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    «La grazia suppone la cultura» (EG 115). Fede, studio, educazione


    Mariano Crociata

    (NPG 2018-08-14)


     

    Da alcuni anni è entrata nel lessico della Chiesa in Italia l’espressione “la Chiesa per la scuola”[1]. Essa segna il passaggio ad un atteggiamento nuovo nel rapporto con la scuola. Tale passaggio recepisce le trasformazioni profonde intervenute da alcuni decenni a questa parte, che hanno condotto una società tendenzialmente integrata a divenire plurale se non addirittura frammentata. Una cifra della presenza dei cattolici nella scuola in una società tendenzialmente integrata era offerta dal ruolo delle associazioni professionali, dei docenti in specie, con la funzione di animazione di un legame avvertito come condiviso dalla larghissima maggioranza dei docenti e degli studenti. Oggi una tale forma di presenza esige quantomeno di essere ripensata a fronte di sensibilità e orientamenti ideali e pratici differenziati e plurali.
    Il cambiamento di atteggiamento e di iniziativa si impone dunque alla comunità ecclesiale, la quale comprende di non avere alcun titolo di privilegio nel rapportarsi al mondo della scuola, come del resto a tutti gli altri mondi vitali. Non è più tempo di occupare spazi[2]. Essa sa di essere chiamata a dire se stessa nella semplicità e verità del messaggio e della testimonianza di cui è portatrice, con la coscienza di doverla offrire a tutti per rimanere fedele a se stessa e alla sua missione. Modalità e mezzi sono spesso da inventare e sperimentare.
    L’originale formula coniata da papa Francesco – «La grazia suppone la cultura» – interpreta tale nuova situazione e il compito della Chiesa oggi. Essa denota il riconoscimento di orizzonti di significato già delineati nell’esperienza di uomini e donne nella loro quotidiana fatica di vivere. C’è nella formula la consapevolezza di una pregnanza e di una positività che si manifesta come ricerca e apprezzamento di visioni e valori presenti nelle tante condizioni e occupazioni in cui si conduce l’esistenza umana comune[3]. Non sarà difficile individuare in tale positività perfino la storia degli effetti innescata ultimamente dalla fede cristiana. Tale fenomeno invita, in ogni caso, a cogliere all’opera Dio stesso anche nella storia degli uomini e delle donne di questo tempo.
    Di fronte a tale positività la Chiesa vuole contribuire ad una pienezza ulteriore di un umano comune carico di significati e di promesse, che vede attivarsi tante energie, insieme a inevitabili resistenze e intralci. Deve essere proprio tale atteggiamento a guidare la Chiesa anche nel suo rapporto con la scuola. Essere “per” la scuola significa riconoscere e apprezzare il lavoro che essa compie giorno per giorno, condividere cordialmente le finalità che essa persegue a favore innanzitutto degli studenti, e quindi dei docenti, del personale non docente e, non ultimo, delle famiglie. La Chiesa è consapevole che la scuola costituisce un asse portante nella struttura della società e uno strumento insostituibile di introduzione all’esperienza e alla responsabilità dell’umano per le nuove generazioni. È in questa prospettiva che essa guarda alla scuola e cerca di relazionarsi con essa.

    Il bene delle persone

    La Chiesa ha a cuore la scuola e le sue finalità. Ciò significa innanzitutto amore al bene delle persone e della comunità scolastica nel suo insieme[4]. Su come intendere tale bene è facile che si trovino divisi quanti hanno responsabilità sulla scuola, anche su questioni tutt’altro che marginali. Seppure ci si basi sulla Costituzione repubblicana, la quale parla del compito della scuola in termini di «istruzione», poi via via attualizzata dalla legislazione prodotta nel corso dei decenni nello sforzo di conservare la finalità principale coniugandola con l’evoluzione della società, si sono affermate visioni e relative riforme che hanno privilegiato, dopo il superamento del nozionismo e la ricerca di eguaglianza tra gli studenti al di là delle condizioni sociali di partenza, la socializzazione, l’acquisizione di capacità tecniche, la partecipazione e la creatività, la conoscenza e il rapporto con il mondo del lavoro, per citare solo alcuni aspetti[5]. La più recente pedagogia, mettendo l’accento sulle competenze, intese non solo in senso tecnico-professionale ma anche personale, relazionale e sociale, riporta l’attenzione verso la dimensione personalizzante della finalità della scuola, che può essere riassunta in un termine talora trattato con diffidenza, e cioè educazione[6].
    L’equivoco in cui capita di incorrere è quello che confonde pluralità di visioni e di scelte, e neutralità rispetto ad ogni forma di opzione ideale e valoriale, come se il rispetto per la libertà di professare le proprie idee comporti l’indifferenza o la mancanza di considerazione della necessità di abbracciare una visione e di compiere delle scelte per giungere a compiuta umanizzazione[7]. Quasi che la pluralità e la libertà vengano meglio salvaguardate dall’assenza di opzioni piuttosto che dalla possibilità di abbracciare la propria nel rispetto di quelle fatte proprie dagli altri. Quasi che il vuoto di idee e di valori metta meglio al sicuro il rispetto per ciascuno, non rendendosi conto, in tal caso, che nel vuoto non c’è più niente e nessuno da considerare e rispettare. La società plurale racchiude una potenzialità enorme proprio in forza della compresenza – allo stesso tempo libera e in relazione – di visioni ideali, orientamenti etici, fedi e religioni, che concorrono a una convivenza sempre più giusta e più piena[8].
    In tutto questo, la scuola rispecchia la società in cui opera e prepara le nuove generazioni a inserirsi in essa con competenza umana, culturale e professionale. Essa mette ragazzi e giovani nelle condizioni di maturare una propria visione delle cose e di abbracciare in libertà e responsabilità ciascuno la propria prospettiva di vita e di futuro; e lo fa mettendo a confronto la pluralità con un approccio serio e scientifico e con un sguardo critico che abiliti a un maturo giudizio personale. L’educazione in questo caso significa l’offerta, attraverso contenuti e metodi adeguati, delle condizioni idonee a far maturare la nuova personalità attraverso l’incontro con la realtà nelle sue varie dimensioni e attraverso l’abilitazione delle capacità personali a orientarsi in maniera responsabile in essa e nella relazione costruttiva con gli altri[9].
    In questo compito la scuola non può prescindere dal retroterra educativo dal quale il bambino, il ragazzo, il giovane proviene. Essa non parte da zero, non opera su una tabula rasa, semmai ha il dovere di far prendere coscienza – e non deprezzare, denigrare e nemmeno assolutizzare – l’orizzonte educativo in cui ciascuno è cresciuto a cominciare dalla famiglia, in modo da sviluppare un approccio intellettualmente critico e moralmente libero che conduca ad una scelta responsabile di conferma della scelta, o eventualmente di modifica di essa o di scelta alternativa.

    La dimensione della conoscenza

    In questo servizio educativo la scuola non può far mancare la dimensione specifica della conoscenza, scientifica e umanistica, che costituisce il termine intellettuale di confronto in base al quale si formano il senso critico e la capacità di giudizio responsabile e di scelta libera. Non può mancare nemmeno l’apprendimento della capacità di confronto e di relazione tra studenti, con i docenti e con altri adulti con cui si viene a contatto. Decisivo è il clima di tensione positiva alla elevazione intellettuale, morale e sociale che dovrebbe essere respirato nell’ambiente scolastico per favorire la crescita della persona e del suo gruppo di riferimento in maniera serena e costruttiva.
    La Chiesa che ha a cuore la scuola ha a cuore tutto questo, e sente come suo primo compito di favorirlo e sostenerlo, affinché essa raggiunga tali obiettivi educativi e, così facendo, il bene delle persone, in primo luogo degli studenti. Essa nutre un interesse ‘disinteressato’ a tale bene, inteso non come bene della ‘propria parte’ bensì di tutti, dell’intero (‘cattolico’): che essi riescano a raggiungerlo è un risultato che gratifica e consola il senso della Chiesa per la scuola. Essa non dismette questo intendimento positivo e apprezzativo quando propone il proprio annuncio e la testimonianza della sua fede; al contrario si sente mossa unicamente dall’aspirazione che quel bene già amato e perseguito raggiunga una consistenza maggiore e la sua pienezza. Essa è convinta, non per gratuito convincimento o arbitraria volontà ma per esperienza diretta e comprovata da una lunga storia di autentica umanizzazione e di santità, che in Cristo, «uomo nuovo», anzi «l’uomo perfetto», «trova vera luce il mistero dell’uomo», perché egli «svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione», innalzandolo «a una dignità sublime»[10].
    Coerentemente con questo approccio, la Chiesa ha a cuore tutti nella scuola, non solo quelli che le appartengono per adesione di fede o quelli da cui si può attendere che vengano a farne parte. Ciò comporta che la presenza dei credenti sia innanzitutto una presenza che sente come primo compito promuovere la scuola di tutti e tutti nella scuola. I credenti dovrebbero sentirsi portati a operare tendenzialmente nel senso del superamento di ogni parzialità e di ogni divisione, verso quell’obiettivo comune che viene tanto più perseguito quanto più è condiviso e abbracciato. Senza alcuna forma di reticenza, ovviamente, rispetto alle motivazioni di fede da cui scaturisce un atteggiamento e una prassi volti a costruire spazi più umani di socialità, aperti verso una pienezza mai veramente raggiungibile se ci si trova costretti dentro confini chiusi alla trascendenza.

    Ambiti da curare

    In questa prospettiva bisogna chiedersi quali dovrebbero essere gli ambiti nei quali curare una forma corrispondente di presenza dei credenti nel mondo della scuola. Essi appaiono essere quello culturale e relazionale, all’interno di tale mondo, e quello promozionale nel rapporto con l’esterno.
    Il primo ambito, dunque, è quello culturale, caratterizzante in maniera specifica la scuola, dalla quale è impossibile eliminare la dimensione dell’apprendimento, dell’istruzione, della conoscenza, senza per questo ignorare le altre dimensioni. Il credente, sia egli docente o studente, ha bisogno di rendersi sensibile verso tutto ciò che, nello spazio del sapere, evidenzia la bellezza dell’umano e ne esalta gli aspetti più propri. Egli è capace – o si rende sempre più capace in tal senso – di cogliere le corrispondenze e i collegamenti tra tutto ciò che si conosce della realtà o dello spirito umano con l’ispirazione e la luce che scaturiscono dalla rivelazione cristiana. Questo non sminuisce il valore dell’umano ma fa risaltare, allo stesso tempo, la capacità del rivelato di mostrarne l’intima corrispondenza che per il credente assume sempre più i contorni dell’unico disegno di creazione e di rivelazione di Dio. Il credente, in altri termini, coglie dentro le dinamiche scientifiche, storiche e culturali del mondo e della vita umana l’intima coerenza e l’illimitata apertura del disegno di Dio che si è rivelato in Cristo. L’impegno del credente nel mondo della scuola presenta in tal senso uno spessore innanzitutto culturale, perché tocca la comprensione della realtà e l’adeguata introduzione ad essa nella sua verità e nel suo orientamento di fondo.
    Un secondo ambito scolastico richiesto dall’impegno credente è quello relazionale. Nella scuola si apprende a vivere non solo attraverso lo studio in senso stretto, ma non meno anche attraverso la modalità di inoltrarsi nella scoperta dell’altro, dal primo passo fuori dalla famiglia fino alla partecipazione alla molteplicità degli incontri e delle attività che la scuola oggi consente di mettere in campo, dall’alternanza scuola-lavoro fino alle esperienze di studio all’estero. Educazione e formazione umana non riguardano solo la conoscenza e l’acquisizione di saperi, ma soprattutto la conoscenza di sé e degli altri, la capacità di capire l’altro e di entrare in una relazione di arricchimento reciproco che tocca perfino lo stesso studio e il processo di apprendimento. Il gruppo classe o, comunque, di studenti è l’ambiente in cui si apprende a conoscere e a vivere, a entrare nelle dinamiche del vivere sociale, nel quale si intrecciano relazioni alla pari e relazioni asimmetriche con docenti, responsabili ed educatori. Per un credente si tratta di un intreccio molteplice di interazioni che vanno dal riconoscimento del bene presente nell’altro, chiunque egli sia. Questo bene, per il credente, rimanda sempre all’opera misteriosa della grazia, al senso di responsabilità e di dedizione a cui lo appella il senso più profondo del messaggio e della testimonianza di Cristo, ultimamente all’invito a costruire comunità e unione con chiunque sia disponibile ad accogliere l’invito alla progettazione condivisa e alla cooperazione. Dentro questo tessuto relazionale si attiva la capacità di testimoniare la differenza cristiana di fronte a situazioni complesse, a dinamiche di conflitto o semplicemente a condizioni ordinarie.
    Un ambito ulteriore è costituito, infine, dalle alleanze da costruire da parte della scuola con la famiglia, la comunità ecclesiale, le aggregazioni e istituzioni sociali, e dalla valorizzazione di luoghi e spazi altri di educazione non formale e informale, non ultimi i social media. La scuola non può essere vissuta come un ambiente separato né può adagiarsi pigramente su dinamiche autoreferenziali che ignorino la complessità della vita sociale dentro la quale studenti, docenti, non docenti e famiglie conducono la loro vita. Si tratta allora di un ambito che va assunto consapevolmente e gestito con la lucidità e la responsabilità di chi non vuole perdere di vista la missione educativa e formativa della scuola nei confronti delle nuove generazioni. In questo ambito il credente, sia da singolo e che in gruppo, si qualifica come tessitore di rapporti, costruttore di alleanze e di comunicazione. Emerge così la caratteristica specifica del credente nel mondo plurale della scuola, come più in generale nella società di oggi, e cioè quella del dialogo. Portatore di una propria visione ed esperienza della realtà insieme ad altri con cui fa comunità, e comunità ecclesiale, egli instaura sempre nuove relazioni con cui si arricchisce del bene che incontra negli altri, chiunque l’altro sia, e non si stanca di far dono della propria ricchezza di fede e di comunione ecclesiale a chiunque si apra ad accoglierla. Senza nulla imporre e senza nulla dissimulare di ciò che egli è e che costituisce il suo bene più prezioso. In questo percorso si inserisce la comunità ecclesiale, la quale senza invadenza, attraverso le persone di scuola che vivono in essa, impara a custodire e ad accompagnare il bene che si coltiva nella scuola con la propria preghiera e con il proprio servizio, là dove e nei modi che le saranno richiesti, consentiti o resi disponibili.

    NOTE

    [1] Si veda il percorso intrapreso su iniziativa della CEI culminato nell’incontro con papa Francesco in piazza San Pietro il 10 maggio 2014. Cf. Papa Francesco, La mia scuola, La Scuola, Brescia 2014; Segreteria Generale della CEI, La Chiesa per la scuola, EDB, Bologna 2013.
    [2] Cf. Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 223.
    [3] Cf. D. Albarello, «La grazia suppone la cultura». Fede cristiana come agire nella storia, Queriniana, Brescia 2018, 83-110; 127-135.
    [4] Cf. CEI, Educare alla vita buona del Vangelo (4 ottobre 2010), n. 46.
    [5] Cf. F. De Giorgi, L’istruzione per tutti. Storia della scuola come bene comune, La Scuola, Brescia 2010.
    [6] Cf. G. Zanniello, Il concetto di personalizzazione. Evoluzione teorica e applicazioni scolastiche, in Centro Studi per la Scuola Cattolica, Rapporto 2018, di prossima pubblicazione.
    [7] Cf. CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 10.
    [8] Cf. J. Habermas, Rinascita delle religioni e secolarismo, Morcelliana, Brescia 2018; M. Gauchet, La religione nella democrazia, Dedalo, Bari 2009, 143-150.
    [9] Cf. P.C. Rivoltella, Un’idea di scuola, Scholè, Brescia 2018.
    [10] Gaudium et spes, n. 22.


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