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    Francesco Cravero

    (NPG 1991-10-66)

    Siamo testimoni di un cambiamento epocale: per la prima volta l'uomo ha bisogno di difendersi dalla troppa informazione, a tutti i livelli. Troppi libri, per fare un esempio, e troppo lunghi.

    Corto cortese

    Nel diluvio di parole, di immagini, di suoni e di rumori che accompagna lo scialo della società dei consumi e dell'informazione, la concisione - in mancanza del silenzio - resta il modo più cortese di farsi ascoltare: corto, cortese.
    L'inflazione dei messaggi, verbali in particolar modo, non risparmia il mondo dell'educazione...
    Invitano alla brevità in contesto educativo considerazioni di diverso ordine: linguistico, psicologico, pragmatico; le esporremmo per sommi capi.

    Ragioni linguistiche

    Le nostre conversazioni non sono un susseguirsi caotico di frasi strampalate: obbediscono a delle regole.[1]
    Durante una discussione sui massimi sistemi non ce ne usciamo con una affermazione sul numero degli spaghetti più adatto alla carbonara; quando chiediamo in sposa la figlia di qualcuno non ci aspettiamo in risposta la classifica delle diciotto della serie A, ecc.
    Ci conformiamo, e desideriamo che gli altri facciano altrettanto, alla massima: «Sii pertinente, parla a proposito».
    «Cerca di dare un contributo alla conversazione che sia vero; non dire ciò che credi essere falso o di cui non hai prove adeguate», benché spesso disattesa, è un'altra di queste norme che regolano il successo delle nostre conversazioni.
    Passiamo, senza completare l'elenco delle massime, ad un altro esempio.
    A un turista che in uno stentato italiano vi chiede della stazione, rispondere: «la seconda parallela di via Roma» sarebbe certo un po' pochino; ma descrivere l'itinerario di ogni minimo dettaglio, soffermandosi su tipo e numero di alberi che compongono il viale, genere di negozi ed eleganza delle vetrine, qualità e convenienza dei ristoranti ecc. sarebbe sicuramente eccessivo.
    Ecco la massima del caso: «Fornisci un contributo alla conversazione tanto informativo quanto è richiesto (dagli scopi dello scambio linguistico in corso); non fornire un contributo più informativo di quanto richiesto».
    La brevità, o quanto meno un appropriato dosaggio delle informazioni, è dunque inscritta nelle regole ordinarie della conversazione; dovrebbe essere la norma anche nei discorsi.
    L'arte di tacere, un curioso libretto del XVIII sec., sintetizza cosi: «là bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio».[2]

    Ragioni psicologiche

    Un invito alla brevità dall'inatteso risvolto psicologico viene da Gesù di Nazareth: «Pregando poi, non sprecate parole come fanno i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7): non moltiplicate i discorsi come chi, non sapendo esprimersi, moltiplica nervosamente l'espressività.3
    Fa molte raccomandazioni... chi non ha ancora imparato a fidarsi.

    Ragioni pragmatiche

    Quando parliamo del tempo, del più e del meno, di cose un po' serie e un po' sciocche, «tanto per parlare», la parola è contatto fra interlocutori, si fa quasi pura accoglienza dell'altro; allora non è il caso di essere stringati... cortese e breve non vanno più d'accordo.

    Caro animatore...

    La brevità paga anche in termini di efficacia comunicativa. Esiste come una legge linguistica che dice che quanto più una parola viene usata, tanto meno avrà significato.
    Pensiamo alle espressioni dell'intercalare personale o a parole divenute interiezioni (il classico «cavolo»): non le cogliamo più come significative. Ancora: che ne è della carica semantica di parole «di moda» come «solidarietà», «pace», ecc.
    Una legge simile colpisce i parlanti: più uno parla e meno la sua parola avrà peso.

    Quando la parola è altro

    La parola però, questo mistero, non ha sempre e solo funzione informativa, come illustra questo esempio: «Bene» disse il giovane; «Bene!» essa rispose. «Bene, eccoci qui», egli disse; «Eccoci qui, non è vero?», essa rispose. «Direi proprio che ci siamo» disse egli, poi aggiunse «Ooh! Ecco qua», «Bene» essa disse. «Bene» egli disse, «bene!».
    Finalmente il gruppo fa silenzio, ora mi staranno ad ascoltare... lascia perdere la tentazione di tenere a lungo il microfono se vuoi che la tua parola abbia un peso.
    Me ne hanno combinata una bella, ora mi sentono... rinuncia ad articolare le tue lunghe recriminazioni: un accenno e una battuta per sdrammatizzare; e capiranno.
    Avrei ancora questa buona idea a proposito, ora lo dico ... tienila per domani: una basta se vuoi che sia ascoltata.
    I tuoi rapporti con il gruppo non girano... parlandone a lungo forse ti sfogheresti, ma non è detto che poi girino meglio.

    Per farla breve

    «L'uomo che parla troppo in fretta», dice un proverbio Bambara (Niger), «si morde lui stesso la lingua» e, spesso, chi parla molto, parla molto in fretta... siate brevi se potete.

    NOTE

    1. L'esplicitazione di queste regole si deve a P. Grice; per una trattazione completa rimandiamo a Grice, «Logica e conversazione», in Sbisà, Gli atti linguistici, Feltrinelli 1978.
    2. Abate Dinouart, L'arte di tacere, Sellerio 1989.
    3 Il commento è del card. Martini, in Martini, All'alba ti cercherò, Centro Ambrosiano-Piemme 1990.


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