Il primo annuncio ai giovani. Perché abbiano vita in abbondanza


    EDITORIALE

    Rossano Sala

    (NPG 2026-07-4)


    La necessità dell’annuncio

    Ci sta molto a cuore che i giovani incontrino il Signore, che diventino suoi discepoli e apostoli. In modo che la loro esistenza fiorisca e così abbiano vita in abbondanza. Non è una questione teorica, ma un’esperienza salvifica che si attiva attraverso un evento personale di incontro che inaugura una relazione d’amore.
    Come dice infatti Benedetto XVI, «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva»[1]. Il Dossier che segue, curato con precisione e dedizione da Gustavo Cavagnari, fa il punto sul “primo annuncio ai giovani”, inserendolo nel lungo e articolato processo di evangelizzazione.
    L’uomo, essendo creato in Cristo Gesù, è quindi intessuto del desiderio d’infinito, in quanto è un’unità costituita da polvere del suolo e soffio divino (cfr. Gn 2,7). La sua esistenza non può logicamente giungere a pienezza in forma banalmente orizzontale. Nel suo cuore c’è una nostalgia di eternità, che può essere saziata solo nell’incontro amorevole e amichevole con il Dio vivente. Risulta quindi chiaro che

    la pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo né da ciò che possediamo (cfr. Lc 12,13-21). È legata piuttosto a ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere (cfr. Mt 10,8-10; Gv 6,1-13). Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle “cose di lassù” (Col 3,2), per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità, facendo crescere in noi “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità” (Col 3,12), di perdono (cfr. ivi, v. 13), di pace (cfr. Gv 14,27), come quelli di Cristo (cfr. Fil 2,5)[2].

    Da qui ne viene il dovere, da parte della Chiesa, di mettere in relazione ogni creatura umana con Dio. È il compito proprio dell’annuncio, che offre ad ognuno la possibilità di entrare in dialogo fecondo con Dio, conoscendolo attraverso un incontro con il Signore Gesù, fonte di vita e di gioia nel tempo e per l’eternità. Viene così chiarito l’ordine della missione, perché «l’intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia)»[3].

    Un percorso di annuncio

    La prima lettera di Giovanni incomincia con un testo programmatico e decisivo per comprendere il senso e l’ordine dell’annuncio cristiano. È un testo molto conosciuto e divenuto paradigmatico e programmatico, anche perché fu scelto dal Concilio Vaticano II per aprire la costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione. Risentiamolo:

    Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena[4].

    In questo testo molto intenso e ordinato vi sono quattro passaggi. Essi hanno caratterizzato l’esperienza apostolica degli inizi, ma continuano ad essere ispirativi per ogni epoca della Chiesa.
    Prima di tutto si tratta di un incontro. Si parla di un evento che passa attraverso i nostri sensi: udito, vista, tatto. Ciò che stava nel più alto dei cieli, attraverso il mistero dell’incarnazione diventa concreto, visibile, udibile, percepibile. Dio non è più un’idea astratta, un principio inafferrabile, una presenza invisibile. Egli si è fatto carne e tutti coloro che hanno vissuto con lui ne hanno fatto esperienza, perché in Gesù di Nazareth siamo in presa diretta con il Dio dell’alleanza e dell’amore.
    Tale incontro diviene poi testimonianza attraverso l’annuncio. Non è un privilegio privato, non è un momento intimo e personale da tenersi per sé: l’incontro con Gesù non è un tesoro da nascondere, ma un dono da condividere. L’annuncio ha così un contenuto chiaro: «Quello che abbiamo veduto e udito»[5], ovvero colui che era presso il Padre e si è manifestato a noi.
    Il termine e l’obiettivo del cammino è la comunione, ovvero l’unione dei cuori e delle anime, che si concretizza in due direzioni: verso l’altro e verso l’alto. Da una parte una comunione orizzontale, ecclesiale, umana: in Gesù siamo in comunione con tutti. Dall’altra una comunione verticale, «con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo»[6], e che quindi ci fa alzare gli occhi al cielo e desiderare le cose di lassù.
    Il frutto di questo percorso, secondo l’apostolo Giovanni che di certo l’ha sperimentato in prima persona, è la gioia. Una gioia che viene definita “piena”, perché portata davvero a compimento attraverso l’incontro, la testimonianza e la comunione. Non c’è gioia più grande che vedere i giovani incontrare il Signore, divenire suoi testimoni e partecipi della comunione ecclesiale, e quindi raggiunti da una gioia profonda e radicata in Dio.

    Evangelizzazione, catechesi e spirito missionario

    Quando amiamo davvero una persona desideriamo per lei o per lui il meglio. E quando si vuole questo si dev’essere pronti a condividere ciò che ci ha conquistato il cuore. Ciò che di più prezioso abbiamo da condividere con i giovani è il Signore Gesù, fonte di vita e di gioia per chi lo incontra ed entra in amicizia con lui. Lo dice con molta chiarezza uno splendido articolo delle Costituzioni salesiane, che farà bene a tutti sentire:

    “Questa Società nel suo principio era un semplice catechismo”. Anche per noi l’evangelizzazione e la catechesi sono la dimensione fondamentale della nostra missione. Come don Bosco, siamo chiamati tutti e in ogni occasione a essere educatori alla fede. La nostra scienza più eminente è quindi conoscere Gesù Cristo e la gioia più profonda è rivelare a tutti le insondabili ricchezze del suo mistero. Camminiamo con i giovani per condurli alla persona del Signore risorto affinché, scoprendo in lui e nel suo Vangelo il senso supremo della propria esistenza, crescano come uomini nuovi. La Vergine Maria è una presenza materna in questo cammino. La facciamo conoscere e amare come Colei che ha creduto, aiuta e infonde speranza[7].

    È un articolo che, se ascoltato con attenzione e accolto con verità, dovrebbe aiutarci a mettere ordine nelle nostre priorità pastorali. Domandiamoci se, come persone dedite all’evangelizzazione e all’educazione dei giovani, conoscere Gesù Cristo è “la nostra scienza più eminente”, oppure è un aspetto facoltativo o secondario; se rivelare a tutti la sua ricchezza è “la nostra gioia più profonda” oppure un triste dovere che non ci emoziona né ci scalda il cuore.
    La ragione ultima dell’annuncio è la necessità di riconoscere il volto di Dio e riconoscersi in esso, vincendo la timidezza e facendo nostro il coraggio di provocare i giovani attraverso una parola chiara e anche – se necessario – graffiante. Non solo, quindi, rimanendo dentro i nostri ambienti protetti, che talvolta rischiano di diventare delle zone di comfort chiuse e autoriferite. È un rischio ecclesiale che si vince divenendo “Chiesa in uscita”, che vive di un dinamismo di adultità apostolica verso tutti, nessuno escluso.
    Le esperienze e le azioni concrete in ordine al primo annuncio ai giovani ci spingono a riscoprire, prima di tutto, lo spirito missionario intrinseco alla pastorale giovanile, perché solo attraverso di esso potremo liberare la nostra creatività per il bene integrale dei giovani. Oggi più che mai, in un territorio come quello europeo, caratterizzato da un contesto di secolarizzazione, è opportuno risvegliare in noi il tratto missionario che ha caratterizzato le migliori epoche cristiane.


    NOTE

    [1] Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n. 1.
    [2] Leone XIV, Omelia nella celebrazione eucaristica per il Giubileo dei Giovani, 3 agosto 2025.
    [3] Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n. 25.
    [4] 1Gv 1,1-4.
    [5] 1Gv 1,3.
    [6] 1Gv 1,4.
    [7] Costituzioni salesiane, art. 34.