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    BUONA STOFFA /1. "Vai per la città e guardati attorno..."


    Per un artigianato dell’accompagnamento salesiano

    Ufficio Nazionale Vocazioni - Salesiani Don Bosco – Italia

    (NPG 2018-03-6)



    Introduzione

    Il presente testo, redatto dall’Ufficio Nazionale Vocazioni del CSPG, si pone a compimento di un lungo percorso che sta coinvolgendo da diversi anni l’Italia Salesiana. Nel 2009 vedeva la luce il primo testo, Darei la vita, che ha guidato le varie Ispettorie italiane nel porre in atto cammini specifici vocazionali per ragazzi e giovani a partire dall’età della preadolescenza. Il secondo passo fu realizzato nel 2013 con la pubblicazione di Messis Multa, che aiutava i singoli ambienti nella realizzazione di cammini locali vocazionali. Ora - con la pubblicazione di Buona stoffa - il percorso giunge a compimento, non nel senso che diviene un cammino ultimato, ma nella presa di consapevolezza di avere tra le mani una completezza di strumenti per avventurarsi nell’arte dell’accompagnamento vocazionale, esperienze tra le più preziose ed emozionanti della pastorale giovanile che vede proprio nella scelta vocazionale il suo sbocco naturale.
    Il testo ha avuto diversi anni di gestazione con un lavoro attento serio e attento che ha visto il recupero da un lato dell’esperienza viva dell’accompagnamento personale salesiano, con l’ascolto di diversi confratelli impegnati in questa pratica educativa, dall’altro lato il riferimento costante e puntuale alle narrazioni di don Bosco che ci consegnano un particolare modo di accompagnamento che si andava strutturando tra le mura di Valdocco, in quello che era un sapiente ordito educativo in cui trovavano posto l’educazione e l’accompagnamento di ambiente, di gruppo e personale.
    Quel che ne viene fuori è un testo nato più tra la rumorosità di un cortile che tra la polverosità di una biblioteca; un testo che chiede di essere attuato e personalizzato nella vita di ogni educatore-accompagnatore che è chiamato ad avvicinarsi al giovane per condurlo verso la pienezza della sua vita. Un testo che non offre ricette precostituite ma, nel confronto con la tradizione e l’esperienza salesiana, invita a riflettere e a vivere un sano discernimento per cogliere la voce dello Spirito che è sempre novità di vita.
    Sono tre i capitoli nei quali si dispiega questo percorso, il primo empirico-contestuale, cerca di costruire una cornice di riferimento all’interno della quale vivere l’accompagnamento; il secondo fondativo-carismatico getta luci sul metodo di accompagnamento messo in opera a Valdocco; il terzo, infine, criteriologico-pratico, offre suggerimenti concreti ed equilibri da ricercare. Tutti e tre i capitoli sono inquadrati a partire da un episodio della vita di don Bosco, il dialogo con il Cafasso, sua guida spirituale, l’incontro con Domenico Savio, il frutto più riuscito della pedagogia salesiana, e l’accompagnamento con Michele Magone, capobanda di una masnada di ragazzi che all’oratorio sperimenta la possibilità di cambiare vita.
    Tra le tre icone certamente quella di Domenico Savio è la più pregnante ed è quella che dà il tono a tutto il testo: da qui il titolo Buona stoffa, che è quella che si presenta - nella persona del giovane - a colui che viene eletto ad accompagnarlo. Egli, sapiente educatore, come abile sarto, è chiamato ad aiutare il giovane nell’esprimere tutte le ricchezze che la stoffa porta in sé. Certo, un compito arduo e impegnativo, ma che trova nell’ambiente educativo in cui accompagnato e accompagnatore si incontrano, quello che potremmo definire sartoria, un valido sostegno, un orientamento sicuro, una garanzia di cammino.

    1. "Vai per la città e guardati attorno..."

    Un prete novello, con il cuore colmo di sogni. Un giovane prete, forte dei suoi ventisei anni. Ha davanti a sé la vita ed il cuore bruciato da un desiderio smisurato, ma ancora confuso: spenderla tutta, quella vita che gli scorre vigorosa nelle vene, per il suo Signore e per gli uomini.
    Accanto a lui la sua guida. Lo ascolta attento. Poi poche e precise parole. È l’autunno del 1841, ma sembra primavera.
    «Va’ per la città e guardati attorno».[1] Strana direzione spirituale. Per entrare in te, devi uscire. Per scoprirti, smettere di guardarti. Se vuoi essere di Dio, entra nel mondo, senza confonderti: sei chiamato, nelle sue pieghe più nascoste, ad esserne il sale.
    Va’ per la città e guardati attorno. Poche parole, semplici, ma di fuoco. Di quelle che profumano di Vangelo. Nascono dal cuore di un piccolo prete, consumato dalla passione e dallo zelo per la cura delle anime. Il suo nome, a Torino, lo conoscono bene i più pii e i più poveri, le persone dabbene e i farabutti. Don Cafasso, il prete della forca, ha imparato profondamente che i sogni che Dio accende nel cuore non devono avere paura della realtà, anzi: solo dentro la realtà possono venire alla luce. Alla luce: anche quando ha la lugubre forma di un patibolo, e il sogno di Dio è solo un piccolo Crocifisso che un povero cristo bacia, con tutta la devozione di cui è capace, in quell’ultimo secondo che lo separa dalla Luce eterna del Paradiso.
    Va’ per la città e guardati attorno. Dio va preso sul serio! Non c’è semplicemente da vederlo o da riconoscerlo, ma d’arrivare a guardare tutto quello che ti circonda con i suoi occhi. Il mondo, ad osservarlo bene, è un grande tabernacolo. Il Signore è qui, invisibile solo per chi si ostina a cercarlo in alto, Lui che è disceso in basso e che da ricco che era si è fatto povero per arricchirci.[2]
    Va’ per la città e guardati attorno. Il prete novello si chiama don Giovanni Bosco e prende sul serio l’invito. Con slancio si mette ad attraversare le strade e le piazze di quella città che gli è ancora così estranea e sconosciuta, ma che diverrà, da lì a poco, la sua Torino. Comincia a guardare e a guardarsi attorno. Ragazzi. Tanti, tantissimi, in ogni dove. Alcuni sfruttati in mille lavori. Molti altri oziosi. Tutti perennemente affamati. Eccoli, mentre corrono vocianti dietro chissà quale avventura, o intenti a giocare alle carte in un angolo di una piazza, o seduti da soli in disparte, vinti dalla nostalgia di casa. La gente che li osserva ha imparato a conoscerli e ad evitarli. Li chiamano vagabondi, delinquenti da spedire al più presto nelle patrie galere.
    Chi finisce per andarci, in galera, è proprio don Bosco. L’invito, ancora una volta, è della sua guida, don Cafasso, che ne è il cappellano. L’impatto è forte. Devastante. Chiusi in stanze maleodoranti e buie, turbe di ragazzi, tra i dodici e i diciotto anni. Tristi e abbandonati da tutti. Don Bosco li vede e li riconosce: sono quelli che ha visto in sogno, diciassette anni prima, giocare, litigare e bestemmiare nel cortile di casa sua e che pensava di correggere e calmare a suon di ceffoni.
    Li vede, li riconosce e lo riconosce, il suo Signore, lì presente. In quelle stanze e in quelle vite così buie, la sua Luce che non si spegne. Accanto a sé, lo tiene per mano, la stessa Maestra di quel suo primo ed indelebile sogno. Sono lupi, ma, con Lei accanto, don Bosco li vede già agnelli.
    Se trovassero un amico che si prendesse cura di loro.[3] Un’intuizione. Una chiamata. Un compito. Don Bosco non è più lo stesso. La sua vita e la sua missione ormai non sono che il dritto e il rovescio della stessa moneta. Sono ormai la vita e la missione di un padre.
    Va’ per la città e guardati attorno. Don Bosco lo ripeterà, con parole diverse, ai suoi ragazzi. Con parole diverse, ma con il medesimo ardore. Convinto che l’unico modo che abbiamo per scoprire i lineamenti più veri del nostro volto è trovarli riflessi in quello degli altri.
    Va’ per la città e guardati attorno. L’accompagnamento vero non può che portare a scendere in basso e ad uscire fuori. Ad entrare sempre più nella Pasqua del Signore, per essere, nel buio, un riflesso della Sua luce.
    Va’ per la città e guardati attorno. È il compito della Chiesa. Il segreto dell’efficacia della sua opera di evangelizzazione: il seme del Vangelo può fiorire solo se è seminato nei solchi di questa terra, nel profondo delle sue pieghe più oscure.
    Come don Bosco si è materialmente mosso verso i giovani della Torino del suo tempo, guardandosi intorno, il presente capitolo desidera mettersi in ascolto della realtà presente, della cultura, dei segni dei tempi che interpellano le comunità educative-pastorali, gli educatori, gli accompagnatori. “Hic et nunc”, “qui e ora”, vuole essere il momento dell’ascolto attento della cultura odierna, il luogo di incontro con la realtà presente.

    HIC ET NUNC

    Cultura attuale

    Quali sono i tratti della cultura nella quale siamo inseriti?
    Innanzitutto l’idea dominante di libertà, sempre più privatizzata, sembra intesa come assoluta, ovvero slegata da qualunque riferimento al suo fine di ricerca del Bene, desiderosa unicamente di vie di salvezza autonome e della propria autorealizzazione.
    Un secondo tratto può essere rintracciato nella cornice immanente dentro la quale il singolo si ritrova a vivere. Il processo della secolarizzazione non ha spento il bisogno religioso dell’uomo, ma ha permesso la «comparsa di nuove condizioni della credenza [...] entro cui deve procedere qualsiasi ricerca della dimensione morale e spirituale».[4]
    Un ultimo tratto che descrive la nostra cultura è certamente quello del narcisismo, che vede l’autorealizzazione personale come unica via del compimento di sé. La parola d’ordine sembra essere la massimizzazione del godimento. In tale prospettiva non ha più spazio la concezione della vita come dono di sé, né hanno dimora i motivi per cui vale la pena vivere e morire. Anche il servizio agli altri rischia di essere vissuto come via per raggiungere la pace con se stessi.
    Scegliere, in questo contesto, sembra davvero difficile. È prendere “posizione”, compromettersi dentro dei legami piuttosto che con altri. Se poi si aggiunge l’aggettivo «definitivo», appare con tutta evidenza l’imbarazzo della nostra cultura. Eppure il desiderio del “definitivo”, del “per sempre”, è insito nelle esperienze più elementari della vita: ci innamoriamo e desideriamo che sia per sempre, viviamo l’amicizia e vorremmo che non finisse mai. All’immaginario sociale che accompagna tali desideri sembra però impensabile una scelta definitiva. «Perché non si riesce più a fare scelte definitive? Perché non c’è niente di definitivo da scegliere».[5]

    Giovani, adulti e Chiesa oggi

    I giovani del nuovo millennio, i millennials,[6] si sentono responsabili del mondo che li circonda, anche se appaiono incostanti. Pur vivendo un senso d’inadeguatezza nella ricerca quotidiana di una realizzazione compiuta, sentono dentro di loro una spinta reattiva verso una nuova primavera sociale ed ecclesiale, piuttosto che arrendersi passivamente alla pesantezza di una realtà che sembra schiacciarli. Sono creativi, cercano relazioni inedite; molto empatici, con un brio da start-up e un po’ idealisti. Vere e proprie sentinelle della temperie culturale i giovani[7] portano al tempo stesso i segni del tempo in cui vivono: se da un lato sembrano indulgere ad uno stile di vita improntato all’autorealizzazione e ad una centratura su sé stessi, dall’altro invocano adulti significativi,[8] capaci di ascolto, con cui confrontarsi, confidarsi, dialogare.[9] Esprimono il desiderio di trovare negli educatori (genitori, insegnanti, consacrati)[10] una presenza più accessibile nei luoghi informali di incontro. Lì dove si realizza un clima di fiducia fra giovani e adulti, lì dove scocca la “scintilla” dell’accoglienza cordiale ed informale da parte dell’educatore, il dialogo si fa profondo e maturano dei reali percorsi di accompagnamento.
    Sull’altro fronte vi è invece una vera e propria latitanza di adulti autorevoli e non autoritari, capaci di dare ragione dei divieti e delle leggi, capaci di amare il prossimo come se stessi e non sballottati in balìa delle proprie voglie. Distratti nei confronti del mondo giovanile, raramente si fanno carico della loro crescita integrale.
    A complicare le cose, in un contesto generalizzato di smarrimento, la nostra cultura guarda con sospetto ogni mediazione della salvezza (di cui la Chiesa è l’esempio per eccellenza), come corpo estraneo in un rapporto con Dio all’insegna dell’immediatezza. La Chiesa[11] è percepita come una montagna di divieti, immotivati e spesso anacronistici. Non risplende per la sua poca trasparenza, per il modo di servirsi del suo potere, percepito come controllo delle persone e delle coscienze; non brilla a causa della sua fastosità; non risplende perché sentita come conservatrice e chiusa, ma anche, specularmente, come unico baluardo di custodia di alcuni valori.

    Una realtà sfidante

    Gli educatori, per loro propria natura, ancor più se animati dal Vangelo, hanno uno sguardo profondamente ottimista sul mondo e rifiutano di gemere sui propri tempi.[12] Guardando all’ambivalenza della cultura odierna e dei vissuti, sembra dunque opportuno parlare di sfide e di opportunità, piuttosto che di criticità e problemi.
    La prima sfida appare dalla crescente scristianizzazione e dalla sempre più presente richiesta di un accompagnamento personalizzato all’incontro con Gesù Cristo. Tale esigenza si sposa in maniera feconda con la sensibilità - tutta moderna - della cura della soggettività. Infatti non è più pensabile credere in Dio riposando sul patrimonio di credenza delle generazioni che ci hanno preceduto, ma è necessario vagliare tutto, verificarne la credibilità, fare propri i dubbi per rendere personale e autentica la propria fede. In questo bisogno di appropriazione della fede si crea uno spazio ampio e prezioso di accompagnamento dei giovani.
    Un’altra sfida sembra presentarsi dall’emergere dei fondamentalismi religiosi di ogni tipo. Educare il vissuto religioso è cammino necessario perché la fede sia sempre accompagnata dalla ragione, perché sia salvaguardata la bellezza del volto di Dio e di quello dell’uomo.
    Infine, la nostra età ci restituisce il fenomeno sempre più diffuso del volontariato, esperienza di servizio che coinvolge tanti giovani. La realtà sfidante è quella di accompagnare la dinamica del servizio perché sia vissuta non come il luogo della propria autorealizzazione autocentrata, ma goduta nella verità della donazione di sé.
    Le sfide elencate richiedono certamente che l’accompagnamento personale vocazionale non sia un atto solitario - tentazione sempre ricorrente -, ma sia inserito all’interno di cammini di pastorale giovanile sulla quale l’animazione vocazionale poggia, sorge e si sviluppa.[13]

    FEDE E VOCAZIONE

    Dopo esserci lasciati interrogare dalla cultura odierna, dal vissuto giovanile e dalle sfide provocanti che emergono, sembra ora utile mettere a punto alcuni termini che danno il titolo ai paragrafi di questo capitoletto. Inflazionati nell’uso sia interno alle comunità ecclesiali, sia nel linguaggio comune, rischiano di essere portatori di molteplici significati, non sempre condivisi nella loro pregnanza. Ecco perché si provano a puntualizzare brevemente.

    Fede

    La luce della fede è capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo e ne orienta il cammino.[14] Nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ama per primo, che primerear, che prende l’iniziativa,[15] che chiama, che scommette sull’uomo, mostrandogli il suo amore, sul quale è possibile poggiare per essere saldi e costruire la vita. Proprio per questo la fede è la relazione personale del discepolo con il Maestro e, allo stesso tempo, ciò che dà sostanza a tale relazione, come accade ad esempio sulla strada verso Emmaus. Infatti «nella fede, Cristo non è soltanto Colui in cui crediamo […], ma anche Colui al quale ci uniamo per poter credere. La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere».[16]

    Discernimento

    Il discernimento è una realtà relazionale, è imparare a decifrare come Dio mi si comunica e mi salva.[17] Fra i differenti tipi di discernimento (dei segni dei tempi,[18] quello morale,[19] quello spirituale[20]), la presente trattazione focalizza l’attenzione sul discernimento vocazionale, che procede nella libera adesione a un Dio che liberamente si consegna.[21] Si tratta di un vero e proprio itinerario di scoperta, accoglienza e maturazione del dono della vocazione.[22]
    Tale itinerario richiede una doppia fedeltà: alla Parola (che, ascoltata, meditata, pregata e messa in pratica quotidianamente, introduce nella grammatica di Dio, ne fa esperire i tratti, ne fa cogliere le costanti e ne fa gustare il cuore pulsante) e all’oggettività della realtà (nella quale il Signore pone ogni uomo, perché lì la Parola sia guida nel raggiungere la pienezza della felicità).
    Itinerario che consiste nel riconoscere[23] che gli avvenimenti, le persone, le parole, producono interiormente «desideri, sentimenti, emozioni»,[24] da “interpretare”, per comprende che cosa lo Spirito suscita nel cuore della persona. È una fase molto delicata che esige richiede pazienza e vigilanza.
    Itinerario che ha di mira il prendere una decisione, “scegliere”, decidersi liberamente e responsabilmente di fronte a Dio su come fare della propria vita un dono, dentro la Sua chiamata.

    Vocazione

    Il Concilio Vaticano II ha messo in luce la pregnanza del termine “vocazione” nel suo significato originario biblico. Esso non richiama più alla memoria una particolare forma di vita come quella religiosa o quella sacerdotale, ma, in una solida ecclesiologia e in un’adeguata teologia della vita consacrata, propone e valorizza opportunamente tutte le vocazioni tra il Popolo di Dio.[25]
    La Scrittura racconta con realismo storie vocazionali, storie di chiamate, storie di relazione fra il popolo e il proprio Dio. Potremmo quasi dire che tutta la Bibbia è un racconto di chiamate e di risposte. Ad Abram viene ripetuto: «cammina davanti a me».[26] È il verbo della libertà, sotto lo sguardo di un Dio che dà sicurezza nelle scelte. Ai discepoli, il maestro di Nazareth ripete: «seguimi!», da vivere non semplicemente come destinatari di una “chiamata” esteriore, ma all’insegna del coinvolgimento totale nello scrivere a quattro mani con Dio il progetto della propria vita.
    È vocazione alla santità quella che, inscritta nel Battesimo, prende forma concreta in uno stato di vita (matrimoniale o di speciale consacrazione), all’interno di un cammino ecclesiale, in quando dono per la crescita del Regno di Dio[27] e l’edificazione della Chiesa. Questa vive, a sua volta, la gioia e la responsabilità di suscitare, discernere e accompagnare ogni vocazione.[28] È la funzione generativa ed educativa che si esprime nell’espressione, introdotta da Giovanni Paolo II:[29] “cultura vocazionale”.
    Se è vero che ogni vocazione necessita di un cammino personalizzato di accompagnamento per essere scoperta, accolta e portata a maturazione, questo certamente lo si deve dire in modo particolare di quelle vocazioni dette appunto di “speciale” consacrazione ed è questo quanto si andrà ad approfondire nei capitoli successivi.

    Cultura vocazionale

    Si è detto dunque “cultura vocazionale”.[30] Di cosa di tratta? È cultura della vita, capacità di sognare e desiderare in grande, stupore che consente d’apprezzare la bellezza e sceglierla per il suo valore intrinseco, perché rende bella e vera la vita,[31] insomma: «un modo di concepire e di affrontare la vita come un dono ricevuto gratuitamente; un dono da condividere al servizio della pienezza della vita per tutti, superando una mentalità individualista, consumista, relativista e la cultura della autorealizzazione».[32] Il termine “cultura” richiama non a gesti singoli, ma ad una mentalità e ad un atteggiamento condiviso da un gruppo che esprime un impiego sistematico e razionale delle proprie energie in favore di tutta comunità.[33]
    Per dare vita ad una cultura vocazionale è indispensabile pensare e agire come persone in relazione all’interno di comunità che vedono la ricerca di senso come comprensione del fine degli eventi e delle cose; capaci di rimanere aperte alla trascendenza, all'oltre umano, all'accettazione del limite, all'accoglienza del mistero, l’accoglienza del sacro nei suoi aspetti soggettivi e oggettivi, alla riflessione e alla scelta religiosa; abituate a discernere tra il bene e il male e saper orientarsi al bene; che si dinamizzano ed organizzano le proprie risorse in modo progettuale; realmente impegnate per la solidarietà, in opposizione a quella cultura che porta a centrarsi sull'individuo.[34]

    L’ACCOMPAGNAMENTO SPIRITUALE

    Il diffondersi di una cultura vocazionale[35] è possibile quindi solo a partire da una Comunità Educativa Pastorale (CEP) che metta in atto una pastorale giovanile autentica e per questo vocazionale.

    Camminare insieme

    Tratto caratteristico del nostro tempo è la complessità: la mutevolezza delle condizioni e la velocità dei cambiamenti sembrano disorientare ogni cammino di discernimento. Proprio per questo papa Francesco lo richiama di frequente, come atteggiamento permanente da coltivare per ogni credente e per l’intera comunità ecclesiale, con il simultaneo ascolto della realtà e della voce dello Spirito.
    Il tema della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” rende questo tempo particolarmente favorevole per l’impegno della Chiesa nell’incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane, nessuno escluso.[36]

    L’accompagnamento oggi

    Pare a volte che lo scoraggiamento sia una tentazione tipicamente ecclesiale, specie quando l’azione pastorale risulta inefficace.[37] Eppure ogni accompagnatore vocazionale è chiamato ad essere “educatore alla fede”, animatore di speranza, che accompagna i giovani dal momento in cui percepiscono la chiamata a quello in cui si decidono vocazionalmente.[38]
    Oggi sembra opportuno parlare di “accompagnamento” spirituale più che di “direzione”. Questa sottolineatura non appaia banalmente antiautoritaria: desidera mettere in evidenza con semplicità che, nella storia di ciascuno, verità e libertà sono intrecciate filo dopo filo. Finanche la verità di Dio non si è mai manifestata a prescindere della libertà umana, ma sempre coinvolgendola nel dinamismo di una risposta, quasi desiderandola. E, allo stesso tempo, la libertà dell’uomo non ha mai avuto accesso alla verità di Dio senza compromettersi con una libera scelta di affidamento.
    Tale sottolineatura appare illuminante anche per l’accompagnamento: si conosce infatti la volontà di Dio solo se non si bypassa la storia personale e nell’umile e profondo ascolto dello Spirito Santo che in quella storia ha agito e agisce. È l’itinerario concreto del Risorto con i due di Emmaus, un vero e proprio “accompagnamento”, rispettoso ad un tempo della storia dinamica dei discepoli e della verità di un Dio che prende l’iniziativa in modo inaspettato.
    In questo percorso di grazia chi, in realtà, accompagna la persona in discernimento è lo Spirito Santo. A volte la sua azione ha bisogno di una mediazione umana per essere colta: è una constatazione che viene dalle Scritture e dalla storia di tante vocazioni.[39] Mediazione da intendersi non più nella sua forma tradizionale di direzione spirituale (al cui centro vi è la guida, che dirige verso cammini di santità), quanto piuttosto come accompagnamento spirituale di un padre, di un fratello maggiore, che conduce un altro fratello verso cammini di santità.[40]

    Come accompagnava don Bosco?

    L’azione pastorale di don Bosco esprimeva una forte esperienza spirituale che educava a percepire la presenza di Dio e che orientava ognuno a ricercare il proprio progetto di felicità nel rapporto con i compagni e con Dio nei sacramenti. Condivideva insieme ai giovani la familiarità, lo “stare con”, l’ascolto e la fiducia. Spingeva alla dimensione apostolica coloro che presentavano segni di vocazione, nell’aiuto ai bisognosi, impegnato e disinteressato.[41] Tutto ciò avveniva solitamente nella casa salesiana, gioiosa, salubre e ricca di vita di pietà, con i muri illustrati di sentenze a grandi caratteri del genere: Dio ti vede.[42]
    Don Bosco parlava con i suoi ragazzi negli incontri casuali quotidiani. Li cercava nei contatti brevi, occasionali, che mostravano l’interesse per la persona. I lunghi colloqui nella intimità di un ufficio o di un parlatorio sono stati piuttosto rari:[43] gli bastava una parola, talvolta uno sguardo o una stretta di mano nel cortile della ricreazione. Preferiva alcuni luoghi e tempi: la sera prima del riposo della notte, in confessione, nel suo ufficio.[44] Le confessioni dei giovani e di chierici salesiani non erano chiuse nei confessionali: come dimostra una fotografia del 1861,[45] egli offriva ai penitenti un semplice inginocchiatoio in mezzo al cortile; gli altri ragazzi aspettavano stretti e vicino a lui.[46] Praticava e raccomandava ai “direttori d’anime” una grande bontà e dolcezza impreziosite da un’estrema comprensione.[47] Il suo sguardo e le sue parole portavano la pace, calmavano, sollevavano il cuore e incitavano all’azione.[48] Ne suoi colloqui guidava l’anima a ricercare la giustizia di Dio e l’esercizio di tutte le virtù cristiane,[49] condensandosi in qualche frase, due o tre consigli pratici, per raccomandare la pietà, la fuga dell’ozio e il gusto delle cose di Dio.[50] La confidenza era la prima qualità che domandava a coloro i quali accompagnava.[51] Raccomandava i “resoconti” per manifestare la propria coscienza ed arrivare ad una totale apertura dell’anima con le sue fragilità e debolezze.[52]
    Talvolta dirigeva per lettera, senza dilungarsi in analisi psicologiche.[53] Non si affidava assolutamente a questo mezzo di comunicazione se non per la necessità dettata dalla distanza del destinatario: alla lontananza preferiva una presenza tangibile, colma d’affetto e piena attenzione verso colui che ascoltava.
    Nell'articolo successivo dunque si approfondirà in modo più disteso i tratti dell’accompagnamento di don Bosco, mentre si lascerà al terzo il compito di tracciare linee operative per l’accompagnamento salesiano oggi.

    NOTE

    [1] cfr. T. Bosco, Don Bosco. Una biografia nuova, Elledici, Torino 1979 (16° ristampa), p. 103.
    [2] cfr. 2 Cor 8,9.
    [3] MO, 123.
    [4] C. Taylor, L’età secolare, Feltrinelli Milano 2010.
    [5] G. Zanchi, Il coraggio delle scelte definitive, in Rivista del Clero Italiano (2016), 6-21.
    [6] Con il termine “millennials” si intendono i nati tra il 1980 ed il 2000. La loro caratteristica principale è che sono la prima generazione della storia che nella propria età adulta presenta dimestichezza con la tecnologia digitale.
    [7] In occasione del Seminario vocazionale sull’accompagnamento, organizzato dalle Ispettorie salesiane italiane nel febbraio 2016, si è proposto un questionario d’indagine ai salesiani e ai giovani. Le affermazioni che seguono sono confermate anche dai risultati di tale indagine pubblicata nel “quaderno” di tale seminario, reperibile sul sito di NPG.
    [8] su tale argomento bene ha scritto M. Recalcati, Il complesso di Telemaco.
    [9] Il questionario citato ha rilevato che mentre la risposta dei giovani è stata consistente (oltre il 95%), quella dei consacrati si è rivelata notevolmente esigua. Solo il 4,2% dei Salesiani ha mostrato esplicitamente interesse per un sondaggio che aveva come oggetto d’indagine l’accompagnamento personalizzato dei ragazzi e dei giovani.
    [10] Oltre il 90% dei ragazzi intervistati ha un grande desiderio di avvicinare o di essere avvicinato da un educatore per raccontargli qualcosa di sé di più profondo.
    [11] L’immaginario dei giovani sulla Chiesa è ben descritto dagli studi di A. Castagnaro (con G. Dal Piaz e E. Biemmi), Fuori dal recinto, Ancora, Milano 2013 e dell’Istituto Toniolo R. Bichi - P. Bignardi, Dio a modo mio, Vita e Pensiero, Milano 2015.
    [12] Costituzioni Salesiane, 17.
    [13] cfr. Papa Francesco, Messaggio ai partecipanti al Convegno Internazionale sul tema “Pastorale vocazionale e vita consacrata”, 1-3 dicembre 2017.
    [14] cfr. Lumen Fidei, 4.
    [15] cfr. Evangelii Gaudium, 24.
    [16] Lumen Fidei, 18.
    [17] cfr. M. I. Rupnik, Il discernimento, Lipa, Roma 2004.
    [18] Che punta a riconoscere la presenza e l’azione dello Spirito nella storia.
    [19] Che distingue ciò che è bene da ciò che è male.
    [20] Che si propone di riconoscere la tentazione per respingerla e procedere invece sulla via della pienezza di vita.
    [21] cfr. Rupnik Marko Ivan, Il discernimento. Verso il gusto di Dio, Lipa, Roma 2000, 17-18.
    [22] cfr. Costituzioni Salesiane, 28.
    [23] cfr. Evangelii Gaudium, 51.
    [24] Amoris Laetitia, 143.
    [25] cfr. Papa Francesco, Messaggio ai partecipanti al Convegno nternazionale sul tema “Pastorale vocazionale e vita consacrata”, 1-3 dicembre 2017.
    [26] Gen 17, 1.
    [27] cfr. Pastores Dabo Vobis, 35.
    [28] cfr. Conferenza Episcopale Italiana, Vocazioni nella chiesa italiana, 2435-2516.
    [29] cfr. Giovanni Paolo II, Discorso per la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni, 2 maggio 1993.
    [30] cfr. “Darei la vita”, 21-24.
    [31] cfr. Pontificia Opera per le Vocazioni Ecclesiastiche, Nuove vocazioni per una nuova Europa, 17.
    [32] Chávez P., «Venite e vedrete», ACG 409, 16.
    [33] cfr. Chávez P., «Venite e vedrete», ACG 409, 16.
    [34] cfr. ibidem, 21-24.
    [35] Per un breve excursus storico sull’animazione vocazionale si può vedere Vito Magno, Storia della Pastorale delle vocazioni, in Dizionario di Pastorale Vocazionale.
    [36] Cfr. Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, EDB, 31.
    [37] cfr. Pontificia Opera per le Vocazioni Ecclesiastiche, Nuove Vocazioni per una nuova Europa, 6.
    [38] cfr. Conferenza Episcopale Italiana, Vocazioni nella Chiesa italiana, 48.
    [39] cfr. Cencini A., Accompagnamento vocazionale tra Azione dello Spirito e Scienze Umane, in: “Vocazioni” 29. (2012) IV, 65.
    [40] cfr. Savagnone G., Il Dio che si fa nostro compagno. Dalla direzione all’accompagnamento spirituale, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 2000, 6-7.
    [41] cfr. Chávez P., «Venite e vedrete», ACG 409, 12-13.
    [42] cfr. Desramaut F., San Giovanni Bosco direttore d’anime, in Desramaut Francis–MIDALI Mario, La direzione spirituale, Elle Di Ci, Torino (Leumann), 1983, 47.
    [43] Ibidem, 56.
    [44] Ibidem, 54.
    [45] Don Bosco ha voluto farsi fotografare mentre confessa il giovane Paolo Albera insieme ad una moltitudine di ragazzi.
    [46] cfr. MB XII, 564-565.
    [47] cfr. Desramaut F., op. cit., 64.
    [48] Ibidem, 70.
    [49] Ibidem, 69.
    [50] Ibidem, 54.
    [51] Ibidem, 75.
    [52] Ibidem, 58.
    [53] Ibidem, 54.


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