Pierpaolo Triani
(NPG 2014-05-28)
Alla luce del quadro che le ricerche sui giovani ci offrono, vorrei proporre alcune riflessioni «sulle possibilità educative», che sono il frutto di un confronto approfondito, di natura interdisciplinare, svolto all’interno del gruppo di lavoro del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo. È impossibile definire nel dettaglio una realtà dinamica come quella dei giovani e degli adolescenti. La storia di nessun ragazzo e giovane può essere racchiusa in un profilo astratto; i dati che si raccolgono, le mappe di lettura che si elaborano, piuttosto, possono essere utili per tenerci attenti, per metterci in moto, per ‘allenarci’.
Abbiamo bisogno di tenere accesi: lo sguardo sui giovani, sulla loro vita e il loro comportamenti; l’ascolto, perché troppo spesso supponiamo di conoscere ciò che essi pensano senza stare veramente con loro; la riflessione, perché il porci le domande e il cercare di comprendere sono il miglior argine contro il rischio di elaborare giudizi affrettati.
L’attenzione permanente sulle nuove generazioni ha bisogno di essere sempre accompagnata da una tensione educativa che va costantemente curata.
La tensione educativa non è quella che cerca di sostituirsi alla libertà e alla responsabilità delle persone, ma che intende sostenerne lo sviluppo e l’esercizio.
È una tensione che nella prova dei fatti richiede una speranza operosa, molta tenacia e intelligenza, e per questo va coltivata.
Nell’ottica di un esercizio comune di riflessione educativa, ho provato ad enucleare la mia riflessione attorno a sei parole, attinte dalle ricerche del Rapporto Giovani [1]. Per ognuna di esse proverò a proporre tre passaggi:
- un cenno alla situazione attuale in un’ottica di sguardo costruttivo;
- un nodo problematico che la situazione attuale presenta, ma che nasconde in sé anche risorse;
- una direzione educativa che è possibile intraprendere.
Desiderio
La prima parola di riferimento, importante e fondamentale, è desiderio.
Spesso i giovani e gli adolescenti vengono rappresentati, anche all’interno delle nostre comunità, come disinteressati, stanchi, privi di slanci vitali.
Le ricerche e l’ascolto dei ragazzi ci restituiscono in realtà un quadro diverso.
C’è in loro, e ce lo dicono espressamente, energia di vita, slancio, tensione. Gli adolescenti preferiscono definirsi con la parola energia piuttosto che con la parola disorientamento con cui invece li definiamo noi adulti [2]. C’è un’aspirazione, ci dicono i giovani, a realizzare se stessi, ad avere figli, un lavoro stabile, una famiglia, a costruirsi un futuro migliore.
Ha scritto recentemente Alessandro Rosina: «Altro stereotipo da abbandonare è quello dei giovani bamboccioni e schizzinosi. Nonostante gli alti tassi di disoccupazione e il deterioramento delle offerte di lavoro, i giovani non sono rassegnati, cercano di reagire come possono.
Mettono in campo strategie adattive di fronteggiamento della crisi in attesa di tempi migliori» [3].
Il problema, dunque, è che l’energia, le forze, che piano piano diventano idee e aspirazioni, si trovano spesso senza risorse, contesti favorevoli, processi, oggetti di riferimento che permetterebbero loro di acquisire una maggiore concretezza e una maggiore forma. Non solo, è come se i giovani si trovassero con una forte sollecitazione a desiderare, a consumare, ad avere cose, ma senza che qualcuno proponga loro direzioni, finalità, significati per plasmare il loro desiderio. Anzi a volte si insinua l’idea che proporre un significato o un valore, alla fine non possa far altro che diminuire la portata del desiderio stesso.
Ecco allora il nodo educativo: considerare le aspirazioni e le energie dei giovani, prenderle talmente sul serio da dare loro degli oggetti, dei contenuti, dei valori, degli ideali con cui confrontarsi.
Proprio perché si riconosce e si apprezza il desiderio di vita e di realizzazione dei ragazzi e dei giovani, occorre che vi sia, da parte della comunità educante, di cui i giovani fanno parte, delle proposte.
Con quali caratteristiche? Mi sembra di poter dire, seppure velocemente, che due da sempre appaiono le caratteristiche fondamentali di una proposta educativa.
La prima è la vitalità: ossia proposte capaci di ‘parlare’ ai ragazzi e ai giovani, di smuoverli, di farli sentire ‘vivi’; che tocchino le corde della loro sensibilità, del loro cuore e della loro intelligenza; che si rivolgono loro non come semplici destinatari, ma che sappiano renderli partecipi e coinvolti.
La seconda caratteristica è la ricchezza dei significati: proposte capaci di dire qualcosa, di far volare alto, di esprimere forza e radicalità, di rendere il cuore, per usare le parole di Papa Francesco agli studenti delle scuole gestire dai Gesuiti [4], magnanimo. Credo che in questo l’annuncio cristiano, debba recuperare quella forza di radicalità e di paradosso che ha in sé e che invece spesso trasformiamo semplicemente in un messaggio di «buona educazione».
La prima parola è strettamente connessa ad una seconda, molto delicata: la precarietà.
Precarietà
Tutte le generazioni hanno sempre vissuto una precarietà esistenziale profonda, ma dentro una visione della vita decisamente diversa da oggi. Si è operato negli ultimi anni in modo sempre più intenso nella direzione di poter arginare la precarietà dalla vita dell’uomo. Molto è stato fatto, molto naturalmente è ancora da fare, ma tutto questo sforzo può far cadere nell’illusione che sia possibile eliminarla completamente; occorre invece agire nella consapevolezza che vi è una dimensione di precarietà ineliminabile, intrinseca all’uomo.
Rispetto ad un idea di sviluppo senza ostacoli, oggi, in realtà, ci accorgiamo che sta tornando una precarietà materiale, che nel nostro paese pensavamo fosse sconfitta, e che i giovani vivono sulla loro pelle. Sta anche manifestandosi una precarietà dei legami e delle appartenenze, che le generazioni precedenti non hanno vissuto nelle forme attuali.
Allora, non c’è dubbio che oggi la precarietà sia una grande sfida che accresce, negli adolescenti e nei giovani, il senso di incertezza e accentua quindi una curvatura sul presente che rischia di essere, a lungo andare, miope. C’è inoltre dentro al tema della precarietà un aspetto culturale che a mio avviso rende ancora più difficile, per le generazioni di oggi, riconoscere e stare nella fatica del vivere. Il fenomeno è quello che mi permetto di chiamare uno sguardo ingenuo sull’animo umano, sull’uomo.
Si tratta della convinzione che la fatica, la fragilità, l’incertezza siano fattori esterni, dipendano da elementi che non riguardino l’uomo in quanto tale.
Guardiamo all’uomo, a noi stessi, senza considerare i limiti, i nostri egoismi le nostre chiusure. Si pensa allora che crescere sia solo esprimersi, ed educare sia solo far esprimere; non si considera invece come crescere sia camminare e perciò imparare a scoprire le nostre forze e i nostri doni, ma anche a riconoscere il sudore della strada, del seminare, del raccogliere. Si mette così in atto, proprio per questo sguardo ingenuo, una sorta di esorcizzazione della precarietà e della fragilità di noi stessi, cercando di vivere al massimo il momento presente, senza la pazienza di uno sguardo al futuro, senza la pazienza dell’attesa. E questo non riguarda solo i giovani di oggi, ma ancora di più il mondo adulto.
La logica educativa, perciò, ci porta a considerare l’importanza di aiutare le nuove generazioni e noi stessi a non negare la nostra precarietà e la nostra fragilità. Ma questo aiuto passa attraverso la riscoperta di un atteggiamento che chiamerei sapienziale del vivere, che aiuti i giovani a comprendere le contraddizioni dell’animo umano, a riconoscerci fragili, a scoprire come vi sia anche un altro modo per stare nelle fatiche del vivere: l’andare in profondità.
Si tratta però di un percorso non semplice, che chiede tempo costanza, fedeltà, speranza, relazione, che richiede fiducia. Siamo così alla terza parola chiave.
Fiducia
I ragazzi e i giovani, secondo le ricerche svolte, sono contenti delle loro relazioni familiari e amicali, ma fanno fatica (come tutti) a fidarsi di qualcuno al di là della cerchia personale; soprattutto sono molto ‘sospettosi’ nei confronti delle istituzioni, compresa la Chiesa [5].
In merito a questo tema ritengo che l’aspetto problematico possa essere riassunto nel modo seguente: la fiducia richiede la sperimentazione di un atto di fiducia su di sé. Un bambino impara a fidarsi se riceve, costantemente, uno sguardo fiducioso su di lui; questo dinamismo vale per tutti. Se vogliamo che i giovani si fidino, dobbiamo prima di tutto prendere sul serio la loro domanda di fiducia, comunicare a loro la nostra nelle loro risorse e nelle loro potenzialità.
L’educare presuppone una fiducia radicale [6] nel processo di libertà e di responsabilità dell’altro. Mounier scrive: «Disperare di qualcuno significa renderlo disperato» [7]; mi permetto di dire che l’atteggiamento positivo opposto si chiama educazione, in quanto educare è esattamente il contrario di disperare di qualcuno, è scommettere sulla sua crescita, sul suo cambiamento.
Quando manca questa fiducia nell’altro, l’impegno educativo diventa controllare, addestrare, inquadrare, e i giovani, giustamente, rifuggono da questo. Ma mentre è necessario che chi cerca di educare mostri fiducia, è altrettanto importante che l’educazione solleciti gli adolescenti e i giovani ad entrare in un circolo fiduciario virtuoso, sollecitando il coraggio dell’apertura e del dono, testimoniando il coraggio di dare se stessi. Mi sembra, al di là delle apparenze, che vi sia ancora negli adolescenti e nei giovani un giusto fascino verso le persone che fanno scelte coraggiose e gratuite. La sfida educativa vera, però, è mostrare che le scelte del dono non sono eccezionali, ma possono abitare il quotidiano. È significativo quanto dice ancora Papa Francesco sempre a proposito della magnanimità: «Che cosa significa essere magnanimi? Vuol dire avere il cuore grande, avere grandezza d’animo, vuol dire avere grandi ideali, il desiderio di compiere grandi cose per rispondere a ciò che Dio ci chiede, e proprio per questo compiere bene le cose di ogni giorno, tutte le azioni quotidiane, gli impegni, gli incontri con le persone; fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore aperto a Dio e agli altri» [8].
Responsabilità
La riflessione sul coraggio dell’apertura ci conduce ad una quarta parola chiave: responsabilità. Più che in altri campi, le nuove generazioni vivono una condizione molto diversa in merito al tema della scelta; non è un caso, perciò, che una delle categorie chiave della pedagogia contemporanea sia orientamento.
Mai, come oggi, i giovani sono sollecitati a fare non ciò che dicono gli altri, ma a fare ciò che essi si sentono; ma più che in passato essi sono lasciati soli in questa impresa di costruire e realizzare se stessi [9].
L’ampliamento del valore dell’espressione di sé rappresenta un appello per la responsabilità personale; ciò è positivo in quanto se uno è sollecitato a prendere in mano se stesso può crescere nella libertà. Tuttavia la vita concreta ci pone in evidenza come nei giovani (e anche in questo caso pure negli adulti), schiacciati da molte possibilità tutte poste sullo stesso piano, possa farsi strada una sorta di cinismo per il quale non c’è niente per cui valga la pena di vivere veramente, se non la soddisfazione del momento.
Diventare grandi oggi è un processo personale con molti meno ‘paletti’ che in passato; i dispositivi regolativi esterni sono diminuiti fortemente e le persone sono consegnate al loro dispositivo interno, alla loro coscienza. Di fronte a questa nuova situazione appare fortemente riduttivo immaginare un ritorno ad una regolazione esterna, rigida; ugualmente occorre dirsi, con franchezza, che la necessaria formazione della coscienza critica è una strada stretta, selettiva, che chiede tempo.
È più facile regolare tutti, ma è molto più difficile renderli consapevoli; si tratta di una sfida educativa che non può essere elusa e che occorre consegnare, in una logica di accompagnamento, anche agli stessi ragazzi e giovani.
Partecipazione
La coscienza, nell’ottica dell’antropologia cristiana, è sempre intesa come apertura al mondo e all’altro. Siamo così condotti alla quinta parola chiave: partecipazione.
Le nuove generazioni non sono per nulla insensibili. Se un amico chiede, ci si attiva; se c’è una campagna per aiu- tare qualcuno, la voce si fa girare. Sono però sospettose verso un impegno a lunga scadenza. È come se ciascuno di loro dicesse: «è bello ed è importante impegnarmi per gli altri , ma quando posso e possibilmente non da solo! Certo posso essere una risorsa, ma ora devo soprattutto dedicarmi a me stesso».
Questo atteggiamento di ritrosia alla partecipazione, di ‘disponibilità condizionata’, che può diventare problematico, è a mio parere enfatizzato da uno sguardo del mondo adulto che tende a vedere i giovani come bisognosi e che raramente li invita ad una spinta creativa verso la vita. Forse dobbiamo dirci come adulti che ci fa un po’ paura il giovane che inventa, che vuole fare, che mette un po’ a soqquadro le nostre sicurezze.
Questo atteggiamento problematico verso l’impegno sociale e la partecipazione è anche sostenuto, da un modo troppo individualistico, ristretto, di leggere il rapporto con il mondo.
Penso a questo proposito che una direzione educativa da intraprendere sia quella di porre la questione del futuro non al singolare, ma al plurale. Sollecitare i ragazzi e i giovani a pensare la propria realizzazione in rapporto a quella degli altri. La concezione sacrificale che avevano soprattutto le mamme di diverse generazioni fa, era una deformazione di un pensiero al plurale: non penso a me stessa, penso solo agli altri. Oggi però, la sottolineatura eccessiva sul benessere individuale rischia di non aiutare i ragazzi a pensarsi al plurale, di considerare gli altri, il mondo. Allora strettamente connessa al tema della partecipazione vi è l’importanza di un impegno educativo che spinga ad interessarsi non solo a sé al proprio vissuto, ma al mondo, soprattutto a quelli parti meno luccicanti e meno presenti sui media.
Trascendenza
Il tema dell’apertura ci conduce, necessariamente, a quello della trascendenza.
Le ricerche ci dicono che l’adesione religiosa per tradizione sta inesorabilmente erodendosi. In Italia i giovani tra i 19 e i 30 anni che oggi si dichiarano cattolici sono circa il 54%: quindi 1 giovane su 2. Ma nel nord Italia, il dato è già stabilmente sotto il 50%. Anche la pratica religiosa settimanale si sta indebolendo attestandosi, con un dato uniforme su tutto il territorio nazionale, tra il 15 e il 18% [10].
Sempre di più la religiosità è vista dai ragazzi e soprattutto dai giovani come un processo personale e aperto a sempre possibili revisioni. Ciò apre la strada a scelte e appartenenze religiose certamente più consapevoli, ma anche sempre di più necessitanti di accompagnamento.
La scelta di credere oggi poi si colloca dentro un contesto culturale dove la dimensione religiosa è vissuta ed è vista con indifferenza oppure con sospetto. Si sta dando per scontato che la vita non ci possa parlare di un mistero più grande e così essa non appare più come un invito, come un messaggio da ascoltare e interpretare, come un segno, ma come semplice accadere. Il cielo e la terra stanno diventando muti e vuoti.
A questo proposito mi pare allora che la questione educativa che si apre presenti una duplice direzione: promuovere nei giovani un atteggiamento positivo verso le domande radicali, che abitano comunque il loro cuore; testimoniare la possibilità di una vita spirituale, aperta alla possibilità di una parola ‘Altra’. Si tratta di investire nell’educazione, all’ascolto, allo stupore, alla contemplazione, alla ricerca di un senso, non posseduto come un semplice concetto o come un insieme di norme, ma vissuto come una direzione; nell’educazione a considerare come plausibile la possibilità che la vita non sia solo un mio progetto, ma un appello, una chiamata che accolgo.
Conclusioni
Le parole prese in esame ci restituiscono delle direzioni di lavoro che non possono vedere gli adolescenti e i giovani soltanto come destinatari. Essi sono coprotagonisti di un impegno che chiama in causa, logicamente, tutta la comunità ecclesiale. L’educazione, infatti, è un’avventura collaborativa dove nessuno è autosufficiente, né i ragazzi, né gli adulti. Certo, dentro la comunità hanno un ruolo decisivo le figure che assumono intenzionalmente una funzione educativa; esse, a mio parere debbono recuperare la loro forza di attrazione la loro significanza la loro amabilità.
In che modo? Innanzitutto accrescendo la consapevolezza su se stessi e sulle nuove generazioni, coltivando la passione educativa verso la vita dei ragazzi e dei giovani, verso il loro bene. Educatori non sulla difensiva o su un piedistallo, ma desiderosi di’ stare con’, di consegnare e affidare il tesoro ricevuto, la parola buona sulla vita che essi stessi vanno sperimentando.
E questa consegna ha molte forme.
Si tratta allora di riporre al centro dell’azione educativa un’azione che valorizzi tutte le strade del metodo: le relazioni, i contenuti, i contesti, i linguaggi; un’ azione educativa che non abbia paura di essere sovrabbondante, ossia che non abbia timore di mettersi in gioco senza aspettare risultati immediati.
NOTE
1 Cfr. il sito www.rapportogiovani.it e il volume: Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2013, Il Mulino, Bologna 2013.
2 Cfr. AA.VV, E-state in oratorio /1. L’esperienza educativa degli adolescenti negli oratori estivi e nei Cre-Grest lombardi, Gli sguardi di ODL, Bergamo 2007; P. Triani – D. Mesa, Il gioco della responsabilità, in «Animazione sociale» 12/2007, pp. 33-41.
3 A. Rosina, Introduzione, in Istituto Giuseppe Toniolo, op. cit., p. 14.
4 Cfr. Francesco, Discorso agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti in Italia e in Albania, 7 giugno 2013.
5 Cfr. P. Triani, Una fiducia da coltivare. L’atteggiamento verso la vita, l’appartenenza e la pratica religiosa, il rapporto con le istituzioni, in Istituto Giuseppe Toniolo, op.
cit, pp. 177-206.
6 Cfr. R. Guardini, Etica, Morcelliana, Brescia 2001.
7 E. Mounier, Il personalismo, AVE, Roma 2004, p. 62.
8 Francesco, Discorso agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti in Italia e Albania, cit.
9 Cfr. B. Lonergan, Dimensioni del significato, in Id., Ragione e fede di fronte a Dio, Queriniana, Brescia 1992, pp. 104- 122.
10 Cfr. P. Triani, Una fiducia da coltivare…, cit.

