ogni occasione e rigidamente applicato, il parlare diventerebbe un'attività retorica o pedagogica, senz'altra via d'uscita.

    Tenere la rotta nel parlare

    Dovremmo dire sempre e soltanto allo scopo di persuadere, di spingere gli altri verso i fini da noi previsti, oppure allo scopo di trasmettere qualche utile insegnamento. E si constata invece, da un lato, che tutto ciò è difficile da realizzare e, dall'altro lato, che molte volte il dire ha differenti scopi: quello di permettere di fare conoscenza, di mantenere contatto con persone che condividono una situazione anche transitoria, di avere informazioni, di «riempire» lo spazio interpersonale, di scoprire qualche lato oscuro dei nostri interlocutori, di «giocare» per metterci tutti nelle condizioni di massima libertà - il dire per dire, e cosí via.
    Insomma, molte volte il discorso non è pianificato, non è costruito intenzionalmente in modo rigoroso, non ha un contenuto stabile (cosí è nelle conversazioni), è pieno di aspettative piú che di condizionamenti e requisiti.
    Altre volte, invece, il discorso vorrebbe avere un piano prefissato, delle intenzioni definite, delle mire preordinate. E allora, non di rado, insorgono delle difficoltà. Difficile navigazione tenere il timone del discorso. I passeggeri imbarcati - talora anche paganti - sono spediti verso posti non previsti. Gli ascoltatori si aspettavano di sbarcare in Egitto e inoltrarsi sul Nilo nella visita alle Piramidi, e invece sono sbattuti sulle coste dell'Egeo, nei pressi della terra di Ulisse o dell'isola di Venere. Niente di male, si potrebbe pensare. Anche quelli sono posti fascinosi, ma le attese cosí vengono tradite. Essere presenti a certi discorsi è, in alcuni casi, un'avventura turistica. Un po' come al ristorante attraente, dal meno variatissimo, di cui ha scritto qualche celebre guida. Scopri che i gamberi non ci sono piú, che le carni sono finite, che il formaggio non è quello artigianale... E ti rimane un piatto di spaghetti, come consolazione forse nemmeno troppo deludente.
    È la storia dei discorsi roboanti, degli impegni solenni, delle trattative snervanti, delle polemiche troppo sottili che, stringi stringi, ti lasciano nella mente dei lampi pirotecnici e poi il buio della fine, dopo i fuochi artificiali. È questo l'effetto di ciò che è «retorica» nel senso deteriore del termine, delle parole che non hanno altro scopo che quello vanitoso e un po' snob di presentarsi, di tirare a lucido chi le pronuncia. Ma i contenuti sono scarsi e gli effetti sugli ascoltatori confusi e precari.
    Tenere la rotta nel parlare. Un'impresa non troppo complicata, a dire il vero, ma che richiede attenzione, una sia pur semplice pianificazione, una consapevolezza dei propri mezzi, una discreta conoscenza di coloro che ci ascoltano; in caso si sappia a mala pena chi sono costoro, allora bisognerà saper cogliere nell'uditorio i segnali di consenso, dissenso, e soprattutto i primi accenni di noia, di distrazione: analisi questa in cui erano abilissimi gli oratori antichi, ma anche le attuali agenzie di pubblicità che sguinzagliano personale specializzato per saggiare gli effetti di una campagna promozionale o pubblicitaria.
    L'avventura del seguire un discorso va dunque ben pilotata. Molti di noi hanno l'esperienza dell'omelia tipo «dispensa» o «solaio» in cui trovi tutto alla rinfusa e del cui contenuto non è perfettamente a conoscenza nemmeno il proprietario: il tema sarebbe rappresentato dalle riflessioni sull'esperienza del profeta Elia che amava appartarsi dal mondo e si passa senza soluzioni di continuità al problema dell'indifferenza per poi passare al rischio nucleare. Oppure, nella predica che tocca i vari modi di accogliere il messaggio di Gesú, l'assoluta novità della sua promessa, noi diventiamo i destinatari pazienti di un'aspra rampogna verso quelli che si astengono dal precetto domenicale. Un po' come raccontare agli automobilisti le difficoltà di guidare la moto.

    Le notizie confezionate

    Telegiornale. Ovvero un abito su misura confezionato in poche ore. Questa è la vera difficoltà e scommessa (e forse anche gioia) del giornalismo. Trovarsi nelle condizioni di dover far sapere prima ancora di sapere. E quindi mettersi in contatto in tempi rapidissimi con le informazioni per poter costruire la notizia in modo efficace, tenendo conto di tutti i passaggi che la redazione e la regia impongono necessariamente.
    Il telegiornale è ricco di esempi, è un mosaico di professionalità, gusto del mestiere, filtraggio ideologico di testata, compiacenza e sfida, banalità e rischio. Dalla comparazione, poi, nascono le curiosità, le sorprese, le maliziosità. La comparazione, s'intende, fra i vari telegiornali - i tre Rai-TV e quello «asettico» di Tele Montecarlo. Scopriremo che il 6 gennaio può essere «la festa religiosa della Befana» (RaiDue), «la santa Epifania dei re Magi» (RaiUno), «il giorno della calza» (RaiTre).
    Se dunque farete una tavola dei confronti, che è quello che consiglio sempre ai miei studenti, capirete come sia difficile sottrarsi alla alterazione della verità, anzi capirete che la verità e la notizia coincidono, che non c'è nulla prima della notizia che si possa oggettivamente definire e che sia eguale per tutti. (Ce lo insegna un qualunque incidente automobilistico: ognuno lo descrive tanto a modo suo che nessuno non coinvolto potrà capire che cosa sia effettivamente successo). Basterà confrontare (e controllare) le battute delle interviste rilasciate in diretta alla TV con quelle messe tra virgolette sui quotidiani il giorno dopo. Nessuna coinciderà. Studiate le differenze; saranno dovute a:
    - necessità di concisione;
    - registrazioni imperfette;
    - intenzione di «pilotare» l'interpretazione;
    - finalità stilistica di raccordare il proprio articolo con ciò che è stato dichiarato dal personaggio;
    - alterazioni di tipo «ideologico» in forma automatica (cioè sotto forma di tic involontario);
    - pianificazione della testata e «impaginazione»;
    - conformità alla «filosofia» del giornale...
    Un esempio; i casi sono innumerevoli e anche piú sofisticati di questo. Tg3, 25 agosto 1987, ore 19.30. Il giornalista in studio parla di una proposta di Gorbaciov trasmessa all'ONU su nuove iniziative di pace. Il filmato fa vedere contemporaneamente una seduta dell'ONU su tutt'altro argomento: i rappresentanti presenti applaudono. Pilotaggio interpretativo dell'immagine sul testo del messaggio: far credere che esista un consenso, un plauso appunto dell'assemblea mondiale alla proposta di Gorbaciov. Caso o necessità?
    I confini tra il sapere ed il far credere sono assai sottili.
    Sant'Agostino scriveva che quel che sappiamo lo dobbiamo alla ragione, quel che crediamo lo dobbiamo ad un'autorità. Le insidie e le contraddizioni sono però ingredienti indispensabili della comunicazione umana e non c'è, per fortuna, nessuna tecnica, nessun potere che le possa cancellare definitivamente.


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