Luigi Renna, Vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano
(NPG 2018-01-46)
Sono tante le mie attese dal movimento di pensiero e di attività che sta sorgendo attorno al Sinodo dei giovani, non tanto per le proposte che la “fantasia” dello Spirito Santo farà nascere o già sta suscitando, quanto sulla necessità di acquisire consapevolezza di fronte alla situazione giovanile attuale. Credo infatti che la Chiesa debba anzitutto vestire i panni della sentinella che sa scorgere cosa si muove nella luce incerta dell’aurora, prima di allertarsi a qualunque azione. Quegli interrogativi che ci sono stati presentati nel questionario inviato a tutte le Diocesi, penso siano il “segreto” del Sinodo e di una rinnovata pastorale giovanile e vocazionale, semplicemente perché ci hanno sollecitato a guardare alla vita o, nel caso ci fossimo persi in qualche immagine ideale o passata dei giovani, a ritornare alla realtà. Il pensiero, in parallelo, va subito ai Sinodi da poco celebrati sulla famiglia: secondo me la difficoltà di tanti a recepire la ricchezza di Amoris laetitia, nasce dal fatto che gli interrogativi che ci si è posti prima delle due assisi sinodali sono “circolati” poco e non hanno smosso o inquietato sufficientemente il cammino pastorale delle nostre Chiese.
L'ascolto, atto primo di ogni relazione
Se non ci lasceremo “scalfire” dalle domande, non potremo dare neppure risposte adeguate! Per questo, fin dall’inizio di questo percorso sinodale, che giunge in un periodo nel quale stiamo cercando ancora di comprendere la portata pastorale di Amoris laetitia, ho fatto una scelta: coinvolgere i presbiteri e gli operatori pastorali nel cammino che la Chiesa sta compiendo. Ho cominciato a rileggere il questionario con i preti e i diaconi nelle vicarie, e confesso che non è stato facile soffermarsi su quegli interrogativi. Il risultato tuttavia, anche se è stato molto diverso da una risposta articolata che qualche esperto di pastorale giovanile poteva dare a tavolino, è soddisfacente perché è stato il frutto di un autentico discernimento comunitario. La prima domanda ha un po’ spiazzato tutti i fratelli presbiteri: “In che modo ascoltate la realtà dei giovani?” Si è stentato a dare una risposta esaustiva, perché è emersa la difficoltà a vivere l’atto primo di ogni relazione, l’ascolto. Anche quando qualche fratello ha fatto cenno alla sua esperienza di ascolto durante la confessione sacramentale, ho cercato di immaginare quanti giovani si confessano ogni anno nella nostra Chiesa diocesana e quale “spaccato” di un vissuto generazionale poteva emergere da quei momenti così rari e importanti. Sì, tutto nasce dall’ascolto: si potrà non avere un oratorio attrezzato, un percorso catechetico organico, celebrazioni eucaristiche partecipate e animate dai giovani, ma l’ascolto nei luoghi più informali non può mancare, per dire loro che “ci siamo”, e per dire a noi che loro, i giovani, “ci sono”, anche se non sono come noi ce li aspetteremmo. Ma poi, perché dovrebbero essere come noi li vorremmo? Forse lo sono gli adulti? Si tratta di essere realisti, senza pessimismi di sorta. In definitiva è emerso che non si può chiudere in un luogo e un tempo questo esercizio di attenzione e di prossimità: ogni occasione è buona per “porgere l’orecchio”, e non bisogna farsela sfuggire.
Condividere la risposta al primo interrogativo è stato un faticoso inizio, seguito dalla richiesta di avere consapevolezza di quali sono le sfide e le opportunità che i giovani hanno, di quali sono i luoghi di aggregazioni giovanile in ambito ecclesiale e fuori della Chiesa, di che cosa chiedono i giovani. Vedere allargarsi gli orizzonti di queste domande forse ha fatto sì che qualche fratello presbitero si sentisse un po’ smarrito, non per cattiva volontà, ma perché segnato da esperienze di delusione, da storie di gruppi giovanili un tempo numerosi e oggi striminziti, di percorsi avviati con entusiasmo e interrotti alle prime difficoltà. Li capivo i miei presbiteri, e pensavo che la mia esperienza di rettore di seminario, in una comunità numerosa e ricca di vitalità, nella quale anche la riottosità di qualcuno riceveva stimolo e fraterno coinvolgimento dalle scelte convinte e gioiose di altri, era davvero tanto diversa dalla loro. Il mio era stato come il ritrovarsi - lasciatemi passare questa immagine - al termine di una “catena di montaggio”, nella quale arrivava una giovane vita ricca di esperienze, quasi un “distillato di parrocchia o di movimento”, nella quale i limiti e i pregi di una comunità, di un vissuto familiare, di un accompagnamento, venivano “consegnati” alla cura del discernimento e della formazione. Nel dialogo educativo emergevano i segni di una chiamata che si era fatta spazio nell’esperienza del servizio liturgico - le più frequenti -, o nella condivisione con i poveri, nel servizio ai più piccoli in oratorio, o nel sentirsi interpellati da un prete che con la sua gioiosa testimonianza faceva interrogare sulla possibilità di una vocazione presbiterale. Un fattore comune univa tutti però, dai vicini ai più lontani dalle esperienze “canoniche” di un percorso parrocchiale: l’incontro con qualcuno che aveva saputo ascoltare parole e anche silenzi, e poi aveva accompagnato con lo stile di un padre maturo, che non impone un progetto al proprio figlio, ma lo avvia su una strada e poi lo lascia partire. Ricordo che uno dei seminaristi ci tenne a farmi vedere un minuscolo post-it, conservato accuratamente, con un invito ad approfondire la scelta di vita, fatto da un prete che era stato capace di fermarsi e ascoltarlo in un momento in cui quel giovane era preso da un frenetico impegno ecclesiale. Da quel post-it era nata in lui una valanga di emozioni, riflessioni, decisioni, condotte dallo Spirito.
L'attenzione a chi sta "all'esterno"
Ma ritorniamo al questionario e alle domande che riguardano non solo i giovani delle parrocchie o quelli che hanno intrapreso un percorso di discernimento vocazionale, ma tutti gli altri. L’invito a chiederci quali sono i luoghi di aggregazione ecclesiale e quelli al di fuori del nostro “mondo”, è stata un’altra sollecitazione ad aprire gli occhi sulle presenze giovanili nelle nostre comunità e sullo scarto numerico rispetto ad altri ambienti. Non si tratta solo di registrare delle novità, ma di cominciare ad orientarci diversamente, constatando che il raggio della nostra carità pastorale deve diventare più ampio. I silenzi e le frasi di disillusione nel nostro discernimento comunitario sono stati tanti, ma questo non mi preoccupa eccessivamente, perché per ora abbiamo avviato un processo e “il tempo è superiore allo spazio”, come dice Papa Francesco nella Evangelii gaudium, come anche “la realtà è superiore all’idea”.
Infine abbiamo messo in atto un tentativo non sempre riuscito: l’invito rivolto ad alcuni giovani di diverse provenienze a dirci cosa chiedono alla Chiesa e agli adulti. Ci si è confrontati con richieste esigenti, in qualche caso avanzate con qualche spigolosità. Francamente, credo che questo sia stato uno dei passaggi più importanti, un’esperienza da ripetere non come una “finzione”, ma come un dialogo reale e costruttivo. Anche dalle parole dei giovani che contestavano alcuni nostri atteggiamenti, emergeva una certa fiducia: “Vi diciamo determinate cose perché pensiamo che, tutto sommato, voi potete darci la vostra prossimità, una sicurezza e una trasparenza che oggi sono così rare, un Dio di cui abbiamo qualche esperienza e tanta nostalgia”.
Al termine dei due incontri di vicaria forse ci è sembrato di non aver concluso nulla, di non aver elaborato nessuna proposta, ma a me, per ora, sta bene così. Anzi, credo che adesso che i questionari sono stati consegnati e che la CEI ha preparato una sintesi per il Sinodo, su quelle domande occorrerà tornare per far nascere il desiderio di intraprendere vie nuove e per andare anche altre oltre. Andare ad esempio verso il mondo degli invisibili, i giovani immigrati, verso i quali ci sono forse tante premure, ma poco ascolto e accompagnamento nella vita di fede. Sono così numerosi nelle nostre città! O renderci conto che la questione della disoccupazione, così alta in Italia, mortifica le scelte per la vita familiare e getta il sospetto su qualche cammino vocazionale poco consapevole. Credo, in definitiva, che il Sinodo ci offra una grande opportunità che tante volte non abbiamo saputo apprezzare: quella di farci domande e di condividerle. Sarà una prima risposta carica di promesse, perché ci permetterà di andare avanti con “occhi aperti”, che guardano insieme verso la stessa direzione. E questa è già un “uscire” della Chiesa, in questo nostro tempo complesso e meraviglioso.

