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    He's a real nowhere man
    Sitting in his nowhere land
    Making all his nowhere plans for nobody
    Doesn't have a point of view
    Knows not where he's going to
    Isn't he a bit like you and me?
    (The Beatles, “Nowhere Man”)

    È stata definita “anomia” una sorta di patologia sociale che porta le persone a non sentirsi più tali, a perdere il proprio senso di identità, chiudendosi in se stesse ma non ritrovando, in questo ritiro, neanche una traccia del proprio Io. Pensando di acquisire una identità seguendo la massa, queste persone in realtà perdono la profondità della propria individualità: volendo essere “ognuno”, si accorgono di non essere “nessuno”. Il sociologo Davis Riesman parlava a questo proposito di uomini che si comportano come giroscopi, ovvero come aghi di bussole che sono costretti a puntare verso una direzione senza in realtà mai assumersi la responsabilità della scelta, senza pensare alle possibili alternative; e la direzione non è mai scelta dai soggetti ma sempre da istanze esterne. La somma di questi uomini eterodiretti costituisce quella che Riesman definisce “la folla solitaria”. Giorgio Gaber sottolineava il rischio di questa perdita di sé, del diventare un anonimo ingranaggio, nella canzone “Quando lo vedi anche” dedicata a coloro che cercano di opporsi al potere ma rischiano di esserne condizionati:

    Ma quando lo vedi anche
    Sulla tua maglietta
    Sulle scarpe da tennis
    Sui blue-jeans da quattordici once
    Su quel giaccone americano che ho comprato
    Con pochi soldi al mercatino dell'usato
    Allora arriva al disgusto la tua stravaganza
    Allora diventa una moda ogni gesto che fai
    Non si riesce nemmeno ad avere abbastanza coscienza
    Per piangere di noi

    Non condividiamo il pessimismo di Gaber nelle strofe finali di questa canzone (anzi ci chiediamo quanto di questo pessimismo sia a sua volta debitore di una moda, di quel nichilismo che ci porta a giustificarci dicendo che ormai tutto è finito e non abbiamo più scelte):

    Ormai sei soggetto a una forza
    Che ti è sconosciuta
    Ormai sei libero e schiavo
    Ormai sei coinvolto
    E di colpo ti viene il sospetto
    Che in tutta la vita
    Non hai mai scelto

    Ma certo occorre capire la penetrazione di questo senso di impotenza e di rassegnazione che ci porta a non essere più individui agenti, cittadini responsabili, a scegliere e a motivare le nostre scelte Cosa ci spinge, di fronte a una possibile presa di responsabilità, a dire “lo farà qualcun altro?” Cosa ci porta a giustificare una nostra azione con la frase “lo farebbe chiunque al posto mio?”.
    Il fascino dell’anomia deve essere qualcosa di molto potente. Ci protegge, come una specie di guscio, ci fa sentire tutelati anche se al costo della perdita della nostra individualità. Occorre essere molto attenti nell’analisi di questo meccanismo: è vero per esempio che tutti si vestono allo stesso modo, ma la moda riesce anche a trovare una sorta di individualizzazione dell’abbigliamento in modo che a ciascuno sembri al contempo di essere “uguale” agli altri e di essere “diverso”. Così in ogni parte del mondo è possibile sentire gli odori di Mc Donald’s, ma poi ci sono i panini kosher, quelli al kebab, quelli vegani, che fingono di restituire all’individuo la sua soggettività o la sua appartenenza di gruppo mentre invece lo ottundono ancora di più. Lo stesso meccanismo è all’opera quando una marca di jeans mette in vendita pantaloni strappati “ognuno con strappi diversi”, cosa ben differente dall’acquistare un paio di jeans e poi strapparli personalmente, in quella che perlomeno è un’azione finalizzata.
    In realtà sembra rassicurante, anche se in modo paradossale, concepire il mondo come una specie di macchina all’interno del quale l’individuo è un meccanismo, quasi inutile e comunque sempre sostituibile: un ingranaggio che potrebbe anche smettere di funzionare perché fa parte di un pezzo marginale della macchina, non certo del cuore del suo funzionamento. Questo provoca quel senso di inutilità davanti alla strapotenza del dominio che porta spesso anche le persone più consapevoli e coraggiose a chiedersi “cosa posso fare io, così piccolo?”.
    Ma questa lettura così pessimistica in realtà nasconde anche una cecità rispetto alle reali dimensioni del potere, una sua sopravvalutazione. In fin dei conti qualunque forma di dominio ha le imperfezioni delle creazioni umane, e ha punti di rottura che possono essere constatati e sui quali è possibile lavorare. Come diceva Giovanni Falcone quando gli si chiedeva se la mafia sarebbe mai finita: “deve finire, perché è una cosa umana”. Il problema semmai è il nostro contributo a questa fine, quanto cioè la mafia finirà per il trionfo della giustizia o quanto invece per una sua metamorfosi in qualcosa d’altro, forse anche di più orribile. Davanti a questa domanda non è possibile rintanarsi nell’alibi della propria piccolezza.
    Non sempre chi vive la vita dell’Everyman è passivo, anzi spesso la sua esistenza è caratterizzata dal fare tanti progetti (“nowhere plans for nobody” come dice l’intraducibile verso dei Beatles) nessuno dei quali però viene portato a termine, perché ci si lascia convincere del fatto che “ci penserà qualcun altro”. Anche il non avere un punto di vista è tipico di chi si è lasciato convincere della propria inutilità, dell’uomo impolitico che piace tanto ai totalitarismi e alle dittature e che è stato molto ben descritto da Thomas Stearns Eliot:

    Siamo gli uomini vuoti
    Siamo gli uomini impagliati
    Che appoggiano l'un l'altro
    La testa piena di paglia. Ahimè!
    Le nostre voci secche, quando noi
    Insieme mormoriamo
    Sono quiete e senza senso
    Come vento nell'erba rinsecchita
    O come zampe di topo sopra vetri infranti
    Nella nostra arida cantina

    L’anomia ci porta alla consapevolezza nichilistica (e falsa) per la quale tutte le scelte sono impossibili, tutte le vie sono bloccate. Solo “qualcun altro” ha il potere di scegliere e di agire, e chi ha deciso di smettere di scegliere si trova in una condizione di immobilità totale. Si tratta dell’immagine di Belacqua (tanto amata da Samuel Beckett), che Dante colloca nel Purgatorio tra i pigri e che sdegna addirittura la possibilità di salire al cielo, in una immobilità nichilista che lo rende ancora più patetico di certi ipercinetici personaggi infernali:

    E un di lor, che mi sembiava lasso,
    sedeva e abbracciava le ginocchia,
    tenendo ‘l viso giù tra esse basso (Purg IV, 106-108)

    In realtà ciò che ci fa uscire dall’anomia, che ci costringe a scegliere e a prendere posizione in prima persona e rivaluta il contributo che ognuno di noi può dare, è l’urgenza delle cose esemplificata dalla casa in fiamme nella nota poesia di Brecht:

    Non molto tempo fa vidi una casa. Bruciava. Il tetto
    era lambito dalle fiamme. Mi avvicinai e m’avvidi
    che c’era ancora gente, là dentro. Dalla soglia
    li chiamai, ché ardeva il tetto, incitandoli
    ad uscire, e presto. Ma quelli
    parevano non avere fretta. Uno mi chiese,
    mentre la vampa già gli strinava le sopracciglia,
    che tempo facesse, se non piovesse per caso,
    se non tirasse vento, se un’altra casa ci fosse,
    e così via. Senza dare risposta
    uscii di là. Quella gente, pensai,
    deve bruciare prima di smettere con le domande

    La casa brucia, il mondo rischia di andare in fiamme; non c’è tempo per attendere che “qualcuno” faccia “qualcosa” o di squalificare ogni tentativo di agire con la logica del “benaltrismo” (“eh, ci vuole ben altro”). Il passaggio da “lo deve fare qualcun altro” a “lo faccio io sperando che qualcun altro mi segua” è il salto dal nichilismo alla speranza. Educare a questo salto è il compito immediato e quotidiano dell’educazione civica.


    T e r z a
    p a g i n A


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