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    Dal 1981 ad oggi: le case studentesche a Venezia


    Temi di pastorale universitaria /20

    Venezia: la Casa studentesca Santa Fosca e la Casa studentesca San Michele

    Fausto Bonini

    (NPG 2021-01-70)

     

    Dal momento della chiusura forzata della Comunità studentesca di San Trovaso nell’aprile del 1974, la pastorale universitaria ha cessato di esistere a Venezia per alcuni anni, ma nel 1981 successe qualcosa di imprevedibile che tenterò di spiegarvi, se avete voglia di seguirmi.
    In quell’anno, 1981, era Patriarca di Venezia da un paio di anni il cardinale Marco Ce’, succeduto al Patriarca Albino Luciani diventato Papa Giovanni Paolo I. Un giorno il Cardinale mi chiamò e mi fece una proposta strana che vi racconterò.
    Dalla chiusura della Comunità studentesca di San Trovaso avvenuta nel 1974 io ero rimasto a fare il cappellano a San Trovaso, la parrocchia che aveva ospitato la Comunità studentesca, e contemporaneamente avevo iniziato a insegnare "Lingua e Letteratura francese" nei Licei della città e anche "Metodologia e Didattica della Lingue straniere" a Ca’ Foscari, come professore a contratto. Quindi il mondo della scuola e dell’università continuava a far parte dei miei interessi e della mia presenza.
    A Venezia in quel periodo c’erano numerosi collegi che ospitavano giovani universitari. Collegi femminili, gestiti da suore, e collegi maschili, gestiti da religiosi, che ospitavano circa un migliaio di studenti. La Diocesi era assente sul versante dell’ospitalità universitaria e della presenza nel mondo dell’Università.
    Ed ecco la proposta “strana” che mi fece il Patriarca Marco nel 1981, come ricordavo un momento fa. Mi chiamò e mi disse che le Suore della Riparazione che gestivano il Riformatorio femminile della città, collocato nel sestiere di Cannaregio, avevano degli spazi vuoti che intendevano proporre alla Diocesi. “Vai a vedere e vedi se puoi fare qualcosa per accogliere gli universitari fuori sede”, mi disse il Patriarca. Sapevo dell’esistenza di quel Riformatorio, ma non c’ero mai entrato. Era un ex-convento dei Servi di Maria dove aveva vissuto nientemeno che Paolo Sarpi, e Galileo Galilei era entrato più volte per fargli visita, e lì il Sarpi era stato sepolto dopo essere stato pugnalato sul ponte accanto all’ingresso. Napoleone aveva allontanato i frati Servi di Maria, Paolo Sarpi fu portato nel cimitero nell’isola di San Michele e quei luoghi, così ricchi di storia, diventarono una cava di pietre per altre costruzioni. Finché un prete veneziano, don Daniele Canal, ottenne quei luoghi dall’Imperatore d’Austria, che allora comandava a Venezia, e, assieme a una religiosa, suor Annamaria Marovich, restaurò quel che restava dell’ex convento e cominciò un’attività per ragazze “pericolate o pericolanti”. Quell’attività, durata un centinaio d’anni, si andava spegnendo e quindi quegli spazi gradualmente restavano disponibili per la Diocesi, dietro versamento di un canone di affitto. Niente di più interessante, ai miei occhi. Si trattava di cominciare una nuova esperienza. Seguendo il suggerimento del Patriarca, avrei potuto sistemare quegli spazi e aprire un piccolo collegio universitario tradizionale. E invece pensai ad una formula nuova, del tutto inusuale, che ricalcava un po’ la metodologia che avevo utilizzato per la Comunià studentesca di San Pantalon prima, e di San Trovaso poi. Pensai di proporre a venti ragazze, tanti erano i posti disponibili, di costruire con me una cosa nuova. Una “casa”, non un “collegio”.
    Durante il mese di settembre, periodo in cui normalmente si cerca un alloggio nella città in cui si va a studiare, trovai venti ragazze che condividevano l’idea di fondo riassunta in queste poche righe: “Nella Casa studentesca Santa Fosca, espressione dell’attenzione della Chiesa di Venezia verso il mondo universitario, ci si propone di costruire una piccola comunità cristiana di persone che oltre a condividere la medesima esperienza di vita studentesca, intendono condividere anche la loro esperienza di fede e testimoniarla animando attività di preghiera e di riflessione da offrire agli altri studenti”.
    Dall’idea il nome. Non “pensionato universitario”, troppo anonimo. Non “collegio”, troppo formale ed estraneo, ma “casa”. Come lo spazio in cui vive la famiglia, dove vivono assieme genitori, fratelli e sorelle.
    Su questo pensiero abbiamo costruito assieme tutte le forme concrete per dare corpo a questa idea di fondo e per poter vivere al meglio questa esperienza. Venti ragazze all’inizio. E poi anche ragazzi, perché lo stile voleva essere quello della famiglia, non del collegio tutto femminile o tutto maschile. Da venti a cinquanta e poi settanta e poi cento e infine cento e venti. Oggi è così, perché gradualmente le suore cessavano la loro attività e gli spazi a nostra disposizione aumentavano di in anno in anno. Ma torniamo a quel momento fondativo.
    Abbiamo cominciato allora un’esperienza che ruotava attorno a due punti di forza. Come oggi.
    Primo punto di forza. Si puntava a costruire una comunità cristiana, soprattutto e prima di tutto. Comunità di fratelli e sorelle che credono in Gesù Cristo o che desiderano condividere un percorso di riscoperta della fede. Incuriositi dalla proposta. Si capì subito fin dall’inizio che bisognava trovare un modo concreto per vivere questo “centro di gravità”. Da subito quindi si decise che una sera alla settimana bisognava dedicarla a vivere questa centralità nella celebrazione dell’Eucaristia e nella verifica dei problemi che di settimana in settimana si ponevano alla convivenza e alla condivisione degli spazi. Le decisioni dovevano essere sempre condivise. E poi è nata l’esigenza di avere uno spazio privilegiato da dedicare alla preghiera. L’abbiamo chiamato Emmaus, la casa dove i due discepoli in fuga da Gerusalemme dopo la morte del loro Signore, hanno scoperto che quel viandante che li aveva accompagnati lungo la strada che li riportava a casa era Gesù. I loro occhi si aprirono allo spezzar del pane. Emmaus divenne lo spazio centrale della casa, lo spazio riservato al “padrone di casa”, il cuore della casa, dove da subito qualcuno pensò di metterci un librone rosso per raccogliere le preghiere e le riflessioni personali. E i libroni rossi sono cresciuti con il passare degli anni e sono ancora tutti là, a Emmaus. Ogni anno se ne apre uno di nuovo.
    Secondo punto di forza: “La gestione della Casa sia sul piano amministrativo che su quello organizzativo, è affidata alle persone ospitate, in comune accordo con i responsabili nominati dal Patriarca”. Come dire che se qualcosa nella vita della casa non funziona non è colpa di qualcuno che sta al di sopra o al di fuori, ma è colpa e responsabilità di tutti coloro che ci vivono dentro. Anche sul piano amministrativo? Certo. Si paga quel che si consuma e si usa: affitto alle Suore, bollette varie, acquisti, spese varie. Come a casa propria. Non ci sono “donne di servizio”, ma tutto è affidato a chi vive in questa casa: farsi da mangiare, fare gli acquisti personali e comunitari, tenere puliti gli spazi che si usano e così via. Autogestione, dunque, e assemblea periodica per verificare l’andamento della vita comune e trovare soluzione ai vari problemi.
    A partire da questi due punti di forza sono stati decisi gradualmente di anno in anno tutti i modi e tutte le regole del vivere comune.
    L’assemblea dell’inizio dell’anno accademico 1986-87 segnò una svolta nella crescita della comunità. Si raggiunse il massimo dello sviluppo quantitativo (120 ragazzi e ragazze), si stipulò un regolare contratto di affittanza con le Suore, proprietarie dell’ex convento, si decise di continuare l’esperienza positiva della convivenza di universitari e universitarie, si fondò un’Associazione (CPU, Centro di Pastorale Universitaria) per la gestione amministrativa e fiscale di tutte le attività di pastorale universitaria, nacque l’idea di un mansionario. La casa era affidata alle cure delle persone che vi abitavano e quindi si chiedeva a ognuno un servizio da svolgere, una “mansione” appunto, e poi si scelsero i responsabili dei vari settori: le camere, le cucine, gli studi, i cortili. Infine si sentì la necessità di costituire tre gruppi di servizio per proporre e animare momenti di spiritualità, di cultura e di volontariato all’interno della Casa e dell’Università, coordinando anche la presenza pastorale dei Collegi universitari gestiti da religiosi.
    Un’altra scelta importante fu quella di utilizzare la Casa durante l’estate per trasformarla in ostello della gioventù. A Venezia ce n’era bisogno perché il Comune aveva deciso di liberare la Stazione ferroviaria dai numerosi “saccopelisti” che dormivano sul piazzale della Stazione. Da allora tutti sono tenuti a dedicare una settimana delle vacanze estive per gestire l’accoglienza. Il guadagno servirà a tenere bassa la retta mensile e a portare il bilancio in pareggio senza pesare troppo sulle rette mensili.
    Mi fermo per non annoiarvi e faccio un salto al presente. L’esperienza che vi ho raccontato continua anche oggi. Le case sono due. Una a Venezia, la Casa studentesca Santa Fosca, con un centinaio di ospiti e l’Ostello aperto tutto l’anno in una piccola zona e allargato a tutta la casa durante il periodo estivo e l’altra a Mestre, la Casa studentesca San Michele, che ospita una settantina di ragazzi e ragazze. L’organo amministrativo, il CPU, gestisce queste due case e anche altre realtà utili a calmierare le quote pagate dai ragazzi. Le responsabilità gestionali, dal Presidente del CPU che è nominato dal Patriarca, ai responsabili delle Case, sono sostenute da giovani che hanno vissuto l’esperienza in queste case.
    A chi arriva oggi si presenta questo progetto e si propone di inserirsi in questo percorso che sarà presentato e verificato attraverso un’assemblea di inizio d’anno, una seconda di metà anno e una terza di verifica finale.
    Nella Christus vivit, l’Esortazione apostolica ai giovani di Papa Francesco del 2019, trovo conferma di quanto vissuto in questi anni dalla Pastorale universitaria di Venezia a proposito dell’accoglienza di giovani che si spostano dalla loro città o paese per frequentare l’Università, dove il Papa suggerisce di costruire “percorsi di fraternità” per “aiutare i giovani a crescere nella fraternità, a vivere come fratelli, ad aiutarsi a vicenda, a fare comunità, a servire gli altri” (n. 215). E ancora al n. 217: “Fare ‘casa’ in definitiva è ‘fare famiglia’; è imparare a sentirsi uniti agli altri al di là di vincoli utilitaristici o funzionali, uniti in modo da sentire la vita un po’ più umana. Creare casa… è creare legami che si costruiscono con gesti semplici, quotidiani e che tutti possiamo compiere. Una casa… ha bisogno della collaborazione di tutti. Nessuno può essere indifferente o estraneo, perché ognuno è una pietra necessaria alla costruzione”.
    Il racconto di questa esperienza veneziana è stato stampato in alcuni volumi che hanno accompagnato i momenti più significativi di questo percorso che ho cercato di sintetizzare.
    Il primo si intitola “Dieci anni duri – Dieci anni d’oro”, stampato nel 1992 per celebrare i primi dieci anni di vita dell’esperienza santafoschina.
    Il secondo porta il titolo di “Casa, dolce casa, Quindici anni di persone e di idee a Santa Fosca” stampato nel 1997 per ricordare i quindici anni.
    Il terzo stampato nel 2007 “Casa mia a Venezia, Venticinque anni di idee e volti nella Casa studentesca Santa Fosca”.
    Il quarto stampato nel 2012 “Casa Studentesca Santa Fosca, Trent’anni di cammino insieme”.
    Infine “All you need is HOME”, stampato per festeggiare i primi dieci anni della Casa studentesca San Michele di Mestre.


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