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    La città e i giovani



    (NPG 1991-3/4-149)


    In città, i giovani fanno gruppo. Si muovono su percorsi loro, caratterizzano certi aspetti, e non altri, del paesaggio urbano. Ci sono quartieri, vie, luoghi in cui la loro presenza si impone a tutti, è il dato più immediatamente percepibile.

    Se ne vedono anche altrove, naturalmente, ma fuori dal loro contesto tipico sembrano, in un certo modo, spaesati, fuori luogo, come di passaggio.
    A volte, la loro presenza ha i caratteri di una vera e propria occupazione.
    Come succede nelle vetture di quella tal linea tranviaria, che al mattimo prima delle otto e dopo l'una del pomeriggio sembra un'estensione delle aule e dei corridoi scolastici, magari con qualche fastidio degli utenti in età non più studentesca, perché i giovani passeggeri alludono al loro mondo privato con una certa chiassosa disinvoltura e poco sembrano curarsi degli altri.
    O al passeggio del sabato pomeriggio in quella via ai margini del centro, dove si allineano i negozi di jeans e di dischi e i fast food, da cui sembra rigidamente escluso chi abbia compiuto i vent'anni (e non è detto che la cosa scaldi particolarmente di gioia il cuore dei vecchi residenti).
    E non parliamo di quei parchi e di quei giardinetti nei quali è praticamente impossibile incontrare i frequentatori tradizionali del verde cittadino.
    Sembra che di colpo i pensionati con il giornale, i quarantenni compiaciuti in tuta e scarpe da jogging, le mamme con le carrozzine, le famigliole festose con i ragazzini in mountain bike e il cucciolo di Labrador al seguito abbiano ceduto il posto a tutti quei ragazzotti in giubbotto o giacca a vento trapunta con il colletto di velluto, che presidiano i vialetti a gruppifolti e apparentemente casuali.
    Li presidiano, si capisce, nel senso stretto del termine, segnalando l'avvenuta instaurazione di una propria norma sociale.
    Lo dimostra la tranquillità con cui anche i fuori gruppo si fanno i fatti propri, lo dimostrano le coppie, che pur isolate nel loro universo privato, evidentemente traggono dalla presenza dei coetanei un qualche senso di protezione, e si perdono in abbracci hollywoodiani impensabili altrove.
    E così via: basta guardarsi intorno.
    Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, ma non sempre è facile rendersi conto delle sue tipologie e, soprattutto, dei suoi perché.
    Spesso, naturalmente, la spiegazione è ovvia.
    La presenza giovanile è legata agli spazi istituzionali predisposti per le nuove generazioni dal mondo degli adulti: le scuole, soprattutto, che nella geografia irrazionale delle nostre città non sono certo distribuite uniformemente.
    Altrettanto spesso, obbedisce al richiamo delle mode e dei consumi cui i giovani sono, sempre dagli adulti, invitati: non è un caso se i negozi che vendono un certo tipo di indumenti e i locali che sembrano offrire ospitalità solo a chi quegli indumenti indossa, si concentrano nelle stesse aree urbane.
    È l'effetto di una specie di sinergia, di sforzo comune per rendere più appetitosa l'esca con cui attirare una clientela tutt'altro che priva di potere d'acquisto.
    Essere giovani, dopo tutto, non significa necessariamente disporre di un senso critico particolare o della capacità di resistere alle sollecitazioni interessate: se in un certo luogo ci sono tanti giovani, può darsi che qualcuno ce li abbia fatti venire.
    Ma a volte no. A volte le loro aggregazioni sono davvero spontanee e si attuano fuori da una logica immediatamente comprensibile.
    Si apre – semplicemente, si definisce – uno spazio qualsiasi (le adiacenze di un negozio, un locale, una piazza, una zona pedonalizzata con un minimo d'arredo urbano, un'area provvisoriamente vuota nel tessuto cittadino) e loro arrivano, lo popolano, senza apparente motivo.
    Come stormi d'uccelli in migrazione, che scendono all'improvviso su quel campo o su quel boschetto, non su quell'altro.
    Come se lungo chissà quali canali loro, attraverso una qualche forma generazionale di telegrafo senza fili, sia passato un flusso di informazione, un richiamo. Venite qui. Ci vediamo a.
    Questo modello non si applica solo al fenomeno dell'occupazione, diciamo così fisica, degli spazi cittadini.
    Tutta la cultura giovanile, in fondo, ha un suo carattere fortemente dialettico.
    È complementare a quella degli adulti, naturalmente, ne deriva, ma in qualche modo tende a opporvicisi.
    È ovvio che i giovani accettino le strutture e gli spazi predisposti per loro (e ne chiedano a gran voce quando non ce ne sono, il che talvolta succede), ma è altrettanto ovvio che li rifiutino o che, in un tentativo di mediazione di cui non sempre si rendono esattamente conto, cerchino di modificarli, di servirsene secondo procedure diverse da quelle previste.
    Tutti i «movimenti» giovanili degli ultimi decenni, dal Sessantotto alla Pantera, per non dimenticare gli oggi dimenticatissimi Ragazzi dell'Ottantasei, si sono provati a far quadrare questo circolo chiedendo – o pretendendo – di gestire almeno in parte certe strutture di cui gli adulti, con degli ottimi motivi, dal loro punto di vista, si erano riservata e si riservano la gestione.
    Probabilmente è sempre stato così, da che mondo è mondo.
    Oggi, però, vale forse la pena di tener conto di un fatto nuovo.
    Non occorre essere dei grandi esperti di tendenze demografiche, per accorgersi che la nostra società, mediamente, è alquanto invecchiata.
    Nelle nostre città, nostre nel senso del Nord ricco ed evoluto del mondo, i giovani, per prima volta nella storia, sono una minoranza.
    E probabilmente se ne accorgono, o almeno lo intuiscono, il che può spiegare certe caratteristiche, come dire, difensive del loro fare gruppo.
    Circondati, anzi che circondati? abbracciati, dalla società degli adulti, al centro di quella peculiare attenzione che si usa prestare alle specie rare, sono contemporaneamente coccolatissimi e tenuti sotto stretta sorveglianza.
    Trovano un clima culturale molto più tollerante (e tollerabile) di una volta; possono fruire di spazi e servizi predisposti per loro in misura impensabile in passato, ma scoprono anche abbastanza in fretta che ci si aspetta che accettino una omologazione piuttosto rapida.
    Al che reagiscono in vario modo, come è successo sempre: i più facendosi tranquillamente coccolare, qualcuno digrignando i denti, qualcun altro facendo entrambe le cose.
    Ma sempre, come è normale per una minoranza, stringendo le fila.
    Ciascuno, poi, troverà la sua strada. Gli esiti non sono mai scontati, ma il processo coinvolge più o meno tutti coloro che si affacciano alle soglie dell'età adulta, e non è il caso che gli altri si sentano offesi o irritati.
    Basta provare a vederlo come una forma di sperimentazione, di avviamento progressivo alla conoscenza della realtà.
    Non sono stati i giovani, in definitiva, a costruire la città in cui tocca loro di vivere.
    Devono imparare a conoscerla, a farla loro, ed è un compito, questo, che richiede del tempo e un po' di fatica e d'audacia.
    Le prime volte in cui si avventurano al di là dei percorsi limitati che caratterizzavano il loro mondo infantile, il circuito familiare tra la casa, la scuola e il campo di gioco, o quello delle case dei parenti e degli amici (luoghi, comunque, proposti dagli adulti, itinerari lungo i quali si era sempre, in un modo o nell'altro, accompagnati e guidati) potranno anche trovarla diversa da come se la aspettavano o da come se l'erano sentita raccontare.
    Tutto ciò può servire a spiegare quel pizzico di differenza, persino di scortesia, con cui, al sicuro dietro il riparo dell'identità di gruppo, fronteggeranno poi quelli che dovrebbero considerare come i loro maggiori.
    Si sa che fare la voce grossa può essere un sintomo di timidezza.
    Ma è una fase passeggera, e forse non è neanche obbligatoria.
    La città è qualcosa che va oltre la dialettica immediata delle generazioni, è tutto un mondo, qui attorno, in attesa di essere scoperto.
    Un'occasione di avventura e di crescita, perché scoprire la città, naturalmente, significa imparare a conoscere se stessi.

    (Carlo Oliva, Corriere della sera, 29 marzo 1990)

    GIOVANI DI CITTÀ
    Storie di giovani nelle città angeli senza lavoro
    debiti, debiti con la realtà cosa faremo io e te?
    E il mondo gira intorno al mondo degli affari
    ai finanzieri, ai nuovi re. lo voglio vivere
    di sogni e di colori.
    E questa vita che non c'è la cerco dentro di me fuori dal mondo
    dentro di te
    nel tuo profondo...
    Scoppiano il sabato le ballerie
    le strade prendono fuoco;
    brutte canzoni le nuove poesie urlano dentro di noi! E il mondo gira intorno a femmine e motori un indianapolis
    dei look
    bisogna vivere
    con l'anima di fuori
    di questo grande elettroshock. Invece dentro di te c'è un altro mondo dentro di te
    nel tuo profondo amore dentro di te...
    (Marco Masini)



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