Michele Gianola *

    (NPG 2021-03-18)


    Educare è vocazione umana fondamentale. È pressante il bisogno di persone conquistate dalla bellezza del compito educativo, che si dedichino alla crescita di bambini, ragazzi e giovani venuti alla ribalta della vita e che, a tale scopo, scelgano di formarsi e di farlo permanentemente. Non si nasce educatori, seppure siano importanti predisposizioni o, addirittura, carismi. Un adulto (genitore, insegnante, catechista, animatore, allenatore, istruttore, ecc.), consapevole della propria responsabilità educativa, si prende cura anzitutto di sé e della propria formazione; solo così diventa persona equilibrata e matura, testimone di vita ed educatore competente. Veri educatori sono persone autentiche e umili, autorevoli e capaci di mettersi in ascolto.

    Per molti adulti sono forti le tentazioni della delega e della rinuncia educativa, mossi magari da un senso di inadeguatezza. Poiché “non si può non educare”, un adulto sa trovare il coraggio della propria responsabilità e del compito di aiutare e sostenere le nuove generazioni. La Chiesa accompagna con convinzione questo impegno educativo diffuso, che custodisce il presente e prepara il futuro prendendosi cura di chi sta crescendo nutrendolo con l’esempio di adulti maturi.
    Mi sorprende come queste due parole – chiamare ed educare – che spesso rischiamo di considerare come un invito e un compito si declinino, nell’agire del Buon Pastore, in un unico gesto. La pagina del Vangelo di Giovanni è disarmante: «Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori» (Gv 10,3). Non serve ricordare l’assonanza nascosta nella radice della parola ‘educare’: tirare fuori.

    Uscire

    L’immagine porta con sé il meraviglioso passaggio di venire al mondo, l’uscita dal grembo, la prima Pasqua della vita e evoca il passaggio ultimo, attraverso il canale della morte per l’ultima e definitiva nascita. Nel mezzo, tutta la storia della salvezza personale che si intesse nella vicenda di tutta l’umanità, fin dai suoi inizi e verso il suo compimento come in una staffetta, un’opera corale, la presa di coscienza di essere inseriti in un unico Corpo (1Cor 12,12) ancora in gestazione (Rm 8,22) finché non sia tutto formato (Gal 4,19) e la Sposa pronta per le nozze eterne (Ap 21,2).
    Dell’agire del Pastore, per mezzo del quale ogni cosa è stata fatta (Gv 1,3), è piena la storia e colma la Scrittura. La vocazione di Israele inizia a sua insaputa con la prima Pasqua di Abramo che nutre nel cuore il desiderio di una vita nuova e intuisce la promessa – «vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre» (Gen 12,1) – che è soltanto l’inizio. Per essere generata, infatti, la vita del patriarca ha bisogno di altre uscite: «Lo condusse fuori e gli disse: ‘Guarda in cielo e conta le stelle’» (Gen 15,5); «Prendi tuo figlio e va’» (Gen 22,2). L’opera della salvezza che genera l’inizio del popolo si compie attraverso la vita delle singole persone[1] perché senza le nascite di Abramo non ci sarebbe la storia di Israele. Ma la storia del popolo, non può compiersi se non attraverso Sara perché c’è una legge scritta nel tessuto dell’umanità: «La vita dell’uno è legata alla vita dell’altro» (Gen 44,20). Da soli, non è possibile essere fecondi e neppure essere generati perché sebbene possa apparire che “si nasce e si muore soli” è necessario ricordare che questa è solo la superficie: nel fondo della persona è tessuta una rete di volti, di incontri, di relazioni che – nel bene e nel male – contribuiscono a e-ducare la persona. È l’annuncio che ciascuno riceve dalla ferita che ne indica il baricentro: l’ombelico è là, a ricordare che siamo intessuti di storia. Ritengo questa prospettiva essenziale nell’urgente conversione pastorale cui lo Spirito invita la Chiesa del Terzo Millennio[2] perché ci liberiamo dalla radice dell’individuo per riconoscere che la vita di Dio fluisce nel corpo dell’umanità attraverso una fitta rete di capillari tessuta dalle relazioni più o meno centrali e periferiche che ‘connettono’ le persone e che possono favorire tra loro lo scorrere della vita buona della comunione della Trinità che genera rispetto, pudore, custodia o il veleno del Divisore che urla vendetta, invidia, consumo: la vita e la morte di ogni tipo di comunità, di polis, di società è legata strettamente al flusso di parole, di immagini e di gesti che in essa circolano: si tratta di scegliere a che cosa acconsentire e cos’altro interrompere, perché in nessuno dei due casi le azioni saranno prive di conseguenze.

    Morte

    Alla radice della fede, nel Battesimo, è custodito il nucleo centrale della vita in quanto tale. Essere liberati dalla morte è il desiderio incastonato nell’intimo della persona che il peccato originale ha reso brama. «Salva te stesso» (Lc 23,39) è l’ultima tentazione che raggiunge all’orecchio di Gesù nell’ora più dura della sua Passione, donare la vita è il balsamo che preme nell’attesa di essere versato – di lì a poco – dalle pareti trafitte del suo cuore.
    Educare è essere tratti dalla morte alla vita e chiunque ne abbia fatto esperienza conosce bene che l’opera di Dio si compie attraverso la sua Parola e i suoi gesti affidati alle mani, spesso inconsapevoli (cfr. Mt 25) degli uomini. Educare è favorire l’uscita dai grembi di cui la vita stessa ha bisogno ma dai quali è indispensabile essere partoriti. Un po’ come l’ovile della parabola dalla quale abbiamo iniziato: è utile e necessario, ma i pascoli sono fuori. Ciò che può chiarire che cosa intendo e illuminare interessanti prospettive pastorali è uno sguardo vocazionale sulla vita. Ne indico alcuni passaggi, gli altri saranno intuiti dalla creatività buona di chi ha avuto la pazienza di leggermi fin qui.
    Il primo è l’inverno, la prima stagione dell’anno e della vita. Sotto la coltre bianca della sua neve, infatti, il seme è custodito dal gelo e inizia a fermentare. Ancora, alla superficie dei campi, nulla si vede ma sotto, nelle profondità brulica la sua forza. Questo è il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza nella quale l’energia della vita inizia a ruggire in attesa di trovare l’alveo nel quale riversarsi e incanalarsi per non disperdersi in palude. Uscire dall’inverno è intuire la via da intraprendere, il luogo dove seminarsi, morire e portare frutto.
    Un secondo spunto di cui prendersi cura sono la famiglia, la scuola, lo sport, gli oratori, tutti gli ambiti cosiddetti ‘educativi’. In che modo tali spazi contribuiscono a liberare dalla morte e in quale altro impediscono la vita? Quale linfa scorre al loro interno, quali visioni sul futuro, quali strumenti? Uno sguardo vocazionale insegna che alla vita non si può imprimere una forma – la ‘formazione’ non è certamente questo – e suggerisce che per crescere feconda ha bisogno di cura – se abbandonata a sé, diventa selvatica. Prendersi cura di ciascuno perché possa crescere e svilupparsi secondo il desiderio di vita che la abita. Prendersi cura dell’intimo di ogni persona annunciando con la parola e con i fatti che l’elemento sorgivo capace di vincere la più radicale delle paure, la paura della morte è la scoperta e il riconoscimento della voce dello Spirito riversato nel cuore (Rm 8,16). Tu sei amato, tu sei amata, sei preziosa, sei prezioso, la tua vita è importante, puoi fare cose buone, le tue ferite non sono l’ultima parola, non lo sono i tuoi peccati. Qui, l’ovile si trasforma nella locanda (Lc 10,35) nella quale si può essere accuditi, ma dalla quale è necessario, ancora una volta riprendere il cammino.
    Da ultimo, forse più in generale, la vocazione insegna la grande libertà necessaria per generare perché il mistero della vita, ogni volta che lo si incontra in ciascuno dei suoi passaggi, ricorda a chi lo sa riconoscere, la sua sacralità. E il sacro non è opposto al profano, non dopo che l’incarnazione ha aperto i nostri occhi rendendoci capaci di vedere nella fede[3] che ogni occasione della vita racchiude la possibilità di orientarsi nella direzione dell’amore e della carità, illuminandosi, riscaldandosi, mettendosi in movimento o nel buio del suo contrario. Da parte di chi accompagna e di chi educa, nel medesimo gioco della libertà, la postura affidata è quella che insegna il Battista perché ciò che occorre alla venuta del Signore è preparargli la via.

    * Direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della Conferenza Episcopale Italiana


    NOTE 

    [1] Cfr. Pontificia Opera per le Vocazioni Ecclesiastiche, Nuove vocazioni per una nuova Europa, n. 18d.
    [2] Cfr. Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, n. 43.
    [3] Francesco, Lumen fidei, 29 giugno 2013, n. 1.