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    Il fascino del “mistero” in una società senza misteri


    Teresa Doni

    (NPG 2003-07-15)



    Ha ancora senso parlare di mistero in questo nostro contesto socio-culturale? La domanda, così posta, apre già alla problematicità della risposta. È innegabile, infatti, che la dimensione del “mistero”, così come è inteso nel suo significato etimologico di “arcano”, “cosa sacra”, concetto che rimanda ad una realtà “altra”, inconoscibile e superiore, risulta oggi, in molti ambiti della nostra società, pressoché superato. L’esperienza occidentale contemporanea, infatti, si presenta contrassegnata dalla caduta di ogni limite e barriera, sia essa di natura geografica, comunicativa, conoscitiva. Le scoperte della scienza, le possibilità di comunicazione aperte dalla rete informatica, il controllo della produzione operato dalla globalizzazione economica hanno infatti operato una “riduzione” della realtà in elementi conoscibili e controllabili, realizzando quel “disincanto del mondo” prefigurato da Weber in cui la razionalità sembra avere il dominio assoluto su tutta la realtà.

    Eppure mai come oggi si assiste ad un ritorno massiccio e indiscriminato di irrazionalità, di fatalismo, di ricorso a potenze oscure da invocare e ingraziarsi con riti primordiali e formule magiche.
    Può sembrare, questo, un paradosso, una delle tante contraddizioni che caratterizzano questa nostra epoca così complessa e frammentata. Se si riflette più attentamente, però, il paradosso non appare più tale. Dalla storia della filosofia, infatti, sappiamo che magia, razionalità scientifica e tecnica sono stati partoriti dallo stesso grembo. La gestazione è durata più di un secolo, quello classificato con il celebre binomio “Umanesimo e Rinascimento”, poi le strade si sono divise. La scienza, si dice, sarebbe diventata grande e avrebbe lasciato alle sua spalle la magia, divenuta ormai retaggio di ignoranza e chiusura mentale. Ma le strade si sono veramente divise? L’“evidenza” della scienza è riuscita a sconfiggere le ombre dell’inconoscibile? E tutto questo ha veramente qualcosa a che fare con il significato autentico del termine “mistero”?

    Sotto il segno della razionalità

    Se la parola mistero racchiude in sé un rimando ad un qualcosa che supera la possibilità di comprensione e di manipolazione, allora la presenza del “mistero” ricorda all’uomo la sua finitezza, la sua non autosufficienza. Forse per questo il razionalismo scientista ha preferito sostituirlo con la parola “evidenza” riducendo a “reale” solo quello che si può misurare, analizzare, riprodurre. Ora, la fase di riduzione propria di ogni attività scientifica è da valutare come positiva e utile: per poter fare un minimo di ordine nel caos dei fenomeni naturali bisogna ridurne la complessità, eliminare alcuni fattori, semplificare. Questa non è altro che una ragionevole strategia di affronto del reale, e quattro secoli di studi hanno reso gli scienziati particolarmente abili nel padroneggiarla. I guai nascono quando essa non si limita ad essere suggerimento operativo, ma diventa visione generale del mondo. Troppo spesso il fascino anestetizzante di un certo riduzionismo dissolve le domande fondamentali dell’uomo per limitarsi alla pura descrizione dei fenomeni: nel caso della vita, ad esempio, si ritiene più importante concentrarsi sul processo della sua formazione piuttosto che interrogarsi sul suo significato e sul suo valore. E tutto questo porta a una visione sempre più orizzontale, scontata, indifferente a tutto quello che si muove “sotto” (o “sopra”) la superficie del dato.

    L’onnipotenza della scienza

    D’altra parte, le scoperte sempre più avanzate della scienza, soprattutto in campo astro-fisico e bio-genetico sembrano avvalorare la presunta possibilità dell’uomo di riuscire a capire e spiegare tutto scientificamente. Già all’inizio degli anni Ottanta uno dei più brillanti chimico-fisici francesi così si esprimeva: “Alcuni aspetti essenziali dell’universo possono essere oggi chiariti scientificamente: tra essi, la sua origine, la natura del tempo, la coscienza […]. Penso che non ci sia nulla che non possa essere capito […] voglio che impariate a vivere con l’idea che tutto (e voglio proprio dire tutto) può essere preso in considerazione in modo razionale […]. Mi auguro solo che [ciascuno] accetti che la scienza è estremamente potente e che essa – se mettiamo da parte, come mi sembra che dobbiamo fare, la questione dello ‘scopo’ del mondo – sembra oggi essere sulla soglia di riuscire a spiegare tutto […]. Lungo il viaggio, la sola fede di cui abbiamo bisogno è la credenza che tutto possa essere capito e che – alla fine – non c’è nulla da spiegare”. [1] Più recentemente, un altro astrofisico, Andrei Linde, si è spinto ancora più in là, rivendicando le potenzialità della ragione scientifica non solo nel comprendere tutta la realtà ma addirittura nel saperla ricreare: “Invece di guardare l’universo sullo schermo di un calcolatore, si può tentare di crearlo in laboratorio. Una simile idea è, come minimo, altamente speculativa, ma alcuni studiosi (compresi Alan Guth e io) non vogliono scartare a priori questa eventualità. A questo scopo si dovrebbe comprimere della materia fino al punto da permettere alle fluttuazioni quantistiche di indurre l’inflazione. Semplici stime compiute nel contesto del modello dell’inflazione caotica indicano che meno di un milligrammo di materia potrebbe dare origine a un universo eterno e capace di autoriprodursi”. [2]
    Anche nel campo dell’ingegneria genetica, dalla scoperta del genoma alla creazione dell’intelligenza artificiale, si sono registrati in questi ultimi anni dei progressi che rafforzano sempre più la fiducia nelle illimitate possibilità della scienza. In passato la distinzione tra uomo e “natura” era netta. L’uomo era il soggetto, la natura l’oggetto del dominio tecnologico. L’avvento dell’ingegneria biologica, invece, indica il superamento radicale di questa separazione, in quanto l’uomo diventa l’oggetto immediato e al tempo stesso il soggetto dell’ingegneria. In un futuro non troppo lontano la clonazione di animali e di esseri umani potrebbe diventare una prassi corrente e la “replicazione”, per la prima volta nella storia, potrebbe rimpiazzare parzialmente la “riproduzione”. La creazione artificiale e la diffusione degli animali clonati e transgenici potrebbe significare la fine del “mondo naturale” e la sua sostituzione con un mondo “bioindustriale”. Alcuni genitori potrebbero scegliere di concepire i figli in provetta e crescerli in uteri artificiali esterni al corpo umano, per evitare i fastidi della gravidanza e per garantire un ambiente sicuro e trasparente attraverso il quale monitorare lo sviluppo del bambino prima della nascita. Si potrebbero produrre trasformazioni genetiche nei feti umani in utero con lo scopo di correggere malattie e disturbi letali e per migliorare l’umore, il comportamento, l’intelligenza e l’aspetto fisico. Probabilmente si arriverà anche a prolungare di quaranta-cinquanta anni la vita media degli individui o forse, addirittura, si scoprirà un modo per sconfiggere la morte biologica… (è di non molto tempo fa la notizia di un miliardario americano che chiedeva di essere ibernato per poter vivere fino a quando finalmente la scienza avrà sconfitto quest’ultimo baluardo di “mistero” sulla vita umana).
    Attraverso gli sviluppi delle scienze robotiche gli scienziati informatici potranno sviluppare macchine intelligenti che possano fare tutto meglio degli esseri umani. In quel caso, presumibilmente, tutto il lavoro sarà fatto da vasti e organizzati sistemi di macchine e nessuno sforzo umano sarà necessario. Alle macchine potrebbe essere permesso di prendere tutte le proprie decisioni senza la supervisione umana, in questo caso l’uomo non potrà fare nessuna congettura sul risultato, perché sarà impossibile indovinare come tali macchine potranno comportarsi.
    Tutto questo sembra esagerato e disfattista? Purtroppo i fatti ci dicono il contrario e un futuro di questo tipo non è poi così lontano dalla sua realizzazione, a meno che l’uomo non riprenda il governo delle sue stesse scoperte e non recuperi quell’umiltà di fondo che gli garantisca la giusta prospettiva della realtà e la capacità di riconoscere il limite oltre il quale la mente umana non può andare.

    Nella “rete” di Internet

    Se ci spostiamo nel campo delle comunicazioni possiamo assistere al fenomeno, sempre più massiccio e pervasivo, della dipendenza incontrollata da Internet, dalla telefonia cellulare, dalla comunicazione informatica che non lascia più nessuno spazio alla privacy, all’intimità, alla solitudine intesa come capacità e gusto di stare con se stessi.
    La realtà virtuale si sostituisce sempre di più a quella reale creando un modo parallelo in cui è possibile compiere atti inimmaginabili nel sistema spazio-temporale come volare, sollevare montagne, trasferirsi da un continente all’altro, progettare nuovi mondi e dar vita a nuovi esseri viventi. Addirittura sono già in commercio spacejosticks che prevedono la possibilità di “reti virtuali”, ambiti in cui è possibile interagire tra soggetti diversi che si incontrano all’interno del computer, provenendo da ogni parte del globo, tranquillamente rimanendo seduti alla propria scrivania a Miami, Milano, Mombasa, Montreal, e altri che consentono la riproduzione di situazioni a volte non ammissibili dal punto di vista morale (la possibilità di uccidere il proprio antagonista presente nell’interfaccia, il sesso virtuale). In queste situazioni il soggetto si trova totalmente immerso nella vicenda fino a correre il pericolo dello sdoppiamento della personalità, divenuta incapace di distinguere tra sé e il suo alter ego agente nel video.
    La comunicazione in tempo reale rende tutto a portata di mano, accessibile, fruibile. Non c’è più bisogno di aspettare per sapere cosa capita dall’altra parte del mondo. Possiamo vedere in diretta il crollo delle Twin Towers e sentire il sibilo delle bombe angloamericane contemporaneamente ai cittadini di Bagdad. Possiamo essere spiati nelle nostre case attraverso le webcam oppure seguire minuto per minuto la quotidianità artificiale dei protagonisti del Grande Fratello.
    Il computer rischia di diventare sempre di più il nostro interlocutore, tanto che in un futuro neanche troppo lontano potremmo trovarci a parlare più con le macchine che con le persone. Non stupisce pertanto il desolato appello di uno dei primi fautori di Internet, il fisico americano Clifford Stoll, che ha aperto così un recente saggio: “Fermate Internet, voglio scendere…”.
    Tutto questo ci dice che l’uomo di oggi ha sicuramente più strumenti per raggiungere i fini, ma ha smarrito i fini, non sa cosa vuole. Parafrasando una celebre frase di Kafka, possiamo dire che l’uomo dell’era informatica “ha tante vie, ma non ha nessuna meta”. Con Internet si ricorre spesso alla metafora della navigazione o dell’esplorazione (non a caso le due principali interfacce si chiamano Navigator e Explorer); spesso però ci si dimentica di completare l’equipaggiamento del navigatore o esploratore con lo strumento più importante, la bussola, e di indicargli dove andare. L’esperienza di tanti giovani su Internet è quindi quella di una navigazione casuale, senza alcuna meta; oppure è la riproduzione meccanica di pochi percorsi predefiniti da chi determina le mode, vanificando così totalmente la ricchezza e potenzialità dello strumento.
    L’uomo contemporaneo, grazie alla tecnologia, è sempre in comunicazione con tutto, ha sempre attivo qualche canale di comunicazione (cellulare, televisione, Internet), ma riduce le sue esperienze di incontro con le persone. Lo strumento che potrebbe permettere il moltiplicarsi degli incontri, diventa un limite, un ostacolo alla effettiva possibilità di rapporti.
    Eppure, nonostante questi limiti reali, il fruitore di questi canali comunicativi sviluppa una sorta di “onnipotenza” della conoscenza.
    Si crea l’illusione che nulla possa sfuggire alla propria curiosità. Il limite non è stabilito dall’oggetto di conoscenza, dalla sua dimensione nascosta, ineffabile, misteriosa, ma dalle scelte di rotta durante le navigazioni in Internet, dalla scala di importanza che si attribuisce a certe notizie e informazioni piuttosto che ad altre.

    Il dominio dell’economia

    Ma non sono soltanto le scoperte scientifiche sempre più audaci, né l’indiscreta penetrazione comunicativa a restringere la dimensione misterica dell’esistenza dell’uomo contemporaneo. L’orizzonte più ampio in cui tutto questo avviene, infatti, è costituito dal processo di globalizzazione economica che caratterizza il momento storico che stiamo vivendo. Un processo inarrestabile che si caratterizza sempre di più come un movimento che dall’economia si estende a tutte le sfere dell’esistenza umana e che, soprattutto, si pone come fenomeno in grado di prevedere e orientare il futuro di Stati e popolazioni intere. L’aver sottomesso il governo del mondo alle leggi dell’economia crea, infatti, l’illusione di poter eliminare ogni elemento che possa disturbare la corsa verso l’efficienza e il dominio delle leggi della natura. La razionalizzazione dell’agricoltura, dell’industria, del mercato e delle finanze fa sì che chi detiene la proprietà di tutto questo possa arrivare a sentirsi il padrone, l’artefice non solo del presente, ma anche del futuro del mondo. La globalizzazione economica, attraverso il sistema delle multinazionali, raggruppa nelle mani di pochi potentissimi i fili che muovono gli spostamenti dei capitali, lo sfruttamento delle risorse, il potenziamento o l’esclusione dei mercati dal flusso dei beni mondiali.Tutto questo crea un potere che supera quello tradizionale degli Stati sovrani. Le forze politiche non possono competere con gli imperi finanziari. Il benessere o la povertà di nazioni e di continenti interi non è affidata alla classe dirigente locale, ma dipende quasi esclusivamente dall’inserimento o dall’esclusione dal circuito economico mondiale. E la conseguenza più diffusa e profonda di un tale potere dell’economia e del mercato si riscontra proprio nell’atteggiamento verso il futuro. Nella sfiducia che qualcosa possa ancora cambiare, nella rassegnazione che tutto sia già stabilito, preordinato, organizzato da qualcuno che può manovrare la storia e la società come un teatro di burattini. Il futuro, allora, non è più dominato dal senso del “mistero” (che può essere attribuito al “caso” o alla “provvidenza” a seconda della fede o della filosofia di vita), o considerato qualcosa da scoprire e costruire giorno per giorno, quanto piuttosto un disegno segreto di qualcuno che, grazie alle sue finanze e al suo potere economico, può manovrarlo e manipolarlo a proprio piacimento.
    Queste, a grandi linee, alcune tra le più eclatanti ed evidenti caratteristiche della società in cui viviamo e che contribuiscono ad affievolire e spegnere, nell’uomo contemporaneo, la capacità di interrogarsi su qualcosa che lo supera, che lo trascende, che lo mette in contatto con una realtà “altra” che penetra nel tessuto della storia e del vissuto individuale e lo immette in una realtà superiore, trascendente e, di per ciò stesso, satura di mistero.

    I giovani, tra disincanto e ricerca di un “oltre”

    I giovani, ovviamente, vivono in questa realtà, respirano questa atmosfera “inquinata” di razionalismo e di fatalismo. Ci sono nati e, apparentemente, sembra che ci si sappiano muovere con più disinvoltura e disincanto di quanto non sappiamo farlo noi adulti.
    Le ultime ricerche parlano di giovani “orizzontali”; soddisfatti delle scelte a corto respiro; insofferenti di fronte ad impegni totalizzanti; cinici nei confronti del futuro; abituati alla vista della morte (virtuale!); disinibiti nel trattare argomenti legati al sesso, alla trasmissione della vita (naturale o artificiale che sia), all’eutanasia.
    L’ultimo Rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia descrive l’elevato grado di fiducia che i giovani attribuiscono agli scienziati, ponendo questa professione nettamente in testa alla graduatoria delle categorie professionali. [3] Anche rispetto all’innovazione tecnologica la stessa ricerca rileva come la maggior parte dei giovani giudica positivamente lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e come sia aumentato, dalla ricerca precedente effettuata nel 1996, il numero degli adolescenti e dei giovani fruitori dei nuovi media legati al computer (il PC stesso, Internet, i CD-ROM, la posta elettronica). [4]
    Per questa generazione, abituata a darsi risposte immediate, a non cercare oltre il limite del qui e adesso, “bloccata” nella ricerca di un qualcosa che superi gli stretti confini della quotidianità ha ancora senso parlare di “educazione al senso del mistero”?
    Sicuramente è non solo indispensabile, ma anche urgente, proprio a partire dalla situazione appena presentata. È infatti indiscutibile e sotto gli occhi di tutti come, nonostante tutte le spinte al disincanto e alla razionalizzazione, ciò che emerge fortemente in un sempre maggior numero di giovani sia proprio la ricerca di un “altro”, di una realtà superiore che a volte sfocia nel gusto per l’irrazionale, il magico, l’esoterico.
    Si diceva in apertura che la scienza e la magia sono figlie della stessa madre. Mai come oggi si riscontra la verità di questa affermazione. E nessuna età subisce il fascino di questa doppia dimensione come quella giovanile.
    Non è un caso la proliferazione di movimenti, sètte, gruppi che si dedicano a pratiche di magia (bianca o nera che sia), a sedute spiritiche, a cerimonie di occultismo che vedono coinvolti un sempre maggior numero di giovani e ragazzi. Sempre più diffuso è anche il ricorso ai pronostici di maghi, fattucchiere, cartomanti e la moda, ormai dilagante, di fare feste, rave e party dedicati alla stregoneria e al mondo del brivido e dell’orrore.
    Le feste di Halloween, fino a pochi anni fa estranee alla nostra cultura latina, prendono sempre più piede nelle nostre città e non di rado si concludono con macabre visite ai cimiteri e profanazione di tombe.
    Negli ultimi anni il rock satanico, diventato una vera e propria moda che si esprime attraverso le correnti musicali più estreme e che trova in Marilyn Manson il suo sacerdote più convinto, raccoglie un sempre maggior numero di adepti pronti a imitarlo non solo nelle parole, ma anche negli atteggiamenti e nei gesti di violenza e autolesionismo. [5]
    Il ricorso a queste realtà, certamente inquietanti e per certi versi sconvolgenti, è non solo effetto di una moda che si diffonde sempre di più, ma anche l’indicatore di un insopprimibile bisogno di andare oltre i confini sensibili di ciò che si può vedere, toccare, sperimentare. Non è azzardato affermare che certe manifestazioni, anche radicali, sono l’espressione di un senso religioso che si rivela sempre più come un elemento costitutivo e fondamentale dell’uomo di tutti i tempi.
    In fondo, si conferma vero quanto affermava il celebre fenomenologo delle religioni Eliade, secondo il quale “essere uomo significa essere religioso, e gli uomini sono religiosi perché sono intelligenti”.[6]
    Purtroppo il caos, lo smarrimento, forse un’educazione religiosa sbagliata inducono a ricercare l’origine di questo senso religioso lontano dalla sua vera sorgente. Ecco allora il fiorire di nuovi movimenti religiosi, il fascino delle religioni orientali, il sottile insinuarsi di manifestazioni di new age, presenti anche, in maniera strisciante ma non per questo meno pericolosa, nei gruppi ecclesiali e nelle comunità religiose.
    Probabilmente la causa di un certo allontanamento dei giovani dai luoghi tradizionali della fede e della religione è da ricercarsi in un’eccessiva razionalizzazione presente nel mondo cattolico e nel modo di vivere e trasmettere la fede.
    Anche nel campo più strettamente legato all’esperienza religiosa autentica, infatti, si può registrare nei giovani una diminuzione della frequenza ai momenti formativi e celebrativi tradizionali e un aumento di interesse per i grandi raduni spontanei, per le fiaccolate e le adorazioni notturne, per una dimensione personale, informale della preghiera, intesa come comunicazione con il trascendente, come luogo di incontro con il “mistero” di Dio al di fuori di schemi preordinati e di formule consolidate.
    È proprio a partire da tutto questo che si rende indispensabile un’educazione alla vera esperienza religiosa, al recupero del senso profondo e autentico del mistero. Non saranno certamente né il cinismo provocato dal riduttivismo scientifico e materialistico, né la fuga verso mondi irrazionali, notturni, esoterici ad appagare le esigenze più profonde dell’animo umano.
    Il recupero del senso in questa nostra socio-cultura è fortemente legato alla riscoperta della trascendenza, all’accoglienza del limite e della finitezza umana, all’apertura ad una dimensione che ci supera ma non ci schiavizza.
    Il compito della pastorale giovanile, allora, può essere proprio quello di riscoprire le strade, elaborare percorsi e individuare le coordinate entro cui riproporre, non sganciandola dall’esperienza quotidiana, una proposta di crescita religiosa in grado di recuperare e valorizzare gli aspetti positivi del tempo in cui siamo immersi. Una proposta che diventi, per i giovani, l’occasione di un’esperienza di vita cristiana autentica, in cui il senso del mistero riacquisti il suo fascino e il “mistero” stesso sia ancora colto come il luogo privilegiato dell’incontro con Dio.

     

    NOTE

    [1] Atkins P. W., La creazione, Bologna, Zanichelli 1981, 11-12.

    [2] Linde A., in Scientific American 28 (1995)317 [gennaio], 31.

    [3] Cf Buzzi C.-Cavalli A.-De Lillo A., Giovani del nuovo secolo. Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino 2002, 385.

    [4] Cf ivi 396s.

    [5] Cf Climati C., Il popolo della notte, Milano, Paoline 2002, 79-88.

    [6] Eliade M., Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. I, Firenze 1983, 6.


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