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    Nuovi giovani: a sinistra studiano, a destra lavorano


    Ilvo Diamanti

    (NPG 2008-08-69)


    Parliamo, spesso, di giovani. Come fossero una tribù, una razza. Insomma, una «generazione»: distinta dai padri e dai nonni. Ma anche dai fratelli maggiori. Per esperienza, costumi, mentalità, valori. E per orientamento politico. Visto che, negli ultimi dieci anni, i «più» giovani hanno ripreso l’abitudine di votare a sinistra. E di partecipare. Come non avveniva più dall’epoca dei loro genitori. Nel passaggio fra gli anni Sessanta e Settanta.
    Ma parlare di giovani in questo senso, oggi, è sicuramente inadeguato. Non perché siano tornati «invisibili». Conformisti. Confusi con il resto della società. Il fatto è che non sono un’entità unitaria, ma appaiono, al loro interno, profondamente divisi. In base a differenze antiche quanto nette.
    L’esperienza di studio e di lavoro.
    Da un lato, quelli che hanno condotto una carriera scolastica più lunga; quelli che, in particolare, hanno svolto – o stanno svolgendo – studi liceali, su discipline «umanistiche»: coinvolti in attività di impegno politico e sociale; orientati a sinistra.
    All’opposto, gli «altri». Quelli che hanno cominciato a lavorare presto, dopo la scuola dell’obbligo; quelli che non hanno conseguito la maturità; ma anche quelli che hanno frequentato (o frequentano) gli istituti tecnici; o che hanno «fatto le professionali»: meno interessati alla politica, meno coinvolti nella partecipazione pubblica; e, al tempo stesso, orientati decisamente a destra.
    Non si tratta di una costante storica, ma di una novità, divenuta, negli ultimi anni, appariscente. Infatti, ancora nel 1996, i giovani con titolo di studio più elevato votavano prevalentemente a destra. Come avviene anche oggi fra gli adulti e gli anziani. Basta scorrere i dati di Itanes, il programma di indagini elettorali coordinato dall’Istituto Cattaneo, cui partecipano i ricercatori di molte università italiane. Alle elezioni del 9-10 aprile 2006 (come mostra il volume di Itanes, pubblicato presso Il Mulino), il voto delle persone più istruite è a favore dell’Unione solo al di sotto dei quarant’anni. Anche fra i cinquantenni, la mitica generazione del ‘68, quella più spostata a sinistra, le persone con titolo di studio più elevato, alle ultime elezioni, hanno votato prevalentemente per la CdL. Al contrario dei giovanissimi. Gli elettori di età compresa fra 18 e 24 anni, gran parte dei quali alla prima esperienza di voto, si sono divisi. Ma meglio sarebbe dire «spaccati». Il vantaggio dell’Unione, fra coloro che hanno un titolo di studio più elevato è di oltre 20 punti percentuali. Mentre fra coloro che hanno conseguito un titolo di studio basso e fra coloro che lavorano si è verificato il contrario, ma con un distacco a favore della CdL ancora più ampio (di circa 30 punti). Si potrebbe eccepire che oggi studiano tutti, sempre più a lungo. Ma occorre tenere conto di quanti frequentano scuole tecniche e professionali, il cui accesso al lavoro è anticipato.

    Due tipi di giovani

    Se ne ricava, quindi, l’immagine non di «una» generazione, e quindi del «giovane-tipo», ma di «due» diversi tipi di giovani. Lontani. Evocano due diversi sistemi di valore, forse due diverse culture politiche, che coabitano nella medesima coorte di età. Senza incrociarsi. Senza influenzarsi reciprocamente.
    Cosa ha contribuito, negli ultimi vent’anni, a rovesciare il segno dell’impatto del lavoro e dello studio sui valori e sulle scelte politiche dei giovani?
    Probabilmente, il diverso ruolo assunto dalla scuola e dal lavoro, come luoghi di socializzazione politica, ieri e oggi. Nel ‘68 e nel decennio successivo, infatti, gli studenti sono stati fra i protagonisti della contestazione. Ma non sono stati i soli attori di quella stagione. Va rammentato, in particolare, che, in quella fase, il movimento sindacale ha influenzato il clima d’opinione e gli orientamenti politici nella stessa misura, almeno, del movimento studentesco.
    Oggi, invece, il quadro è cambiato profondamente. L’esperienza scolastica, più di un tempo, costituisce il principale luogo di educazione sociale e sentimentale, per i giovani. A dispetto dello stato penoso in cui versa, dopo anni di politiche contraddittorie e talora punitive. La riforma dell’Università, peraltro, ha allungato i tempi di questa esperienza di «formazione comunitaria», trasformando il triennio della laurea breve in una sorta di superliceo.
    Nei licei (considerati in senso ampio, compresi, quindi, quelli che in passato si chiamavano istituti magistrali, artistici, ecc...), nelle Università, gran parte degli studenti (circa due terzi) si è mobilitata. Sollecitata da problemi comuni: il futuro, il lavoro, l’insicurezza globale. «Usando» la partecipazione come strumento di pressione. Ma, prima ancora, come metodo per rispondere alla solitudine. Per fare comunità. Rafforzare la propria identità. Ben diversa la situazione dei giovani che hanno maggiore consuetudine con il lavoro. Di condizione sociale, talora, modesta. Ma, perlopiù, inseriti in famiglie di ceto medio privato.
    Giovani i cui genitori svolgono attività di lavoro autonomo: nel commercio, nell’artigianato, nell’edilizia e nei servizi «tecnici» collegati (elettricisti, idraulici, decoratori). Dopo l’obbligo scolastico, frequentano corsi coerenti con il lavoro dell’azienda di famiglia. A cui continuano a collaborare, durante gli studi. Che concludono presto, per occuparsi degli «affari di famiglia». Peraltro, i giovani che, oggi, entrano nel mercato del lavoro come dipendenti, vi accedono prevalentemente mediante contratti temporanei e flessibili. Dove il sindacato è scarsamente presente; dove è difficile fare esperienze comuni.
    Contrariamente al passato, negli anni sessanta e settanta, quando il sindacato «presidiava» i luoghi e, al tempo stesso, l’idea del lavoro: come diritto, come valore «pubblico» e come esperienza collettiva. Quando la «classe operaia», più che una categoria sociale, appariva un mito sociale. Mentre oggi i giovani, di fronte al lavoro, sono e si sentono soli. Per affrontare il futuro contano su se stessi e sulla loro famiglia. Senza confidare in organizzazioni collettive e nel sistema pubblico.
    Da ciò la profonda differenza di orientamento politico. Perché i valori sottesi a questo «tipo» di lavoro oggi sono interpretati soprattutto dalla destra. Dalla Lega nel Nord pedemontano, permeato di piccole imprese e di lavoro autonomo. Da Berlusconi e da Forza Italia, in altre zone del Paese. Fra i giovani della borghesia imprenditoriale e professionista.
    A ulteriore spiegazione di questa frattura, aggiungeremmo un ulteriore aspetto. La rarefazione dell’esperienza di lavoro fra i giovani che studiano. Un tempo (ai miei tempi) gran parte degli studenti lavorava soprattutto (ma non solo) d’estate. Anche i liceali (come me). Oggi molto meno. Indagini recenti dell’Ocse mostrano che il nostro Paese, per diffusione di esperienze lavorative durante la scuola superiore, ma anche durante l’Università, si pone agli ultimi posti. Ben lontano dagli USA, ma anche da altri Paesi europei (soprattutto del Nord).
    Questa abitudine in Italia si è perduta. D’altronde, trovare un lavoro «estivo» per gli studenti oggi non è facile e neppure ben visto. Perché è ritenuto un modo di alimentare la precarietà, a vantaggio delle imprese. Tuttavia, i genitori preferiscono riservare ai loro figli «liceali» altre esperienze, ritenute più «qualificanti». Li mandano all’estero, per studiare le lingue. Affidandoli ad altre famiglie. Oppure fanno frequentare loro corsi di danza, nuoto, scherma, tennis, pianoforte. Non c’è più il servizio militare, ma neppure quello civile, a «imporre» un’esperienza comune e «comunitaria»; di servizio pubblico. Al più, i genitori, quando vogliono educare i figli alla vita attiva e laboriosa, li mandano ai campi scout, a fare volontariato; o i «custodi» nei musei. Poi, all’Università: di nuovo all’estero, con l’Erasmus.
    Ancora: le scuole superiori (i licei classici e scientifici, ma anche quelli tecnologici) non riescono a comunicare il linguaggio «tecnico» ed economico, come dimostra una ricerca condotta fra gli studenti (da Marcello Dei, pubblicata di recente da Franco Angeli).
    Per cui oggi i giovani studenti, i «liceali», perlopiù, si tengono – e vengono tenuti – a distanza di sicurezza dal «lavoro». E restano, a lungo, sotto l’ala protettiva dei genitori. Lontani dal pericolo di maturare autonomia e senso di responsabilità personale. Così, se guardiamo i «giovani», oggi non riusciamo a cogliere un profilo unitario. Semmai vediamo avanzare due «tipi» di giovane. L’intellettuale e il lavoratore. Il liceale e il tecnico-artigiano. Diversi, distanti, per cultura e identità. E per scelta politica. Il che solleva una questione inquietante, visto che la gioventù, in qualche misura, proietta la sua ombra sul domani della società. Chi sta a sinistra deve sperare in un futuro senza lavoro?

    (Da «La repubblica», 20-08-2006)


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