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    Don Bosco: ad ogni uomo la sua missione



    Francesco Motto

    (NPG 2018-05-42)


    “La Vita è Missione; e quindi il Dovere è la sua legge suprema; ogni altra definizione è falsa e travia chi l’accetta”, scriveva laicamente Giuseppe Mazzini nel primo Ottocento, riferendosi alla missione dei popoli e alla missione comune a tutti gli uomini, forse sull’humus del pensiero del filosofo tedesco J. G. Fichte della Missione del dotto (1794), della Missione dell’uomo (1800) o anche dei Discorsi alla nazione tedesca (1807). “Si dimentica che non è che la vita abbia una missione, ma che è missione” scrive papa Francesco citando un autore moderno nella recentissima Esortazione apostolica Gaudete et exsultate”.
    Don Bosco quasi certamente non aveva letto Mazzini, né conosceva Fichte; ovviamente non aveva letto papa Francesco, ma pure per lui la vita umana aveva un fondamento etico. Cristianamente poi era convinto che la vita umana, data in dono a ciascuno, fosse una cosa seria e che dunque dovesse essere spesa bene.
    Per lui ogni uomo aveva una sorta di triplice vocazione da seguire: anzitutto una “vocazione delle realtà terrestri”: con il proprio lavoro doveva guadagnarsi il pane necessario per il sostentamento e contribuire all’elevazione culturale e spirituale propria e altrui; poi una “vocazione al progresso”: doveva dare il proprio contributo materiale e spirituale, allo sviluppo e al miglioramento della società; infine una “vocazione ad un particolare obiettivo: quello di far rientrare la propria azione, il proprio vissuto in un progetto divino per rispondere a quella vocazione fondamentale che è la vocazione eterna: “vivere” oggi da “figlio di Dio” per “goderlo” poi definitivamente in paradiso. Se il catechismo insegnava che "Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e poi goderlo nell'altra in Paradiso", la vita terrena non poteva che essere concepita come un pellegrinaggio verso l'eternità.
    Una simile mentalità sembra piuttosto lontana da quella odierna. L’attuale cultura del “fai da te”, del narcisismo autoreferenziale, dell’individualismo esasperato, della libertà da ogni vincolo, fa sì che l’uomo fatichi a capire il senso del termine “vocazione”, del termine “missione” – anche se di mission si parla continuamente – come qualcosa che ha rapporto prima con la propria nascita, poi con la realtà quotidiana, infine con il desiderio, insopprimibile nel cuore umano, di verità, di giustizia, di bellezza, di bontà: in una parola, di Dio.

    “Gloria di Dio e salvezza delle anime”

    In cima ai suoi pensieri don Bosco pone, al pari invero di altri santi, “la gloria di Dio e la salvezza delle anime”. Tale obiettivo glielo ha trasmesso la teologia che ha studiato, la tradizione gesuitica, il suo maestro san Giuseppe Cafasso. E mettendo in relazione tale forte persuasione teologica con l’amara constatazione dei rischi incombenti sui “giovani poveri e abbandonati” a causa della loro miserabile condizione, egli prende viva coscienza della sua vocazione di “padre e maestro dei giovani” (per dirla con S. Giovanni Paolo II).
    Nella sua vita a predominare è proprio la presenza del divino. Dio è presente quando da giovane decide il proprio futuro, quando adulto si fa educatore dei giovani, quando nei primi anni Cinquanta si pone nello stato d’animo di chi difende la fede contro i protestanti, quando negli stessi anni e successivamente assume i panni dello scrittore popolare ed editore religioso; quando negli anni Sessanta opera per la concordia stato-chiesa in Italia; quando negli anni Settanta lancia i suoi missionari alla “fine del mondo”, in Patagonia; quando negli anni Ottanta, sofferente, si trascina per l’Italia, la Francia e la Spagna a cercare sussidi per la chiesa del S. Cuore di Roma.
    “La persuasione di essere sotto una pressione singolarissima del divino domina la vita di don Bosco, sta alla radice delle sue risoluzioni più audaci ed è pronta ad esplodere in gesti inconsueti. La fede di essere strumento del Signore per una missione singolarissima fu in lui profonda e salda” (P. Stella).
    Di tale presenza del divino in don Bosco sono ben coscienti i suoi primi collaboratori che formano una specie di commissione storica per raccogliere i “mirabilia Dei” che avvenivano in lui. Ma non lo sono meno quanti hanno modo di avvicinarlo successivamente, molti dei suoi benefattori, i destinatari delle sue lettere, gran parte dell’opinione pubblica. Se da parte dei giornali ostili alla fede è oggetto di critiche e caricature, dall’altra parte sulla stampa cattolica si rincorrono i termini di “uomo di Dio”, “santo sacerdote”, “grande taumaturgo”, dotato di doti profetiche.

    Dalle anime ai corpi

    Il Dio di don Bosco non è però un principio astratto, lontano, confinato in cielo, ma una presenza costante, anzi un’esperienza viva, continua ed efficacemente operante nella chiesa; un Dio forte, attivo, costantemente all’opera per la redenzione del mondo che però nell’economia della salvezza vuole associare alla sua opera l’uomo, cui chiede appunto collaborazione.
    Così l’ansia apostolica di don Bosco – salvare le anime dei suoi giovani – si coniuga immediatamente con la sollecitudine per i loro corpi. Lo zelo spirituale che predica e attua si amalgama con quello per la loro redenzione sociale e diventa impegno educativo, assistenziale, professionale, culturale. Don Bosco si espropria di se stesso per uscire alla ricerca dei giovani “poveri e abbandonati” bisognosi di tutto: vitto, vestito, alloggio, formazione al lavoro, preparazione culturale, corretto sviluppo della loro personalità e ovviamente formazione religiosa. Di loro vuol fare “onesti cittadini e buoni cristiani”. Di fronte al dilagare del secolarismo trionfante, di fronte alla sproporzione tra vastità del male che vede ed esiguità dei mezzi di cui dispone, non disarma. Anziché abbattersi, confidando nella Provvidenza si lancia in imprese che hanno dello straordinario. Per lui vale decisamente l’estasi dell’azione, di cui scrive il suo maestro-ispiratore S. Francesco di Sales: “Le estasi sacre sono di tre specie: una intellettiva, l’altra affettiva e la terza operativa: l’una è luce, l’altra fervore, la terza azione: l’una è fatta di ammirazione, l’altra di devozione, l’altra di opere” (S. Francesco di Sales, Teotimo, libro VII, cap. IV, "Santi della maniche rimboccate”).

    Una rete di collaboratori entusiasti

    Ma questa missione educativa ed evangelizzatrice ricevuta dalla fede e sorretta dalla speranza, don Bosco sente che non può tenerla per sé, deve condividerla con altri. Tenta con degli adulti, ma non vi riesce. Ed allora punta sui giovani. Li raccoglie attorno a sé, li forma giorno dopo giorno alla vita secondo il vangelo attraverso la parola e la testimonianza personale. Alcuni se ne vanno, ma molti lo seguono e con essi fonda due congregazioni salesiane (SDB, FMA), i cui membri si propongono di “vivere il vangelo” o “di salvarsi l’anima” come si diceva all’epoca, spendendo la vita per quella dei giovani.
    Nell'art. 1° della primitiva redazione delle Costituzioni salesiane (1858) si legge: "Lo scopo di questa congregazione si è di riunire insieme i suoi membri ecclesiastici, chierici e laici anche, a fine di perfezionare sé medesimi, imitando le virtù del divin Salvatore, specialmente nella carità verso i giovani poveri". Ancor più esplicita la circolare che don Bosco redige il 9 giugno 1867: “Ognuno se lo imprima bene in mente e nel cuore: cominciando dal superiore generale fino all’ultimo dei soci, niuno è necessario nella società. Dio solo ne deve esser il capo, il padrone assolutamente necessario. Perciò i membri di essa debbono rivolgersi al loro capo, al loro vero padrone, al rimuneratore, a Dio, e per amore di Lui ognuno deve farsi inscrivere nella società”.
    Lo hanno ben capito anche giovanissimi allievi. Uno di loro, il futuro S. Luigi Orione così si espresse rivolgendosi ai suoi seminaristi il 17 gennaio 1939: “Ora vi dirò la ragione, il motivo, la causa per cui don Bosco si è fatto santo. Don Bosco si è fatto santo perché nutrì la sua vita di Dio, perché nutrì la vita nostra di Dio. Alla sua scuola imparai che quel santo non ci riempiva la testa di sciocchezze, o di altro, ma ci nutriva di Dio, e nutriva se stesso di Dio, dello spirito di Dio. Come la madre nutre se stessa per poi nutrire il proprio figliuolo, così don Bosco nutrì se stesso di Dio, per nutrire di Dio anche noi… Ed egli poi tutto volgeva al cielo, tutto volgeva a Dio, e da tutto traeva motivo per elevare i nostri animi verso il cielo, per indirizzare i nostri passi verso il cielo".
    Il discorso del servizio a Dio e ai fratelli valeva anche per gli adulti, per i cooperatori salesiani, laici e non: "Lavorate intorno alla buona educazione della gioventù […] e voi riuscirete agevolmente a dare gloria a Dio, a procurare il bene della Religione, a salvare molte anime e a cooperare efficacemente alla riforma, al benessere della civile società".

    Protagonisti di esperienze eroiche

    Il servizio di carità ai compagni da parte di don Bosco giovane in persona e da parte dei suoi allievi di Valdocco – rimandiamo al nostro articolo in NPG di settembre-ottobre 2014 sul protagonismo giovanile [1] – non poteva però non trasformarsi pure in proposte di esperienze al limite dell’eroismo, tanto caro ai giovani psicologicamente appassionati delle missioni più ardite, bramosi sempre di gettarsi allo sbaraglio per obiettivi di valore.
    Ed ecco allora Don Bosco lanciare con forza, sulla scia del Concilio Vaticano I (1868-1869), un progetto missionario “pazzesco”: portare il vangelo laddove non è ancora arrivato, alla “fine del mondo”, in Patagonia. Con esso “strega” i suoi giovani salesiani, affascina i suoi allievi, li invita a guardare oltre il proprio orizzonte per mettersi a disposizione per obbedire al comando del Signore. Tutti allora vogliono partire perché là dove è l’ardimento, accorrono i giovani, rapiti dal rischio di un’evangelizzazione tour court, senza disquisizioni ed elucubrazione metafisiche o letterarie.
    Don Bosco offre loro quell’avventura di dedizione che essi attendono quasi senza rendersene conto: l’eroismo del vangelo, la pazzia della croce. E di croce si tratta, se si pensa a quali pericoli e disagi di ogni genere i missionari si dispongono ad affrontare. Don Bosco sfida l’impossibile e i giovani accolgono la sfida. Decine di loro, ragazzi e ragazze, poco più che adolescenti, fidando solo in Dio con immensa generosità si lanciano alla “conquista spirituale” dell’estrema periferia del mondo: Il risultato? Oggi non si può parlare di chiesa in Patagonia, di profilo storico, sociale, culturale e persino edilizio di quelle terre senza parlare di loro, di eroici giovani missionari, orgoglio pure di papa Francesco (ex allievo salesiano).

    Il luogo della propria missione: questo mondo

    Per don Bosco esiste solo un’alternativa: darsi a Dio ovvero alle creature, impegnarsi per Dio oppure per i beni terreni. Solo che “darsi a Dio” o “impegnarsi per Dio” non consiste nello sfuggire al mondo, ma nell’inserirvisi appieno. Il mondo, questo mondo che ci è dato, è il luogo della nostra missione, nella consapevolezza che il tempo dell’al di là non è che il continuum dell’al di qua, della storia di tutti i giorni. Paradossalmente proprio la fede lo fa sporgere dentro la concretezza della vita.
    Nel Regolamento per le case salesiane (1877), dopo aver indicato che l’uomo è destinato a lavorare, si indica in che cosa consista tale lavoro e quale sia la sua finalità: “Per lavoro s’intende l’adempimento dei doveri del proprio stato, sia di studio, sia di arte o mestiere”. “Mediante il lavoro potete rendervi benemeriti della Società, della Religione, e far bene all’anima vostra, specialmente se offerite (sic) a Dio le quotidiane vostre occupazioni”. Dunque un ideale a disposizione di tutti, non una meta per campioni o un progetto per spericolati della vita spirituale.
    Un ideale operativo destinato poi a sfociare nella santità. A Valdocco il discorso sulla santità è di casa: non perché l’Oratorio sia un ambiente di élite, riservato ai migliori, ma perché don Bosco trasmette ai suoi collaboratori e ragazzi la convinzione che l’amicizia con Dio è la vera ricchezza offerta a tutti e necessaria ad ognuno.
    L’orizzonte entro cui don Bosco aiuta i giovani più disponibili a crescere nella dedizione, nel servizio agli altri fino all’eroismo, si chiama santità, che non è tanto e non solo un ideale da perseguire, ma la logica che deve ispirare il proprio cammino, il contesto entro cui sviluppare l’ordinarietà della propria vita e promuovere iniziative di bene e di servizio. Le necessità della vita familiare, di quella sociale, della condizione di cittadino, di membro di una comunità ecclesiale, così come la cultura, l’arte, le relazioni umane, sono tutti appelli non velleitari, rivolti all’uomo e alla sua libertà.
    Ma ovviamente per raggiungere un obiettivo, occorre averne desiderio, bisogna esserne interessato, è necessario che qualcuno ti coinvolga. Lo fa don Bosco con la famosa predica sulla facilità di farsi santo, cui segue la decisione di Domenico Savio: “Mi sento un desiderio e un bisogno di farmi santo: io non pensava di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, io voglio assolutamente, e ho assolutamente bisogno di farmi santo". E alla domanda come regolarsi "per incominciare tale impresa”, don Bosco risponde: "io voleva per prima cosa una costante e moderata allegria: e consigliandolo ad essere perseverante nell’adempimento dei suoi doveri di pietà e di studio, gli raccomandai che non mancasse di prendere sempre parte alla ricreazione coi suoi compagni". Ed il Savio sintetizza a suo modo l'esperienza di straordinaria fioritura nella grazia dicendo: "qui all'oratorio facciamo consistere la santità nello stare allegri".
    Don Bosco è convinto che il più grande inganno del demonio sia far pensare ai giovani che la fede, la vita cristiana sia qualche cosa di serioso, triste e austero. Egli capisce che i suoi ragazzi rischiano di vederla come un ideale astratto, fatto di regole fredde e di principi scoraggianti. E vuole comunicare loro che invece la fede autentica è un incontro vitale con Dio, che accende nel cuore una gioia immensa e rende la propria vita una primavera di bene. Don Bosco avrebbe certamente fatta sua l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate di papa Francesco, vi si sarebbe ritrovato perfettamente in tanti suoi passi.

    Una storia continuata

    Don Bosco ha vissuto personalmente e ha saputo offrire ai giovani e alle ragazze del suo tempo esperienze educative e pastorali di dedizione, di donazione, di solidarietà, in cui le loro responsabilità personali sono poi cresciute fino a prendere il suo posto e a continuare la sua Opera.
    Sulla sua scia infatti la Famiglia Salesiana con le sue decine di migliaia di membri, uomini e donne, consacrati o meno, in 150 anni si è impegnata in tutto il mondo su mille fronti educativi, scolastici, culturali, missionari, nei quali se Dio ne è stato l’obiettivo finale, gli uomini, i giovani in particolare, non hanno occupato uno spazio marginale, ma erano i protagonisti. Le decine di processi di canonizzazione conclusi e di quelli ancora aperti ne sono la testimonianza.
    A loro volta poi molti dei giovani destinatari dell’azione educativa salesiana hanno imparato a riconoscere la chiamata di Dio nel loro quotidiano, nella concretezza della loro vita, tra le mura della casa, della scuola, dell’oratorio, senza fuggire nell’idealismo disincantato, senza cercare una “spiritualità dell’altrove”. Quanta generosità, quanto altruismo, quanto volontariato, quanto servizio, spesso nascosto, che non sarà mai canonizzato, in 150 anni di apostolato salesiano sotto tutti i cieli. Non è mancato neppure qualche martire vero e proprio.

    Conclusione

    La fede tocca la storia, pur non riducendosi ad essa. Se l'amore del prossimo non è tutto il messaggio cristiano, si può forse negare che esso sia centrale ed essenziale? Il servizio della carità non è stata forse affidato alla Chiesa?
    Impariamo dalla sapienza della Chiesa. In essa lungo i secoli centinaia di uomini e donne hanno percorso le vie dello Spirito attraverso legami di fraternità e di servizio, il dono di sé alle persone vicine, l’impegno per i più bisognosi e gli esclusi, la testimonianza umile e coraggiosa della fede; in sintesi, attraverso la pratica quotidiana delle opere di misericordia corporali e spirituali, affrontata in prima persona, senza deleghe ed evasioni.
    La fede mostra il senso e il fine della vita, la speranza fa tendere verso di essi, la carità ne realizza il conseguimento. Spegnendo magari il cellulare e “accendendo il cervello”, sei invitato a mettere gli occhi su Dio che sta passando nella tua vita; ti accorgerai che veramente la vita è una vocazione, o, forse anche, una “pro-vocazione! Non pensare di essere sul binario sbagliato, il treno della tua “missione in uscita” verso chi ha bisogno è proprio in partenza davanti a te: saltaci sopra. Tanti, tantissimi vi sono saliti prima di te; qualcuno lo conosci anche tu. Che aspetti? Dio ti chiama, don Bosco ti aspetta.

    NOTA

    1 http://notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7243:il-protagonismo-giovanile-apostolico-nella-vita-e-nellesperienza-educativa-di-don-bosco&catid=454:npg-annata-2014&Itemid=207



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