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    Carmela



    Nicoletta Grieco

    (NPG 00-09-6)


    Carmela aveva 9 anni quando le dissero che sua madre era morta.
    Entrò di corsa nella stanza e vide il corpo giovane della madre disteso come in un sonno profondo; il padre era seduto accanto al letto e guardava mesto il volto della donna. A Carmela venne istintivo piangere e corse via, in cortile.
    La mattina dopo le candele, consunte dalla notte di veglia, mandavano un vago odore di cera vicino alla mamma morta. Carmela la guardò ancora una volta, sembrava proprio addormentata. La zia la vestì in fretta, di nero, e la mandò a scuola.
    Carmela attraversò il paese avvolto nella luce chiara primaverile e, senza pensare a nulla, fece lentamente la strada per arrivare a scuola.
    Il vociare delle bambine davanti al cancello la riportò sulla terra, e provò quasi un senso di sollievo.
    Le compagne la accolsero con un coro di voci: «Carmela, è vero che tua mamma è morta?» – «Sì – disse Carmela mesta –. Mammina sta stesa sul letto e non si sveglia più».
    In classe Carmela spiccava per il nero del vestito tra i grembiuli bianchi. La maestra, scorgendo i vestiti scuri e gli occhi arrossati, le fece ancora la stessa domanda e, attesa la risposta che la sera prima aveva fatto il giro del piccolo paese, le disse che le dispiaceva tanto: se voleva, per oggi, poteva stare anche senza sentire la lezione.
    All’uscita da scuola c’era il babbo, con in braccio il figlio piccolo, Giuseppe.
    Ignaro, Giuseppe succhiava il ciuccio e salterellava tra le braccia del padre, felice per quell’uscita imprevista.
    Carmela silenziosamente prese la mano libera del genitore e s’incamminarono insieme verso casa.
    Il paese era dipinto di bianco e il sole primaverile lo faceva rilucere al tiepido aprile; l’odore di cibo si respirava nei vicoli e si intravedevano tavole apparecchiate dalle porte dei bassi.
    Quando giunsero a casa, Carmela trovò la tavola apparecchiata in cucina, ma fame proprio non ne aveva, sentiva l’atmosfera pesantissima e, oltre al rumore del pianto, solo le voci sommesse delle vicine che parlottavano fra loro.
    Un improvviso fragore interruppe quel silenzio forzato e Carmela abbandonò di corsa la tavola per dirigersi verso la stanza dove giaceva la defunta.
    Una folla si stringeva attorno alla morta e il padre, stringendole le mani, la chiamava forte per nome: «Lucia, Lucia!». Tutti alzavano le mani verso il cielo urlando «Miracolo, miracolo!».
    Carmela non capì subito. Frastornata dalle grida si avvicinò di più e vide la madre con gli occhi aperti sorriderle: « Carmelina, vieni vicino a mammina tua». Carmela ansimando le domandò: «Mamma, ti sei svegliata? Papà diceva che non ti svegliavi più, adesso non t’addormenti più, vero?».
    Il medico diagnosticò una morte apparente, poteva succedere, la casistica lo confermava. Carmela proprio non lo sapeva che cos’era questa casistica, tuttavia era contenta, perché la mamma era sveglia.
    Papà la ammonì comunque di non infastidire la mamma, il dottore diceva che doveva riposare, che c’era ancora pericolo. Ma Carmela era una bimba ubbidiente, e capiva sempre tutto. Si rifugiò nella sua stanza a giocare con la bambola.
    La mattina dopo la balia di Giuseppe le mise il grembiulino bianco e un fiocco rosa in testa.
    Quando giunse in classe la maestra e le compagne vociarono più forte: «Carmela, che t’è successo, mamma non è più morta?». E Carmela sorridente: «No, no, mammina è resuscitata, è resuscitata!».
    Quella stessa sera la madre la tenne vicino al letto per più di mezz’ora, e accarezzandole i capelli chiari le parlò dolcemente: quella sera Carmela bevve avidamente l'odore e la voce della mamma, assaporò il contatto delle sue mani come per non distaccarsene mai più.
    Ma quella stessa notte la mamma spirò, e questa volta per sempre.
    Per gli anni a seguire Carmela, quando rientrava a casa, si precipitava nella stanza della mamma nella speranza di trovarla viva.
    In cuor suo sapeva che non poteva più succedere ma, entrando nella stanza, riusciva a sentire l'odore della madre o ad ascoltarne la voce: allora sorrideva felice e correva in camera a fare i compiti.


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