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    Media education e informazione



    Lucio D’Abbicco

    (NPG 2000-09-58)

    «È un miracolo che [i quotidiani]
    escano ogni mattino, anche quando il
    giorno prima non sia accaduto
    proprio nulla».
    Karel Capek, Elogio dei giornali, 1925

    Nella nostra epoca il termine «informazione» si è caricato di valenze semantiche ignote sino a ieri: «informazione», infatti, rappresenta tra l’altro un concetto fondamentale dell’informatica;[1] in questo ambito, il termine corrisponde al «dato», cioè al primo elemento portatore di un significato compiuto e codificato elettronicamente (di cui l’unità di misura è il bit).
    Tutto ciò si è detto non per confondere le idee, ma solo per allargare l’orizzonte di attenzione, nel momento in cui si affronta tale argomento. È evidente che in questa sede ci occuperemo dell’informazione nel senso più noto e tradizionale; e tuttavia, quando – tra gli altri modi – si definisce la nostra come la società, l’età, la civiltà «dell’informazione», è implicito il riferimento alle nuove dimensioni e possibilità aperte dai sistemi tecnologici informatici. Del resto, l’elemento comune fra le due accezioni del termine (quella tradizionale e quella più recente) è il senso etimologico del «dare forma» a qualcosa, cioè tirar fuori dal mondo dell’«informe», dove non si distingue e dunque non si conosce nulla, e fornire all’oggetto un aspetto riconoscibile; laddove è chiaro che questa operazione prevede l’intervento di un soggetto esterno che «dia forma». Riflettendo dal punto di vista della Media Education sul concetto di «notizia», questo può essere già un primo importante elemento su cui soffermare l’attenzione: la notizia non è qualcosa che si dà naturalmente e immediatamente, ma è un prodotto culturale (in tutti i sensi), frutto di un lavoro di «filtri» successivi; ma su questo torneremo ampiamente più avanti.

    Casi «esemplari»

    In apertura vorremmo citare tre casi «esemplari» di notizie, attinte dalla cronaca recente, intorno alle quali sviluppare la nostra riflessione; nel corpo del testo evidenzieremo in corsivo alcune parole e concetti «chiave».

    Siamesi e diverse
    È ancora nella mente – e soprattutto negli occhi – di tutti il drammatico caso delle due gemelline siamesi peruviane, giunte in Italia per sottoporsi al disperato tentativo di un intervento chirurgico che, separandole, avrebbe consentito la sopravvivenza di almeno una delle due. Per giorni, intorno alla fine del maggio scorso, gli organi di informazione dettero a quella notizia il massimo rilievo; furono realizzati special televisivi, affidati a giornalisti di fama e così via. Sino al tragico epilogo, cui seguirono forti polemiche sul ruolo svolto dall’informazione nel trattare quella storia. L’«Osservatore Romano» lamentava le «insopportabili esagerazioni dei media, fatte di immagini e di emozioni spesso inadeguatamente carpite»; gli faceva eco – a dramma finito – il direttore del TG5, Enrico Mentana, il quale accusava il noto chirurgo, artefice dell’intervento operatorio, di aver dato «l’idea della ricerca della spettacolarizzazione, che è cosa diversa dall’attenzione anche giornalistica su quel che succede».
    Qualche mese dopo, ad agosto, un analogo caso si verificò in Gran Bretagna, a Londra; il clamore suscitato in Italia fu naturalmente minore, non solo a causa della distanza geografica dell’avvenimento, ma verosimilmente anche perché in quella circostanza non circolarono né i nomi né le immagini delle sfortunate gemelline.

    La riservatezza è un optional
    Settembre 2000. Un noto criminale italiano, pentito e detenuto da tempo, chiede e ottiene il cambio delle proprie generalità; poiché non è più sottoposto al regime di protezione previsto dalla legge, l’avvenuto cambio viene pubblicato, secondo prassi, sulla «Gazzetta Ufficiale». Ora, tutti sanno che la «Gazzetta Ufficiale» è un bollettino che si sottrae alle regole del mondo dell’informazione: le sue «notizie», dal valore prettamente istituzionale, non fanno… notizia. A meno che gli altri organi di informazione non facciano da cassa di risonanza: come nel caso citato, allorquando la notizia del cambio di generalità viene diffusa da giornali e telegiornali. Paradossalmente – ma secondo la prassi diffusa – nel dare la «notizia» e nel commentare come il cambio di nome sia avvenuto senza la riservatezza auspicata da chi lo aveva richiesto, quei giornali e telegiornali non facevano che rendere ancor più di pubblico dominio un fatto assolutamente privato.

    «Grande Fratello: non guardatelo!»
    (però guardatelo…)
    Settembre 2000. Un noto settimanale pubblica in copertina il titolo che abbiamo riportato tra virgolette; all’interno dedica un corposo servizio all’evento televisivo del momento, ricco di interviste, commenti, immagini di programmi analoghi già trasmessi in altre nazioni.
    Non vogliamo aggiungere altro; solo che quel settimanale appartiene allo stesso gruppo editoriale-multimediale che a breve avrebbe cominciato le trasmissioni del programma…

    La notizia e i suoi parametri

    Queste tre «notizie» ci offrono numerosi spunti di riflessione e potrebbero già diventare oggetto di attività di Media Education. Non ci soffermiamo qui sull’esercizio del confrontare le diverse versioni e fonti di una stessa notizia – pratica di Media Education «ante litteram», già diffusa nei luoghi educativi (scuola, ecc.) del nostro Paese. Vorremmo, invece, approfondire il concetto stesso di notizia e i parametri che ne regolano il farsi.
    Già prima abbiamo accennato come l’informazione, la notizia sia il risultato dell’azione di «filtri» successivi, che prima la selezionano, poi la modellano a seconda di vari criteri: è importante capire come le notizie siano sempre frutto di un incontro tra ciò che accade e colui che decide di raccontarlo; la loro stessa esistenza è in definitiva subordinata all’esistenza e alla scelta del giornalista.
    Non v’è nulla di sbagliato in ciò, dal momento che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto accadono nel mondo innumerevoli eventi, degni di essere riferiti: la costruzione della notizia è il risultato della selezione di uno fra i tanti eventi accaduti e della conseguente «cancellazione» degli altri dall’orizzonte dell’informazione. In questo processo un ruolo fondamentale è svolto dalle agenzie,[2] sulle quali sarà necessario soffermarsi in sede di attività di Media Education: sono le agenzie, infatti, le prime a orientare la scelta delle notizie da pubblicare che ogni testata giornalistica compie.
    Il problema si sposta dunque sul «filtro», cioè sulla figura del giornalista che, a qualunque livello si trovi, ha la responsabilità di compiere la selezione, in base a criteri che dovrebbero essere improntati al rispetto della verità e all’onestà intellettuale; non a caso, proprio per tale funzione esercitata, il giornalista è stato definito gatekeeper, cioè «guardiano del cancello» attraverso il quale passa e viene selezionato il flusso degli eventi.[3] Per questo si parla di una deontologia professionale del giornalista, cioè di un codice di regole che riguardano i suoi doveri nei confronti dell’informazione.
    Purtroppo non sempre e non da tutti questo codice viene rispettato, e si assiste frequentemente alla divulgazione di notizie che risultano poi essere state manipolate, volutamente distorte, con l’intento di favorire la maturazione di determinate opinioni presso i lettori (è quanto si verifica negli stati a regime totalitario, dove il governo controlla direttamente tutte le agenzie informative). Altrimenti le notizie possono essere selezionate e confezionate non in base alla loro reale importanza, ma in base all’impatto emotivo che possono avere sul pubblico, enfatizzando così aspetti secondari della notizia stessa, come particolari violenti o morbosi: è il caso, citato, delle due gemelline siamesi, tristemente esemplare per la spettacolarizzazione che si è accompagnata e che i media stessi hanno denunciato, dopo esserne stati, in vari modi e misura, gli artefici. Infine, accade sempre più di frequente che certe notizie violino le più elementari regole di privacy e rispetto della dignità umana (vale sempre l’esempio delle gemelline, confrontato con il caso analogo avvenuto in Gran Bretagna); diventa, così, «notizia» qualcosa che non solo non è di pubblico interesse, ma che addirittura non doveva essere di pubblico dominio (pensiamo al cambiamento di nome del boss).
    Dunque, i mass media, attraverso l’informazione, svolgono una funzione definita di agenda setting: costruiscono in qualche modo la percezione che del reale ha la gente. Inoltre, forniscono le categorie entro le quali collocare le notizie: si pensi alle macro-strutture dei notiziari e dei quotidiani entro le quali vengono distribuite e organizzate le varie notizie (rubriche, impaginazione, ecc.). Si tratta, come appare evidente, di una funzione che non ha nulla di neutrale, bensì risponde a vari ordini di esigenze: il compito del giornalista – di informare sulla realtà quotidiana – si incrocia innanzitutto con le esigenze e gli orientamenti (economici, ideologici, politici) dell’impresa editoriale a cui il giornalista stesso fa capo. Ecco perché, nella prospettiva della Media Education, risulta importante non prescindere mai dalla valutazione delle istituzioni dei media,[4] soprattutto in presenza dell’attuale organizzazione socio-economica che vede sempre più spesso la sovrapposizione di interessi di vario genere, mentre tende a scomparire la figura dell’«editore puro».[5] Accade infatti che in uno stesso gruppo aziendale si concentrino diverse tipologie di imprese: giornali, tv, società di raccolta pubblicitaria, società di distribuzione cinematografica, ecc.
    È chiaro, allora, che il gruppo in qualche modo potrà influenzare e orientare il farsi delle notizie (newsmaking) attraverso i propri organi di informazione: si spiega, così, la grossa enfasi data a eventi televisivi prima ancora che questi si realizzino (è il caso del Grande fratello: la notizia ha preceduto il fatto…), per non dire di tutti i «vizi» e limiti legati alla informazione politica (in Italia da qualche tempo ricadono nell’ambito della cosiddetta, famigerata «par condicio»).

    Qualche considerazione

    Alla luce di queste considerazioni, espresse in estrema sintesi, emerge come l’informazione sia il luogo primo in cui si può riscontrare con tutta la sua problematicità la non-trasparenza dei media:[6] oggi – per fare un esempio – non è più possibile utilizzare l’ingenua definizione di «finestra sul mondo» attribuita alla tv delle origini – e ripresa simbolicamente nella sigla dei primi telegiornali.
    Ma l’informazione è anche il luogo comunicativo dove si rilevano chiaramente, nel bene e nel male, i caratteri salienti della attuale «cultura dei media»: l’accelerazione, la frammentazione, la superficialità.
    Internet ha reso realmente possibile l’informazione «in tempo reale», ma l’obiettivo di un’informazione veloce, «a ridosso» dei fatti nel momento in cui si verificano, è stato perseguito sin dall’epoca dei primi quotidiani, comparsi nell’Ottocento. L’informazione su Internet apre, dunque, nuove prospettive e nuove problematiche. Ma Internet racchiude in sé anche il rischio della frammentazione – cioè del moltiplicarsi delle agenzie informative – e della superficialità, temi strettamente connessi con l’idea della velocità: la stessa ricchezza e varietà del sistema dei media ha comportato la perdita del senso di autorialità (si legge, si ascolta di tutto e il contrario di tutto; una notizia può essere smentita l’istante dopo che è stata data…) e un indebolimento della categoria di «vero» – per cui è reale ciò che compare sui media…
    Come si vede, si tratta di tematiche molto ampie e complesse, ognuna delle quali meriterebbe attenzione in sede di Media Education. Qui, in conclusione, vogliamo solo ribadire un’indicazione: approcciando il macro-genere dell’informazione, più che di logica dei fatti, si dovrà parlare di retorica della loro rappresentazione – laddove il concetto di retorica rinvia a tutto il corredo di modalità linguistiche e comunicative a disposizione del soggetto enunciatore (il giornalista, e via risalendo: la redazione, l’emittente, il gruppo editoriale…). Per compiere questa operazione potrà risultare utile una minima strumentazione semio-pragmatica, facilmente spendibile in attività con adolescenti e giovani. Soprattutto sarà importante fare un lavoro non sul singolo testo-notizia, ma sempre sul macro-testo rappresentato dalla testata giornalistica – giornale, notiziario radiofonico o televisivo, giornale on line. Della «finestra sul mondo», insomma, bisogna primariamente individuare e svelare… lo stile e l’idea architettonica che la disegna e da cui dipende l’immagine di realtà che vuole darci a vedere.

    NOTE

    [1] Lo stesso termine «informatica» – coniato nel 1962 – deriva etimologicamente dal francese information («informazione», appunto) e automatique («automatica»).
    [2] Le agenzie sono organizzazioni giornalistiche che non pubblicano direttamente le notizie raccolte, ma le forniscono agli organi di informazione. In ogni paese opera almeno una di queste agenzie, che dispone di proprie redazioni e di una rete di informatori estesa anche nei centri minori. La più importante in Italia è l’Ansa (Agenzia nazionale stampa associata), in Francia c’è la France Press, in Gran Bretagna la United Press, in Germania la Reuter, negli Stati Uniti la Associated Press. Ogni giornale, pagando un abbonamento, può collegarsi alle agenzie mediante un terminale che trasmette in continuazione i fatti avvenuti nel mondo.Le informazioni trasmesse dalle agenzie sono in genere molto brevi, essenziali, redatte con uno stile anonimo e molto scarno. Di conseguenza i vari giornali spesso elaborano e integrano le notizie d’agenzia, specie se riguardano i fatti interni, con altre raccolte direttamente attraverso i corrispondenti che i maggiori giornali hanno in ogni città del paese (di solito sono i giornalisti dei quotidiani locali) e nelle principali capitali del mondo. Quando poi un fatto è molto importante e merita di essere seguito per diversi giorni, il giornale invita sul posto un giornalista della redazione (chiamato appunto inviato o inviato speciale).
    [3] C. Fracassi, Sotto la notizia niente, I libri dell’altritalia, Roma 1994, p.32, riprendendo la definizione D. Manning White.
    [4] Vedi G. Cappello, Media Education, fondamenti teorici e applicazioni pratiche, in «NPG» n.2/2000.
    [5] Si tratta dell’editore dedito esclusivamente a questa professione: in Italia grosse famiglie di «editori puri» sono state i Mondadori, i Rizzoli, gli Einaudi, fino a quando – negli anni ’80, ’90 – le loro case editrici sono state assorbite da altri gruppi. Sull’argomento ved. il recente G. Valentini, Media village. L’informazione nell’era di Internet, Donzelli, Roma 2000.
    [6] Si tratta di un concetto-chiave della Media Education: ved. G. Cappello cit.


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