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    L'amico di Sandro



    Gianluigi Venditti

    (NPG 1996-07-70)


    Le scenate che aveva subito nella sua prima infanzia: lacrime di vino sul viso della madre, presa ripetutamente a calci, avevano scatenato in lui un'aggressività apparentemente innata. E adesso, non ancora adolescente, si rendeva operante attraverso atteggiamenti sovversivi.
    Cominciò per il ragazzo un'esistenza da nomade, caratterizzata dalla ricerca di un qualcosa che neanche lui sapeva cosa potesse essere, qualcuno a cui delegare il difficile compito che avrebbero dovuto adempiere i suoi genitori. Ciò gli consentì il contatto continuo con una comunità eterogenea di persone, con coetanei di ogni ceto sociale. Fece viaggi da vagabondo forsennato, incontrando gente di ogni tipo e accumulando esperienze di ogni genere, alcune anche molto dolorose, tra cui anche l'esperienza del carcere. Aveva dentro di sé un desiderio e un bisogno di esperienze nuove. Aveva voglia di conoscere la vita e, nonostante i suoi aspetti negativi, imparare ad apprezzarla. Desiderava conoscere sé e gli altri, con la speranza e il desiderio vano d'interrompere il sonno a chi stava sognando più di lui!....
    Una domenica andò allo stadio. Andò in curva, dove aveva da fare la cosa che lo eccitava di più: accendere fumogeni e torce.
    Fu quel pomeriggio che divenne amico di Sandro. Entrambi volevano accendere lo stesso fumogeno e mancò veramente poco che litigassero. La rabbia traspariva dai loro sguardi, ma in quella confusione si calmarono e da quel momento divennero amici! Non sapevano ancora che alla base dei loro problemi c'era un'infanzia difficile.
    Fumavano insieme carichi d'energia e voglia di vivere. Più tardi ciò divenne solo una consuetudine, ma allora credevano di colorare con il sorriso delle ali l'ombra della realtà e nascondere nel loro cuore la solitudine della città.
    Divennero amici per la pelle, anche se provenivano da ambienti diversi. I genitori di Sandro non volevano che lo frequentasse, in quanto dicevano che Gianni l'avrebbe portato sulla cattiva strada. I due ragazzi l'avevano presa a ridere. Sapevano entrambi che ciò non era vero, anzi quello che i loro tutori esageravano nel dire, non faceva che alimentare ancor più la loro amicizia.
    Il sabato successivo decisero di andare a Barletta per vedere giocare la Lazio anche se Sandro era della Roma. Avrebbero preso il primo treno per il sud. Si lasciarono andare nella sala d'attesa. Il capostazione era contrario. Decisero di passeggiare. Quando arrivò il treno per il sud vi salirono e si nascosero nel bagno, perché sprovvisti di biglietto.
    I disordini iniziarono molto tempo prima. A Napoli, Sandro conferì una notevole spinta iniziale agli eventi, imprimendo la velocità necessaria a un pezzo di sedile, che colpì un viaggiatore facendolo cadere a terra come una pera cotta. L'aria rifletteva la tensione nervosa.
    Arrivarono a Barletta all'alba. Entrarono in un ristorante. Poi in modo abituale e consueto, se ne andarono senza pagare il conto. Allo stadio si unirono agli altri tifosi laziali. La Lazio vinse uno a zero. All'esterno un migliaio di barlettani volevano ostacolarli.
    Erano una quarantina di ragazzi giovani e forti, la paura era tanta che si trasformò in una sorta di arditezza disperata. Sfondarono il cordone della celere e si avviarono in direzione della tifoseria avversaria. I rivali in gran parte fuggirono, altri rimasero e vi fu un urto violento tra i tifosi. Scortati dalla pubblica sicurezza furono accompagnati alla stazione ferroviaria, collocati sul treno e spediti come pacchi postali a Roma Termini.
    Arrivarono a Latina tutti infangati, stanchi e con una gran voglia di dormire. Avevano concluso l'ennesima avventura, una corsa verso un luogo solo apparentemente raggiunto. Somigliava più ad una fuga, ma era soltanto una ricerca di se stessi.


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    p a g i n A


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