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    Paolo Zini

    (NPG 2010-07-03)

    I muri vanno giù al soffio di un’idea Allah come Gesù in chiesa o dentro una moschea e gli altri siamo noi ma qui sulla stessa via vigliaccamente eroi lasciamo indietro pezzi di altri noi che ci aspettano e si chiedono perché nascono e subito muoiono forse rondini foglie d’ Africa ci sorridono in malinconia e tutti vittime e carnefici e tanto prima o poi gli altri siamo noi.

    Così, una canzone che ha ormai quattro lustri; forse senza saperlo, aspetti non secondari del suo testo aggiornano, in un italiano del XX secolo, l’idea centrale di un’antica novella del Decamerone di Boccaccio, di cinque secoli più vecchia, a sua volta ripresa poi in un fortunato dramma di Lessing alla fine del 700. Nella sua immediatezza, più semplicemente, quella canzone ha musicato un sentire che di lì a breve avrebbe trovato nuova espressione, con altre parole e altre note, ma sempre a conferma di una convinzione radicata e diffusa nel mondo di oggi:
    O signore dell’universo ascolta questo figlio disperso che ha perso il filo e non sa dov’è e che non sa neanche più parlare con te. Ho un Cristo che pende sopra il mio cuscino e un Buddha sereno sopra il comodino conosco a memoria il Cantico delle Creature grandissimo rispetto per le mille sure del Corano; c’ho pure un talismano che me l’ha regalato un mio fratello africano e io lo so che tu da qualche parte ti riveli che non sei solamente chiuso dietro ai cieli e nelle rappresentazioni umane di te a volte io ti vedo in tutto quello che c’è…

    Dunque gli altri sarebbero/saremmo, un po’ sbrigativamente, noi? E tutti insieme risulteremmo cittadini di un mondo dove mille lingue diverse in fondo formulerebbero la stessa preghiera?

    O Signore dei viaggiatori ascolta questo figlio immerso nei colori che crede che la luce sia sempre una sola che si distende sulle cose e le colora di rosso di blu di giallo di vita dalle tonalità di varietà infinita…

    Ci sono ragioni per dubitare un po’ di questa prospettiva: la storia degli uomini non racconta le fortune di un indifferentismo religioso che omologa disinvoltamente pratiche diverse, senza mostrare attaccamento per una ben precisa forma di rapporto con Dio. Questo indifferentismo risulta al contrario molto recente; e forse quando la sua disinvoltura impazza, e i comportamenti religiosi non sono diversi dal bricolage, sorge persino il dubbio che neanche si tratti più di religione. Allora c’è di nuovo qualcosa da chiarire, per capire un po’ meglio questo mondo nel quale siamo arrivati a dire che gli altri siamo noi e a fare delle questioni religiose merci da outlet, di qualche valore, certo, ma sempre in saldo e soggette ai capricci della moda. Forse, dovremmo lasciarci provocare dal sospetto che, se la vera alternativa al fondamentalismo fanatico de «gli altri sono nemici» fosse un allegro «gli altri siamo noi», allora la religione sarebbe proprio un ginepraio di contraddizioni, e il Nome di Dio, di nuovo, un inganno.

    La religione: una fonte inesauribile di conflitti?

    Partiamo con un po’ di storia e, per far luce sui fatti, scegliamo Lessing, un filosofo tedesco del 700; in Lessing troviamo le premesse teoriche delle affermazioni che abbiamo incontrato nei testi delle due canzoni citate. Lessing, in un dramma dal titolo Nathan il saggio, avanza un’interpretazione della religione molto provocatoria, che segna e insieme riflette profondamente il clima culturale dell’illuminismo. Nel Nathan, attraverso una sapiente cornice letteraria, Lessing intreccia le vicende di tre personaggi di diversa fede, islamica, ebraica e cristiana, che si incontrano a Gerusalemme e risultano a diverso titolo coinvolti nelle ostilità che oppongono ebrei, musulmani e cristiani al tempo delle crociate. Pur nel contesto ostile e nella distanza delle rispettive fedi, il dramma sottolinea le espressioni di saggezza dei protagonisti e soprattutto gli slanci di generoso eroismo che permettono loro di superare gli steccati scavati dalle diverse appartenenze religiose. Le differenze di fede, nel dramma, sono presentate come fortuite, della stessa fortuità che caratterizza tempi e luoghi della nascita e della crescita di ogni uomo; tanto che, i protagonisti della scena, pur convinti di venire da vicende distanti, sono in realtà legati da stretto vincolo di sangue, vincolo sconosciuto per la diversa piega presa dai fatti della vita che li hanno separati sin dall’infanzia. A eventi fortuiti si debbono quindi le tre fedi professate dai protagonisti del dramma e l’inevitabile corredo di ostilità che le oppone a dispetto dello strettissimo vincolo parentale. Proprio l’accidentale riunificazione, che permette il reciproco riconoscimento, mostra però ai tre consanguinei il paradosso di una distanza ostile posta tra loro dal diverso credo religioso. Il dramma di Lessing si fa pertanto denuncia di un triplice pericolo che le differenze religiose porterebbero con sé, ma proprio la morale dell’opera vorrebbe indicare delle vie attraverso le quali scongiurare i conflitti che il nome di Dio, tragicamente, accenderebbe. Ecco le tre ragioni di sospetto nei confronti della religione, con i rispettivi rimedi: primo, le differenze religiose sarebbero accidentali; secondo, risulterebbero mero riflesso di condizionamenti storici e socio-culturali; terzo, produrrebbero odio e fazioni; i conflitti potenzialmente sviluppati da tali differenze andrebbero invece disinnescati in primo luogo con la consapevolezza del limite della conoscenza umana, in secondo luogo con l’universalità del rispetto dovuto all’uguale dignità di ogni uomo e in terzo luogo con l’ascolto delle ragioni del cuore. Per confermare questa triplice lezione che viene dalla cornice del dramma, Lessing al centro di esso pone un apologo nel quale precisa i fondamenti delle sue convinzioni. Nell’apologo si narrano le vicende di un casato cui appartiene un anello di grande valore – simbolo della vera fede – ed eredità ambita che passa di padre in figlio e di generazione in generazione; il criterio che elegge nelle successioni l’erede meritevole di ricevere l’anello è quello della maggior bontà, della virtù più eccellente, che rende uno dei figli il prediletto del padre. La trama dell’apologo si complica quando l’anello giunge nelle mani di un padre i cui tre figli, uguali in virtù e bontà, sono parimenti meritevoli di essere favoriti nell’eredità. L’imbarazzo del padre viene superato attraverso la produzione di due copie perfette dell’anello originale, realizzate per evitare ogni discriminazione tra i pretendenti l’eredità. L’abilità dell’orafo incaricato della riproduzione è però tale che le due copie dell’anello e l’originale risultano tra loro indistinguibili, indistinguibili per lo stesso padre, oltre che per i figli che ne entrano in possesso. Così, dopo la morte del padre, il possesso di un anello da parte di ogni figlio non evita il conflitto; ciascuno dei fratelli vuole vantare la propria superiorità, mostrandosi rispetto agli altri erede dell’anello autentico. È un giudice saggio, davanti al quale i tre figli portano la contesa, a suggerire la soluzione: posta l’irriconoscibilità dell’anello originale, a ciascuno dei possessori viene suggerito di passare dalle considerazioni alle opere. Se la tradizione vuole che l’anello autentico sia ereditato dal migliore tra i figli, solo le opere del possessore, a questo punto, potranno consentire di valutare l’autenticità dell’anello posseduto e l’eredità legittima rispetto alle illegittime: ecco la sentenza del giudice, che in fondo si sottrae al compito di giudicare dell’autenticità dell’anello, invitando i possessori a vivere riconciliati e impegnati in una sorta di competizione nel bene. Chiaro a questo punto l’intento dell’apologo di Lessing, che ribadisce l’istruzione della cornice narrativa del dramma e fa da fondazione alle medesime tesi: come l’anello deve provare la propria verità attraverso la qualità dei propri frutti, così le religioni solo attraverso i frutti di bene possono mostrare di corrispondere ad un disegno di Dio e conferire dignità ai rispettivi fedeli. E tutto questo, in linea di principio, equipara le diverse forme storiche delle religioni, ridotte all’unico nucleo etico chiamato a dar prova di sé attraverso comportamenti buoni, garanzia di rispetto della dignità, uguaglianza e fratellanza universale degli uomini.

    Caso e ignoranza: salvezza delle/dalle differenze religiose

    Le idee di Lessing, in prima battuta, appaiono molto persuasive. Addirittura sembrerebbero in grado, se praticate, di cancellare i conflitti religiosi, e di assestare un definitivo colpo a tutte le forme di violenza e contesa accese in nome di Dio. Due ordini di ragioni però rendono il dramma di Lessing e l’apologo che porta in cuore non convincenti. La cornice del dramma presenta le religioni storiche come variopinti vestiti che gli uomini si troverebbero cuciti addosso; vestiti che nasconderebbero l’uguaglianza di ciascuno con i propri simili, suscitando differenze rancorose. Tali vestiti sarebbero poi confezionati dalla bizzarria dei tempi, dei luoghi e degli eventi, e questa accidentalità priverebbe di senso una loro reciproca comparazione, o un confronto delle rispettive ragioni d’essere, come delle relative pretese. L’apologo sembra inoltre individuare l’unico rimedio in grado di mitigare gli effetti problematici della religione: la serena accettazione, da parte dei credenti, della propria ignoranza circa la verità del Nome di Dio. Non indagare e non conoscere il riferimento ultimo della propria pratica religiosa renderebbe la pratica religiosa migliore, o, se non altro, meno pericolosa. Un credente per non diventare temibile dovrebbe agire come se il suo Dio fosse quello vero; un fedele per non diventare socialmente e civilmente destabilizzante dovrebbe essere obbediente agli slanci del cuore, ma rimanere saldo nell’oscurità dell’intelligenza. Davvero le cose stanno così? Anzitutto la metafora del vestito sembra proprio equivocare l’esperienza religiosa. Chi vive un rapporto con Dio afferma di sentirsi condotto, oltre l’apparenza di sé, alla verità di sé; e, oltre l’apparenza del mondo, alla verità del mondo. Scoprire il Nome cui si annodano la propria identità e la fisionomia di ogni cosa significa riconoscere le ragioni del proprio vero volto, e accorgersi delle infinite differenze che attraversano i volti veri delle cose. La via religiosa non perde la coscienza dell’uguaglianza tra gli uomini ma la conduce ad un diverso livello; riconoscere nel Nome di Dio il principio di ogni volto significa trovarsi davanti alla radice assoluta e misteriosa della inviolabilità dell’altro, e non dell’altro in quanto genericamente altro, ma in quanto lui, un ben preciso lui. Insomma, è l’esperienza di Dio a rendere poco credibile la soluzione «gli altri siamo noi». Semplicemente perché il rapporto con Dio mette in discussione proprio l’esistenza di astratti altri, con di fronte degli astratti noi, da opporre o confondere. Esiste un unico Nome che quando chiama per nome ciascun uomo e ciascuna cosa conferisce loro un nome proprio, in un mistero di preziosità che solo nel rispetto può essere conosciuto; e solo nell’apprezzamento della sua irripetibilità può essere rispettato. Ma anche una seconda lezione di Lessing lascia perplessi; l’assoluta casualità priva di ragioni ha poco a che vedere con la forma dell’essere religioso dell’uomo. Certo, l’uomo apprende il Nome di Dio dal proprio ambiente e dalle persone che lo accolgono nel mondo; da loro impara a riconoscerLo e a pronunciarLo. Ma nessun vero credente si mantiene in rapporto con Dio soltanto perché in quel rapporto si è trovato, quasi l’incidente culturale di aver appreso quel Nome di Dio fosse un destino cieco e inaggirabile. Una relazione vera, un vero incontro, non si danno a prescindere dalla volontà dei loro protagonisti, e meno di tutte la relazione con Dio. Le scoperte e le relazioni religiose di una comunità, di una tradizione, di un tempo non bastano a trasformare un dio anonimo in Qualcuno che abbia un volto per una singola coscienza credente. Quando c’è autentica relazione religiosa l’uomo fa i conti con Dio in prima persona. E non potrebbe essere altrimenti. Quando i conti non sono fatti in prima persona le pratiche esterne non riescono comunque a dare spessore ad una relazione morta. Allora la religione diventa un vestito, ma davvero, perché non c’è più da un pezzo. Infine anche l’istruzione dell’apologo di Lessing, se le osservazioni svolte sin qui hanno qualche valore, è inverosimile, dannosa e umiliante. Come si può suggerire alla coscienza religiosa di vivere dubitando di Dio o almeno nell’incertezza di aver ricevuto qualcosa di buono e di vero da Lui? Il padre, nell’apologo di Lessing, deve ingannare due dei suoi tre figli, salvo poi non poter più rispondere del proprio operato, sino a trovarsi, come ingannatore ingannato, a ingannarli tutti e tre. Questo è semplicemente inverosimile, per il Nome di Dio e per cuore e mente di chi lo pronuncia con devozione. Forse, allora, dannosa per la vita civile, contrariamente a quanto afferma Lessing, è l’ignoranza circa la verità ultima dell’uomo e del mondo. Il danno di questa ignoranza è addirittura irrimediabile, se la verità ultima dell’uomo e del mondo sono la premessa del rispetto di ciascuno per ciascun altro. Questo rispetto è inscritto nella relazione religiosa, che forma alla consapevolezza della presenza, in ogni altro, di un nome proprio, quel nome che ciascuno riceve nell’appello all’essere rivoltogli da Dio. Allora, nonostante il desiderio di Lessing di insegnare la via dell’armonia tra gli uomini e i popoli, il suo ricorso all’espediente dell’ignoranza di Dio è umiliante. Ci è di aiuto per capire dove ci porterebbero le idee di Lessing, il filosofo scozzese suo contemporaneo, Hume. Hume, senza pararsi come Lessing dietro i veli della bontà del cuore, annoda direttamente la religione all’ignoranza. Così, per Hume, semplicemente, «l’ignoranza è madre della devozione»; e la sentenza – a suo dire – insieme allarma e rincuora: l’ignoranza genera la condotta religiosa secondo la forma più o meno grave della superstizione, e questo è male; però – e questo è bene – l’ignoranza, rendendo più acuto il timore nei confronti del soprannaturale, consolida i paletti morali che tengono un po’ a freno la bestialità umana. Qui porta la valorizzazione dell’ignoranza, cara a Lessing come a Hume, per salvare la religione, e per salvare la società dalla religione. L’ignoranza diventa un po’ carota e un po’ bastone dell’atteggiamento religioso: lo anima e lo tiene a bada. Tutto questo, oltre a non essere rispondente ai fatti, è proprio umiliante per l’uomo.

    Il Nome o molti Nomi?

    Se le soluzioni di Lessing non sono degne dell’uomo, come si può intendere la questione dei molti Nomi con i quali Dio viene invocato sotto il cielo? Come rispettare senza scorciatoie la dignità dei legami che gli uomini istituiscono con questi Nomi? I molti Nomi, a dispetto dell’apparenza, ci rimandano alla profondità e non alla superficialità dell’esperienza religiosa. Il legame con Dio, per i credenti che vi si immergono, non può neppure essere sfiorato dai sentimenti brillantemente rappresentati da Lessing. Nessun credente autentico gioca con qualche anello fingendo sia vero e confidando di ottenerne poteri che rendano credibili tanto la provenienza del talismano quanto i suoi attuali, prossimi o remoti possessori… La trasmissione del Nome di Dio è cosa più seria di una eredità adulterata che saltella nella storia. Piuttosto, proprio perché è serissimo, il rapporto con Dio si produce nella storia, nella concretezza del mondo, dentro una mediazione comunitaria, che gode del sostegno reciproco di una ricerca mai conclusa. Ma la decisione con la quale l’uomo nomina Dio, pur radicandosi nelle consuetudini della propria terra e della propria storia, si produce sempre come impegno personale di coscienza. Proprio perché una coscienza si gioca interamente nell’invocazione di Dio, non gli è indifferente che altre coscienze, altrettanto seriamente, chiamino Dio in altro modo; se dalla determinazione di altre coscienze venisse a lei un messaggio sul fallimento della propria convinzione religiosa, ignorarlo significherebbe fallire la vita. L’attenzione ai diversi modi di chiamare Dio costringe a riconoscere che dietro ogni invocazione ed evocazione di quel Nome stanno universi complessi che provocano discernimento, oltre a chiedere rispetto. E questo mostra quanto l’impegno per il Nome di Dio abbia bisogno di verità e tema l’ignoranza. L’intelligenza della mente e del 8 cuore non possono determinarsi per il Nome di Dio – che proprio perché ultimo e primo, radice di ogni consistenza e di ogni senso dell’uomo, della vita e delle cose, raggiunge la coscienza nella luce dell’assolutezza e dell’unicità – senza scrutarne ogni lineamento e senza misurarsi con i lineamenti che altri riconoscono a Dio. Di qui però una constatazione inevitabile: l’appello al Nome di Dio, che fiorisce su diverse labbra e in diversi cuori, implica diversi modi di intendere il tempo e la storia, la vita e la morte, la libertà e la verità, l’amore di Dio e per Dio, dell’uomo e per l’uomo. Il discernimento si fa imprescindibile: l’invocazione del nome di Dio potrebbe essere menzognera, potrebbe ricercare la giustificazione dell’odio, potrebbe aver bisogno di essere denunciata nel suo equivoco, nella sua follia, addirittura. Ma anche i modi non radicalmente equivoci di invocare il nome di Dio potrebbero prodursi seconda retta coscienza ed essere nel contempo segnati da limiti, cecità, errori, tutti indegni di Dio. Per questo, la fantasiosa soluzione di non badare al Nome di Dio per darsi da fare in una vita buona non ha speranza: o conduce a vivere fuori dalla relazione con Dio, e allora è una forma raffinata di ateismo, oppure conduce a proferire quel Nome senza pudore, con spavalda sicurezza o con cieca incoscienza. Se nell’ambito religioso si potesse dire che comunque anything goes, allora l’equivoco trionferebbe, con l’indifferenza e l’autoreferenzialità; e questo sì, non potrebbe che produrre prossimità invivibili e irrispettose, perché irrispettosa non può non essere l’ignoranza del proprio agire, come l’ignoranza del prossimo e del suo agire.

    Dunque?

    Occorre tornare a meditare una importante verità, anche se davvero fuori moda: è una sfida entusiasmante della coscienza religiosa essere alle prese con la serietà della propria decisione e, proprio in virtù di quella, non poter essere indifferente alle decisioni religiose degli altri. Fuori di questa sfida non vi è vera coscienza religiosa e non vi è desiderio autentico di Dio, né rispetto dell’unicità del suo Nome e del suo Volto. Per questo la coscienza religiosa non si può risparmiare lo sconcerto, addirittura lo sgomento: dietro il diverso modo di pronunciare il Nome di Dio vi sono cammini che ritengono di aver conosciuto lineamenti del suo volto spesso non compossibili, modalità di rapporto tra l’uomo e Dio o l’uomo e il mondo abissalmente distanti quando non antitetiche. Anche dalla disponibilità della coscienza a questo sgomento, al rispetto degli altri e alla continua conversione del cuore si misura la verità dell’invocazione del Nome santo di Dio, nella consapevolezza della povertà di sillabazioni sempre umane. La coscienza religiosa non può che vivere così, vigile e in cammino, perché l’incontro con il Volto di ogni volto sia vero e rispettoso della Sua santità e della dignità umana.


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