Xavier Matoses
(NPG 2018-05-10)
Nel capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi Paolo presenta un bellissimo inno sull’amore cristiano. Le parole «amore», «servizio», «impegno», «solidarietà», possono attirare il cuore di molti giovani, ma sono generali, astratte, e non risulta facile concretizzare il loro significato tra le molteplici proposte presenti nel mondo. Per il cristiano, il proprio servizio è, allo stesso tempo, dono e impegno; parte dall’incontro con Gesù, si vive nella comunità che è la Chiesa e si riversa in tante azioni buone fatte per gli altri, soprattutto per i più bisognosi. Ma c’è un delicato equilibrio tra dono e impegno su sui l’inno alla carità può aiutare a riflettere; in esso Paolo disegna in modo magistrale la falsariga sulla quale si possono giudicare tutte le azioni cristiane.
Problemi nella comunità di Corinto
La prima lettera ai Corinzi tratta molti differenti problemi di cui Paolo ha avuto notizia. Siccome non può andare a visitare la comunità, l’Apostolo scrive la lettera per dare risposta alle diverse questioni cercando sempre di approfondire il significato dei problemi e non di dare ricette automaticamente da applicare. A Corinto ci sono cristiani con tanti talenti diversi, in essi si manifestano in forma spettacolare le ricchezze dello Spirito: ci sono profeti che parlano in nome di Dio, ci sono alcuni che vivono esperienze di grande comunione con Dio, allo stile dei mistici, altri compiono gesti di grande generosità in favore del prossimo. Questi doni, pero, non sono utilizzati per il bene di tutta la comunità, bensì per distinguere tra gruppi di cristiani, divisi tra di loro, che si criticano e rivaleggiano sulla pretesa di superiorità dei propri carismi. In fondo, ognuno usa il dono personale per far apparire la propria gloria e non il bene comune. La risposta di Paolo cerca di presentare il cuore di tutti i doni, che è anche il cuore di tutte le azioni cristiane: l’amore. Ma, in un contesto di rivalità, la parola «amore» da sola non basta, perché ognuno la può interpretare a proprio piacimento. Paolo, quindi, si sente costretto a spiegare come lui concepisce l’amore cristiano.
L’Inno alla carità
Il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi è un testo piuttosto breve ma molto denso. L’inno si può dividere in tre parti: nei versetti 1-3 Paolo presenta il contrasto tra doni spettacolari, del tutto positivi, che possono però essere vissuti senza la carità. Nei versetti 4-7 appare la serie di quindici verbi con cui Paolo precisa i limiti e mostra la dinamica interna della carità cristiana. Nei versetti 8-13, con diverse immagini, l’Apostolo presenta il contesto limitato e temporale in cui adesso i cristiani vivono l’esperienza dell’amore e la sua proiezione verso la pienezza e l’eternità.
1 Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. 2 E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. 3 E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
Parlare è senza dubbio una delle attività umane di più alto livello; con la parola è possibile entrare in comunione con gli altri, uscire di se stesso per esprimersi e per capire l’espressione dell’altro. Chi conosce le lingue degli uomini può avere una visione molto più vasta del mondo e dell’umanità, perché non rimane chiuso nei limiti della sola propria lingua. Addirittura, conoscere le lingue degli angeli significa interpretare correttamente i segni divini nel mondo, l’azione di Dio che crea l’universo e guida la storia. Paolo mette in guardia contro un pericolo molto reale: è possibile vivere questo immenso dono senza amore. Il dramma, secondo Paolo, è che le parole, che hanno implicitamente il grande valore di fecondare i cuori, diventano rumore inerte, senza senso, senza vera comunicazione né comunione. Per gli animatori, educatori ed evangelizzatori cristiani, questa prima indicazione di Paolo è molto suggestiva; la parola è sicuramente il loro strumento più pregiato e utile, eppure deve essere illuminata dalla istanza superiore che è l’amore.
La profezia e la conoscenza dei misteri sono altri due doni di cui alcuni della comunità di Corinto si vantano con buona ragione. Il profeta è colui che parla da parte di Dio, che riesce a cogliere i segni dei tempi e a interpretare la retta via, i pericoli più importanti, le soluzioni più giuste. La realtà è un grande mistero per noi, la scienza ne svela una parte ma riconosce che c’è ancora tanto da scoprire, tanto che ci sfugge. Chi conosce tutti i misteri riesce a guidare la comunità cristiana in modo opportuno e aiuta tutti a capire, a capirsi, a chiarirsi. La fede capace di trasportare le montagne è la piena consapevolezza della presenza di Dio nella propria vita che fa capaci di grandi prodigi, delle azioni più magnifiche in favore di chi ne ha bisogno. Ma, di nuovo, è possibile mettere in atto questi bellissimi doni senza amore, senza il movimento del cuore disinteressato in favore dei fratelli; se è così, secondo Paolo, il profeta, in saggio, il fedele, perdono la propria essenza e diventano nulla.
Il terzo versetto parla di donazione nella forma più alta possibile: dare i beni, dare se stesso, dare tutto, darsi totalmente. Nella comunità di Corinto e nelle nostre comunità e gruppi si trovavano e si trovano persone con una grande generosità, con immensa capacità di donazione. Questo è il massimo servizio che, per Paolo, ha un valore superiore agli altri doni. E allo stesso tempo è possibile che nel cuore di chi dona se stesso ci sia la ricerca del proprio vanto anziché dell’amore gratuito; in questa maniera, i doni più grandi di servizio diventano «in-servibili». La vita intera consegnata si perde perché la radice della donazione era viziata dall’egoismo.
La diagnosi è grave perché grave è la malattia. Soprattutto perché nessuna di queste azioni è cattiva; Paolo non parla qui di peccati, né di atteggiamenti sbagliati, né di azioni da evitare. Anzi, tutte queste attività al servizio della comunità cristiana possono essere incoraggiate. Ma per Paolo il problema è un altro: nella vita cristiana ci sono delle priorità; c’è un prima e un dopo, c’è quello che dà senso e feconda dal di dentro tutte le azioni, e ci sono le azioni stesse che scaturiscono di questa linfa e sono manifestazione di quello che si vive dentro.
4 La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio,
Nei versetti 4-7 Paolo spiega, con una catena di quindici verbi, come pensa e vive lui l’amore cristiano. Nel testo greco Paolo usa verbi invece che aggettivi perché per lui l’amore è dinamico, pieno di energia, indirizzato e intenzionale, e non si può parlare di esso come un oggetto di cui si dicono delle caratteristiche, ma come un movimento che parte da qualche parte e si dirige a una destinazione molto precisa.
«Magnanimità» è una traduzione etimologicamente precisa di una parola che significa «grandezza d’animo», e si oppone alla visione piccola di chi rimane chiuso in se stesso e nei piccoli progetti. Il magnanimo riesce a guardare oltre, a capire i dettagli minori come parti di un insieme più grande. Per questo motivo il magnanimo non sente il bisogno di reagire in modo impulsivo davanti alle piccole difficoltà e molestie. Ha lo sguardo più alto, riesce a trovare, o almeno cerca, vie diverse per superare l’ostacolo immediato. La magnanimità è un dono dello Spirito Santo, perché solo Dio può dare all’uomo, piccolo e limitato, la visione delle mete più alte. Nella misura in cui l’uomo sente il bisogno di affermare se stesso da solo, i suoi progetti, le sue intenzioni e le sue mete, le singole difficoltà saranno viste come ostacoli che devono essere eliminati. Invece, accogliendo lo sguardo dell’amore di Dio, ogni azione, ogni passo, ogni difficoltà trova il suo posto in un disegno più grande e nobile, più pieno di senso. Il magnanimo può rimanere tranquillo nelle avversità, non perché sia passivo, ma perché sa porre i passi che importano ed evita di entrare in piccole lotte di valore limitato.
La parola «benevola» traduce un termine greco collegato al bene e all’utilità. La carità valorizza tutto quello che trova nella realtà e si fa la domanda «quale bene si può ricavare da questo?» Da ogni cosa, piccola o grande, positiva o negativa, la benevolenza riesce a coglierne l’utilità per andare avanti nel grande disegno di Dio. La benevolenza diventa così un orientamento generale di fronte a qualsiasi cosa che capiti; è la decisione a priori di cercare il bene dappertutto, di guardare tutto da una prospettiva costruttiva. La benevolenza ha deciso in precedenza che, qualsiasi cosa accada, Dio la potrà usare per il bene. Alcuni grandi santi hanno avuto l’esperienza che Dio ha saputo tirar fuori, dalle loro più profonde miserie, grandi conversioni; Paolo stesso è un chiaro esempio, trovato e conquistato da Gesù Cristo proprio quando il suo cuore era pieno di odio contro i cristiani. La benevolenza, quindi, non è il calcolo dell’ottimista, è la memoria del peccatore amato, accolto e perdonato da Dio; non pensa ingenuamente che «tutto si risolverà», ma che tutto è nelle mani di Dio e lui, con il suo immenso amore, saprà tirar fuori il bene anche dei mali che non si risolvono. Alcuni problemi che rimangono possono essere, messi nelle sue mani, punti di svolta che spingono a crescite non immaginate.
Se i due primi verbi sono positivi, comincia adesso una serie di verbi negativi che fungono da contrasto, di sfondo, su cui risalta il dono della carità. L’«invidia» fa riferimento allo «zelo» con cui qualcuno desidera qualcosa e si mette in moto per averla. In altri contesti può essere una spinta positiva, ma se si parla di persone, si tratta di un desiderio che trattiene, che blocca, che possiede l’altro. Le altre persone non sono viste in funzione di se stesse, ma del ruolo o utilità che possono avere. Ho bisogno di uscire di me stesso perché non sono contento di me e tendo verso l’altro, non per amarlo ma per sfruttarlo. In questo modo, la gioia altrui sarà motivo di tristezza per me, l’altro diventa un rivale. La situazione che si crea è di opposizione e di costante frustrazione.
Il «vanto» è la ricerca della propria immagine davanti agli altri perché siano loro a riconoscere me stesso, a dare senso alla mia esistenza. Parte dalla coscienza di vuoto interiore e si realizza nella fuga verso l’esterno. Le opere che si fanno possono essere pure buone e apparire piene di bellezza, ma sono interiormente storte perché si fanno per vantarsi, per ricevere il contraccambio, per il riconoscimento altrui e non per vero amore.
Il «gonfiarsi» è una immagine molto suggestiva di chi vuole sovradimensionare le cose fuori della realtà. L’amore vero non ha bisogno di fare i calcoli, di compararsi con il bene fatto da altri, di entrare in competizione. Dio crea Adamo soffiando il suo spirito dentro di lui. Il falso amore vuole imitare Dio riempendo di nulla, di apparenza vuota, il bene fatto.
La vera carità, di fronte a queste tre tendenze negative, cerca l’altro per come è e accetta la sua grandezza e la sua piccolezza, senza calcolare il frutto che potrà rendere; non sente il bisogno dell’ammirazione altrui, perché sa che solo l’Amore di Dio lo può tenere in piedi; accetta di essere piccolo perché sia manifestata la vera grandezza, quella di Dio.
5 non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità.
I quattro atteggiamenti del versetto 5 hanno a che fare con la relazione con gli altri. Due mostrano la persona che si muove in modo aggressivo contro l’altro (la mancanza di rispetto e la ricerca del proprio interesse), e due la difesa di chi riceve una offesa (adirarsi e tener conto del male ricevuto). Bisogna sottolineare che si parte da una costatazione non banale: il cristiano che vuole camminare nella carità di Gesù riceverà dei mali. Non è un «forse» o un «potrebbe capitare». Chi si è trovato con Cristo è stato integrato da lui nella comunità per condividere la bellezza della fede con la grande famiglia di sorelle e fratelli voluta da Gesù, la Chiesa. Ma questo implica più presto che tardi scontri, differenze, difficoltà; tutti siamo chiamati a caricarci il peso dei peccati dei fratelli, come loro caricano il nostro. Solo l’amore vero riesce a perdonare, solo la luce dello Spirito nel cuore può ridimensionare le priorità e le tendenze di autoaffermazione in consegna gratuita. Il cristiano può perdonare perché è stato già perdonato, perché il suo peccato è stato assunto da Gesù.
In conseguenza, nel versetto 6, la gioia riempie il cuore del credente. Si parla di una enigmatica «verità», che non si capisce al di fuori del mistero di Gesù consegnato per amore. Se prima si diceva che «non tiene conto del male ricevuto», sembrerebbe che la carità deve vivere nella menzogna e nell’ingiustizia: ricevo un male e faccio come se non ci fosse, chi pecca contro di me non è punito nella giusta misura. Le parole dell’inno sono assurde se non si misurano con l’immensità dell’amore di Gesù rivelata nella consegna della propria vita per noi, «quando eravamo ancora peccatori» (cfr. Rom 5,6). C’è una verità più grande che la vendetta, ed è il perdono, c’è una vita più profonda, c’è un amore più genuino di quello che si calcola sugli scambi solo umani. La realtà stessa è vera soltanto se guardata dall’ottica di Cristo.
7 Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
Questo riferimento implicito a Gesù come nome autentico dell’amore si svela negli ultimi quattro verbi della serie. Chi è l’uomo capace di scusare tutto, credere tutto, sperare tutto, sopportare tutto? Paolo elabora qui una fotografia di Gesù, capace di scusare e sopportare tutto nella croce e di credere e sperare nell’uomo sopra ogni delusione. L’amore vero prende le sue misure dalla vita di Gesù, il dono più alto dello Spirito Santo è svelare la bellezza interiore di ogni uomo e ogni donna: sei creato capace di accogliere la grazia fino a diventare uno con Cristo.
8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. 9 Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
12 Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. 13 Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!
Nei versetti 8-13 Paolo, dopo aver chiarito la profondità del carisma principale dello Spirito, si inserisce nella realtà temporale della vita cristiana. L’Amore così presentato non è un impegno da compiere, non è un libretto di istruzioni per cui bisogna trovare le migliori tecniche e metodologie. L’Amore di cui Paolo parla è dono di Dio, è Dio stesso fatto dono e vivo nel cristiano. Ma i cristiani, quelli di Corinto e quelli di adesso, vivono nel tempo e non hanno esperienza immediata di pienezza né di perfezione. Per questo Paolo, in questi versetti, parla di un adesso e di un allora, di un presente in cammino e di un futuro di compimento. I grandi doni di cui ha parlato all’inizio, come la profezia, il dono delle lingue e la conoscenza, hanno uno scopo concreto e limitato e scompariranno a suo tempo. Il dono dell’amore, invece, è diverso perché è la radice di tutti gli altri, è il motivo per cui gli altri doni diventano importanti e hanno senso.
Il servizio cristiano, secondo Paolo, ha radici profonde nel cuore del cristiano che si è incontrato con Cristo e così trova il suo grande valore, ma allo stesso tempo è assalito da tutte le tentazioni descritte per cui bisogna aprire gli occhi a una semplice verità: siamo nel tempo e in esso tutte le nostre opere sono parziali. Soltanto l’amore, il dono centrale dello Spirito, è un assaggio di eternità vissuta nel presente.
Conclusione: misurarsi con l’Amore
Per Paolo, tutte le azioni cristiane sono dono di Dio e allo stesso tempo impegno umano. La vita umana si situa in questa dialettica, in questo paradosso. Il cristiano può vivere cosciente di questa verità oppure può dimenticarla e pensare che le sue azioni partono da e finiscono in se stesso. Le azioni possono essere pure belle e buone, ma la differenza di atteggiamento porterà a una crescita nella gioia o all’angoscia di una esigenza irraggiungibile. Paolo offre nell’inno alla carità i criteri per distinguere tra una forma di servizio e l’altra.
A questo punto si può suggerire come può fare l’animatore, educatore ed evangelizzatore cristiano se vuole lasciarsi interpellare dal testo di Paolo. Il cristiano porta alla preghiera il servizio fatto, l’impegno realizzato, ringrazia il buon Dio per esso, perché sa che in ogni caso tutto è dono, e lascia che la Parola di Dio giudichi questo suo servizio. Alla luce di 1 Cor 13 si può chiedere:
- Il mio servizio è stato magnanimo? È partito da te, Signore, ed è finalizzato a te, con lo sguardo ampio che solo il tuo Spirito mi sa dare? Oppure sono rimasto concentrato nelle piccolezze, perdendomi nei dettagli dei miei progetti, senza comprendere che i miei destinatari sono anche presenza tua nella mia vita?
- Il mio impegno è stato benevolo? Ho cercato di cogliere il bene in ogni situazione? Ho lasciato che la tua luce di bene mi illumini? Forse mi sono fatto prendere dallo scoraggiamento?
- Il mio atteggiamento è invidioso? Mi avvicino agli altri giudicandoli? Mi confronto con i successi degli altri? Lascio agli altri essere semplicemente quello che sono?
- Ho compiuto la mia responsabilità per vanto? Cerco l’approvazione e crollo se non la trovo?
- Cerco di gonfiare le mie azioni, anche forse senza rendermi conto? Che cosa conta in realtà nel mio servizio? Lo faccio per te o per apparire davanti agli altri?
- Cosa cerco veramente nel mio impegno? Il proprio interesse o quello degli altri?
- Come reagisco al male ricevuto? Nasce in me l’ira contro l’altro oppure il perdono?
Ma attenzione, queste non sono domande di controllo di qualità. La risposta sarà sempre molto piccola e parziale. Come dice Paolo alla fine dell’inno, siamo in mezzo al tempo, dove le cose sono imperfette, le nostre vite sono in costruzione. Queste domande, capite male, spingono a un impegno rinnovato per essere perfetti, per compiere tutti questi punti a partire dal proprio ego. Non serve. Al contrario, questi punti servono per pregare e ringraziare il Signore per quei piccoli istanti in cui il dono dell’amore vero è stato presente nelle nostre azioni, nei nostri impegni, nel nostro servizio responsabile. La maggior parte del nostro servizio sarà da rivedere, tra motivazioni luminose e nascoste, tra desideri di ampio respiro e progetti piccoli ed egoisti, tra perdono sincero e ricerca di giustizia senza Dio. Va bene se lo Spirito ci denuncia queste cose, conviene ringraziare perché ci dà la coscienza di quanto ci manca ancora per crescere.
E dopo aver rivisto l’azione nella preghiera, si passa dalla preghiera all’azione. Non serve il servizio cristiano se non si capisce e si vive come dono. Il cristiano vive gioioso quando si rende conto che Dio costruisce poco a poco l’amore vero nel suo cuore, spesso debole e ferito; si rallegra perché coglie, ogni tanto, che il suo impegno responsabile sa di Dio, riesce a essere gratuito, riesce a vedere gli altri come presenza del Signore Gesù, riesce a muoversi verso gli altri solo perché è bello amare, riesce ad animare, educare ed evangelizzare solo perché il suo cuore è pieno di Spirito. E sa, comunque, che tutte le sue azioni dopo le porterà di nuovo alla preghiera, umilmente, e lì il Signore lo illuminerà, nelle luci e nelle ombre, per tornare di nuovo all’azione in un ciclo di continua crescita nella gioia.

