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    Beati. Riflessioni-testimonianze dei giovani del MGS-Italia



    (NPG 2019-05-59)


     

    Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli
    Elena S. Marcandella * - Marta Secchiero ** - Andrea Nicoletti ***

    Vostro è il regno dei cieli. Già ora.
    Poveri, ma ricchi in spirito, ricchi di me. La vostra eredità sarà magnifica, è magnifica anche ora, perché siete già con me.
    Questa, la prima, è una beatitudine in cui la promessa, la ricompensa, è già ora e non in un futuro lontano.
    Il regno di Dio che ci viene promesso è un assoluto che rende tutto il resto relativo: il possesso, il potere, così radicati nell’uomo, perdono di significato.
    Sembra assurdo, ma quel vuoto che alberga nel cuore di ogni uomo, quella nostalgia, si riempie spogliandosi.
    Svuotarci ci rende capaci di essere riempiti.
    Questa ricchezza del Signore che si riversa in noi ci rende consapevoli della nostra già intrinseca povertà, una condizione che va educata perché ci renda capaci di riempire gli altri a nostra volta.
    San Francesco d’Assisi l’aveva capito: ha lasciato tutto, perché ha visto che poteva trovare più del tutto! Ha fatto della povertà il suo programma di vita, un programma che ha come fine la letizia: quella gioia, quella beatitudine che da Dio viene donata quando ci si spoglia di tutto.
    Togliersi di dosso l’eccesso è difficile, chiede sacrificio; essere disposti a perdere qualcosa di noi è complicato, faticoso. Ma questa è la vita del Vangelo, una vita che chiede tutto, tutto come Dio ha donato tutto. Gesù si è donato tutto, arrivando al compimento della povertà evangelica, insegnandoci cos’è il dono: “Dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13).
    “Vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udito dal Padre mio” (Gv 15, 15).
    Nulla hai tenuto per te, o Signore. La via per arrivare al Padre la hai insegnata anche a noi.
    Ci hai dato tua Madre, Maria, che si è resa conto di essere stata guardata da Dio nella sua povertà. Infinito che si è chinato sulla sua creatura. Maria diventa beata, il suo Spirito esulta, diventa ricco, quando Dio la riconosce nella sua umiltà, povertà.
    La povertà che viene suggerita da questa beatitudine è un programma di vita, di felicità piena, di santità. È uno stile, difatti le beatitudini insegnano ad avere lo Stile di Cristo, che è dono, che è povertà.
    Prima tra tutte, non si spiega senza le altre. Per vedere Dio, ereditare la terra, essere saziati, per essere chiamati figli di Dio, bisogna essere poveri.
    Questa è una cosa grandiosa, perché il Signore, che come sempre ci viene incontro, ci insegna che senza spogliarsi di tutto non si può essere miti, misericordiosi, puri. Gesù ci dà le istruzioni affinché sia più facile il nostro cammino, itinerario che come meta sicura ha l’incontro con Lui, la gioia piena.
    In questo mondo dove siamo sempre già sazi Gesù va contro corrente, come sempre cerca di darci un modo nuovo di leggere gli avvenimenti e il mondo intorno a noi.
    Ci chiede di essere coraggiosi, è esigente il Signore. Siamo la cosa più preziosa per lui, amati e desiderati, eppure a noi ha affidato il nostro destino, attende la nostra risposta. Il cammino delle beatitudini è la via che porta al Paradiso, che ci avvicina a Dio, che ci permetterà di stare con Lui, felici per sempre. Fa paura a volte, ci sembra di perdere noi stessi, ma è dando la vita che si ottiene la felicità eterna.
    Aiutaci, Signore, una volta spogliati dei nostri abiti di fatica, di superbia, a rivestirci di Te. Insegnaci la vera povertà, donaci la Tua sapienza per far sì che non si inorgoglisca il nostro spirito, ma che sia davvero povero, così da realizzare davvero la nostra beatitudine.
    Spirito povero, ma ricco di Te.

    * 25 anni, laureanda in Medicina e Chirurgia, animatrice, Coordinatrice Nazionale MGS
    ** Studentessa in Progettazione e gestione degli interventi educativi, educatrice, membro della Consulta Nazionale MGS
    *** Lavoratore, impegnato nell’animazione da 11 anni, membro della Consulta Nazionale MGS

     

    Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati (Mt 5,4)
    Stefano Di Maria *

    Le Beatitudini mi hanno sempre affascinato, un po’ per la loro valenza consolatrice che ho sempre attribuito loro e un po’ perché possono considerarsi quasi un vademecum per la santità di noi Cristiani.
    La Beatitudine che rivolge il suo sguardo a coloro che stanno nella sofferenza, nel pianto, è forse la più difficile da comprendere, la più difficile da incarnare, eppure è questa la Beatitudine della speranza, la beatitudine che rivela il mistero divino della resurrezione.
    Il pianto per una sofferenza fisica o morale, per una perdita, per un lutto, per un cambiamento, per una croce e poi di certo la consolazione, la consolazione di una speranza, della luce, della resurrezione dopo la morte.
    Quanti giovani, animatori dei nostri oratori e non, si sentono spiazzati dal futuro e dalle scelte che si trovano davanti a dover affrontare. Quanti giovani non intravedono un futuro roseo, tantissimi, tanti coetanei che vedo e frequento costantemente e che costantemente stanno nel pianto, nella sofferenza, nel silenzio delle loro difficoltà nel capire il loro posto del mondo.
    Ed è proprio così che la preghiera, la fiducia in Dio prima e nella propria guida spirituale poi che si potrà comprendere il mistero di questa beatitudine nella propria vita. Ne voglio essere testimone, perché tutto questo l’ho vissuto, attraversato e superato.
    Tempo fa lessi un libro, “Muta il mio dolore in danza - Vivere con speranza i tempi della prova.” di Nouwen Henri, avevo da poco perduto una persona a me cara e come se non bastasse la mia relazione sentimentale con colei che allora era la mia fidanzata si è crepata in maniera irreparabile; Ricordo ancora il pianto di quei giorni, lo sconforto, la tristezza per le scelte future che si prospettavano e per l’offuscamento che il lutto e quella perdita avevano procurato. Il Signore però come sempre, ama i suoi figli, questo non dobbiamo dimenticarlo, così in quei giorni, parlando di questa situazione con la mia guida spirituale, mi venne consigliato di leggere e meditare il libro di padre Nouwen ne feci tesoro, lì compresi lo sforzo del bruco di diventar farfalla, del Signore di soverchiare ed essere per tutti noi il Risorto, di me che ero nel pianto, che sarei stato consolato.
    Beati dunque coloro che sono nel pianto perché potranno capire d’essere amati, perché potranno scoprire una nuova verità sulla loro vita, beati coloro che sono nel pianto perché saranno consolati.
    Le beatitudini per quanto ci sforziamo di analizzarle parola per parola, concetto per concetto, rimarranno un mistero da vivere, come il mistero di fede, misteri ai quali la ragione deve lasciar posto alla fede, alla speranza, al sentirsi amati da Dio.
    Quando saremo nuovamente nel pianto di una malattia, di un lutto, di una sofferenza, ricordiamoci che siamo figli di Dio e per tanto siamo amati, ogni cosa ha un senso, bisogno solo avere la pazienza e voglia di scoprirlo in un cammino che dura una vita intera.

    * 25 anni, imprenditore agricolo, studente di lingue e culture moderne, appassionato di educazione non formale e team building, trainer internazionale presso la Don Bosco Youth-net e rappresentate dell’ISI presso al segreteria MGS Italia.

     

    Beati i miti perché erediteranno la terra
    Giovanni Rook * - Gessica Mazza **

    Chi è il mite? Oggi questa parola sembra essere fuori dal nostro vocabolario e spesso e volentieri rischia di essere fraintesa. A primo impatto diremmo che il mite è colui che subisce passivamente gli eventi, che si rassegna a ogni ingiustizia, che vive la vita con arrendevolezza. Ma davvero Gesù darà in eredità la terra a persone che, tutto sommato, definiremmo apatiche?
    Se proviamo a scendere un po’ più a fondo nelle parole di Gesù, la prospettiva cambia completamente. Ci accorgiamo che la mitezza acquista pienamente senso solo se letta alla luce della Sua intera esistenza, Lui che faceva della mitezza la costante di ogni suo sguardo, di ogni incontro, di ogni gesto.
    Soffermarsi su questa parola con questo nuovo sguardo ci dice qualcosa di molto più grande, facendoci vedere che è possibile adottare la mitezza come “stile di vita”. Ma come?
    La nostra società ci sta abituando a vedere la violenza come paradigma dei rapporti umani, partendo da quelli politici fino a quelli personali. Odio, volontà di sopraffazione e prevaricazione sembrano davvero la costante del nostro modo di vivere. Se da un lato ci sentiamo chiamati a reagire, testimoniando che è possibile un altro modo di vivere, dall’altro ne riconosciamo la difficoltà. Ci siamo chiesti allora quali possono essere, nei solchi di ogni giornata, gli spazi e i momenti in cui la mitezza può farsi spazio per qualificarsi come lo “stile” del cristiano.
    Prima di tutto pensiamo che la realtà odierna ci metta davanti numerose sfide che chiedono di essere affrontate con mitezza. I grandi cambiamenti geopolitici, i flussi migratori, la crisi economica e sociale, come noto, negli ultimi anni stanno catalizzando l’attenzione del dibattito pubblico con toni che, il più delle volte, sono davvero “scandalo” per noi giovani. Crediamo che affrontare tutto questo con la mitezza evangelica, possa ricondurre ogni discorso ad un orizzonte più umano. Questo per noi non vuol dire fare finta che il male non esista, non vuol dire chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie, ma significa concretamente porsi in costante dialogo con gli altri, mostrandosi disponibili all’ascolto di tutti, dagli amici che vediamo tutti i giorni fino agli sconosciuti con cui scambi due parole e poi forse non vedrai più, adoperandosi attivamente per una non-violenza sia fisica che verbale e per testimoniare che la migliore risposta al male è continuare a seminare il bene con quella gioia e quell’ottimismo tanto cari a Don Bosco.
    Un altro ambito in cui ci sentiamo chiamati a vivere la mitezza sono le relazioni personali. Noi giovani sentiamo un forte desiderio di vivere relazioni belle e profonde ma allo stesso tempo una difficoltà non indifferente nel far divenire quotidiano questo desiderio. Coltivare relazioni che profumino d’Infinito non è semplice, infatti la voglia di avere tutto e subito, l’incapacità di aspettare l’altro o il costruirsi aspettative irrealistiche sui certi rapporti sono ostacoli che conosciamo bene: davanti a tutto ciò lo stile della mitezza costituisce una risposta concreta che ogni giorno desideriamo riscoprire. Dalla semplice amicizia fino alla relazione che si vive nel fidanzamento, la mitezza si fa carne nella capacità di saper attendere, nel capire che i tempi dell’altro vanno saputi accogliere e rispettare, è un costante esercizio di pazienza e umiltà nel farsi piccoli davanti al mistero che è l’altro. Per noi un'altra disposizione del cuore legata alla mitezza è anche la dolcezza, che forse riassume un po’ tutti gli atteggiamenti che abbiamo detto, questa si nutre davvero dei piccoli gesti di ogni giorno e diventa lo spazio in cui l’amore che pensiamo di provare saggia la sua verità nel saper andare contro l’istinto di vendetta e rivincita, in favore della costante capacità di accettare l’altro per come è.
    Alla luce di tutto questo capiamo perché Gesù consegna la terra proprio ai miti. Sono consapevoli che su questa terra continueranno ad esserci ingiustizie, violenze, incomprensioni, ma il loro sguardo non si ferma superficialmente sul male, piuttosto si attiva per cercare quel “punto accessibile al bene” nella realtà in cui vive.

    * 22 anni, studente di Scienze Filosofiche all’Università degli Studi di Firenze, membro della Consulta MGS Italia.
    ** 24 anni, studente di Arti Visive all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, Segretaria dell’Italia Centrale per il MGS Italia.

     

    Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia
    Luca Serena *

    Fame e sete sono due bisogni che definiscono l’uomo nelle sue necessità più essenziali e richiamano un desiderio incontenibile, che non si può soffocare, un desiderio profondo, non superficiale che chiede di essere appagato.
    Questi due bisogni sono poi relazionati alla giustizia, un concetto tanto caro al cuore dell’uomo, quanto difficile da comprendere nella sua completezza.
    Richiamando le parole di Benedetto XVI, mi pare siano chiarificatori alcuni passi che lui scrisse qualche anno fa:
    “L’equivalente del concetto di giustizia dell’Antico Testamento nel Nuovo è la «fede»: il credente è il «giusto», che percorre le vie di Dio (cfr. Sal 1; Ger 17,5-8). Poiché la fede è camminare insieme con Cristo, nel quale si ha il compimento dell’intera Legge, essa ci unisce con la giustizia di Cristo stesso.”
    L’assunzione anzitutto che la giustizia non si deve ridurre ad una distinzione meramente umana fra bene e male, ma il percorrere la via di Cristo pienamente dà il fondamento alla giustizia, perché è Cristo la misura e la Verità alla quale aggrapparsi.
    Scorrendo le parole di Benedetto poi si legge:
    “Questa parola è intimamente affine a quella sugli afflitti che troveranno consolazione: come là ricevono una promessa coloro che non si piegano al diktat delle opinioni e delle abitudini dominanti, ma vi si oppongono nella sofferenza, anche in questo caso si tratta di persone che scrutano attorno a sé alla ricerca di ciò che è grande, della vera giustizia, del vero bene.
    Lo sguardo è indirizzato a persone che non si accontentano della realtà esistente e non soffocano l’inquietudine del cuore, quell’inquietudine che rimanda l’uomo a qualcosa di più grande e lo spinge a intraprendere un cammino interiore – come i Magi dall’Oriente che cercano Gesù, la stella che indica la via verso la verità, verso l’amore, verso Dio. Sono persone dotate di una sensibilità interiore, che le rende capaci di udire e vedere i deboli segnali che Dio manda nel mondo e che in questo modo rompono la dittatura della consuetudine.”
    Mi piace pensare ai giusti in questa prospettiva: persone che non si accontentano della realtà esistente, persone che hanno ardente desiderio di Verità perché hanno sempre curato e accresciuto la profondità del cuore e dello sguardo, hanno sempre direzionato la bussola della loro vita verso la luce di Cristo.
    Quindi dando priorità a questo spirito, a questa fame e questa sete si può poi fare e agire in modo giusto, secondo il Bene. Altrimenti la giustizia sarebbe svilita e diventerebbe un criterio relativo e privo della profondità salvifica.

    * Bresciano, 23 anni, laureato in economia e management, ex allievo della scuola "Don Bosco" di Brescia. In consulta nazionale MGS da due anni, sempre attivo nella sua realtà locale dell’MGS Lombardia Emilia.

     

    Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia
    Silvia Moretti * - Michele Contis **

    “Beato il cuore che perdona! Misericordia riceverà da Dio in cielo!” Questo è il ritornello che ha accompagnato tutti i giovani, e non solo, alla GMG di Cracovia nel 2016, l’anno del Giubileo della Misericordia che Papa Francesco ha indetto e voluto. Il ricordo di una settimana trascorsa a riflettere con giovani di tutto il mondo sul grande dono che è la misericordia del Padre rimarrà indelebile in noi.
    Ma in fondo, cos’è la misericordia?
    È una caratteristica di Dio, è la via che unisce Dio e l’uomo. Più concretamente è un atto d’amore verso il nostro prossimo: vuol dire operare attivamente, avendo come obbiettivo unicamente il bene dell'altro. Siamo misericordiosi quando gli altri sanno che possono contare su di noi, quando sanno che faremo tutto il possibile per loro, quando preghiamo perché questa è l'arma più potente che abbiamo. I veri misericordiosi sono quegli uomini e quella donne che sanno essere presenza silenziosa ma costante per i loro cari, non desiderando nulla in cambio.
    Un esempio su tutti? Il nostro Papa Francesco che in questi anni, attraverso i suoi discorsi e soprattutto i suoi gesti, è stato modello di misericordia nella semplicità del suo essere uomo, prima ancora di essere papa.
    Misericordioso, quindi, non è chi ha un sentimento misericordioso, ma è colui che si mette al servizio dell’altro gratuitamente. Gesù ci invita a perdonare il prossimo “settanta volte sette”; essere misericordiosi, quindi, vuol dire amare senza misura a tal punto da, non solo perdonare i più grandi torti che una persona ci può fare, ma anche dimenticare la delusione e la sofferenza che ci ha causato. Quanto spesso siamo in grado di farlo? Sappiamo dimenticare le offese o queste, sono fonte di rancore e risentimento? Ad essere sinceri nella vita di tutti i giorni spesso è difficile perdonare chi ci fa soffrire. Nella maggior parte dei casi infatti siamo talmente concentrati su noi stessi, perché questo è quello che la nostra società ci insegna, che ci dimentichiamo degli insegnamenti di Gesù. La misericordia non ricerca un tornaconto personale: non bisogna perdere di vista il bene e le esigenze dell’altro; ancora una volta Gesù ci dice che non è misericordia “praticare le buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati” ma, al contrario, agire in maniera discreta e nascosta, perché “il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. Essere presente concretamente nella vita dell’altro richiede molta costanza, poiché la misericordia non va ad intermittenza, non è un sentimento, ma una azione concreta. I protagonisti delle opere misericordiose siamo noi con le nostre azioni, con il nostro essere e vivere da cristiani tutti i giorni nel nostro quotidiano, tenendo sempre a mente che se noi ci sentiamo responsabili della felicità degli altri, permettiamo a Dio di esserlo della nostra. Infatti, ad attendere il misericordioso c’è esattamente tutto l’amore che ha donato al suo prossimo e questa promessa si concretizza già oggi. Tutto il bello della vita che molto spesso diamo per scontato è dono dell’amore unico che Dio ha per ciascuno di noi.

    * 21 anni, studentessa di Filosofia all’università di Genova, rappresentante del MGS Italia Centrale nella Consulta Nazionale.
    ** 21 anni, studente di Scienze Tossicologiche e Controllo Qualità, rappresentate del MGS Italia Centrale nella Consulta Nazionale.

     

    Beati i puri di cuore perché vedranno Dio
    Giuseppe Oriani *

    La ricompensa che Gesù ci promette con questa beatitudine ha sempre suscitato in me un grande fascino, se non altro perché vedere il volto di Dio non è cosa da poco, o forse anche solo per il detto: “Chi vede Dio, muore”.
    A pensarci bene però, per ottenere questa grande ricompensa non è necessario aspettare la morte o l’arrivo in Paradiso: Dio infatti si mostra a noi tutti i giorni, con le sembianze delle persone che ci passano accanto: amici, familiari, compagni di scuola, colleghi di lavoro, semplici sconosciuti che vediamo oggi e non sappiamo se rivedremo mai più in vita nostra. Ognuna di queste persone può essere per noi l’occasione di dare un volto, un nome e un cognome all’Onnipotente. Avete capito bene, proprio a Lui a cui tutto è possibile. È così infatti che Dio si fa prossimo a noi uomini, cercando di capire i nostri bisogni e di farci capire la strada che Lui vuole per noi.
    Per riuscire quindi a godere in toto di questa beatitudine, è necessario avere il cuore puro da tutto quelle distrazioni che ogni giorno provano a portarci sulla cattiva strada. Se penso alla mia esperienza personale, la trovo una cosa particolarmente difficile da fare, poiché noi giovani siamo nel fiore dei nostri anni, le sirene della vita sono tante e spesso non sappiamo decidere da che parte farci e con chi stare. Quante volte infatti temporeggiamo nelle nostre scelte cercando di rimandare questo momento il più possibile sperando che le cose si chiariscano da sole e ci ritroviamo poi all’improvviso con le spalle al muro a dover prendere una decisione affrettata ricca di punti interrogativi? Il rischio di diventare delle banderuole che corrono dietro a questo o a quel richiamo è molto alto per noi giovani e credo che almeno una volta nella vita ognuno di noi si sia trovato nella situazione di non aver concluso niente, dopo aver corso per giorni a destra e a manca fino ad esaurire le proprie energie. La giovinezza è un periodo di grandi cambiamenti, dove gli equilibri cambiano, a volte in modo repentino, soprattutto in momenti di grande trambusto, come ad esempio la fine delle superiori e l’inizio degli studi universitari o del lavoro, che magari comportano il trasferimento in un ambiente diverso da casa.
    Certamente essere puri di cuore non è cosa riservata solo ai ragazzi e alle ragazze “casa e chiesa”, ma anzi significa piuttosto purificare il nostro cuore da tutto ciò che lo allontana da Dio. Per fare questo credo siano sufficienti piccoli ma determinanti gesti quotidiani, come aiutare un amico in difficoltà, fare un servizio a chi ha bisogno, sostare alcuni minuti in preghiera e perché no, accostarsi ai sacramenti, in particolare all’Eucaristia e alla Riconciliazione. Proprio quest’ultimo, come diceva il mio primo parroco, usando un’immagine facilmente comprensibile da tutti, “è un’occasione per lavarsi la faccia di fronte a Dio”. A me piace vedere questa frase, che di primo acchito può sembrare banale e riduttiva se riferita a un sacramento, come “un’occasione per rendere il tuo cuore puro” e quindi, stando alle parole di Gesù, “per vedere Dio”.

    * 25 anni, apprendista commerciale nel settore della meccanizzazione agricola, rappresentante del MGS Lombardia-Emilia nella Segreteria nazionale MGS Italia.

     

    Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio
    Erica Inchingolo* - Marianna Zizzi ** - Giulia Cava *** - Francesco Persampieri****

    È facile pensare che le beatitudini siano per noi una sfida; in realtà esse sono un dono di Dio, un’indicazione di come Gesù ha vissuto la sua vita e su come noi dovremmo viverla per vivere in pace con noi stessi e con gli altri. Le beatitudini devono essere per noi un indicazione utile per non perdere la rotta giusta; devono essere un invito a non fermarci per non vedere la nostra vita scorrere da spettatori ma dobbiamo essere noi i veri protagonisti.
    Essere operatori di pace significa andare controcorrente, saper creare occasioni di riconciliazione con se stessi, con Dio e con gli altri. Sono beati coloro che cercano di costruire un mondo di pace; una pace che sembra ormai dimenticata in un tempo come il nostro, dove l’uomo sembra assetato di sangue e di potere e mai stanco di combattere e in un mondo in cui molte volte non è semplice diffondere la pace, in cui molte delle situazioni che abbiamo intorno ci destabilizzano e in un mondo in cui il bene è sempre lasciato a se stesso perché tutti siamo impegnati ad apparire e non ad essere.
    Quando tra noi giovani si parla di operatori di pace, spesso si ha difficoltà nell’indentificare una figura precisa. Non ci si rende conto però, che anche noi facciamo parte di questa grande famiglia, sopratutto se siamo impegnati nel servizio responsabile quotidiano. Una provocazione che si concretizza nel momento in cui noi giovani decidiamo di aprire il nostro cuore, accogliendo il dono dell’amore di Dio, per poi trasmettere agli altri parole di pace e compiendo gesti di condivisione.
    Papa Francesco commentando questa Beatitudine ci spiega che ora è tanto comune nel mondo in cui viviamo, essere operatori di guerre e operatori di malintesi. Quando una persona sente una cosa da un'altra, la riferisce poi a qualcun altro e inizia da qui un ciclo che non ha mai fine. Questo è il mondo delle chiacchiere e questa gente che chiacchiera non fa pace, questa gente è il nemico della pace; questa gente non è beata.
    “I veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace” (Don Tonino Bello)
    Questa beatitudine ci invita a lavorare nel nostro piccolo per realizzare grandi cose, ci spinge a non arrenderci anche quando tutto sembra vano e nessun frutto sembra venir fuori dal nostro lavoro, ci fa riflettere non sul risultato che vogliamo ottenere ma sul come lo vogliamo raggiungere e infine ci invita a prenderci cura di quello che abbiamo affinchè dal nostro prenderci cura possiamo poi a suo tempo osservare i risultati sperati.
    Operare la pace è “… portare l’Amore a chi non ha conosciuto l’Amore, l’Unità là dove c’è divisione e solitudine, la Gioia della resurrezione dove c’è morte, il Cielo dove regna l’inferno” (Chiara Amirante).
    Ed è questa infine, la missione di noi Giovani Cristiani, operare come fratelli sotto lo sguardo di un Padre che ci ama e che non vuole altro che la nostra vera felicità.

    * Di Andria, studia Scienze del Servizio Sociale, è coordinatrice MGS dell’ispettoria meridionale e fa parte della segreteria nazionale.
    ** Di Cisternino, studia scienze dell'educazione e della formazione, è coordinatrice MGS della regione Puglia e fa parte della consulta nazionale.
    *** Di Recale, studia Beni Culturali, è coordinatrice MGS della regione Campagnia e Basilicata e fa parte della consulta nazionale.
    **** Di Soverato, studia giurisprudenza, è coordinatore MGS della regione Calabria e fa parte della consulta nazionale.

     

    Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli
    Beatrice Cafasso * - Francesca Lonardi ** - Veronica Pitzus ***

    “Ho deciso di mettermi in gioco del tutto, ne vale la pena perché la posta in gioco è alta… ne va della mia vita”. Queste sono le parole che risuonano nella testa e nel cuore dopo aver ascoltato la testimonianza di un giovane che ha rischiato tutto (lavoro, amicizie e la vita stessa) per essere giusto; in primis verso se stesso e poi verso gli altri e la società.
    Gesù chiama beati coloro che hanno il coraggio e la forza di seguirlo andando controcorrente fino a perdere la vita.
    Il rischio per noi giovani è di sentire il peso di una società pronta a dare un prezzo alle persone piuttosto che attenta alle singolarità di ognuno; una società in cui non è permesso fallire ma soltanto ottenere i migliori risultati in ogni campo senza badare a chi dovrai scavalcare o umiliare pur di ottenere il risultato ambito; una società in cui spesso conviene adeguarsi alla maggioranza per non stonare; una società in cui tutto ciò che viene proposto ha un fine preciso e un profitto nel quale non è contemplato il donarsi senza riserve e il dare la vita per generare vita.
    Il papa ci esorta fin dalla GMG di Cracovia a non farci tentare dalla mediocrità e a non essere giovani “da divano”. Sogna giovani che abbiano il coraggio di pensare in grande e senza paura, consapevoli che soltanto l’amore di Dio salva e dona piena felicità.
    La tentazione di adagiarsi a una vita “comoda” è sempre molto forte. Vivere il Vangelo può sembrare difficile e per molti di noi la sensazione è di sentirsi soli e ridicoli a camminare controcorrente in un mondo che va sempre di più travolgendoci nella direzione opposta. Eppure “Cristo vive” oggi, domani e sempre, e ne vale la pena perché vive per tutti e per ciascuno.
    Non dobbiamo avere paura di esporci da giovani cristiani quando veniamo interpellati o provocati. La nostra vera preoccupazione dovrebbe essere piuttosto quella di fare del male e non quella di poter essere additati per aver fatto del bene e ricercato la giustizia.
    Il coraggio di lottare per la giustizia, vivendo gli insegnamenti del Vangelo, consiste nel realizzare a pieno la nostra missione di cristiani mettendoci in gioco del tutto lì dove siamo.
    Essere animatori, fare percorsi di discernimento e cammini seri in cui prendiamo in mano la nostra vita, costruire relazioni di coppia che ci portano a fare scelte grandi… questo è il modo in cui Cristo propone ogni giorno di seguire la via del Vangelo.
    Come ci ricorda il papa, “non si può aspettare che tutto intorno a noi sia favorevole” per vivere il Vangelo (GE, 91). Quando si tratta di impegnarci seriamente in un cammino, spesso vediamo solo le fatiche che ci aspettano, e tendiamo a rimandare il momento in cui prenderemo delle decisioni. Ogni ostacolo che incontriamo sulla nostra strada è una persecuzione, ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare perché solo attraverso le Croce possiamo raggiungere la vera pienezza.
    Questa beatitudine non solo ci ricorda che il regno dei cieli è di coloro che vengono perseguitati per la giustizia, ma che lo è fin da ora qui sulla terra. Abbiamo la possibilità di assaporare un po’ di Paradiso: forza, iniziamo adesso insieme questo cammino!

    * 24 anni, studentessa in lingue e insegnante, Segretaria Nazionale MGS Italia;
    ** 24 anni, studentessa in medicina e membro della Consulta Nazionale MGS Italia;
    *** 26 anni, laureanda in ostetricia, animatrice e membro della Consulta Nazionale MGS Italia.

     

    Beati voi quando mi perseguiteranno e mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia
    Giuseppe Oriani *

    La nostra ricompensa sarà grande nei cieli, dobbiamo esserne felici e condividere questa gioia!
    Apparentemente, il titolo e questa prima frase non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altra e potrebbero sembrare le parole di un folle. E il bello, è proprio il fatto che lo sono! Sono le parole di un folle innamorato dell'uomo, di ogni uomo, di ognuno di noi. Questo innamorato ha un nome, Gesù e per dimostrarci quanto davvero ci ama, ha deciso di vivere, come ognuno di noi, la vita umana, fin dal suo principio, senza scorciatoie. Dunque se Dio, che tutto può, ha preso compiuto un gesto d'amore così grande, non possiamo fare altro che ricambiare questo gesto, offrendo a Lui la nostra vita.
    Offrire la vita al Signore non significa per forza diventare martiri, farsi preti o chiudersi in un convento, come spesso sentiamo dire da bambino a catechismo, ma vuol dire vivere la vita di tutti i giorni essendo coerenti con quello che diciamo e professakiamo quando andiamo in chiesa o in oratorio. Essere cristiani è spesso un’etichetta che non vogliamo ci venga affibbiata dai nostri compagni di università o dai colleghi di lavoro, men che meno dai nostri amici con cui ci svaghiamo e per questo ci nascondiamo o inventiamo scuse per coprire quello che facciamo veramente, almeno questa è la mia esperienza personale di giovane studente prima e lavoratore poi.
    Ma questa beatitudine ci chiede proprio questo, essere, e non fare, i cristiani, ogni giorno della nostra vita, sopportando i mormorii, gli sguardi storti e purtroppo a volte anche le offese di chi la pensa diversamente da noi. Questa beatitudine ci dà anzi una grande opportunità di testimoniare il Vangelo con le nostre azioni, più che con le nostre parole, in ogni momento della nostra vita.
    E come? - chiederete voi -. Domanda più che legittima, soprattutto se a farla è un giovane. Proviamo quindi a vedere alcuni esempi di persone che hanno trasformato la loro fede in opere concrete, sopportando le malelingue e le minacce di chi la pensava in modo diverso da loro. Nilde Guerra, ragazza romagnola morta a soli 27 anni, ha dedicato la sua vita a difendere la fede cattolica dagli attacchi e dalle accuse che le provenivano anche e soprattutto dalla sua famiglia, dove il padre e il fratello bestemmiavano solo per dimostrare di essere comunisti e stare dalla parte del più forte. O pensiamo ad Alberto Marvelli, che ha declinato la sua fede cristiana in un impegno politico attivo e coerente con i valori in cui credeva. La lista degli esempi potrebbe essere molto più lunga e la Chiesa ha riconosciuto nei santi moltissimi modi diversi di portare a compimento questa beatitudine, che riassume in una frase il senso profondo della vita di un cristiano.
    Essere cristiani non vuol dire infatti fare gli autolesionisti o cercare inutile gloria personale, ma vivere da cristiani li dove siamo chiamati a farlo, sapendo che quello che ci aspetta in Paradiso è una ricompensa cento volte superiore a quello a cui abbiamo rinunciato.

    * vedi sopra

     


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