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    Educarci è liberarci. Le sollecitazioni pedagogiche di Paulo Freire


    Davide Manzo

    (NPG 2019-07-76)


     

    Reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro.
    Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.
    (Don Lorenzo Milani)

    Paulo Freire nacque nel 1921 a Recife, capitale dello Stato di Pernambuco, in Brasile, e trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra la città e il più piccolo comune di Jaboatão dos Guararapes, sempre nella regione di Recife. Pur nascendo in una famiglia della media borghesia, conobbe povertà quando anche il Brasile fu colpito dalla crisi del 1929. Nonostante tutto, lo stesso Freire ricorda con tenerezza e calore le sue origini, sostenendo che proprio la sua casa è stata luogo della prima alfabetizzazione, durante la quale ha appreso un linguaggio e dei valori fondanti. Dopo gli studi preuniversitari, si iscrive alla Facoltà di Legge, che concluderà con l’ingresso nell’ordine degli avvocati, ma contemporaneamente si dedica allo studio della pedagogia, della filosofia e della psicologia del linguaggio. Gli autori preferiti sono Maritain, del quale apprezza la pedagogia attenta al quotidiano dell’uomo e alle sue opere, e Mounier, da cui apprenderà le idee personalistiche legate al concetto centrale della persona che vive in una comunità. I due autori, insieme a una spiccata predilezione per tutto ciò che è linguaggio, racconto, dialogo o parola, formeranno il bagaglio culturale di partenza della sua pedagogia. Trascorse buona parte della sua vita in esilio, in Bolivia, ma soprattutto in Cile, dove scrisse i suoi testi più importanti e sviluppò l’idea di un’educazione come pratica di liberazione.

    La parola come oggetto primario

    Sarà un caso, ma non si può parlare di Paulo Freire senza parlare di parole. E non è un banale gioco linguistico. Il primo impegno educativo di Freire, frutto anche del matrimonio con Elza, maestra elementare e poi direttrice didattica, fu quello di dirigere un dipartimento per la crescita culturale degli operai, per lo più provenienti dagli zuccherifici della zona. I primi 300 allievi di Freire impararono a leggere e a scrivere in soli 4 giorni, grazie a un metodo da lui ideato. L’insegnamento del portoghese non era applicato mediante un dispositivo tradizionale, ma tramite tecniche dialogiche tese ad unire strumenti pratici per l’alfabetizzazione all’attenzione alle situazioni concrete di vita degli alunni. In questo modo si apre un ventaglio di situazioni problematizzanti che accompagnano chi impara verso l’alfabetizzazione. Oggi il metodo è usato in tutto il Brasile, dove venne portato e insegnato dallo stesso Freire, ma anche da insegnanti di tutto il mondo, sia alle scuole elementari che nei percorsi di alfabetizzazione per stranieri.
    La parola non è solo il punto di partenza cronologico del percorso pedagogico dell’autore brasiliano, ma è anche uno dei nodi fondamentali dal punto di vista logico del suo ragionamento. La parola per Freire non è solo generatrice di apprendimenti alfabetici, ma è strumento potente di costruzione del mondo stesso. Racconterà che, durante un incontro con alcuni operai, un uomo intervenne sostenendo che il mondo non esisterebbe senza l’uomo semplicemente perché non ci sarebbe nessuno a chiamarlo “mondo”. Il potere della parola sta, dunque nel costruire un modo di vedere il mondo che diventa così importante per ciascuno e per ognuno da riuscire a modificarlo, non solo nella percezione, ma nell’essenza stessa del mondo. È la parola che riconosce, identifica e dona valore ontologico al mondo. Il mondo è in quanto viene detto. E l’uomo è in quanto nomina il mondo. L’espressione pronunciar o mundo, che si può tradurre con “dare un nome al mondo”, coniata dallo stesso Freire, assume proprio il senso di esistere con.
    Ma se la parola è così potente da essere mattone, colonna e atto costruttivo del mondo, non può che essere anche lo strumento, la forza che spinge l’uomo alla costruzione di sé e anche alla ricostruzione di un sé diverso, di un “essere di più”. Dirà lo stesso Freire “Non è nel silenzio che si fanno gli uomini, ma nella parola, nel lavoro e nell’azione-riflessione”.[1]
    L’uomo è un essere che esiste con il mondo perché è cosciente di se stesso. Agisce poiché pensa le proprie azioni. Muoversi nel mondo diventa prassi per l’uomo, ovvero riflessione e azione nel medesimo momento. La parola e il dialogo sono elementi di questo movimento. Lasciamo quindi che i ragazzi prendano coscienza di se stessi nel mondo e del mondo stesso, accompagnandoli ad accorgersi di far parte di una storia, ad essere essi stessi parte di un processo, a riconoscersi come “esseri storici” come li definisce Freire; dopo che saranno arrivati alla presa di coscienza del mondo, però, non lasciamo che si fermino lì. Significherebbe abbandonarli nel vuoto di ragionamenti senza meta. Accompagniamoli a formarsi in modo che si sentano parte attiva del mondo e partecipano alla costruzione di un’umanità più giusta e libera. Allo stesso modo, l’azione senza riflessione diventa attivismo e perde la sua forza di cambiamento.
    “Pronunciare la parola autentica significa trasformare il mondo”,[2] e solo il legame indissolubile fra il riflettere e l’agire fa della parola una parola autentica.

    Le concezioni depositaria e problematizzante dell’educazione

    Freire coglie un nodo essenziale dell’educazione del suo tempo periodo e che sta nella stessa concezione dell’educazione, ovvero, la conceição bancária da educação, che in italiano i traduttori del testo “Pedagogia degli oppressi” scrivono concezione depositaria dell’educazione. Essa è la diffusa, purtroppo tutt’oggi, idea secondo la quale l’educando o l’alunno siano vasi vuoti da riempire depositando saperi al loro interno per riempirli. Non si riconosce nei discenti alcuna capacità critica rispetto a qualsiasi argomento e, quindi, non si concede alcuna possibilità che essi possano esprimere le proprie opinioni. L’educazione ha dunque un assetto univoco e monologico che vede l’educatore in posizione di potere assoluto in quanto detentore unico del sapere e l’educando in posizione subordinata poiché inetto a qualsiasi ragionamento. Freire individua in questo dispositivo pedagogico la grande piaga della dissertazione: il “compito sacro” che porta gli educatori a riempire i “soggetti pazienti” di “ritagli della realtà, sconnessi rispetto all’insieme da cui hanno origine, e in cui troverebbero significato”. La parola diventa così un suono senza senso, perché gli educandi ne imparano la sonorità: “tre per tre fa nove” è un suono memorizzabile, ma comprendere che cosa significhi “tre per tre” è la vera chiave dell’apprendimento. È un sistema relazionale quello che si instaura tra educatore ed educando che ha poco a che fare con l’essere uomo, ma, piuttosto, con l’avere, il possedere qualcosa. Non c’è spazio per la creatività, la trasformazione, non esiste movimento.
    Paulo Freire scriverà: “Attraverso il dialogo (che è parola viva, ndr) si verifica il superamento da cui emerge un dato nuovo: non più educatore dell’educando, non più educando dell’educatore. In tal modo l’educatore non è solo colui che educa, ma colui che, mentre educa, è educato nel dialogo con l’educando, il quale a sua volta, mentre è educato, anche educa.”[3]
    Un altro aspetto legato alla concezione depositaria dell’educazione è quello della frammentazione dei saperi. Come abbiamo già citato, lo stesso Freire identifica nell’insegnamento nozionistico la malattia della frammentazione degli apprendimenti. Le nozioni apprese risultano sconnesse fra loro, mentre Freire, ma anche diversi autori moderni[4] (Morin fra tutti), descrivono il sapere come un insieme complesso e indivisibile e che la chiave effettiva dell’apprendimento non è il porzionamento del sapere stesso, ma è la connessione.
    Abbiamo già accennato alle critiche di Freire al sistema relazionale educatore/educando, ma lo stesso autore ricorda come le nozioni insegnate nelle scuole siano molto lontane dalla vita e dall’esperienza degli alunni. Anche Biesta e Osberg [5] criticano la concezione della conoscenza come una rappresentazione esatta della realtà, perfettamente impacchettabile e trasferibile in modo esatto da una mente pensante a una mente paziente e accogliente. Sostengono la sostanziale impossibilità dell’atto depositario esatto, oltre che la difficoltà nell’apprendere nozioni semplicemente ascoltate. Perché l’educando non solo non deve essere considerato un vaso da riempire, ma non lo è affatto. Anzi, proprio perché non è vuoto deve essere ritenuto come capace di processi di apprendimento dialogici.

    Il filo rosso della libertà

    Ciò che attraversa ogni discorso di Freire è la libertà. L’obiettivo della sua ricerca è rendere l’oppresso libero dall’oppressione e condurlo verso una nuova condizione che elimini la dicotomia stessa del potente e del servo.
    Si parte da un’azione maieutica. Freire punta a far prendere coscienza all’oppresso stesso della sua condizione per farne percepire l’incomodo. Il dialogo, anche in questo caso, è la chiave dell’intervento.
    Però, l’unico modello culturale e sociale che l’oppresso conosce è quello che lo vede contrapposto e inferiore all’oppressore. Il rischio è che elevando l’oppresso al pari dell’oppressore, egli agisca allo stesso modo con i vecchi pari livello. La proverbiale “morale della favola” (che favola non è) è che il modello sociale oppresso-oppressore non si elimina con l’inversione dei ruoli, né con l’eliminazione di una delle due parti. Il sovvertimento violento, la rivoluzione non fanno altro che creare nuovi oppressi e nuovi oppressori. Parafrasando Don Pino Puglisi, non serve un esercito di soldati, ma di insegnanti ed educatori. Per questo il compito più grande degli oppressi è quello di “liberare se stessi e i loro oppressori”.
    Per Freire l’educazione è un concetto strettamente legato alla giustizia sociale. Dare parola, dare voce significa restituire diritti alla persona, significa liberarla da un’oppressione ormai entrata nell’universo culturale. Sembra che debba esistere in ogni ambito una gerarchia e che non possa essere altrimenti.
    L’avvocato di Recife ci spiega che non è così. La libertà è l’obiettivo. Il dialogo è la chiave.
    Freire arriva a effettuare queste scoperte da un percorso di riflessione profonda sulla realtà che lo circonda, guidato dalla teoria appresa mediante lo studio intenso di molti autori diversi, ha più volte occasione di incontrare i più poveri ed emarginati, di farne addirittura parte da bambino, e con loro costruire un modello di pensiero che diventerà universo culturale in Brasile e in gran parte del Sudamerica. Effettua ricerche minime e l’impianto del suo pensiero è già pronto quando comincia a insegnare portoghese, ma alle stesse conclusioni giungeranno altri teorici con altri percorsi[6].

    Provocazioni e ricadute pratiche

    I ragionamenti filosofici, anche quelli molto concreti e vicini alla vita come quelli del pedagogista brasiliano, risultano a volte inconciliabili con l’attualità e la quotidianità che viviamo nelle parrocchie e nei centri educativi.
    Freire orienta chiaramente il lavoro educativo pretendendo che si dia come obiettivo del lavoro educativo la liberazione degli educandi. Ogni volta che si pensa un itinerario, un cammino o un incontro[7] occorre valutarne gli obiettivi. Per capire quali obiettivi porsi, la finalità grande del pensiero dovrebbe essere la libertà e la liberazione dei più piccoli. Anche i piccoli, i giovani così come i poveri hanno voce, hanno diritto di parola. È una questione di diritti, di giustizia sociale. È un processo di empowerment, ovvero di consegna e restituzione dei diritti di scelta sulla propria vita.
    Darsi obiettivi liberanti nel lavoro educativo non è tutto. Come Freire ci insegna, la libertà è la finalità, ma anche le pratiche devono essere liberanti. L’empowerment non è appunto obiettivo, bensì processo, allo stesso modo la presa di coscienza della propria condizione di oppressi e la liberazione da questa sono processuali e vanno coltivati con pratiche dialogiche.
    I ragazzi, i giovani, persino i bambini conoscono già il mondo, ne fanno esperienza quotidianamente. Occorre andare verso di loro, partire da quello che già sanno e conoscono. Parlare della vita dei ragazzi, di ciò che appartiene a loro, per cercare quei temi generatori tanto cari all’autore è il punto di partenza di un percorso che mette al centro non l’educatore, come vorrebbe l’educazione tradizionale, non solo l’educando, ma educatori ed educandi insieme, in un insieme che è comunione umana. In questo modo le parole che parlano della vita, arrivano a parlare alla vita.
    Non è un elemento molto distante da quel modo di insegnare e vivere che è di Gesù. È l’incarnazione descritta nel prologo del Vangelo di Giovanni “Il Verbo (che altro non è che parola, parola viva, ricca, ndr) si fece carne (si fece vita vissuta, tempo, storia, processo, ndr) e venne ad abitare in mezzo a noi.” È una Parola che parla alla vita, per permettere alla vita di interrogare la Parola. È circolarità dell’educazione.
    La libertà però non può essere solamente un obiettivo, ma la pratica stessa deve essere liberante. Sarà, dunque utile chiedersi ogni volta che si pensa e si progetta un cammino, un percorso o un itinerario: “quanto sono liberanti le mie pratiche?”, “quanta libertà c’è in ciò che faccio?”, “quanti diritti riconosco e, dunque, restituisco oggi?”.
    Se si dovesse pensare a un regalo che ci fa Paulo Freire, non può che essere una bussola, che punta decisa e ostinata verso il punto cardine della libertà, dei diritti e della giustizia sociale.
    Quante volte invece noi educatori opprimiamo, consideriamo gli educandi come titolari di qualcosa in meno di noi. L’educazione tradizionalmente intesa, che considera il più povero come inferiore, è opprimente. Educare è sempre uno “stare con”, mai deve essere un “fare per”, tantomeno un “lavorare su”.
    Questo si traduce nella capacità di porsi in ascolto delle situazioni reali e contingenti e nell'accompagnare ogni persona ad affinare la propria coscienza e a ricercare, attraverso domande generative, il senso del proprio essere al mondo, con gli altri.

                                        

    NOTE 

    [1] P. Freire, Pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2002, p. 106.
    [2] Ibidem, p. 77.
    [3] P. Freire, Pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2002, p. 94.
    [4] Per un approfondimento sul tema si consiglia: Fielding M., Moss P. L’educazione radicale e la scuola comune, Edizioni Junior, Parma 2014.
    [5] D. Osberg, G. Biesta, Beyond presence. Epistemological and pedagogical implication of “strong” emergence, in Interchange, 38, 1, pp 31-51, 2007, citato in Fielding M., Moss P. L’educazione radicale e la scuola comune, Edizioni Junior, Parma 2014.
    [6] È il caso di Edward I. Deci che nelle sue ricerche sulla Self-Determination Theory spiega come un ambiente adeguato, nel quale venga lasciato spazio al bambino (si occupa di sviluppo) di esprimersi, e lo stesso goda della fiducia e della disponibilità dell’educatore, l’educando riesca ad apprendere meglio che se ricompensati (Deci E. L., Ryan M. L. Self-determination theory: Basic psychological needs in motivation, development, and wellness; Guilford Publishing, New York, 2017).
    [7] Cfr Martini C. M., Itinerari Educativi, Centro Ambrosiano, Milano, 1989.


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