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    Una pastorale aperta al futuro (Conclusione di J.E.Vecchi)


    Juan E.Vecchi - Pastorale giovanile. Una sfida per la comunità ecclesiale - Elledici 1992


    Conclusione

    UNA PASTORALE APERTA AL FUTURO

    Si parla molto oggi di terzo millennio. Ad alcuni suona un'esperienza banale o retorica per sedurre gli ingenui. Altri, invece, considerano l'attesa della fine del secolo come una metafora del futuro: quello spazio dell'immaginazione in cui trovano posto speranze e illusioni, fantasmi e paure. Questa posizione ci è cara, perché feconda di sviluppi costruttivi.

    1. UTOPIA E ANTI-UTOPIA

    Il futuro spinge la fantasia in due direzioni. Una è l'utopia: l'immagine che proietta l'ottimo come realizzabile a favore dell'uomo, il sogno di un mondo a misura d'uomo nella qualità della vita.
    Le descrizioni utopiche del futuro abbondano. E non sono infondate, perché si basano su germi già esistenti, che hanno in sé possibilità di sviluppo. Oggi l'utopia è «alimentata» dalla telematica e dall'intelligenza artificiale, dal dominio dello spazio e dalla biogenetica, dall'uso pacifico delle conoscenze nucleari e dal nuovo stile delle relazioni tra i grandi del mondo.
    Tuttavia il futuro ha ispirato anche un altro tipo di previsione, l'altro lato della medaglia: l'anti-utopia, predizione di una catastrofe cosmica, quale totalità degli elementi contro l'uomo. Gli esempi più noti sono il film The day after e il romanzo 1984 di G. Orwell.
    Le anti-utopie si ispirano agli arsenali nucleari o chimici, alla contaminazione dell'ambiente, alle mutazioni degenerative dell'atmosfera, alla manipolazione della vita, alle intenzioni perverse di chi detiene il potere, alla diffusione di qualche peste moderna, alla dissoluzione etica. Anche l'anti-utopia si fonda su elementi reali in germe che possono impazzire e sfuggire a ogni controllo.
    Entrambe le prospettive sono possibili. Tra l'una e l'altra sta l'elemento imponderabile: la libertà dell'uomo, la sua capacità di cogliere il bene e di decidersi per esso, oppure di concedersi al male e alle sue distruzioni. Al riguardo esistono persone che coltivano utopie in forza della fiducia nell'uomo e della vittoria del bene sul male. Pensano che l'istinto di vita sia più forte della tentazione di autodistruggersi.
    Altre invece sono per il disastro finale, poiché credono che l'uomo non sia in grado di arrestare le ripercussioni a catena della scienza e della tecnica, quali la tentazione del potere, lo sfruttamento inconsulto. Così l'uomo finirà con l'esser vittima delle sue stesse invenzioni.
    Utopia e anti-utopia sembrano riferirsi a realtà lontane. La previsione del futuro vicino prende invece la forma del calcolo e della progettazione. Arriva fin dove giunge lo sguardo: si tratta di scoprire tendenze o megatendenze attuali, secondo cui prendere decisioni opportune.
    Ma oggi, con l'accelerazione dei tempi, il futuro prossimo e lontano ci appare quasi unito: già domani potrebbe verificarsi il cambiamento decisivo.
    Anche nell'ambito religioso esistono utopie e anti-utopie, congetture e letture di tendenze. I profeti videro il futuro popolo di Dio rallegrato da una presenza portatrice di giustizia e pace universale. Isaia cieò immagini insuperabili per descrivere quei tempi. Così in tempi recenti Teilhard de Chardin vedeva la materia elevarsi come per fasi successive fino al punto Omega.
    D'altro canto, si predicava anche e in forme diverse un castigo universale, l'abbandono di Dio da parte dell'uomo, la dissoluzione dell'umanità per corruzione morale.
    Riguardo al futuro immediato, una previsione è un fiorire straordinario della religiosità. Taluni vedono emergere con forza il desiderio di dare un senso alla vita, poiché la semplice razionalità si rivela insufficiente a risolvere gli interrogativi dell'uomo. I tanti esperimenti compiuti per risolvere i grandi problemi dell'umanità stanno portando alla convinzione che ci vuole un salto di qualità della coscienza umana. Come conseguenza, l'uomo va alla ricerca di salvezza nell'Assoluto, e, secondo l'espressione biblica, si ricorda di Dio.
    Una diversa valutazione sta nel denunciare l'eclissi della religiosità in atto, o per lo meno la scomparsa delle istituzioni religiose. In effetti, mai come oggi l'esperienza religiosa sta subendo un processo accelerato di privatizzazione e frammentazione. Appare talora come un mercato in cui, per soddisfare la domanda, si offrono e si consumano le forme tradizionali, le religioni orientali, il fondamentalismo, le emozioni misteriche, i riti di gruppo, le nuove sètte: tutto secondo il gusto e le richieste del cliente. I giovani seguirebbero questa tendenza, trascinati dalla cultura secolarizzata, dall'individualismo e dalla scarsa capacità degli adulti di trasmettere un'esperienza credibile.
    È vero, in molti casi i fatti hanno smentito le previsioni. Non è stato comunque inutile lasciar libera l'immaginazione per prevedere e ipotizzare. La pastorale in generale, e la giovanile in particolare, si svolge nel tempo. Perciò avvicina la persona in situazione, la cultura in elaborazione, la società in movimento. Si presta dunque all'uso dell'immaginazione: non deve solo amministrare il presente, ma immaginare il «poi» e sognare il futuro.
    Nell'utopia pastorale, tuttavia, interviene un elemento decisivo: la fede nella volontà salvifica di Dio, la missione di Gesù, la speranza nella forza della sua risurrezione e l'energia della carità che anima e trasforma l'umanità.
    Parlare dunque del futuro della pastorale significa immaginare come si realizzerà nel tempo il sogno di Dio sull'uomo e sull'umanità, fare affidamento sulla sua presenza nella storia, seguire le manifestazioni dell'attrazione che l'uomo sperimenta verso di lui. E, al tempo stesso, elaborare le mediazioni che fanno percepire il sogno di Dio e spingono a rispondervi con responsabilità. Ci sono note la meta e la direzione della nostra storia, ma non ne conosciamo le svolte lungo la strada. Per questo è richiesto il nostro impegno.

    2. IL SIGNORE DELLA VITA RESTA LA CHIAVE INTERPRETATIVA DETERMINANTE

    Nuova evangelizzazione... civiltà dell'amore!
    Si ha l'impressione che la storia umana debba ricominciare con un qualcosa di nuovo e di fondamentale. Sembra quasi che una prova sia terminata e se ne debba tentare un'altra.
    Si sono esaurite le ideologie, la contrapposizione di blocchi, la deterrenza nucleare, la speranza assoluta e indiscutibile nella scienza, il benessere ad ogni costo di nazioni o gruppi.
    E al contempo si apre l'orizzonte, anche se faticosamente, di una nuova convivenza e collaborazione tra i popoli. Cadono muri e cedono frontiere. Si prospetta una specie di nuova era, in cui risolvere qualche antico problema dell'umanità che remore precedenti non consentivano neppure di affrontare.
    Persona, umanità e civiltà si trovano a un incrocio, alla ricerca di una «uscita». Non sono, come un tempo, le catastrofi naturali a preoccupare, ma qualcosa che urge da dentro: è la coscienza delle attuali opportunità e il rischio di usarle male.
    Le opportunità della scienza e della tecnica e le potenzialità della comunicazione e della produzione di beni sono enormi: mettono a disposizione mezzi impensati e spesso toccano realtà fino ad oggi considerate inviolabili, quali la vita, la coscienza, il destino di intere nazioni.
    Interrogativi e problemi ora argomenti di studio saranno domani questioni comuni e temi di educazione, da affrontare come lo sono stati l'abbecedario o le tavole pitagoriche.
    La questione è comunque assai seria e complessa.
    Esiste uno scompenso tra potere ed etica. Non si riesce a orientare al bene dell'uomo quanto viene conquistato con la scienza e con la tecnica. È la coscienza a esserne sfidata e tutto l'uomo ne è coinvolto.
    C'è uno scompenso tra progresso e senso. Si conosce assai più di quanto si è in grado di interpretare alla luce del nostro destino. I dati sono molti, la luce della verità però è tenue. L'informazione non ravvisa limiti, mentre il senso della totalità del reale deve essere ancora esplorato. È la mente umana che viene provocata e si invoca il senso delle cose e degli eventi.
    Si rileva uno scompenso tra qualità della vita e beni materiali. Nel nostro mondo abbiamo di più di quanto riusciamo a utilizzare per la nostra realizzazione. L'uso che si fa di molti beni è immediato: consumare. È la libertà e l'amore che vengono interpellati nel loro significato profondo.
    Nell'occhio del ciclone di simile squilibrio si trovano i giovani, sensori che avvertono ciò che si avvicina. Per questo il futuro della pastorale giovanile si annuncia drammatico, anche se non tragico. Si tratta di interrogarsi seriamente sul proprio impegno in un compito entusiasmante, di proporzioni e conseguenze enormi.
    La pastorale, pertanto, si chiederà come formare il credente perché la sua coscienza, la sua intelligenza e la sua libertà rispondano alle sfide storiche. Cercherà di dar risposta all'interrogativo sull'incidenza della fede nell'esistenza dell'uomo. Rifletterà in profondità sulla Chiesa, segno e strumento di comunione tra gli uomini e con Dio.
    L'annuncio del Vangelo è sempre e per tutti Buona Novella, rivelazione della vita nelle sue dimensioni più profonde e definitive. Tuttavia, i cristiani di ogni epoca devono scoprire e rivelare in modo penetrante e rinnovato come Gesù è la luce della coscienza, la via verso il senso, la pienezza della vita. La rivelazione di Gesù Cristo come destino e progetto per l'uomo in una nuova fase storica configurerà il futuro della pastorale. È difficile tentare di descriverlo, poiché la fede è un seme di potenzialità sconosciute. Lo Spirito suscita sempre novità impreviste e ogni generazione porta con sé un proprio carico di creatività.
    Si può tuttavia, senza troppe pretese, segnalare alcune tendenze attuali che stanno già segnando la direzione di marcia.

    3. IL MONDO: NUOVO SCENARIO DELLA PASTORALE GIOVANILE

    Negli ultimi anni si sono fatte strada alcune espressioni: società multietnica, interrazziale, multireligiosa, pluriculturale; transnazionalità e interdipendenza, comunità di popoli e cooperazione mondiale, cultura universale e caduta dei sistemi chiusi; casa comune europea e mondo come villaggio. Sotto il profilo più specifico si parla di teologia planetaria, di ecumenismo, di educazione alla mondialità, di cultura della solidarietà.
    Insieme al linguaggio concorrono i fatti. Ad Assisi si riuniscono i capi di tutte le religioni per una causa transnazionale: la pace, dicendo basta alla corsa agli armamenti. Il campionato mondiale incolla al televisore, contemporaneamente, più della metà degli abitanti del mondo. Le convocazioni giovanili del Papa (a Buenos Aires, a Santiago de Compostela, a Czestochova) radunano gruppi provenienti da ogni latitudine. Dal cielo un occhio spaziale riduce il mondo a un minuscolo oggetto. Il satellite della comunicazione crea contemporaneità di informazione rendendoci ovunque testimoni degli eventi. Il mondo si trasforma in una piazza: luogo di incontro e «meeting point» dell'uomo dell'universo. E in tutto questo non si tratta solo di nuovi orizzonti geografici per chi desidera l'avventura, né di semplici nuove informazioni su regioni lontane. Ci troviamo invece di fronte a uno scenario in cui eventi e personaggi acquistano nuove configurazioni, a un criterio diverso per giudicare iniziative e progetti, etica e religione, politica ed economia.
    Attualmente viviamo la mondialità all'interno degli eventi stessi: le cose d'oggi accadono nel mondo, così come una volta succedevano nel paese, nella città, nella nazione. Tutti le seguiamo, tutti le sentiamo.
    Persone e nazioni, individui e collettività sono spontaneamente considerati come parte di una grande unità, più interdipendenti che isolati.
    Il mondo appare come una sola comunità di nazioni o di popoli, il cui nemico comune si chiama miseria, contaminazione, traffici mortali, moderne epidemie, più che frontiera o confini.
    Nella coscienza umana si avverte un cambiamento: dall'appartenenza esclusiva a un gruppo o nazione si passa alla convinzione di essere cittadino del mondo; dalla solidarietà con la comunità immediata si arriva a sentirsi coinvolti nei problemi dell'intero pianeta.
    Ciò dà origine a un nuovo criterio etico per giudicare iniziative e avvenimenti: l'incidenza delle loro conseguenze positive o negative su un piano più vasto, se non proprio universale.
    Per questo vengono relativizzate le sicurezze e i piani nazionali. Si condanna eticamente il profitto di un popolo, quando viene attuato sfruttando altri o deteriorando beni comuni.
    All'interno delle nazioni medesime nascono movimenti di opinione il cui obiettivo è porre un freno agli interessi immediati dei propri concittadini e richiamare l'attenzione sul destino dell'umanità.
    Si torna a dar valore alle culture, comprese quelle primitive, come portatrici di valori. Si aprono spazi più ampi per l'incontro e la solidarietà. Il trasferirsi da un estremo all'altro della terra diventa un fatto consueto. Partono e tornano non solo lavoratori, tecnici e turisti, ma anche volontari, predicatori, collaboratori a progetti di sanità e sviluppo.
    La dimensione «mondo» non è più, come lo era un tempo, al di fuori di noh Ce la portiamo dentro, nella mente, nella coscienza, nella sensibilità, e come impegno nelle relazioni, nella comprensione, nella collaborazione, nella solidarietà.
    L'educazione e la pastorale del futuro dovranno formare il «buon cittadino del mondo», il «fratello nella famiglia umana».
    Il Vangelo proclama annuncio di cattolicità e convivenza universale, ma le conseguenze non sono ancora state espresse totalmente. La Chiesa è una comunione universale oltre lo spazio e il tempo, ma i suoi frutti storici non sono ancora maturati.
    La mondialità che ora viene spesso percepita in modo sentimentale, passeggero o semplicista, diventerà contenuto reale della fede come oggi lo è la famiglia; capace di penetrare la coscienza; avrà la forza di modellare atteggiamenti e originare comportamenti, dai vertici dell'autorità fino ai gruppi volontari.
    Con chiarezza sarà decodificata la discriminazione che soggiace a un certo linguaggio: bianco-nero, uomo-donna, cristiano-non cristiano, Est-Ovest, Nord-Sud, sviluppati-sottosviluppati, nativo-emigrante. Alcune parole diventeranno retaggi del passato: nazione, conquista, confini, difesa, guerra giusta, onore nazionale, forze armate, aiuto internazionale, decorazione militare.
    Si abbandonerà l'abitudine di distinguere per privilegiare, il complesso di superiorità corporativa, l'orgoglio di quanto si è conquistato, per arrivare, nella mente e nella vita, a un rapporto di uguaglianza e condivisione, di famiglia umana. Se il mondo non diventa la nostra casa, la cattolicità non avrà nessun significato.
    Una tale trasformazione culturale è considerata un passaggio dall'umanesimo dell'io (egocentrico) all'umanesimo dell'altro (allocentrico): un progetto educativo a partire dal prossimo, che comporta nuovi modelli. Sono necessari linguaggi alternativi, anche non verbali: saper stare insieme, condividere esperienze, aprirsi all'incontro e all'accoglienza, pensare in orizzonti preferenzialmente globali (dal mondo al mio gruppo). È sostanzialmente il contrario di quanto si fa ora.
    Il prossimo sarà soggetto di sollecitudine non per la vicinanza fisica o l'affinità nazionale, bensì per le sue urgenze. I più bisognosi, quelli che si trovano in condizioni peggiori, saranno i primi destinatari delle nostre attenzioni. Urge perciò abbattere le barriere psicologiche e culturali.

    4. L'ELEMENTO CHIAVE SARÀ LA COMUNICAZIONE

    La società in cui viviamo è definita, non a torto, una società della comunicazione.
    Oggi si moltiplicano i telefoni amici: il telefono bianco, verde o rosso, o il «soccorso immediato», il «chiama quando vuoi», il telefono «utile». Le radio, in particolare private, stabiliscono quotidianamente un dialogo personale con e tra gli ascoltatori, su questioni di vita privata, se non quasi di coscienza.
    Dalla propria abitazione, usando il computer, si compra, si vende, si deposita denaro, si consulta, e si pianifica. Ci sono imprese che riuniscono i propri consiglieri tecnici solo una volta tanto: li consultano per modem.
    È ormai comune la concentrazione delle informazioni, le reti, il «narrowcasting», la possibilità da parte di persone o gruppi di comunicare attraverso il mezzo radiofonico o televisivo. Un pericoloso strumento di dominio sulla persona si sta rivelando nella sua migliore potenzialità di comunicatore. Una mini-stazione può mettere in relazione persone di una stessa città o zona.
    I telefax sono ormai milioni. Possono ricevere e trasmettere giorno e notte. Si costruiscono edifici intelligenti, dotati di tutti i mezzi per ricevere messaggi e dare risposte, se già esistono, senza la presenza continua di persone: è nato il paese elettronico, che vive e comunica più nello «spazio aereo della comunicazione» che nel luogo fisico di incontro. Qualcuno ipotizza e progetta già la pastorale giovanile del 2005, immaginando il futuro di allora nel seguente modo.
    I giovani che vogliono fare un cammino umano e di fede hanno a loro disposizione un luogo d'incontro che equivale a un centro operativo, a una stazione trasmittente, a un nodo di comunicazioni e di servizi: il centro di un vasto sistema di interrelazioni e di circolazione di messaggi.
    In esso funzionano alcuni telefoni, il maggior numero possibile, che ricevono chiamate urgenti, domande di aiuto, richieste di consigli da parte di giovani che si trovano in situazioni diverse: emigranti, in cerca di lavoro, sulla via della droga, desiderosi di dialogare su questioni religiose, con problemi scolastici o di rapporti familiari, assetati di spiritualità, con la voglia di impegnarsi nel proprio ambiente o in qualche altra parte del mondo.
    Ai telefoni lavorano giovani e adulti impegnati nella soluzione dei problemi: formano équipes di dialogo a distanza, preparano incontri e attività per chi li richiede.
    Una memoria organizza i dati relativi alle disponibilità e i punti di appoggio per i diversi servizi ufficiali o privati, professionali o familiari; raccoglie nomi, risultati parziali o totali di ognuna delle soluzioni tentate, nuove vie da percorrere, persone che possono essere coinvolte in ognuna delle varie fasi e operazioni, nuovi fronti o gruppi da contattare.
    Il centro dispone di una videoteca ben fornita di temi umani e religiosi. Gruppi di giovani la usano per «educare ed evangelizzare», nelle sedi più diverse, secondo possibilità e domande: scuole, famiglie, sedi di quartieri, gruppi giovanili. Serve anche per preparare l'Eucaristia e talvolta per introdurre un'omelia. Il televisore, su grande schermo, entra in Chiesa, così come la luce elettrica, il riscaldamento o gli impianti per il suono.
    Un altro gruppo di giovani si dedica allo spettacolo: porta in ambienti giovanili e popolari rappresentazioni che intrattengono, divertono e fanno riflettere. Si diffondono sempre più le arti espressive per comunicare, avverandosi quanto nel 1988 si era previsto: in un certo momento del prossimo decennio l'arte sostituirà lo sport come attività dominante nei momenti di riposo della società. Passeremo dal calcio al balletto. Ci sarà una lotta feroce tra arte e sport per l'occupazione del tempo libero (cf J. Naisbitt - P. Aburdene, Megatrends 2000, Rizzoli 1990, pag. 86).
    Si sa ormai anche che quadri, esposizioni di oggetti i più diversi, collezioni, musei, pinacoteche non solo producono già ora un giro di milioni, ma comunicano anche messaggi, attraggono moltitudini, compresi i giovani; non appartenendo più alla sfera aristocratica, sono aperti al consumo delle masse. Il nuovo centro giovanile esporrà in modo ordinario e straordinario: serie visive sull'AIDS, le missioni, la povertà, la traduzione religiosa, sui documenti di vita cristiana e la storia di Gesù. Ogni messaggio avrà una traduzione visuale.
    Il Centro Giovanile funziona così come una emittente, pur continuando a essere un luogo in cui cresce una comunità e si accolgono i giovani, anzi, proprio per la sua nuova impostazione costruisce dialogo e comunione sul posto.
    Nell'epoca del villaggio globale la comunicazione equivale a ciò che in passato era la predica, il pulpito, il sermone domenicale. Ma la parola si è arricchita dell'immagine e dello spettacolo che fanno passare convinzioni e criteri attraverso gli occhi e la sensibilità.
    La comunicazione nella pastorale deve fare ancora molta strada. Oggi viene considerata ancora come un'aggiunta alle forme tradizionali, ma quando la realtà locale diventerà sostegno di un vasto sistema di comunicazione, allora un altro modello di pastorale vedrà la vita: il modello del XXI secolo.

    5. LO STILE SI RIFÀ AL MODELLO DI «SOCIETÀ TRASPARENTE»

    In un gruppo di studenti si commentavano i film di «clamore» che ciascuno aveva visto nell'ultimo tempo. Ce n'era per tutti i gusti e senza un benché minimo ritegno. Sulla base di quanto si era visto, i ragazzi discutevano di sesso, erotismo e omosessualità; di aborto e divorzio, di servizi segreti e società clandestine; di cattolicesimo, di religiosità esotica e di riti satanici; della comunità europea e del mondo arabo; di Bush, Gorbachov e Giovanni Paolo II; di Gesù Cristo, di Budda e di Maometto. Non ci fu personaggio di cui non si parlasse né categoria sociale che non fosse criticata, difesa o legittimata, né opinione o dogma che non venisse passato in esame. Non era pensabile rifarsi in quel momento a motivi riservati, a segreti di Stato, e tantomeno all'adesione dovuta a un sistema di pensiero. E il tutto avveniva senza acrimonia, come chi esercita un diritto riconosciuto.
    La comunicazione sociale ha messo in crisi l'interpretazione unica della realtà, aprendo la porta a un moltiplicarsi di punti di vista e di opinioni. Per questo hanno parola e si esprimono in pubblico minoranze di ogni genere e «atipici» prima non autorizzati a mostrarsi: eterodossi, omosessuali, subculture, dialetti. E con la parola ottengono di fatto la propria legittimità sociale.
    Un filosofo sostiene che perderà valore il principio della realtà obiettiva e farà strada un altro, quello della razionalità soggettiva multipla.
    Si può domandare, opinare e formarsi una propria convinzione su tutto, non essendoci una istanza capace di imporre una visione obbligatoria.
    Quasi nulla si può nascondere, anche se si trattasse di segreti di Stato. È di solito considerato infantile appellarsi a motivi di cui non si può parlare, a ragioni private o a segreti che solo ad alcuni è dato conoscere. All'angolo vi sono certamente i rischi: la manipolazione in ordine al consenso, il disorientamento esistenziale, le ambiguità intenzionali. Ma ciò non sconfessa la tendenza e ancor più la sensibilità odierna.
    Questo fatto che «tutto» venga alla luce per volontà o per forza, che di tutto si possa parlare, che tutto sia sottoposto al vaglio del giudizio di ciascuno e si ascoltino motivi e interpretazioni di tutti, questo porterà con sé alcune conseguenze nella pastorale.
    La prima è certamente la necessità di trasparenza e di autenticità delle istituzioni, personalità e comunità ecclesiali. Il vero annuncio sarà la loro testimonianza. I fatti diventeranno i veri messaggi. Più che la proposta di una concezione «vera» del mondo di fronte ad altre considerate false, influiranno le idee e le azioni capaci di operare trasformazioni per accrescere la dignità della persona umana.
    La Chiesa sarà posta tra l'incudine e il martello per quanto si riferise alla testimonianza, non solo dello spirito religioso, ma soprattutto della sua chiara posizione in favore dell'uomo. La politica, intesa come trattati segreti, accordi di convenienza, allineamenti per calcolo o per motivi d'opportunità, non solo è moralmente screditata, ma possiede pure minori probabilità di successo: la glasnost è diventata una metodologia con cui fare seriamente i conti.
    La seconda conseguenza sta nel dialogo integrale come mezzo di maturazione. Nel tentativo di formarsi una visione del mondo, i giovani ascoltano, reagiscono, provano, interiorizzano, sperimentano. È scomparsa in loro l'idea stessa di una visione, o codice obbligatorio a priori. Si sentono come in un supermercato, dove possono informarsi e prendere quello che gli conviene o che vale.
    L'intuizione o parola che sia capace di far luce o di generare speranza sarà ascoltata. Il tempo delle verità apparenti o preconfezionate è superato.
    Il pastore del futuro sarà colui che saprà guidare, tra la molteplicità dei messaggi e delle realtà, verso la scelta di determinati valori fondamentali, come criteri-guida per la propria esistenza.
    Sul «mercato» delle proposte la fede dovrà vincere per la sua carica di senso, per la sua capacità di promuovere la dignità della persona e le relazioni tra i popoli, per le sue innumerevoli potenzialità di «salvezza». Ma, è ormai ovvio, essa si dovrà affermare attraverso le prove della prassi, del vissuto, poiché non si potrà basare più sull'autorità o su rivelazioni, e tantomeno su minacce di catastrofi collettive o personali.
    La razionalità si impone. È una razionalità nuova, diversa da quella dell'Illuminismo, una razionalità in cui ha legittimità l'esperienza religiosa, che intravede il mistero dell'esistenza ed è capace di comunicarne il senso e la speranza. Gli occhi si volgeranno a Gesù Cristo come alla sapienza in grado di aprire i sigilli della nostra storia personale e collettiva, per riempirla di significato e di vita.

    6. L'ARCHETIPO DELLA CULTURA: UOMO E DONNA

    La Chiesa ha sempre contato più donne che uomini nelle sue fila e associazioni. Non sarebbe perciò una novità se le ragazze fossero in numero maggiore o si dimostrassero più attive nella pastorale giovanile. Tuttavia, fino a oggi il pensiero e le strutture, secolari ed ecclesiali, hanno una presenza e incidenza dell'archetipo maschile incomparabilmente maggiore.
    La relazione uomo-donna è oggi più complessa e profonda che nel passato. Non si riferisce alla compresenza, alla divisione dei compiti, all'equiparazione di onori e oneri. Si collega invece con il movimento di valorizzazione della donna, venuto alla luce in questo secolo, i cui risultati devono ancora maturare ed essere assunti dalla cultura e dall'educazione. In verità le manifestazioni del movimento appaiono settoriali, nella realtà però fanno appello a una nuova fase complessiva da sviluppare.
    Superate, almeno in teoria, la discriminazione e separazione nel campo dell'istruzione e in altri settori, bisogna realizzare una reciprocità «arricchente» che possa dar luogo a una cultura di tipo nuovo, se si vuol credere a Berdiaev che «l'eterno femminino avrà un gran ruolo nella storia futura».
    La rilevanza del fenomeno è avvertita dai sociologi. «Nei primi decenni del prossimo secolo, noi e i nostri figli ci guarderemo indietro, a quest'ultima parte del XX secolo, e ci sembrerà strano il tempo in cui le donne erano escluse dai gradi più alti delle imprese e dalla leadership politica, così come ci sembrano oggi stranissimi i tempi in cui alle donne non era permesso votare» (J. Naisbitt - P. Aburdene, Megatrends 2000, Rizzoli 1990, pag. 261).
    La realtà non lascia spazio a dubbi. Nella parte più sviluppata del mondo, dal 1972 a oggi la percentuale di donne-medico si è duplicata, quella delle donne-avvocato e architetto si è quintuplicata.
    Ma a volte quello che più impressiona è l'ingresso della donna, fino quasi a equilibrare il numero di uomini, nelle industrie di avanguardia, soprattutto nel mondo dell'informazione, non solo come lavoratrici dipendenti, ma anche come imprenditori, dirigenti e tecnici. «Ovunque è giunta la rivoluzione informatica le donne si sono precipitate ai posti di lavoro e di responsabilità» (ib., pag. 260).
    La Chiesa non è stata da meno. Giovanni XXIII vide nella questione femminile uno dei segni dei tempi. Da allora si sono seguiti senza interruzione tentativi di riflessione e di iniziative pratiche: la discussione sul sacerdozio della donna, la Lettera Apostolica «Mulieris dignitatem», le associazioni cristiane per la promozione della donna, uno spazio maggiore riservato alle donne nelle strutture ecclesiali, la necessità della loro presenza nei seminari, l'emergere di alcune figure carismatiche, una posizione di maggior rilievo nella dinamica ecclesiale (cf ChL 49-52).
    Quando le conseguenze di queste linee d'azione si faranno sentire, i centri di pastorale giovanile risponderanno a un archetipo diverso e più completo di quello che offrono attualmente la concezione di base, la teologia e la prassi, ancora «segnate» dal mondo maschile.
    Del resto non ci si può nascondere che ciò che sta in gioco è il modello di persona, la concezione della vita, il tipo di cultura e di organizzazione sociale, la relazione con le cose e i valori, l'avvicinamento al mondo e al mistero, i modelli d'azione.
    Esplicitare al riguardo la prassi senza esporsi a fraintendimenti è impossibile, perché non sono chiari gli attributi esclusivi dell'uno o dell'altro sesso. E le idealizzazioni fanno oggi sorridere. Chi vede nella donna «la più ricca riserva di umanità», chi considera il mondo femminile strettamente legato alla protezione della vita e alla percezione della bellezza, alla capacità di dono illimitata e al senso della persona, alla finezza di sensibilità e all'intuizione dello spirituale, alla praticità quotidiana e immediata, coglie caratteristiche vere, ma certamente parziali. Eppure oggi si sente l'esigenza di ricuperare determinate sensibilità e valori. «Nelle epoche in cui le idee vitali si esauriscono e si richiede il passaggio a nuove concezioni ideali, le donne, sebbene non unicamente ma certo con maggior prontezza, manifestano intolleranza per i limiti tradizionali della vita, e sentono l'impulso ad aprire una nuova strada verso il futuro» (Soloviev).
    Ma quando entrambe le correnti di sensibilità, maschile e femminile, confluiranno, si delineerà un nuovo profilo nella cultura e nella mentalità, nelle strutture e nella soluzione dei problemi. Allora si potrà parlare di civiltà dell'amore perché il modello generale, e non solo il matrimonio e la famiglia, sarà quello dell'incontro delle due possibilità dell'esistenza umana in una «sola carne», in una espressione culturale integrata.

    7. NUOVA COSTELLAZIONE DI VALORI

    La costellazione di valori che sta emergendo è connessa strettamente a quanto considerato: alla mondialità, alla comunicazione, alla trasparenza, alla valorizzazione del femminile.
    La crisi vissuta dal mondo fino alla fine della guerra fredda si basava sull'equilibrio della forza, sul principio della discussione, sulla contrapposizione di blocchi e ideologie, sull'accusa all'altro e sull'esaltazione della propria legittimità.
    La fase che sta seguendo sembra essere il superamento di questa polarizzazione. L'attenzione dei giovani si dirige perciò con preferenza verso valori emergenti.
    In primo luogo abbiamo la pace. La guerra del Golfo è stata esemplare: invadere e vincere non dà prestigio. I capi di tutte le religioni si riuniscono insieme per proclamare con vigore che la guerra non è una soluzione, ma solo l'inizio dei problemi.
    Il senso comune consiglia ora di sostenere lo sforzo della pace con la stessa costanza, mezzi e tempi con cui ieri si sosteneva una guerra. Se l'effetto tarda ad arrivare, non c'è da desistere fino alla vittoria: la guerra sarebbe comunque una rovina per l'umanità. La linea della pazienza e del negoziato trova più consensi che la soluzione delle armi.
    Tutto questo costituisce un segnale. E tuttavia la pace cui si aspira è qualcosa di più. L'esclusione della guerra è soltanto una condizione. La pace si riferisce a ben di più: alla cultura di non aggredire o eliminare, alla religione cui spetta rispetto e tolleranza, all'ordine sociale in cui le differenze sono accolte nel dialogo. Si presenta in definitiva come possibilità di agire in condizioni ottimali per la pienezza della vita. È una concezione globale dell'esistenza più che una felice situazione passeggera.
    Per questo include la giustizia, l'altro valore chiave del futuro. La sua concezione e pratica appaiono attualmente esauste e insufficienti. Oggi la giustizia non si riferisce soltanto alla relazione tra gli individui e i gruppi di una nazione, ma si applica anche alle relazioni tra i popoli.
    La giustizia locale è considerata troppo angusta e interessata, poco imparziale. Nascono i tribunali mondiali, indipendenti dalle nazioni e ideologie: il Tribunale Russel, la Lega per i Diritti Umani, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU. E ci sono movimenti e personaggi che criticano il proprio Paese per gli effetti negativi che produce sugli altri.
    Inoltre, sono ben noti i limiti della giustizia formale, che riesce a risolvere qualche conflitto, ma la cui esasperazione causa ogni genere di oppressione. Le norme della giustizia del resto sono spesso dettate da chi detiene il potere, procurandogli vantaggi, mentre lascia senza difesa i più deboli. Nasce l'obiezione di coscienza che prende corpo nella disobbedienza alla legge, nel rifiuto di pagare certe tasse, di cooperare a determinati piani. L'ultimo appello non sta nella legge formulata, bensì nella coscienza. E questo è un segno dello spazio di libertà che la persona si è conquistato.
    Giustizia pertanto significa oggi quell'esigenza reale che si chiama sviluppo per tutti i popoli e rispetto per ogni persona.
    Al futuro appartiene ancora non solo l'ideale, ma anche la realizzazione minima della giustizia internazionale. Oggi si affaccia appena alla coscienza: richiederà una lunga educazione. Finora si rileva una enorme superficialità nell'analisi delle situazioni di miseria e di oppressione. Si avverte molta curiosità leggera per il cosiddetto terzo mondo; vige troppa declamazione interessata, molta rimozione del problema o delega ad altri. Ma appunto in questo tipo di giustizia sta la difficoltà della testimonianza della fede cristiana nell'era planetaria. La pace domestica non basta più, come non è sufficiente una pace comunque. Occorrono nuove visioni e rinnovato impegno.
    Insieme alla giustizia e alla pace c'è il problema dell'ambiente. Dopo la riduzione della minaccia nucleare, l'inquinamento si configura come il pericolo numero uno. I movimenti che operano in favore dell'ambiente si fanno portatori di tale istanza. La politica si veste in ogni parte di verde. Sono in gioco le condizioni umane di esistenza di un ambiente, ma pure le relazioni tra popoli.
    La maggior parte dell'inquinamento in realtà è prodotto dal mondo industriale, che dispone del più alto livello di benessere. Già si è tentato di usare come «discarica» i Paesi poveri, disposti ad assorbire rifiuti tossici per denaro. Greenpeace ha combattuto molte battaglie e non poche sono state vinte.
    La natura comincia di nuovo a essere oggetto di contemplazione e linguaggio cifrato di una presenza, non più solo cava di materie prime per beni di consumo: è un capitale comune destinato a tutti, che non bisogna dilapidare o schiavizzare. La creazione uscita dalle mani di Dio, quella che cantano i salmi, acquisisce nuovo senso e rilancio.
    Ma al centro di tutti questi valori sta la solidarietà, ossia il pensare e l'agire alla ricerca del bene simultaneo e proporzionato di tutti.
    La libertà, come possibilità di procacciarsi il proprio benessere, non funziona più; così la distribuzione forzata dei beni. Occorre percorrere la via dell'educazione della coscienza. I fatti dimostrano che non si ottiene nulla nella realizzazione dei valori, se non si procede insieme.
    La solidarietà non è la buona azione quotidiana, ma il modo profondo di vivere la relazione tra persone, popoli e continenti. Il nostro progetto di vita si intreccia sì con quello di chi oggi condivide con noi lo spazio e il tempo, ma anche con quello di quanti esistono nel mondo intero ed esisteranno nel futuro.
    Perciò il punto chiave della nuova evangelizzazione e della pastorale giovanile è formare il «cristiano solidale». Guardando al passato si ha l'impressione di esserci preoccupati assai di praticare l'etica privata e solo di predicare la dottrina sociale della Chiesa. La nuova sensibilità nel tema sociale la pone ormai urgentemente al centro della prassi della carità cristiana per costruire la cultura della solidarietà e la civiltà dell'amore.
    «Non sappiamo come sarà trasformato l'Universo – afferma il Concilio – sappiamo tuttavia, dalla rivelazione, che Dio prepara una nuova casa e una terra nuova, dove abita la giustizia e la cui felicità sazierà abbondantemente ogni desiderio di pace che nasce dal cuore degli uomini» (GS 39).
    Nel tempo presente la pastorale giovanile ha un compito grande: preparare i giovani a porsi e ad agire nella storia con il vigore della speranza che viene dalla Risurrezione di Gesù. Questo è il motivo per non arrendersi mai, convinti che il traguardo finale che ci attende si trova al di dentro, ma anche sempre al di là di tutte le tappe dell'esistenza terrena.


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