Attesi dal suo amore
    Proposta pastorale 2024-25 

    MGS 24 triennio

    Materiali di approfondimento


    Letti 
    & apprezzati


    Il numero di NPG
    speciale sussidio 2024
    600 cop 2024 2


    Il numero di NPG
    maggio-giugno 2024
    600 cop 2024 2


    Newsletter
    SPECIALE 2024
    SPECIALE SUSSIDIO 2024


    Newsletter
    maggio-giugno 2024
    MAGGIO-GIUGNO 2024


    P. Pino Puglisi
    e NPG
    PPP e NPG


    Pensieri, parole
    ed emozioni


    Post it

    • On line il numero SPECIALE di NPG con gli approfondimenti della proposta pastorale, e quello di MAGGIO-GIUGNO sui "buchi neri dell'educazione".  E qui le corrispondenti NEWSLETTER: specialemaggio-giugno.
    • Attivate nel sito (colonna di destra "Terza paginA") varie nuove rubriche per il 2024.
    • Linkati tutti i DOSSIER del 2020 col corrispettivo PDF.
    • Messa on line l'ANNATA 2020: 118 articoli usufruibili per la lettura, lo studio, la pratica, la diffusione (citando gentilmente la fonte).
    • Due nuove rubriche on line: RECENSIONI E SEGNALAZIONI. I libri recenti più interessanti e utili per l'operatore pastorale, e PENSIERI, PAROLE

    Le ANNATE di NPG 
    1967-2024 


    I DOSSIER di NPG 
    (dall'ultimo ai primi) 


    Le RUBRICHE NPG 
    (in ordine alfabetico
    e cronologico)
     


    Gli AUTORI di NPG
    ieri e oggi


    Gli EDITORIALI NPG 
    1967-2024 


    VOCI TEMATICHE 
    di NPG
    (in ordine alfabetico) 


    I LIBRI di NPG 
    Giovani e ragazzi,
    educazione, pastorale

     


    I SEMPREVERDI
    I migliori DOSSIER NPG
    fino al 2000 


    Animazione,
    animatori, sussidi


    Un giorno di maggio 
    La canzone del sito
    Margherita Pirri 


    WEB TV


    NPG Facebook

    x 2024 400


    NPG X

    x 2024 400



    Note di pastorale giovanile
    via Giacomo Costamagna 6
    00181 Roma

    Telefono
    06 4940442

    Email

    La cura delle vocazioni: espressione di una pastorale giovanile autentica (IV/cap. 5 di J.E.Vecchi)


    Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992


    Capitolo quinto

    LA CURA DELLE VOCAZIONI: ESPRESSIONE DI UNA PASTORALE GIOVANILE AUTENTICA

    Da alcuni anni si viene ripetendo che tra pastorale giovanile e pastorale vocazionale ci deve essere uno stretto collegamento. Gli animatori vocazionali più attenti avvertono che le iniziative specifiche di proposta e accompagnamento presuppongono punti fondamentali di formazione umana e cristiana e ad essi devono ritornare continuamente come alla loro radice. A tal punto l'essere uomo e cristiano è la prima e grande vocazione, cioè chiamata gratuita e risposta libera a cui si ricollegano tutte le altre vocazioni particolari.
    Dall'altro versante gli operatori di pastorale giovanile si accorgono che il loro discorso sulla fede sfocia naturalmente in un progetto totale di vita cristiana che coinvolge la coscienza, il tempo, i rapporti e il lavoro della persona.
    Uno sguardo al panorama ecclesiale rende ragione di questo stretto collegamento e vicendevole inclusione. Molte, la maggior parte delle vocazioni, vengono dalla cura pastorale dei giovani nelle comunità cristiane e nei movimenti ecclesiali e non hanno richiesto particolari interventi di animatori vocazionali. Ci sono congregazioni religiose che includono l'azione a favore delle vocazioni nel settore di pastorale giovanile, senza differenziazione.
    Quando si tratta di definire in che cosa debba consistere questo collegamento e i suoi riflessi nella prassi, non sempre le opinioni coincidono. Sorgono allora attese vicendevoli che a volte diventano accuse. Da parte dei ricercatori di vocazioni si vorrebbe che la pastorale giovanile producesse risultati più concreti in termini numerici riguardo alle vocazioni di particolare impegno e che il discorso vocazionale fosse in essa più frequente ed esplicito. Da parte degli operatori pastorali si chiede che la catechesi vocazionale venga inserita nel cammino di maturazione della fede e, dal momento che viene rivolta a tutti i giovani, presenti le molteplici possibilità di esprimere la vita cristiana.
    Il documento del secondo Congresso internazionale per le vocazioni chiarisce il collegamento tra pastorale giovanile e animazione vocazionale in termini di unità e interna complementarità. Si opera sullo stesso «campo». Si percorre lo stesso cammino. Medesimo è il soggetto. «Pastorale giovanile e pastorale vocazionale sono complementari. La pastorale specifica delle vocazioni trova nella pastorale giovanile il suo spazio vitale. La pastorale giovanile diventa completa ed efficace quando si apre alla dimensione vocazionale» (Sviluppi della cura pastorale delle vocazioni nelle chiese particolari: esperienze del passato e programmi per l'avvenire. Rogate, Roma 1982, n. 42). La pastorale vocazionale, dunque, si colloca all'interno, non accanto e meno ancora fuori, della pastorale giovanile come un'attenzione concentrata su un aspetto qualificante. La pastorale giovanile include la proposta vocazionale tra i suoi obiettivi e la considera il suo nucleo ispirante sin dai primi passi del cammino di fede.
    Si ribadisce allora che la pastorale vocazionale è «specifica», perché cura non solo «la vocazione» ma le vocazioni; è «universale», perché intende seguire non soltanto alcune ma tutte le vocazioni in forma differenziata; è «centrale», non marginale, perché il suo punto di mira non sono alcune realtà ecclesiali ma la Chiesa stessa.
    Esplicitando ancora di più questo rapporto, il documento della CEI «Vocazioni nella Chiesa italiana, piano pastorale per le vocazioni» (1985), considera la preoccupazione vocazionale «prospettiva unificante di tutta la pastorale». Tutta la comunità cristiana è infatti chiamata ministeriale e chiamante. All'interno della sua vita ciascuno scopre, sviluppa e valorizza il particolare dono e compito che ha ricevuto. «È urgente creare comunione e contesti pastorali idonei specialmente nel settore giovanile. Là dove la pastorale giovanile è ancora frammentaria è importante che la proposta vocazionale crei con gradualità e pazienza l'esigenza di un cammino che provvede contenuti articolati e continuativi. Giova pertanto non rimanere nella logica di una pastorale frammentariao delle iniziative. O la pastorale giovanile, crescendo, genera la proposta vocazionale specifica o la pastorale vocazionale pone l'esigenza di una pastorale giovanile come cammino e come suo contesto idoneo» (n. 23).
    Da tali considerazioni scaturiscono conseguenze pratiche.
    La prima è una inscindibile unità operativa tra pastorale giovanile e pastorale vocazionale, da ricercarsi ed esprimersi in diversi ambiti. È indispensabile un quadro comune di riferimento con criteri condivisi. Sarebbe poco costruttivo che i due settori procedessero con visioni diverse riguardo al cammino di fede, alla Chiesa, ai ministeri, alla vocazione cristiana, al discernimento.
    L'unità riguarda inoltre l'azione. La comunità va considerata come il soggetto della pastorale giovanile-vocazionale. È un'insistenza ricorrente che non va considerata idealista né elusa come troppo difficile da attuare. È l'unica strada per ricomporre tutti gli elementi parziali che rendono possibile il sorgere delle vocazioni.
    L'unità si riferisce infine alle strutture e organi di animazione. Il timore che la pastorale vocazionale diventi generica o lenta porta a creare strutture autonome e staccate l'una dall'altra. Ma questa soluzione non rende a lungo termine. Ciascuno dei due versanti perde la forza che gli viene dall'altro. Unità e specificità vengono assicurate quando funzioni, stimoli e piani si integrano armonicamente. Allora la pastorale giovanile diventa tutta vocazionale e questa prende in considerazione le fasi dello sviluppo della persona e del cammino di fede.

    1. UNA PASTORALE GIOVANILE PER LA PROMOZIONE VOCAZIONALE

    La pastorale giovanile non diventa vocazionale soltanto per aggiunta di temi mancanti o per aumento di insistenze, ma soprattutto per una qualificazione generale che crea le condizioni per percepire la chiamata di Dio e rispondere con generosità.
    Su quali esperienze, su quali nuclei di significato, su quali elementi dovrebbe allora portarsi per essere aperta alla dimensione vocazionale, anzi diventare essa stessa pastorale vocazionale? E, conseguentemente, su quali linee dovrebbe spingerla la componente vocazionale inserita al suo interno, affinché il proprio lavoro specifico possa essere «un coronamento» di competenza e non un ambito diverso?
    Per collocare bene la questione vanno richiamati, a rapide battute, alcuni punti nodali della pastorale giovanile.

    1.1. Il campo

    Il primo è il «campo». La pastorale giovanile ha come destinatari tutti i giovani di un contesto o ambiente. Non può limitarsi ad alcuni, nemmeno col pretesto di formarli bene. Questi giovani vivono una loro condizione particolare verso cui occorre essere attenti.
    Anche se la definizione tecnica di gioventù comprende tutti i soggetti in fase evolutiva fino all'inserimento pieno nella società attraverso il lavoro professionale (11-25 anni), la pastorale dei giovani oggi guarda con particolare attenzione ai cosiddetti adolescenti adulti (16-24 anni).
    Le fasi precedenti sono infatti già sufficientemente accudite dai servizi ecclesiali tradizionali ancora solidamente organizzati: la prima catechesi per la prima Eucaristia, la preparazione alla Cresima e per un certo numero di ragazzi/e la frequenza alla scuola cattolica o agli oratori. Tali servizi raggiungono, se non tutti, almeno una parte notevole dei giovani che desiderano una formazione cristiana e in forma abbastanza efficace.
    Nella fase seguente (16-24) hanno luogo simultaneamente tre fenomeni: finiscono i programmi sistematici da parte delle comunità ecclesiali, si sviluppa nel giovane un processo di ripensamento o rielaborazione personale di molti contenuti culturali etici e religiosi ricevuti prima, entra in contatto in forma più aperta e abbondante con fenomeni sociali, correnti di pensiero, messaggi informali e frammentari e cerchi di impegno o militanza sociale o politica.
    È il momento in cui la fede può raggiungere livelli di maturità o comincia a perdere rilevanza nella vita. Il supporto della comunità cristiana risulta indispensabile.
    Si sente allora il problema della comunicazione. Non si tratta soltanto di raggiungere fisicamente un numero più grande di giovani. I segni, le istituzioni, le iniziative, i messaggi, le persone della chiesa sono sempre alla loro portata. Si tratta invece di ripresentare loro il Vangelo in modo che appaia «significativo» per la loro esistenza che si affaccia all'età adulta.
    Vengono allora opportuni alcuni rilievi fatti altrove. Il linguaggio verbale, la presentazione concettuale, il trattato sistematico hanno una forza relativa quando si tratta di scelte di senso e orientamento. Non convince e se convince non muove. Non che se ne possa prescindere. Ma non può essere l'unico al quale ci si affida. È probabile che per molti giovani una spiegazione su Dio non valga più di un'altra, se nessuna delle due riesce a trasformare la nostra esistenza. Oggi contano i segni, i fatti, le esperienze, le testimonianze, le prove, le trasformazioni.
    I messaggi risuonano, le testimonianze colpiscono, i fatti muovono girando toccano alcune corde che per i giovani sono oggi di primaria importanza: la qualità della propria esistenza e la trasformazione del mondo in senso più umano.
    La prima riguarda il senso, i valori, le ragioni per vivere, l'impegno nobile delle proprie risorse, le gratificazioni. È un'aspirazione che per sentieri segreti risale al nostro destino e alla nostra vocazione umana. La fede e il Vangelo debbono apparire, come in realtà sono, la luce e sale vita. A questo si collegano le esperienze di preghiera, di riflessione, di convivialità.
    La seconda riguarda la forza storica dell'amore cristiano, capace, se non di trasformare totalmente questo mondo, almeno di porre segni di salvezza. Richiama alla verità della fede che si manifesta nella carità. Se ciò non avviene il messaggio cristiano si riduce a «spiegazioni religiose», «teorie sulla divinità» gestite da un gruppo. È la prova del Vangelo. Da qui l'accettazione che ottiene il volontariato, i gruppi di servizio, gli impegni per l'uomo.
    Secondo la ripercussione che il messaggio del Vangelo riesce ad avere su queste due corde di ciascun giovane, egli prende la sua posizione di fronte alla fede. La assume con entusiasmo o rimane fermo nel sentimento religioso generico, la relega nella dimenticanza o anche la valuta inutile e pretestuosa.
    Il campo giovanile appare diversificato, con esigenze proprie per quanto riguarda il tipo di intervento e la comunicazione.

    1.2. Le mete

    Questo è il campo. Le mete rappresentano il secondo punto nodale.
    La pastorale giovanile si propone quattro obiettivi scaglionati: che il Vangelo di Cristo arrivi a tutti i giovani del proprio contesto come «buona novella»; che chi si dimostra disponibile alla fede venga progressivamente iniziato al mistero di Cristo e alla vita ecclesiale, attraverso una conoscenza esperienziale e organica; che quanti professano la fede si impegnino nella promozione della dignità della persona, nella lievitazione evangelica dell'ambiente e nella formazione della comunità umana; che la comunità cristiana arrivi a essere segno e strumento di salvezza per tutti, ma specialmente per i giovani.
    Gli interrogativi sul come raggiungere questi obiettivi sono innumerevoli. Come fare risuonare il Vangelo come novità ai lontani? Come dare rilevanza esistenziale alla dimensione cristiana nei giovani della religiosità «light»? Come impegnare i praticanti, non in forma passeggera, ma in modo che il loro impegno diventi passione per l'uomo e per il Regno?
    Rispondere a questi interrogativi va oltre quanto ci si propone qui. Però devono essere richiamate alcune istanze di fondo che la pastorale giovanile assume oggi, proprio per rispondere a questa situazione.
    Innanzitutto il primato dell'evangelizzazione. Ciò significa, in sintesi, che l'evento Gesù Cristo non viene trasmesso come dato scontato, ma viene annunciato e riannunciato come originalità e novità di vita e di orizzonti. Lungi dal considerare che, per il fatto di aver compiuto i primi atti che lo inseriscono nella Chiesa, il giovane sia già cristiano, ci risulta con chiarezza che ogni nuovo fenomeno dell'esistenza dev'essere illuminato dal messaggio evangelico. Le iniziative e dimensioni della pastorale giovanile sono oggi sotto il pressing e la luce dell'evangelizzazione. I richiami non mancano nemmeno nella pastorale vocazionale specifica. Si parla di evangelizzare la vocazione.
    L'evangelizzazione parte dalla testimonianza. La testimonianza è un fatto profano, legato all'esistenza quotidiana, vissuta in modo tale da sollevare domande di senso e provocare a forme nuove di vita e di rapporto.
    «Ecco un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità di uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per ciò che è buono e nobile... Allora con tale testimonianza senza parole questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono domande irresistibili» (EN 21).
    La parola offre la chiave della testimonianza. «Anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente se non è illuminata e giustificata – ciò che Pietro chiamava "dare ragione della propria speranza" – esplicitamente da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. La buona novella proclamata dalla testimonianza di vita, dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dilla Parola di vita» (EN 22).
    Il primato dell'evangelizzazione significa che la vita cristiana si propone non soltanto come dottrina, ma come esperienza originale e diversa, possibile qui e ora, come un incontro impensato e gratuito.
    Chi tratta sovente con giovani, anche appartenenti a circoli ecclesiali si accorge quanto questa indicazione sia attuale e urgente.
    Trattandosi di soggetti coinvolti in un'evoluzione completa di personalità, niente si può fare seriamente e autenticamente riguardo alla fede o alla vocazione senza chiamare in causa e a confronto gli altri aspetti della persona.
    L'annuncio di Gesù Cristo e la risposta di fede si inseriscono in un processo di crescita biologica, psichica, sociale e culturale. Devono lievitare questo processo nella sua totalità. Se ciò non avvenisse, la fede rimarrebbe piccola e insignificante, marginale nell'esperienza del soggetto. La pastorale giovanile è dunque per sua natura «educativa». È una pedagogia cristiana. Ogni sua iniziativa deve corrispondere a questo criterio.
    L'affermazione può sembrare soltanto teorica o bella. È invece piena di conseguenze per la pratica. Quando non la si prende in considerazione, la pastorale è dominata, quasi ossessionata, dall'oggetto della proposta. Perde di vista la condizione esistenziale dei soggetti. Assomiglia al proselitismo religioso. Chi assume l'istanza educativa della pastorale è vicino e sensibile alla situazione dei giovani, cerca i segni di Dio nella loro condizione. Gli obiettivi del proprio agire non sono in primo luogo la trasmissione inviolata di formulazioni precise a cui si riconosce un'efficacia «ex opere operato», ma quella esperienza di grazia per cui la fede, quasi come un seme, va riempiendo tutta la vita e la mentalità. Come avviene in educazione, il punto di riferimento per questo cammino non è il maestro, né i contenuti, ma il soggetto.
    Collegata alla natura educativa viene un'altra caratteristica, che è ricchezza e rischio della pastorale giovanile: essa è molteplice e articolata e prevede interventi, operatori e agenzie diverse. Le sue dimensioni non sono riducibili a una, nemmeno per puntare più direttamente sul fondamentale. Non contano soltanto la catechesi, la liturgia, il gruppo di preghiera e riflessione di fede. Sono importanti anche la presa di coscienza di sé, la crescita culturale, l'inserimento in una rete sempre più vasta di rapporti sociali, l'esplicitazione del senso etico, la scoperta della vita spirituale.
    Eppure la molteplicità non è la parola definitiva. La pastorale giovanile è «unitaria». Bisogna finire, dice il documento CEI, con la «pastorale delle sole iniziative» e arrivare a una pastorale di convergenza. L'eccessiva divisione del lavoro si ispira alle abitudini che regolano alcuni settori della nostra società, ma non trova ragioni motivanti nella pastorale. In essa invece contano l'unità interna della persona che bisogna favorire, l'indivisibilità dell'esperienza della fede, i cui contenuti hanno la funzione di esplicitare in forma discorsiva l'evento unico e centrale. Il Direttorio catechistico generale lo ribadisce in forma molto decisa.
    Nel tempo in cui l'ambiente offriva una sintesi già elaborata, il soggetto poteva ricevere, unificandoli, stimoli e contenuti slegati, con sottolineature occasionali e sproporzionate. Al contrario, in un tempo di frammentazione e pluralismo di messaggi, i pastori-educatori stessi devono badare all'unità nella maniera di offrire contenuti e nel modo di ordinare i propri interventi.
    Inquadrata la questione in questo modo, non è difficile individuare alcuni «nodi» che, risolti, faranno della pastorale giovanile un modo di proporre e accompagnare le vocazioni.

    2. UNA PASTORALE «DELLA COMUNITÀ»

    Il primo punto da assicurare perché la pastorale giovanile diventi «vocazionale» è la creazione di ambiti comunitari accoglienti e vivaci. Il riferimento alla comunità è sostanziale. Appartiene alla definizione stessa di vocazione. La vocazione e le vocazioni cristiane non possono essere spiegate né proposte senza richiamare la comunità.
    La mediazione comunitaria, dunque, non può essere sostituita da nessun'altra. È questo un asserto ribadito continuamente negli studi pastorali e nei documenti ecclesiali. Ma soprattutto viene confermato dalla prassi. Ogni vocazione nasce all'interno della comunità ed è destinata ad essa. Comporta una esperienza diretta e non solo una spiegazione «nozionistica» del suo essere, del suo valore, delle sue domande e dei suoi bisogni.
    Gli stimoli vocazionali che una comunità di fede offre, nelle sue diverse espressioni prima ancora di esplicitare un invito, sono innumerevoli e quotidiani.
    Un testo della CEI, «Vocazioni nella Chiesa Italiana, piano pastorale per le vocazioni», dice al riguardo: «La vocazione e la missione della chiesa particolare si esprimono soprattutto nella comunità parrocchiale. Essa è luogo privilegiato di annuncio vocazionale e comunità mediatrice di chiamate attraverso ciò che ha di più originale e caratterizzante: la proclamazione della parola che chiama, la celebrazione dei segni della salvezza che comunica la vita, la testimonianza della carità e il servizio ministeriale. La dimensione vocazionale dunque non è un "qualcosa in più da fare", ma l'anima stessa di tutto il servizio di evangelizzazione che essa esprime» (n. 26).
    Il compito specifico dell'animatore vocazionale viene molto agevolato quando il tessuto della comunità cristiana – diocesana, cittadina, parrocchiale – è consistente; quando la sua vita è percettibile e intensa; quando la sua presenza nel territorio e nella cultura appare significativa. Non è difficile portare esempi e stabilire paragoni, risultati concreti alla mano. Dove la comunità cristiana dimostra particolare stima della Parola e stimola al suo ascolto (pensate alle scuole e agli itinerari della Parola!), educa ad atteggiamenti che predispongono a percepire in forma personale l'appello di Dio. Quando aiuta i fedeli a condividere fra di loro le responsabilità e le gioie delle proprie scelte, diventa chiamata a partecipare alla missione della comunità con i propri doni e risorse.
    Una diocesi o parrocchia che esprimono un progetto di educazione cristiana e si sforzano di realizzarlo attraverso ambienti educativi e famiglie; che diventano luogo di incontro e dialogo per i giovani; che propongono loro un'esperienza di preghiera e si dimostrano sollecite nel coinvolgerli in servizi a favore della comunità cristiana e del territorio, costituiscono già un invito.
    Se poi accompagnano quei loro membri che hanno sentito la chiamata a una vita di particolare consacrazione (sacerdoti, religiosi, laici, matrimonio) e ne festeggiano gioiosamente le date significative, rafforzano ancora il loro messaggio.
    L'impegno nella e con la comunità cristiana non è, dunque, un «perditempo» o un cammino vocazionale troppo lungo. La significatività della Chiesa convoca di più del lavoro individuale e settoriale.
    I giovani però si inseriscono quotidianamente in un contesto comunitario più ristretto e più immediato: la scuola, l'oratorio, il gruppo.
    All'interno del programma di tali ambienti si possono proporre atteggiamenti e tematiche che favoriscono lo sviluppo vocazionale e arrivare a una proposta esplicita.
    Ma prima e al di sopra dei programmi particolari, l'invito vocazionale è nella stessa comunità che diventa luogo di accoglienza, ambito di partecipazione, spazio di vita e segno della fede. Su di essa si è parlato abbastanza e non è il caso di indugiare oltre. Si tratta di qualificare umanamente e cristianamente l'ambiente come grande contenitore di rapporti, attività, espressioni e progetti.
    Le «comunità» sono dunque insostituibili in ogni progetto di lavoro vocazionale più per quello che sono, che per quello che dicono. Allora è bene ricordare che è più importante muoversi in comunità che isolatamente, anche se uno è molto capace. Quindi è più importante collaborare che lavorare; è più importante la comunione che l'azione.

    3. UNA PASTORALE GIOVANILE DI CAMMINO E ORIENTAMENTO

    I termini «cammino» e «orientamento» fanno pensare ad aspetti molteplici, all'unità tra di loro, a un centro che diffonde significato e dà alla totalità la struttura e il dinamismo, a una crescita che procede da un seme, a diversi punti di partenza, a un'azione guidata da un'intenzione, sebbene molto diversificata.
    Lo sguardo va però sempre allo sviluppo cristiano massimo della persona. Essa è centrale in ogni senso: come interlocutore di Dio, come protagonista delle proprie decisioni, come «sensore» che coglie la realtà, come nodo di rapporti nella comunità. La persona opera e decide con la totalità delle sue tensioni e risorse e non soltanto con una facoltà.
    Gli aspetti o dimensioni del cammino possono essere diversamente tematizzati. Si può parlare di crescita umana, di educazione alla fede, di esperienza sociale, di impegno vocazionale; oppure anche di apertura alla realtà e al contatto umano, di crescita culturale o comprensione ragionata degli eventi, di formazione spirituale. Questi sviluppi unificati da una prospettiva, l'orientamento, tendono a portare a una scelta di vita e a un progetto di esistenza cristiana.

    3.1. Fasi o passaggi

    Ma il cammino suppone fasi o passaggi. Forse l'accusa ricorrente alla pastorale giovanile è quella di non saper procedere oltre con determinazione, specie con chi ha mostrato disponibilità, germinali o avanzate di vocazione specifica.
    Il cammino può seguire le fasi dell'età, ma all'interno di una medesima fascia di età, particolarmente di quella adolescenziale e giovanile, esistono diversi livelli di fede. Si rivela più che mai opportuna allora la raccomandazione della Conferenza Episcopale Italiana di abbandonare la pastorale «delle iniziative» per assumere la pastorale dell'itinerario di crescita. Ciò vuol dire fare più attenzione al processo globale che agli aspetti particolari, al soggetto più che al programma; preferire il contatto individuale e di gruppo all'annuncio generale, selezionare e ordinare i messaggi piuttosto che seguire i manuali.
    Questa pastorale comporta un'attenzione: saper passare al momento giusto dalle proposte essenziali a quelle più esigenti, ossia dal desiderio e informazione sulla fede alla catechesi, alla formazione cristiana fino a una spiritualità fondata e organica. Esige anche di «personalizzare» progressivamente, passando dal coinvolgimento in un ambiente alla partecipazione nei gruppi e alla responsabilità di animazione fino al dialogo personale sulla fede e sulla vita nello Spirito.
    Le direzioni che simile cammino segue sono quelle interne all'esperienza cristiana del giovane: la costruzione della propria identità con la presa di coscienza delle sue aspirazioni e limiti, e il confronto con il mondo, con la cultura-società-situazione, sulla base di una razionalità in sviluppo.
    I rapporti rappresentano un settore particolare di attenzione. L'atteggiamento sociocentrico e la capacità di unirsi interiormente agli altri stanno alla base di una scelta vocazionale matura. Si tratta allora di immergere i giovani in un clima di relazioni interpersonali, fatte di fiducia, di accettazione e di stima che li aiuti ad essere se stessi e a chiarirsi le proprie motivazioni.
    L'identità viene però configurata mediante l'incontro con Cristo. Ed è qui che si giuoca tutta la forza vocazionale della pastorale giovanile. La formazione cristiana costituisce la base dell'orientamento globale di una persona nella vita. L'immagine di sé che il giovane va completando negli anni deve essere improntata a quella che si è rivelata in Cristo: figlio di Dio, membro del suo popolo e operatore del Regno con uno specifico compito. Sotto la forza di questi tre fattori, l'identità personale, il confronto culturale e l'incontro con Cristo, scatta la progettualità che spinge oltre nell'impegno di vita.

    3.2. Tre momenti

    Al riguardo occorre insistere su tre momenti: mettere solide fondamenta, orientare fino a scelte concrete, avere il coraggio di proporre la radicalità.
    Alcune decisioni maturano soltanto ad alte temperature di amore o di passione. Le narrazioni bibliche parlano delle vocazioni come di eventi che scuotono, di illuminazioni che folgorano, di rivelazioni che cambiano il corso della vita. E l'irruzione di Dio in un'esistenza.
    Le cose oggi non vanno diversamente. La vocazione nasce da una «scelta di Dio» istantanea come un lampo, o calma e prolungata come un cammino di riflessione. Si tratta comunque sempre di un'esperienza di fede, che non è la soddisfazione momentanea di chi cerca emozioni nel campo religioso, ma lo sforzo di illuminare la vita con la parola di Dio e di aprirsi in ogni momento alla comunicazione con Lui. E ciò comporta un cammino di conversione e crescita spirituale.
    Per reggere ci vuole chiaroveggenza e vigilanza dello spirito. Ci sono primavere cariche di promesse a cui non segue la stagione dei frutti, o partenze all'insegna dell'entusiasmo che si esauriscono strada facendo. Il giusto calcolo del prezzo del Regno, direbbe Gesù, è venuto meno; è mancata la previsione delle forze per rischiare una battaglia.
    La generosità spontanea, la voglia di spendersi per gli altri si consumano presto se non vengono integrate in un cammino spirituale, che porti a collocare Dio al centro della propria vita.
    La vocazione infatti è ed è vissuta dal soggetto come un'iniziativa del Signore. La scoperta, il chiarimento e l'accoglienza di questa iniziativa di Dio si realizza attraverso un dialogo in cui la persona deve ascoltare e rispondere. Il «sì» è vero quando è stato pronunciato tra questi interlocutori nel profondo della coscienza.
    La vocazione inoltre, piuttosto che una voce sentita una volta, è una scelta che perdura nella vita e si trascina dietro tutta la persona: le sue preferenze e i suoi rapporti, i dinamismi e le energie. Questa realtà in movimento libero deve essere organizzata e unificata nella fede. Scelta e cammino non dipendono soltanto dagli interessi e attitudini naturali; intervengono piuttosto la coscienza preparata ad accogliere la presenza di Dio e la libertà capace di assumere l'invito della grazia.
    Se è vero, dunque, che un itinerario di orientamento vocazionale comprende aspetti vari dello sviluppo umano, tutti importanti
    per una risposta pienamente consapevole, è altrettanto chiaro che il percorso in cui all'accompagnatore si chiede di essere specialista è l'educazione alla fede e alla formazione spirituale. In questo non bisogna assolutamente sbagliare i calcoli.

    3.3. Obiettivi

    Il cammino suppone una direzione e degli sbocchi. L'influsso dell'ambiente e l'azione degli educatori diventano «orientamento» per tutti i giovani, secondo la maturità umana, il livello di fede e i propri doni. Ogni giovane, che in qualsiasi modo il Signore mette sul nostro cammino, ha diritto al nostro aiuto per orientarsi a costruire la propria personalità e la vita «secondo il Vangelo». A tutte le età deve essere aiutato a orientarsi nella scoperta e nello sviluppo della vocazione: nella fanciullezza, nella preadolescenza, nell'adolescenza, nella giovinezza e oltre, poiché ognuna di queste tre tappe della vita ha il suo compito di crescita e richiede decisioni proporzionate.
    C'è dunque una gradualità da assumere nell'esplicitazione del tema vocazionale: la vita come vocazione, la fede e l'appartenenza alla Chiesa come dono e chiamata, l'invito a considerare i diversi carismi e ministeri, l'assistenza nei primi momenti di una scelta concreta.
    Il percorso tende a formare la persona a scelte consapevoli maturate e fondate. Comporta che nel giovane si sviluppi l'interiorità, la libertà dai condizionamenti e la responsabilità. I traguardi e la conoscenza non valgono per la loro materialità e nemmeno come segno della capacità di tenuta, ma come maturazione strutturale e dinamica della persona, che diventa capace di ascolto e di risposta.
    Da parte dell'educatore, l'orientamento comporta un'assistenza per assicurare uno sviluppo armonico e senza arresti nella fede. Chi accompagna ha un ruolo facilitante, che viene svolto attraverso momenti e forme molteplici, ma che ha obiettivi abbastanza precisi. Si tratta di:
    – proporre contenuti motivanti: alcuni aspetti della vita cristiana sono come arcate principali di una personalità che cresce verso una scelta vocazionale; sul piano umano sono le componenti della libertà e della maturità affettiva e relazionale, e sul piano spirituale sono l'apertura a Dio, l'esperienza della Chiesa, l'accoglienza della vita come missione;
    – abilitare al discernimento: ciò richiede capacità di ascolto dello Spirito dentro la propria vita, nei segni ecclesiali e dei tempi, e risposta proporzionata nell'oggi mentre si pensa al futuro;
    – illuminare i momenti di snodo del cammino vocazionale: quando si deve prendere una decisione fondamentale c'è bisogno di un aiuto, perché il giovane possa rendersi conto che la sua vita è già avvolta nel mistero di Dio e aperta ad esso;
    – verificare periodicamente il cammino di crescita, suscitando il desiderio e l'esigenza di un lavoro spirituale metodico, che vada oltre la frammentarietà degli entusiasmi occasionali;
    – abilitare all'autonomia nelle scelte e particolarmente in quella vocazionale, superando la dipendenza dagli stimoli esterni e dalla stessa direzione spirituale.

    4. UNA PASTORALE «DELL'ESPERIENZA DI FEDE»

    Secondo alcuni, il messaggio della fede è oggi sufficientemente diffuso, ma scarsamente recepito. Si ha l'impressione che neppure arrivi al destinatario e che solo raramente incida in profondità. Donde il fenomeno dell'allontanamento della massa giovanile. Non è che non se ne senta parlare, ma non si è «toccati». «Gesù ha cattiva fama a causa di quello che si dice dai pulpiti e di come lo si dice» (Anthony de Mello).
    Qualcosa di simile e più grave capita riguardo alla vocazione. I giovani sanno che la Chiesa cerca candidati per il ministero sacerdotale e per la vita religiosa. Ragazzi e adulti cristiani ascoltano con una certa attenzione, ma non rimangono «colpiti», non si sentono «chiamati».
    Sembra che il problema più rilevante non stia nei «contenuti», ma nella comunicazione. Molti si domandano infatti perché tanti giovani considerano con interesse notizie e spiegazioni sulla fede, arrivano alla soglia di una scelta vocazionale, ma non fanno il passo decisivo. Dalla percezione di una comunicazione inefficace, si riversano dubbi sulla validità stessa della proposta, causando insicurezza e abbandono negli operatori.
    La comunicazione odierna è disturbata non solo dai molti messaggi che si incrociano, ma anche dal fatto che poche volte trova la giusta lunghezza d'onda per entrare in sintonia con i giovani. Il vocabolario costituisce un problema minore. Più grosso invece è quello dei riferimenti vitali e dei simboli impliciti, a cui i giovani legano la propria pienezza umana. Non pensiamo che la pastorale debba far uso di trabocchetti, tranelli o astuzie che la comunicazione di massa adopera per catturare gli incauti; ma è certo che anch'essa deve rivolgere un appello che tocchi in profondità la sensibilità del giovane, che raggiunga il suo cuore. Il suo messaggio deve arrivare a destinazione, recepibile e incidente, e dunque attraente.
    In tutti i tre casi c'è uno squilibrio comunicativo che pregiudica l'ascolto e non favorisce le scelte. Queste maturano solo dove e quando le dimensioni emotiva, intellettuale e volitiva sono assieme e simultaneamente provocate da un appello significativo. Se manca una delle tre, la scelta sarà instabile, debole, scarsamente motivata. Ognuno dei tre elementi è indispensabile, nessuno da solo è sufficiente.
    Il giovane deve poter riconoscere che nella proposta si nasconde il suo ideale. Questa scoperta o intuizione innesca il dinamismo dell'attrazione e provoca la decisione finale. La vocazione non è un elemento che si aggiunge dall'esterno a una struttura personale già formata; è invece l'io della persona, quell'io che l'individuo è chiamato a essere, come progetto da sempre pensato dal Padre e che il Padre stesso vuole realizzare; sentirsene attratti è consegnarsi a questo progetto nella convinzione che non si potrà essere felici se non realizzandolo.

    4.1. Indicazioni generali

    Ci sono alcune indicazioni generali di stile per una buona comunicazione: l'ascolto e la condivisione, il rifiuto degli intellettualismi, il libero scambio, la significatività essenziale dei messaggi.
    È importante raggiungere la «totalità» dell'interlocutore, attraverso un messaggio che tocchi cuore, mente e volontà.
    Spesso la nostra comunicazione non tiene conto di questa legge. Diffonde informazioni, offerte e «verità», ma non parla alla persona, per cui cade nel vuoto. A volte privilegia l'aspetto sentimentale intimistico, riducendo Dio a una emozione e il progetto di vita a una questione di attrazione spontanea. Oppure si rivolge in modo esclusivo alla volontà, chiedendo sforzi e ingenerando l'equivoco che per credere basti comportarsi in forma moralmente ineccepibile, e che per scegliere una vocazione sia sufficiente avere determinate capacità o volerla semplicemente. Sovente prevale il momento intellettuale, come se credere in Dio fosse problema di sole conoscenze, risolto dai «dottori» o dai «pensatori», con spiegazioni giuste; come se la propria scelta di vita fosse frutto di argomenti del tutto razionali che cancellano ogni dubbio.

    4.2. Problemi concreti

    A questo punto si sollevano problemi concreti: quali «esperienze» assumere, quali «modelli» proporre, quali le «cause» per cui spendere la vita.
    È vero, nulla si improvvisa nel cammino di fede e nella maturazione vocazionale: non bisogna scommettere su un colpo «emotivo» né affidarsi alla «pastorale-show». Ogni passo, anche piccolo, nel cammino della crescita umana e cristiana ha il suo peso. Ci sono però esperienze che rivelano in forma più chiara e immediata le caratteristiche di una esistenza donata a Dio e agli uomini, e ne fanno provare la gioia, che conducono più direttamente alle motivazioni definitive. Da esse si dovrà procedere all'esperienza «totale» di Cristo.
    Una di queste è certamente la preghiera-meditazione. È un'espressione spontanea della fede e della pietà. Fa passare dalla periferia della propria vita all'interno di essa, dove la persona incontra se stessa, scopre la sua individualità e l'appello personale che Dio le rivolge.
    Nel passato si sottolineava l'importanza delle pratiche comunitarie e si cercava che il giovane le vivesse con gioia e convinzione. Oggi invece si rendono necessari l'apprendistato e l'esperienza vissuta in forma personale e molteplice fino a diventare atteggiamento. Perciò gli incontri di preghiera, le scuole della parola si stanno moltiplicando: si tratta di tempi, di luoghi, di gruppi, in cui ci si apre alla voce dello Spirito che prega in noi, si imparano le diverse forme di preghiera, ci si avvicina alla parola di Dio. I giovani li ricercano come momenti di unità interiore e di elaborazione del senso della vita alla luce di Dio.
    Da queste esperienze viene un segnale positivo di fecondità vocazionale. In qualche caso l'intenzione e il tema della convocazione periodica sono esplicitamente vocazionali. Dalla preghiera si passa naturalmente al dialogo di discernimento e alla direzione spirituale. Così i centri di preghiera sono diventati anche centri di orientamento vocazionale che lavorano in sintonia con operatori e programmi di pastorale.

    4.3. Esperienze privilegiate

    Esperienze privilegiate sono inoltre il servizio e l'apostolato. Quando superano il puro attivismo e vengono ricondotti a motivi di fede e di carità, aprono i giovani ai grandi bisogni del mondo e della Chiesa e fanno percepire la forza del messaggio evangelico.
    L'animazione di ambienti e attività, l'impegno culturale e sociale, il volontariato sul posto e all'estero, la collaborazione alle missioni sono opportunità e stimoli per una riflessione sull'impiego della propria vita secondo i piani di Dio.
    L'accompagnamento pedagogico e spirituale è indispensabile se si vuole che l'attività diventi cammino di crescita in Cristo e non si esaurisca in una esperienza da consumare.
    Il gruppo o comunità ecclesiale è anche un'esperienza privilegiata che assume le due precedenti e le colloca in un contesto comunitario di condivisione e corresponsabilità.
    Le statistiche confermano quello che si osserva a «occhio nudo» sull'incidenza dell'esperienza di gruppo riguardo al nascere delle vocazioni. Non si tratta però di qualsiasi gruppo, ma di quelli che hanno coscienza di appartenenza, senso ecclesiale, radicamento nella fede e passione apostolica. Nella vita di gruppo, infatti, convergono diversi fattori di maturazione vocazionale.
    Il vedere e il giudicare insieme sulla realtà e sulle idee creano un'abitudine di vigilanza e di discernimento che abilita alla risposta.
    L'azione apostolica allena alla donazione, mette a contatto con i bisogni dei fratelli, specie dei più emarginati.
    L'incontro personale con le diverse vocazioni (sacerdoti, laici, religiosi, genitori, dirigenti giovanili) aiuta a capire le diverse forme di vivere la missione della Chiesa.
    Si aggiungono inoltre il clima di riflessione sul proprio futuro, la possibilità di contatto con gli educatori che, mentre scoprono le disposizioni e inclinazioni, sollecitano a dare concretezza agli ideali.
    Ogni gruppo impegnato diventa così «vocazionale» in senso generale, perché coltiva l'appartenenza e la partecipazione attiva alla vita della Chiesa, ma anche in senso specifico, perché offre itinerari di chiarimento e di crescita per vocazioni di speciale consacrazione.

    5. UNA PASTORALE «UMILE E PROPOSITIVA»

    Parliamo di pastorale umile non soltanto in senso spirituale, ma proprio in senso operativo. La fede rivela oggi più che mai il suo carattere di atto supremo di libertà. Per lo sbocco vocazionale non c'è altro cammino da percorrere. Le tentazioni di ritornare all'adescamento o alla retata non sono nemmeno possibili. È meglio essere consapevoli che si partecipa a un evento di grazia in cui noi non siamo «né Io sposo né la sposa», ma soltanto invitati. In questo invito c'è il dono che Dio fa a noi. La convinzione dei nostri limiti obiettivi e il protagonismo dei due partner della festa deve riempirci di discrezione, di fiducia, di attesa, di gioia.
    Nella situazione odierna si constata un dato rilevante: non ci sono stati mai come oggi tanti studi, riflessioni, incontri e strutture di animazione, convegni, riviste, informazioni statistiche, studi teologici, sociologici e pedagogici, giornate mondiali sulla pastorale vocazionale. Ci sono il Centro Nazionale Vocazioni, i Centri Regionali, i Centri Diocesani; la Congregazione dell'Educazione Cattolica spinge tutte le diocesi a preparare il «piano» di azione vocazionale.
    Si rivisitano quadri di riferimento, metodologie, iniziative. Però la fecondità, stando alla parola di Dio, è in mano al Signore che la elargisce come un dono e una benedizione, ma anche secondo una provvidenza.
    Ci sono periodi di apparente sterilità che sono provvidenziali nella storia della salvezza. Sono periodi di gestazione spirituale in cui il Signore fa crescere la fede nel suo intervento reale e trasformatore. Da una sofferta situazione di sterilità «naturale» ebbero origine il popolo eletto, molti fenomeni di crescita spirituale di Israele, la nascita del Battista. Quella che sopraggiunge è una nuova epoca. Esaurite certe possibilità storiche, la fede e la speranza si concentrano in un piccolo resto, tanto più efficace come fermento e come germe di futura crescita, quanto più chiara e libera di appoggi umani è la sua fede nel Signore.
    Tutto questo, che può essere letto con relativa facilità nella storia del popolo di Israele, è anche la chiave per interpretare alcuni fenomeni della Chiesa. Anche in essa la diminuzione e l'aumento dell'insieme come dei gruppi particolari sono fenomeni alternati che avvengono secondo la logica della storia: cioè secondo la capacità di esprimere in forma comprensibile e nitida ciò che costituisce la loro ragione di essere.
    Il movimento di crescita parte sempre da una «concentrazione» della fede o di un carisma ecclesiale, che si manifestano con speciale e rinnovata luminosità sino a costituire un segno di convocazione e di provocazione.
    E questa è forse l'indicazione che sta alla base di tutto il discorso: rivivere in forma intensa ed espressiva quella scelta di Dio e quell'amore ai fratelli che sono capaci di suscitare la fede e di essere appelli ad una vita nuova.


    T e r z a
    p a g i n A


    NOVITÀ 2024


    Saper essere
    Competenze trasversali


    L'umano
    nella letteratura


    I sogni dei giovani x
    una Chiesa sinodale


    Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Per una
    "buona" politica


    Sport e
    vita cristiana
    rubrica sport


    PROSEGUE DAL 2023


    Assetati d'eterno 
    Nostalgia di Dio e arte


    Abitare la Parola
    Incontrare Gesù


    Dove incontrare
    oggi il Signore


    PG: apprendistato
    alla vita cristiana


    Passeggiate nel
    mondo contemporaneo
     


    NOVITÀ ON LINE


    Di felicità, d'amore,
    di morte e altro
    (Dio compreso)
    Chiara e don Massimo


    Vent'anni di vantaggio
    Universitari in ricerca
    rubrica studio


    Storie di volontari
    A cura del SxS


    Voci dal
    mondo interiore
    A cura dei giovani MGS

    MGS-interiore


    Quello in cui crediamo
    Giovani e ricerca

    Rivista "Testimonianze"


    Universitari in ricerca
    Riflessioni e testimonianze FUCI


    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi


    Sguardi in sala
    Tra cinema e teatro

    A cura del CGS


    Recensioni  
    e SEGNALAZIONI

    invetrina2

    Etty Hillesum
    una spiritualità
    per i giovani
     Etty


    Semi e cammini 
    di spiritualità
    Il senso nei frammenti
    spighe


    Ritratti di adolescenti
    A cura del MGS


     

    Main Menu