Un prete

    tra i dannati della terra

    Carmelo Mezzasalma

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    Figura straordinaria di missionario del XIX secolo, san Damiano De Veuster scelse di vivere e di morire con i lebbrosi di Molokai (isole Hawaii) per testimoniare il volto "eroico" di Gesù. Un prete e un martire dell'amore cristiano la cui canonizzazione fu fortemente voluta da madre Teresa di Calcutta.

    Ascoltare la storia di san Damiano di Molokai

    È un grande merito della Comunità di sant'Egidio l'aver promosso la traduzione in italiano della bellissima biografia di Jan De Volder su san Damiano De Veuster che fu apostolo dei lebbrosi a Molokai (San Damiano di Molokai. L'apostolo dei lebbrosi, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010). Giustamente, Andrea Riccardi, presentando questa biografia, ha richiamato alla mente un'altra grande figura di amico dei lebbrosi che fu Albert Schweitzer, teologo musicista e medico morto a Lambarené in Africa nel 1965. Agli inizi del Novecento, Schweitzer pubblicava quel suo famoso studio La vita di Gesù, il segreto della messianicità e della passione che è una pietra miliare sulla ricerca della vita di Gesù (Leben-Jesu-Forschung) e dove, come ricorda Andrea Riccardi, Schweitzer scriveva nell'ultima pagina del suo studio: «Dobbiamo ridiventare capaci di sentire ancora in noi ciò che vi è di eroico in Gesù». E concludeva: «"Solo allora il nostro cristianesimo e la nostra concezione del mondo ritroveranno l'eroico e ne saranno vivificati". È quanto ha fatto Damiano di Molo-kai. Per questo egli parla ancora» (p. 15). Infatti, Damiano di Molokai ha sempre parlato e ha parlato anche nella mia infanzia allorché sentivamo raccontare la sua storia evangelica drammatica ed eroica. A quel tempo, in effetti, non c'era la televisione o, per meglio dire, era solo agli inizi, e noi bambini sentivamo raccontare queste straordinarie esistenze di santi che mostravano un Vangelo vissuto, e non soltanto catechistico. Abbiamo avuto la ventura anche di vedere in parrocchia il film Molokai, dedicato all'apostolo dei lebbrosi, e durante il quale – ricordo bene – ci furono tante lacrime tra noi bambini e anche un senso di ammirazione per un prete che aveva voluto vivere il suo ministero sacerdotale fino al supremo sacrificio. Come Gesù. Così accadeva allorché eravamo impregnati, senza saperlo, di una cultura dell'ascolto, mentre oggi i bambini vivono in una cultura dello spettacolo che li lascia spesso come gusci vuoti e incapaci di ascoltare se stessi nei "racconti" che ti formano per sempre. Nessuno di noi bambini si è minimamente spaventato della storia di padre Damiano e di cui non ci veniva nascosta la terribile morte per lebbra avvenuta nel 1889. Sapevamo, senza nessun trauma, che non c'è Pasqua senza Venerdì Santo poiché è questa la verità che ci conduceva al nucleo del mistero della fede cristiana.
    Scrive Jan De Volder nella sua biografia: «Quanta sofferenza, anche ai nostri giorni, viene inasprita dalla privazione di un avvenire e dalla solitudine? Si pensi ai malati di Aids segnati dal marchio dell'infamia, ai carcerati, ai senza tetto, ai mendicanti, agli anziani: tutte creature emarginate dalla società. Se gli occidentali, abituati a una vita di comodità e di divertimenti, hanno un punto debole, è quello di non saper convivere con la sofferenza propria e altrui. I poveri e gli ammalati vengono spesso allontanati dalla vista, a volte addirittura "liberati dalla sofferenza"» (pp. 224-225). Forse si tratta di qualcosa di più che di un punto debole, è piuttosto una fuga da tutto ciò che ricorda la precarietà e il limite della condizione umana. Una fuga che è un tratto tipico della cultura postmoderna che, pur di fuggire dal dramma umano, esalta le illusioni e gli inganni di ogni specie. L'avventura di san Damiano dí Molokai, al contrario, dimostra che la bellezza e la dignità umana, agli occhi del Dio cristiano, possono essere presenti anche in situazioni di profonda miseria e sventura, e forse proprio là in modo particolare! E il missionario belga, divenuto lebbroso tra i suoi lebbrosi, non si arrese mai di fronte alla disperazione e lottò fino in fondo perché quelli esclusi per sempre dalla società civile trovassero in lui un forte segno di speranza contro un mondo che li aveva abbandonati al loro destino.

    Una vocazione missionaria

    Damiano, al secolo Giuseppe De Veuster, era nato il 3 gennaio 1840 a Ninde (Tremelo) nel Belgio fiammingo in una famiglia contadina e profondamente cristiana, settimo di otto figli di Francesco e Anna Caterina De Veuster. La madre leggeva ogni sera ai propri figli le vite dei santi, mettendone in risalto le virtù e indicandoli come esempi. Damiano, come i suoi fratelli e sorelle, fu segnato da questa profonda educazione cristiana che, ben presto, darà i suoi frutti: quattro figli, infatti, intraprenderanno la vita religiosa, due saranno sacerdoti e due si faranno suore. La vocazione di Damiano maturerà lentamente, ma fu stimolata dall'esempio dei suoi fratelli e sorelle. Quando sua sorella maggiore Paulina entrerà nelle Orsoline, Damiano scriverà ai suoi genitori: «Essa ha avuto la fortuna di portare a buonfine l'opera più difficile che noi dobbiamo compiere quaggiù» (17 luglio 1858). E non poté nascondere ai suoi il desiderio che aveva maturato di seguire suo fratello Augusto che era entrato nel noviziato della Congregazione dei Sacri Cuori a Lovanio. Damiano entrerà nella stessa Congregazione a Parigi – sede della casa di formazione – un anno dopo ed emetterà i voti il 7 ottobre 1860 prendendo il nome di Damiano. A quel tempo, nel rito della professione, si usava imporre ai novizi un drappo mortuario, avente lo scopo di ricordare ai nuovi religiosi la necessità della morte in Cristo per risuscitare in Lui a vita nuova. Quel drappo, nell'avventura di Damiano, non sarebbe stato un segno solo simbolico.
    Damiano anelava, in ogni caso, a partire per le missioni estere d'oltremare in quel secolo che vide la straordinaria fioritura di un movimento missionario senza precedenti, continuato anche in gran parte nel XX secolo. Si è scritto e detto molto su questo movimento missionario del XIX secolo, bollandolo come diramazione diretta di quel colonialismo degli stati occidentali che avrebbe distrutto gran parte delle culture locali. Nel contesto del processo di decolonizzazione del XX secolo, e in linea con la teoria marxista, i missionari sono stati considerati complici delle strutture oppressive di ingiustizia e di sfruttamento. Di conseguenza, la critica sulla "conquista delle anime", sul paternalismo umiliante dei missionari, ha guadagnato sempre più terreno, sia all'interno della Chiesa che al di fuori di essa. Ma la storia non si scrive mai solo in un senso o nell'altro, assolutizzati. Le cose si presentano, in realtà, con luci e ombre e con chiaroscuri che vanno tenuti nel conto. Così, il movimento missionario del XIX secolo si sviluppò all'interno del grande risveglio religioso, diffuso su vasta scala, in opposizione all'insistente razionalismo del pensiero illuministico e in seguito alla sanguinosa tabula rasa che la Rivoluzione francese aveva cercato di fare dell'eredità cristiana. Non a caso, proprio la Chiesa francese, così gravemente colpita, era stata testimone dei primi e più forti slanci missionari, mentre non apparirà strano che Damiano De Veuster sia entrato in una congregazione francese che, come tutti gli altri ordini e congregazioni, condivideva questo slancio missionario.
    In un primo tempo, Damiano non fu destinato dai superiori alle missioni poiché non era molto versato nelle lingue, ma un fatto provvidenziale decise la sua vocazione missionaria. Nel 1863, suo fratello Panfilo doveva partire missionario per le Hawaii con un gruppo di religiosi, ma si era ammalato e Damiano, in un impeto di generosità, si offrì di partire al suo posto. Data la necessità, i suoi superiori accettarono la proposta pur con qualche perplessità poiché Damiano non era ancora sacerdote. La partenza era stata fissata per il 1° novembre 1863. Damiano ebbe solo il tempo di andare a casa e salutare la sua famiglia. Era il momento del congedo definitivo. I missionari, infatti, non avevano speranza di ritorno.
    Dopo cinque mesi di navigazione, í missionari, tra cui Damiano, approdarono a Honolulu, capitale delle Hawaii. Scoprirono, così, una terra nuova e una popolazione accogliente già consacrata dal mito letterario di viaggiatori e avventurieri. Gli hawaiani, infatti, avevano un temperamento pacifico, amavano la musica, le feste e la danza. In realtà, quel paradiso di mare e di verde nascondeva un inferno: l'isola di Molokai dove venivano segregati i malati di lebbra, costretti a morire ín una promiscuità impressionante e senza alcun aiuto dall'esterno. La lebbra si era diffusa nelle Hawaii intorno al 1850 a causa degli stranieri, soprattutto marinai, che avevano introdotto nell'arcipelago quelle nuove malattie che la popolazione non era in grado di affrontare poiché priva di anticorpi. La lebbra, il cui bacillo fu identificato da Hansen nel 1873, era allora una malattia di cui non si conoscevano le vie di trasmissione. Una malattia tremenda e incurabile che, tra l'altro, si nutriva di pregiudizi e di tabù d'ogni genere. I malati dí lebbra erano isolati e abbandonati: «Il lebbroso era guardato con terrore, si credeva fosse stato colpito da maledizione, pertanto doveva essere abbandonato dalla comunità, in alcuni casi i lebbrosi erano indicati come alleati dei demòni e portatori di sciagure. Subivano una vera scomunica» (M.A. Mezzadri, Prete, lebbroso e santo, Tau editrice, Todi, Perugia 2010, pp. 24-25). Con la forza, dunque, i malati di lebbra venivano deportati a Molokai poiché, per evitare la deportazione, essi si nascondevano o venivano protetti dai loro familiari. C'erano, allora, delle vere e proprie cacce all'uomo per scovare chi fosse malato di lebbra per internarlo a Molokai. Una situazione drammatica e fortemente disumana che, un po' alla volta, suscitò l'indignazione e i tentativi di trovare una soluzione.
    Al momento del suo arrivo, intanto, Damiano nulla sapeva di Molokai. Ordinato sacerdote agli inizi di giugno del 1864, cominciò a prestare servizio pastorale con uno zelo veramente eccezionale. Aveva un grande amore per i deboli, gli ultimi e i malati, per assistere i quali percorreva enormi distanze. Scriveva anche lettere che mandava in Europa per descrivere la sua vita dí missionario. Scriveva con abbondanza dí aneddoti per stimolare le anime. La sua attività era incessante: celebrava i sacramenti, formava i catechisti, costruiva chiese e cappelle. Forse non immaginava neppure dove la chiamata a essere missionario lo avrebbe condotto, così come accade nelle misteriose vocazioni di Dio.

    Prete e lebbroso

    Nel 1873 la situazione di Molokai era diventata così drammatica che mons. Maigret, vicario apostolico delle Hawaii, diventato vescovo, parlò ai suoi missionari delle condizioni dei malati di Molokai: «Mi è stato chiesto di mandare un missionario a Molokai e io non mí sento di chiederlo a nessuno perché lo so che lo condannerei a una morte certa. Vi dico soltanto il problema. Voi pensateci e datemi una risposta qualsiasi, senza sentirvi costretti». I missionari ascoltarono in silenzio, sapevano di quale orrore stava parlando il loro vescovo. Quattro giovani missionari, tra cui Damiano, si offrirono di partire. Il 24 novembre 1873 Damiano scriveva al fratello: «Essendo già passato sotto il drappo mortuario il giorno dei miei voti ho sentito il dovere di offrirmi a mons. Maigret che non ha avuto la crudeltà di ordinare un tale sacrificio». Il vescovo accettò che padre Damiano andasse per un breve periodo, due o tre settimane, ma nell'agosto del 1873 egli scriveva al suo superiore generale che sapeva che non sarebbe mai più tornato da Molokai. E così, il 10 maggio dello stesso anno, padre Damiano sbarcò a Molokai.
    Quando il brigantino che lo aveva portato sull'isola si fermò per farlo scendere, il giovane missionario ebbe un momento di esitazione. Rimase immobile tra il silenzio dell'equipaggio, poi si fece il segno della croce e con il suo povero bagaglio, un breviario e il rosario, scese sulla lancia a remi che lo avrebbe condotto sulla terraferma. Sulla spiaggia lo aspettava una folla di visi sfigurati, senza orecchie e senza naso. Di fatto, la situazione della colonia era tragica sotto ogni aspetto e la massima in vigore nell'isola, imposta dagli anziani ai nuovi arrivati, era «qui non c'è nessuna legge». Molokai era un vero e proprio inferno. Nessun bianco vi aveva mai soggiornato, le visite del medico erano fatte da lontano e i farmaci venivano lasciati fuori dall'ambulatorio per evitare qualsiasi contatto con i lebbrosi. Quest'ultimi vivevano in capanne di fortuna, senza regole nella promiscuità e nella violenza di ogni genere. I bambini erano maltrattati e schiavizzati. Qualche giorno dopo il suo arrivo a Molokai, padre Damiano scriveva al suo superiore provinciale, p. Modesto Favens: «Voi conoscete la mia decisione, io voglio sacrificarmi per i poveri lebbrosi».
    Padre Damiano resterà a Molokai per sedici anni fino alla morte avvenuta il 15 aprile del 1889, e dopo aver contratto lui stesso la terribile malattia. Ma dopo il suo arrivo, Molokai non sarà più la stessa ed egli trasformerà quella terra dei dannati in un luogo dove sarà possibile vivere e morire con dignità umana e spirituale. Il suo eroico esempio scatenerà un'ondata di aiuti e di solidarietà in tutto íl mondo. Diverrà una sorta di simbolo nella lotta contro la lebbra. Nel 1888 giunsero a Molokai tre suore francescanedi Syracuse negli Stati Uniti. Fra di esse vi era madre Marianne Cope, beatificata da Benedetto XVI il 14 maggio 2005. Dopo quindici anni, la missione di Molokai era ben organizzata, anche se, negli ultimi tempi della sua vita, padre Damiano ebbe a soffrire incomprensioni, critiche e calunnie sia da chi lo conosceva sia da chi non lo conosceva. Dopo la sua morte, comparve un articolo di un polemista inglese che insinuava l'idea che padre Damiano avesse contratto la lebbra per comportamento immorale. Era il pregiudizio, assai diffuso a quel tempo tra persone religiose, che faceva derivare la malattia dai rapporti sessuali, mentre essa si diffondeva soprattutto per vie respiratorie, come dimostrerà la medicina. Padre Damiano fu difeso dallo scrittore Robert Louis Stevenson, anglicano e ammalato di tubercolosi, che si era recato a Molokai per accertare la verità. Ebbe informazioni dettagliate e sicure sulla vita di padre Damiano e al suo ritorno inviò una lettera aperta a tutti i quotidiani inglesi che fugò qualsiasi dubbio.
    Centocinquant'anni dopo la sua morte, padre Damiano De Veuster, l'apostolo di Molokai, per vivo interesse di madre Teresa di Calcutta che raccolse un milione di firme, verrà beatificato da Giovanni Paolo II, il 3 giugno 1995, e canonizzato da Benedetto XVI l'11 ottobre 2009. L'avventura, stupenda e affascinante, di questo prete lebbroso e santo non finisce qui. Egli suscita profondi interrogativi anche per chi vive in una società, come la nostra, scristianizzata e priva di "scelte" veramente grandi e durature. Come avrà fatto padre Damiano a resistere nell'inferno di Molokai? La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo: vi ha resistito con la preghiera autentica, con l'assiduo studio del Vangelo, con la vita dell'Eucaristia. Oltre alla lebbra, avrebbe resistito alla corona di spine delle calunnie e incomprensioni, ai chiodi della solitudine e all'impotenza di veder morire tanti esseri umani, grandi e piccoli, senza la preghiera e i sacramenti? Dove avrebbe potuto trovare la forza senza quell'Eucaristia in cui s'identificava con il volto del suo Signore, crocifisso e risorto anche per l'umanità più abbandonata e colpita da una crudele malattia? Ma viene anche in mente, come ha affermato Maria Alberta Mezzadri nel suo profilo di padre Damiano, la figura della madre capace di educare suo figlio a dei valori che glielo porteranno via per sempre. Morirà, infatti, di dolore alla notizia che il figlio, partito per le missioni tanti anni prima, aveva contratto la lebbra: «Quale valore ha per un prete una madre così?». 

    (Feeria, 38 - Dicembre 2010, pp. 47-50)