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    (NPG 1991-3/4-147)

    Negli anni Sessanta nascevano ogni dodici mesi in Italia circa un milione di bambini, oggi ne nascono la metà. La quota dei giovani sulla popolazione totale diminuisce continuamente. In compenso, i giovani restano «giovani» sempre più a lungo. Le tappe che segnano l'ingresso nella vita adulta (un lavoro stabile, una casa propria, il matrimonio e i figli) vengono raggiunte ormai dalla maggior parte dei giovani dopo i 25 anni e per alcuni molto dopo. La giornata tipo di questa fetta di popolazione riflette questa relativa assenza degli impegni che in genere occupano un gran parte del tempo degli adulti. Se togliamo le ore obbligate del sonno e quelle dedicate allo studio e al lavoro (quando c'è), resta un bel numero di ore non vincolate, grosso modo da quattro a otto, che i giovani hanno a disposizione.
    I modi per utilizzare questo tempo sono i più vari. Vi sono tante cose (praticare uno sport, andare al cinema, guardare la Tv) che i giovani fanno più degli adulti.
    Ma l'attività principale è «andare in giro» e «trovarsi» con gli amici, con i coetanei. Dopo i 16 anni (per le ragazze dopo i 18 anni), la maggior parte dei giovani, ad esempio, esce quattro o cinque sere la settimana con gli amici, spesso senza che lo stare assieme sia orientato ad un'attività specifica. Nelle fasce orarie del tardo pomeriggio e della sera i giovani conquistano la città. I vari gruppi hanno i loro punti di riferimento: un bar, una discoteca, l'angolo di una piazza, una casa disponibile o semplicemente la strada. L'ambito della città dove sono dislocati i punti di riferimento non è quasi mai circoscritto al quartiere.
    I gruppi sono omogenei per età, ma assai eterogenei per composizione. I ragazzi e le ragazze che ne fanno parte abitano spesso in quartieri diversi e percorrono distanze considerevoli per incontrarsi. È tutto un darsi appuntamenti, un andare a prendere Tizio, un accompagnare Caio, un convergere verso il luogo concordato. Anche la composizione sociale dei gruppi di amici è più diversifica di quanto non si possa pensare. Non che non si possa più parlare di una gioventù bolognese e proletaria: tra i figli delle famiglie «bene» che frequentano le scuole di pregio e i ragazzi che a 14 anni fanno gli apprendisti in officina la distanza rimane grande, ma le barriere di classe si sono senz'altro abbassate.
    Tutto questo non sarebbe possibile senza una grande «mobilità territoriale». La socialità giovanile è tutta legata ai mezzi di trasporto: sono assai pochi gli ultradiciottenni che non hanno a disposizione un'auto o una moto. E anche nei piccoli centri, dove ci si potrebbe spostare agevolmente anche a piedi, i giovani convergono verso i loro luoghi di ritrovo alla guida di qualche mezzo. meccanico, magari si fermano a chiacchierare abbassando i finestrini senza scendere dalla macchina.
    La macchina e la moto sono il simbolo della libertà di spostarsi, di incontrare gente nuova e diversa, di accedere a reti di amicizie che vanno al di là del quartiere e del vicinato. Il non disporre di un mezzo è un grave segno di privazione, vuol dire restare esclusi da quello che hanno gli altri, oppure vuol dire dipendere da quelli che hanno la libertà di muoversi. La popolazione giovanile vive in uno stato di movimento, il bisogno di muoversi è diventato un bisogno primario.
    La notte, dopo la chiusura di cinema e teatri, quando gli adulti sono ormai tornati nelle loro case, la città resta in mano ai giovani, diventa per qualche ora loro dominio territoriale. Sparito il traffico diurno, che impedisce il movimento, il raggio di azione si allarga, le distanze temporali si accorciano, in pochi minuti è possibile coprire lo spazio della città e spingersi anche all'esterno. Far tardi vuol dire anche sentirsi padroni di uno spazio che in altre ore del giorno è di altri.
    Questo è il segnale di un fenomeno più generale: molti giovani vivono in una sorta di segregazione spazio-temporale dalle altre classi di età, frequentano luoghi e tempi diversi, le occasioni di incontro sono rare, la comunicazione difficile. Nell'attesa, sempre più lunga, di entrare nella vita adulta, di trovare o di scegliere la propria strada, i giovani stanno tra di loro, si sostengono reciprocamente nella ricerca faticosa e incerta di un'identità. Entro certi limiti è sempre stato così, le aggregazioni di coetanei hanno sempre avuto e hanno ancora una funzione ineliminabile nel processo di crescita.
    Ma forse oggi, nelle nostre città, è stata raggiunta una soglia particolare di isolamento delle giovani generazioni. I giovani vivono più a lungo in famiglia e spesso adorano i loro genitori, ma è molto raro che tra genitori e figli ci sia un vero e proprio dialogo. Il rapporto con gli insegnanti a scuola difficilmente esce dai confini della materia da insegnare e da imparare. Con quali altri adulti i giovani hanno possibilità di confrontarsi? Non c'è conflitto tra generazioni, c'è piuttosto isolamento, assenza di rapporto. Sono diminuiti i luoghi dove i giovani potevano incontrare degli adulti, soprattutto degli adulti diversi dai genitori: le parrocchie, le sezioni di partito, i circoli culturali e magari anche le sale da biliardo e le bocciofile di periferia.
    Spesso gruppi di giovani rivendicano degli spazi «autogestiti», perché non sanno dove andare, non vogliono sempre farsi pilotare da quelli che hanno vent'anni di più e non vogliono farsi spellare da coloro che vedono in loro solo un mercato da sfruttare. Il bisogno è reale; va bene andare in giro per la città, ma benzina, pizzeria e discoteca costano care e poi spesso ci si annoia, molti giovani sentono il bisogno ogni tantodi fermarsi, di ritrovarsi, di discutere, di fare delle cose insieme.
    Rispondere a questa domanda di spazi per i giovani e gestiti dai giovani non è facile e le esperienze fatte dalle amministrazioni locali in tutta Europa non sono sempre state felici.
    Lo spazio autogestito è una bella parola d'ordine, ma i nodi vengono al pettine non appena ci si chiede quali dovrebbero essere i soggetti di questa autogestione; i giovani capaci di auto-organizzarsi sono anche quelli che meno hanno bisogno di spazi dove ritrovarsi.
    Ci vuole un po' di coraggio, una forte dose di fiducia e la capacità di andare avanti anche quando si incontrano delle difficoltà. Io però farei un patto con i giovani che si impegnassero ad autogestire uno spazio loro concesso e cioè che non sia off limits per gli adulti e che consenta, almeno ogni tanto, di attenuare l'isolamento che c'è tra le generazioni.
    Altrimenti la città, invece che luogo dove i diversi si incontrano, diventa una federazione di ghetti spazio-temporali dove la gente si incontra soltanto per scambiare merci e servizi contro denaro.

    (Alessandro Cavalli, Corriere della sera, 29 marzo 1990)


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